lunedì, agosto 31, 2009

Roger Scruton: articolo sulla bellezza

Roger Scruton: articolo sulla bellezza

domenica, agosto 30, 2009

"Biografia della ragione - Saggio sulla filosofia politica di MacIntyre" di Sante Maletta

"Biografia della ragione - Saggio sulla filosofia politica di MacIntyre" di Sante Maletta: "

In Italia il nome di Alasdair MacIntyre, al di là della cerchia degli addetti ai lavori, non dice granché; ma in America, almeno a partire da “After virtue”, il testo del 1981 in cui espone la sua riflessione sulla situazione dell’etica nei tempi moderni, le sue tesi sono una delle pietre d’inciampo con cui tutta la filosofia morale non può fare a meno di fare i conti. Il saggio di Sante Maletta, docente all’Università della Calabria, è un’occasione per riscoprire anche nel nostro paese una delle voci più interessanti, e meno facilmente classificabili, del dibattito attuale.
Nato a Glasgow nel 1929, MacIntyre si forma a contatto con la filosofia analitica inglese, che tende a ridurre ogni discorso morale a semplice esternazione di preferenze dei singoli. Sul finire degli anni Quaranta aderisce al partito comunista inglese, quindi, con la delusione dello stalinismo sovietico, transita alla New left e ai gruppi trotzkisti. Accompagna questi passaggi con una riflessione sul marxismo che proseguirà anche quando ne abbandonerà il progetto, nel tentativo di estrarre dal guscio ideologico – che ha sempre condannato senza appello – il nucleo umanistico, il riconoscimento cioè della condizione di alienazione che gli individui soffrono nella società industriale e la necessità di battersi per rimettere a tema quale sia il bene intero delle persone. Su questa strada, MacIntyre incontra il vecchio Aristotele e la sua “phronesis”, l’idea di una saggezza pratica che non discende da un sapere universale, ma emerge dalla riflessione su modelli concreti all’interno di comunità determinate. E’ questo il nucleo dell’opus magnum macintyriano, “Dopo la virtù”. “La” virtù oltre cui ci troviamo è quella sognata dal razionalismo illuminista, che ha immaginato di poter costruire un sistema etico universalmente valido fondato su un’idea di uomo astratta; pretesa definitivamente distrutta da Nietzsche, che ha aperto la via al totale soggettivismo etico che si è imposto nel Novecento. Parallelamente è stata consegnata al sistema giuridico – in ultima analisi allo stato – l’ultima parola quando si tratta di dirimere contese tra desideri/diritti che entrano in conflitto, e il singolo è stato messo in condizione di “parlare e agire solo come cliente più o meno istruito e obbediente di qualcuno la cui competenza professionale gli ha dato ufficialmente il permesso di parlare come richiesto”. In realtà, osserva MacIntyre, “le” virtù non dipendono da universali astratti, ma si apprendono e hanno significato nella pratica di comunità umane in cui trovano la verifica della loro bontà; in maniera non dissimile da quel che accade nel mondo della scienza, dove paradigmi rivali di ricerca coesistono, fino a che uno non riesce a dar ragione meglio di altri dei dati dell’esperienza.
Negli anni seguenti, MacIntyre passa da Aristotele a Tommaso, e approda alla fede cattolica. Nelle opere successive approfondisce tra l’altro la critica al liberalismo, separandone l’aspetto giuridico-politico, che approva, da quello morale, che si identifica in sostanza con un relativismo pregiudiziale: “Pur proclamando con enfasi retorica l’importanza della dialettica tra opinioni, in realtà ha scarsa fiducia nella possibilità che il dibattito possa produrre un accordo razionale”, e non può che appellarsi, in ultima istanza, alla “retorica sui valori condivisi”. Il paradosso del liberalismo, in altri termini, sta nel fatto che ha il suo fondamento in valori che non è in grado di produrre da sé, ma che riceve da comunità umane che lo precedono e che esso tende viceversa a eliminare: la rinascita di comunità in cui porre razionalmente la questione del bene umano è la condizione anche della sopravvivenza di una politica liberale.



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sabato, agosto 29, 2009

Utterly Charming

Utterly Charming: "Irish Children telling Bible stories get very animated.
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"...they can only blame themselves..."

"...they can only blame themselves...": "Another busy week, and an interesting one. I added two new books to my collection of ancient texts - books which though apparently not referred to by SLJ, can offer some insights into one of our main subjects: the history of science. They are very interesting, and quite old - alas, I only have them in English, though I do hope to obtain them in the original some day:

1. The Didascalicon of Hugh of St. Victor: a Medieval Guide to the Arts translated by Jerome Taylor. Regarding the word 'Arts' in the subtitle, I must quote Taylor's footnote 40 to Book Three: 'That Hugh uses the terms 'art' and 'science' interchangably is evident from a comparison of the title and opening sentence of this chapter [three].' The title reads: 'Which Arts are principally to be read' and the first sentence begins 'Out of all the sciences above named...' There is much meat in this book, and I hope to consider it more fully as time permits.

2. Science and Creation in the Middle Ages: Henry of Langenstein (d. 1397) on Genesis bby Nicholas H. Steneck. This is a study and commentary of Henry's Lecturae super Genesim, but does not contain the text (even in translation). As it mentions Duhem, Buridan and Oresme and others, and examines issues which SLJ also examines, we shall also consider it. It came out in 1976, which was after SLJ's The Relevance of Physics and Science and Creation, but it does not seem to mention SLJ; so far I have not yet noted any mention of Henry in SLJ's writing, though it is possible I have missed the reference. From my casual investigation, it looks to be a relevant and interesting book - certainly the title jumps out!


Now, it is Saturday, so let us have a bit of fun while we learn. Today's excerpt is speaking about the universe....
Taken in itself, any object, in its ontological limitedness, points to God as its only reason for its existence. As Chesterton said somewhere, even a telephone pole proves the existence of God. [Note: I have not yet been able to locate this reference. Dr. T] But no consideration of any object taken separately can demonstrate that it had been produced by God out of nothing in a separate action. All individual objects can be traced to one another. Indeed, this is what science does. It reduces the quantitative aspects of a thing or a group of things to the quantitative aspects of another thing or another group of things. But science cannot assure us about the reality of the totality of things. No matter how many galaxies have been counted or postulated by astronomy, their total sum as calculated or postulated does not necessarily constitute the universe.

The notion of the universe, or the totality of things, is a most philosophical notion. One can argue that totality, for instance, on the epistemological ground that any knowledge is a knowledge of some kind of totality. But anything more here on the intimate epistemological connection between the universals and the universe, would be out of place. There is, I believe, a less abstract argument about the existence of the totality of things, or universe, which is still independent of the actual scientific extent to which man has penetrated into cosmic spaces, either observationally or through his scientific theories. Since the argument begins with real matter, it is not a scientific argument. Science assumes the reality of such matter and only by doing so can it deal with its quantitative properties. Science as such cannot even prove the reality of its very instruments, such as telescopes and microscopes, or even the very existence of scientists. Reference to reality is a philosophical reference, whether some scientists like it or not. And if philosophers or theologians do not like this, they can only blame themselves if in the not too long run they will find themselves with their conceptual pants down.

Now any real matter has quantitative properties. In one way or another all matter can be counted and measured. Scientists as such cannot account for this fact. Some philosophers, like Descartes, tried to do the trick by positing extension as the essence of material reality. In the process, Cartesians lost out not only on reality, but also on science. They even had to give up on God, for good measure. The best approach to the countability of matter is still to be found in the Book of Wisdom where one reads that 'God arranged everything according to measure, number, and weight' (11:20). Belief in the Creator is not at all counterproductive when one wants to use the scientific method with a fair dose of logic.
[SLJ 'Creation: Once and for All' in The Gist of Catholicism and Other Essays 224-5, emphasis added]
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venerdì, agosto 28, 2009

I piccoli mostri della destra

La strumentalizzazione politica della fede, nei paesi a forte presenza cattolica, è consueta. Negli ultimi anni si è intensificata per due ragioni. Anzitutto per il fenomeno, caratteristico degli ultimi due-tre decenni, del «ritorno del Sacro» (carico per giunta di di fanatismo e d'intolleranza): si pensi ai fondamentalismi.
E poi a causa della «politicizzazione della fede»: si pensi ai neoconservatives e dei teoconservatives americani, che da noi hanno trovato qualche imitatore.
A partire dall'indomani dell'11 settembre 2001, istanze del genere si sono intensificate: parte delle destre non hanno esitato a cavalcare l'antislamismo per ramazzare simpatie e suffragi. Dalla «riscoperta delle crociate» alla «difesa dell'identità cristiana» contro la «minaccia musulmana», il passo è stato breve. D'altro canto alcuni ambienti politici «moderati» e conservatori, abituati a prosperare sulla retorica anticomunista, si sono trovati naturalmente a convergere con più ristretti ambienti «radicali», tra i quali continuava ancora a circolare il virus antisemita: l'Islam ha assolto perfettamente alla funzione che per loro avevano da una parte i comunisti, dall'altra gli ebrei.
Benpensanti e xenofobi hanno in comune il bisogno di quel che Hannah Arendt ha definito il «nemico metafisico».
Ciò spiega la radicale svolta filoisraeliana e addirittura filosionista di An, che nel suo passato politico ha alcune «cose» da far dimenticare; e ancora di più quella filocattolica della Lega Nord, fino a qualche mese fa implicata in riti neopagani come il «sacrificio al dio Eridano» e che poi ha sguinzagliato i suoi attivisti a tracciare sul muri delle città italosettentrionali scritte del tipo «Viva la Civiltà cristiana» e invitato i prelati lefebvriani ai suoi meetings.
Ciò spiega anche il «cattolicesimo» di Berlusconi, ottimo interprete di quel benpensantismo italico di cui il conformismo filocattolico (o, come a suo tempo lo definì Pio XI parlando del fascismo, il «filocattolicesimo ateo») è parte integrante. Chiedendo appoggio alla Chiesa, Berlusconi promette in cambio la difesa dell'ordine, della famiglia, della morale tradizionale contro aborto, eutanasia, sperimentazione biologica e via dicendo. E ciò spiega i fenomeni pseudointellettuali abbastanza grotteschi come quello degli «atei devoti».
Ma ci sta, la Chiesa? Con papa Giovanni Paolo II, che nel 2002 in Guatemala rese omaggio ai sacerdoti cattolici fatti ammazzare con la complicità della CIA per aver difeso i campesinos, pareva di no. Con Benedetto XVI, qualcuno ha sperato in interlocutori meglio disposti. Ma lorsignori si sono illusi. La Chiesa non può dimenticare i suoi principii di base, né venir meno ai suoi còmpiti e alla sua stessa struttura disciplinare. Se i fautori della «Civiltà cristiana» criminalizzano per legge l'immigrazione clandestina fino a giungere - com'è accaduto - alla strage, la Chiesa non può rinunziare alla carità e alla difesa degli «ultimi». Se il presidente «cattolico» del consiglio conduce una vita privata tanto in contrasto con la disciplina canonica da incorrere nella scomunica, anche in quanto divorziato risposato, e nonostante ciò ha la spudoratezza di cavalcare demagogicamente la Perdonanza di Celestino V all'Aquila, la Chiesa non può che rispondergli ribadendo con fermezza i limiti oltre i quali la strumentalizzazione della fede dev'essere esplicitamente condannata.
In questa commedia delle contraddizioni, diviene comprensibile anche che alcuni settori di una destra fino a ieri ostentata paladina del cattolicesimo si schierino ora a difesa dello stato laico, mentre altri esigano la revisione del concordato: se la carota della genuflessione a costo zero non paga politicamente più, si rispolvera il bastone bismarckiano-crispino-massonico. La borghesia europea è, da oltre due secoli, maestra in questi giochi di prestigio. E si spiega d'altronde come
Bersani, dialogando con «Comunione e Liberazione», sottolinei la convergenza obiettiva tra istanze cristiane e istanze proprie del socialismo, o almeno di quanto di esso rimane nella sinistra. E forse appunto, proprio alla luce dei mostriciattoli che la destra del nostro paese è stata capace di partorire negli ultimi tre lustri, un bell'esame reciproco di coscienza tra cattolici e sinistra sarebbe auspicabile.

Franco Cardini
Il Manifesto, 27 agosto 2009

L' italiano, una lingua democratica

LA POLEMICA SUI DIALETTI

L' italiano, una lingua democratica

Il guaio dell' età che avanza - parlo per esperienza - è soprattutto la noia . Quella di chi subisce il ciclico ritorno degli stessi dibattiti, degli stessi temi, degli stessi equivoci. È naturale: ogni generazione deve ricominciare da capo. Ma, per il povero anziano, è pur sempre tedioso. Tra i «tormentoni» ricorrenti, ecco di nuovo, in queste settimane, la questione - rinfocolata periodicamente dalla Lega - del rapporto tra lingua nazionale e dialetti locali. Qui, i seguaci di Bossi hanno un grosso, irrisolvibile handicap rispetto a molti movimenti stranieri federalisti o separatisti. In effetti, non vale per l' Italia quanto - osservava Ernest Renan - è vero per altri grandi idiomi. Il francese imposto da Parigi a occitani, bretoni, normanni, còrsi, alsaziani, lorenesi. Il castigliano imposto da Madrid a catalani, baschi, valenciani, galiziani, aragonesi. L' inglese imposto da Londra a gallesi, scozzesi, irlandesi. Il russo imposto da Mosca a ucraini, bielorussi e altre etnie slave. Il mandarino di Pechino imposto a tutti i cinesi. Due sole, grandi lingue, divenute ufficiali per uno Stato, non sono state imposte a popolazioni in parte riluttanti: il tedesco e l' italiano. Entrambe sono, per dir così, «democratiche». Per comunicare tra loro, le genti germaniche, prive di unità politica, dopo un lento avvicinamento degli infiniti dialetti, decisero di adottare, almeno per la scrittura, il sassone aulico in cui Lutero tradusse la Bibbia . Quanto all' Italia, anch' essa frammentata, ebbe solo tardivamente uno Stato, ma fu precocemente una «nazione». A partire dal tardo Quattrocento, chi abitava la Penisola era distinto dagli altri popoli come un «italiano». Ma già nel Medio Evo, tra le «nazioni» riconosciute in Europa - ad esempio, nelle università e nelle corporazioni di mestiere - c' era quella «italiana». Sta soprattutto nella lingua il motivo di questa identità, malgrado lo spezzettamento politico e le forti differenze di ogni tipo tra le Alpi e lo Jonio. Ebbene, spesso si dimentica che, se in Italia si parla e si scrive così, ciò è dovuto alla libera scelta degli uomini di governo e, soprattutto, di cultura , di ogni angolo di quello che solo molti secoli dopo sarebbe divenuto uno Stato. In Italia non ci fu una Capitale dove sedesse un' autorità che imponesse un dialetto locale divenuto lingua ufficiale per le leggi, i tribunali, l' esercito. Da noi, ancor più che in Germania, l' idioma comune fu una sorta di referendum, fu il frutto di una decisione pragmatica che si impose liberamente: poiché, divenuto sempre più arduo esprimersi in latino, occorreva una koiné italica, i gruppi culturalmente e politicamente dirigenti finirono coll' accordarsi (prima nei fatti, e poi nelle teorie dei dotti) sulla variante di volgare illustrato dalla triade sublime, Dante, Petrarca, Boccaccio. Così, fu il dialetto toscano, e in particolare fiorentino, che divenne la lingua franca per gli scambi, la letteratura e poi la cultura in generale. Lingua «democratica», dunque, e al contempo «aristocratica» nel senso che, sino all' unità politica, fu soprattutto scritta da chi sapeva di lettere. Ci vollero non tanto la scuola obbligatoria quanto prima l' Eiar e poi la Rai, nonché il sonoro nei film, per trasformarlo in un idioma praticato da tutti, o quasi. Sta di fatto che - a differenza di un catalano nei confronti di un castigliano o di un provenzale nei confronti di un parigino o di uno scozzese nei confronti di un londinese - nessuno, di nessuna regione italiana, può accusare uno Stato o un Potere di avergli imposto un idioma che, dalla sua, ha avuto semmai solo la forza della cultura. Firenze nulla fece, se non approfittare del talento dei suoi grandi scrittori. Quanto agli attuali «padani», pur comprendendo alcune delle loro ragioni, non dimentichino che, tra Ottocento e Novecento, coloro che più fecero per dare una lingua moderna a tutti gli abitanti della penisola, facendoli uscire dai dialetti e dal toscanismo angusto, furono il lombardo Manzoni, il ligure piemontesizzato De Amicis, il saluzzese Pellico, il torinese d' Azeglio, il dalmata Tommaseo, il veneto Fogazzaro, il romagnolo Pascoli, il genovese Mazzini. E che, ancor prima, l' astigiano Alfieri, il subalpino Baretti, i milanesi Verri e Beccarla, molto avevano fatto per radicare la lingua comune. Per tornare all' Ottocento, il parmigiano Verdi, malgrado offerte di francesi, inglesi, tedeschi, rifiutò di musicare libretti che non fossero in italiano; e persino il «federalista» lombardo Carlo Cattaneo accettò di buon grado la scelta del toscano, in cui scrisse in modo impeccabile, irridendo ai passatismi dialettali. Non irrisione, ma furore, provocavano nel nizzardo Garibaldi coloro che mettevano in discussione l' unità dell' idioma. Morì accanto a lui, all' assedio di Roma, il genovese Mameli, che aveva cantato l' unione di «Fratelli d' Italia» in tutto, a cominciare dalla lingua. Tutti «padani» o, almeno, «nordisti»; e tutti contro la babele vernacolare, anche la loro. «È la storia, bellezza!», verrebbe da celiare con chi si ostinasse a barricarsi sotto il suo campanile, inveendo contro una lingua che gli sarebbe stata imposta da qualche prepotente forestiero. È colpa, o merito, della storia se non si dice un chimerico «padano», ma neanche un «lombardo» (si capiscono, forse, uno di Sondrio e uno di Cremona, uno di Bergamo e uno di Pavia ?) e, se altri idiomi di altre regioni italiane, al Centro e al Sud, esistono, ma non sono praticabili come lingue. Ciò non toglie che i dialetti siano una ricchezza: posso dirlo anche perché, se mi è permesso un riferimento personale, mio padre fu tra i più popolari e, credo, dotati, poeti in modenese. Ma è una ricchezza ancor maggiore lo strumento divenuto pian piano comune, in quasi mille anni, ad almeno 60 milioni di persone. Per forza propria, senza bisogno di decreti governativi tutelati dai gendarmi.

Vittorio Messori

Corriere della Sera, 19 agosto 2009.

I veri numeri dei voti sul testamento biologico

I veri numeri dei voti sul testamento biologico:

Ceccanti (Pd) Sul testamento biologico al Senato i dissensi nel Pdl sempre superiori a quelli nel Pd, sia a voto segreto sia a voto palese




Sul testamento biologico al Senato i numeri danno inequivocabilmente torto a Quagliariello e Gasparri.
I dissensi nel Pdl sono stati sempre superiori a quelli nel Pd, sia voto segreto sia a voto palese.
Sul voto finale a voto palese, nel Pd solo Baio e Gustavino hanno votato sì, mentre nel Pdl Paravia, Pera, Saia e Saro hanno votato No; Conti, Contini e Malan si sono astenuti. Quindi 7 dissensi contro 2, senza aggiungere ai vari ed autorevoli assenti del Pdl (tra cui Dell'Utri e Pisanu) e i non votanti ma presenti in Aula (tra cui Bianconi e Vizzini). Il risultato complessivo è stato in quella occasione: favorevoli 150 contrari 123 astenuti 3.
Nessuna differenza significativa con la più importante votazione a scrutinio segreto, emendamento Finocchiaro a voto segreto, che esprimeva la linea prevalente del gruppo Pd: favorevoli 122 contrari 153 astenuti 3.
E' comprensibile che gli ulteriori dissensi preannunciati da Fini possano innervosire, ma non al punto di falsare i dati che parlano da soli.

giovedì, agosto 27, 2009

Torna GKC, gioioso gigante del buonsenso - Intervista a Paolo Morganti di Morganti Editori

Torna GKC, gioioso gigante del buonsenso - Intervista a Paolo Morganti di Morganti Editori: "

Torna GKC, gioioso gigante del buonsenso



Un'intervista che appare su Letture del mese di dicembre.


Venuti meno i diritti di traduzione, si assiste a un vivace revival italiano su Gilbert K. Chesterton, l’inventore di padre Brown, amato tanto per la sua galoppante fantasia romanzesca, come per la lucidità dei suoi saggi ironici e paradossali.
La prima tentazione, davanti ai giganti, è di parcellizzarli. Considerarne solo un dito, o una gamba, o il busto: così non spaventano più. Capita anche per il poliedrico G.K. Chesterton (1874-1936), che gigantesco lo era anche di statura – la sua bara, troppo grande per le scale, fu calata dalla finestra – e per farsene un’idea basta guardare gli ultimi titoli entrati in commercio.
Bompiani ha messo l’accento sulle sue profezie sociali ristampando due vecchie traduzioni de L’uomo che fu Giovedì e L’osteria volante, che preconizzano – scrive Enrico Ghezzi nelle prefazioni – due questioni attualissime: il complottismo e il confronto con l’Islam. Excelsior 1881 ha messo a fuoco la sua spietata critica al capitalismo, che dà comodamente punti alle previsioni pasoliniane, traducendo gli articoli inediti de L’utopia degli usurai (traduzione di D. Comerlati, pagg. 258, euro 15,50: ottimo l’apparato critico in nota).
Altri hanno ripreso la sua rampante apologetica cattolica. Rubbettino ripropone L’uomo eterno (pagg. 349, euro 18, fuori commercio dal 1930!), mentre Cantagalli ci offre Eugenetica e altri malanni (traduzione di F. Salvatorelli, pagg. 342, euro 22): entrambi con prefazione di Luca Volontè. Il primo è un saggio in risposta a H.G. Wells, fervido sostenitore di uno sviluppo lineare e costante della società: GKC ripercorre la storia dell’umanità indicando salti, fratture, avanzamenti e retrocessioni, e – soprattutto – quell’irriducibile novità che è l’annuncio cristiano. Eugenetica, invece, è una pugnace difesa della vita contro la tirannia estetizzante del benessere; e un plauso va all’editore per aver aggiunto un’appendice di oltre cento pagine per documentare il movimento eugenetico promosso in terra britannica da sir Francis Galton, cugino di Charles Darwin.
Altri editori hanno investito sulle biografie di pensiero. Tanto che, per uno strano fenomeno editoriale, ci troviamo ad avere in contemporanea ben due nuove traduzioni del San Francesco d’Assisi, una per Mursia (traduzione di B. Miro, Mursia, pagg. 159, euro 15) e una per Lindau (traduzione di G. Caputo, pagg. 163, euro 14, prefazione di Giulio Meotti). Sempre Lindau, poi, ha appena sfornato pure il San Tommaso d’Aquino (pagg. 200, euro 16,50, prefazione di mons. Luigi Negri), che con l’altro volume costituisce un dittico sullo splendore medioevale. Dulcis in fundo... nel caso questa cascata di titoli non vi abbia soddisfatti, Morganti editori sta affrontando la sfida di far conoscere GKC per intero attraverso una collana che proporrà nuove e accurate traduzioni di ben quattordici opere. Già pronti i primi due volumi di racconti di padre Brown, mentre ferve l’attesa per la prossima uscita del romanzo-capolavoro Uomovivo. Ne parliamo con l’editore e traduttore Paolo Morganti.

Morganti, perché questo progetto?

«Eravamo interessati a pubblicare un volume su padre Brown. Avevo letto qualcosa quando Renato Rascel lo aveva interpretato nella riduzione televisiva negli anni Sessanta, non rimanendone però particolarmente colpito... un po’ perché all’epoca ero piuttosto giovane, ma soprattutto perché avevo trovato il testo “indigesto”. A distanza di anni mi sono ritrovato a leggere le avventure del pretino chestertoniano. E l’impressione sul testo è rimasta la stessa: non era possibile che questo fosse Chesterton! Dopo aver letto, per reazione, altri libri di GKC, mi sono convinto sempre di più che le traduzioni erano quanto meno datate. A questo punto è scattata una molla...».

...ed è cominciata la traduzione. Prime difficoltà?

«Lo stile dello scrittore non è solo denso e colto, ma è anche ricco di metafore, rimandi, citazioni, allegorie, iperboli. Tutti giochi linguistici che richiedono non solo un’attenta traduzione, ma un’assoluta aderenza al testo. Quindi devono essere fatte ricerche storiche e letterarie per risalire ai personaggi citati, al senso di alcuni motti di spirito, che possono essere tradotti e magari adeguati al lettore moderno solo se collocati nel loro preciso tessuto storico e culturale».

Nelle vecchie traduzioni ha trovato molti tagli?

«I tagli sono stati sistematicamente applicati dove GKC si lascia prendere la mano dalla fantasia, dalle allusioni e dalle citazioni. Non credo a chi sostiene che la ragione sia quella di aumentarne la leggibilità, perché i tagli semplificano le storie, sviliscono i personaggi, creano delle rotture nel ritmo di lettura».

GKC ha spaziato in molti generi, come definirebbe la sua scrittura?

«Lingua sciolta e stile epico-ironico. Il suo linguaggio è unico. Non ho mai trovato uno scrittore in grado di oscillare dal registro tragico a quello umoristico nel tempo di un batter di ciglia. Ora sto ultimando la traduzione di Uomovivo. Il personaggio principale di questo capolavoro, il roboante, assurdo e magico Innocent Smith, è il suo alter ego per antonomasia. Il libro uscirà nel mese di marzo 2009 e lo consiglio a tutti, perché è un autentico inno alla vita e al ripudio della banalità».

La traduzione non è la sua professione principale: quali, allora, le caratteristiche necessarie per tradurre GKC?


«L’immedesimazione e un innato ottimismo. Tradurre GKC attenendosi soltanto al testo, senza accorgersi del metatesto vibrante e coinvolgente, significa svilirne la portata immaginifica ed emotiva. Il grande e grosso Gilbert amava giocare con il linguaggio, come se fosse il miglior giocattolo per un bambino troppo cresciuto: le parole, nelle sue mani, svelano un mondo dove tutto è possibile... dove la speranza impèra, dove la fiducia nel prossimo non si estingue mai, dove l’amore si esprime per tutte le cose».

Quali caratteristiche ne apprezza di più?

«I suoi personaggi sono sempre delle icone del carattere degli uomini. Chesterton è attualissimo e intramontabile, uno scrittore esistenzialista che ha voluto sempre comunicare ai suoi lettori lezioni di vita. I suoi personaggi, che siano ricchi o poveri, giovani o vecchi, innocenti o colpevoli, affetti da una “sana malattia mentale” o rigidamente razionalisti, accettano di buon grado la propria sorte perché la vita, qualunque essa sia, merita di essere apprezzata e vissuta. Lui era un fervente cattolico, anzi, ha trovato nella Chiesa di Roma quello che da sempre cercava: significati universali, legati alla vita, alla morte, al dolore, alla speranza, e soprattutto alla necessità degli uomini di avere dei valori etici che ne guidino i passi sulle strade del mondo».

Si dedicherà anche agli inediti di GKC?

«Alcuni collaboratori li stanno leggendo e valutando. Posso sbilanciarmi solo dicendo che, per il prossimoNatale 2009, la casa editrice uscirà con due libri sorprendenti ».

11 dicembre 2008
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SLJ: Wells on Spencer

SLJ: Wells on Spencer: "[SLJ is writing about Vatican I and cosmology]

As to the prophetic character of the definition which had pantheism for its target, this should seem abundantly clear in view of the deification of the earth and of the universe which is turning into a vogue nowadays. To make matters worse, the vogue is fanned time and again by those who should know better. They would profit by studying John Henry Newman whom they often take for their theologian. He proved himself a saintly prophet when in 1838 he spoke of pantheism as 'the great deceit which awaits the Age to come.'

It was, however, a curious facet of the schemes and their discussions at Vatican I that in connection with that definition nothing was said about new cosmogonies. By the time of Vatican I, Laplacian cosmogenesis had become a chief vehicle of pantheism, especially through its recasting by Herbert Spencer. According to it, the universe had its origin in a supposedly homogeneous fluid, a primordial nebula. Scientists knew only one thing about it, namely, that it was nebulous, but then as now such defects in scientific parlance were readily overlooked by the public increasingly eager to be saved by science. And that cosmogony certainly seemed to assure the naively unwary that since that primordial nebula was homogeneity incarnate, it needed no explanation. The reasoning merely lulled the mind into believing that the universe with such a starting point needed no Creator. For the mind is awakened only when it is confronted with specifics, the very opposite to homogeneity.

It seems indeed that the periti at Vatican I may have missed a good point or two concerning Creed and Universe. At any rate, scientists at that time were not too eager to speak of the universe as such. For most of the time, Laplace's theory meant a discourse only about the evolution of the planetary system, where it failed miserably, a point amply shown by the time of Vatican I. Worse, it was not from within the Neo-Thomist revival sparked after Vatican I that there came the most incisive rebuttal of a cosmogenesis with a homogeneous starting point. It was, of all people, H. G. Wells, a professed agnostic and sometime atheist, who noted, though only a generation after the death of Herbert Spencer: 'He [Spencer] believed that individuality (heterogeneity) was and is an evolutionary product from an original homogeneity, begotten by folding and multiplying and dividing and twisting it, and still fundamentally it.'
[SLJ Universe and Creed 17-19]

Note: See also chapter 2, 'Nebulosity Dissipated' in SLJ's God and the Cosmologists and chapter 6, 'The Angular Barrier' in SLJ's Planets and Planetarians: A History of Theories of the Origin of Planetary Systems . The Wells quote is from his First and Last Things: Confession of Faith and Rule of Life.
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martedì, agosto 25, 2009

learning to write is learning to think

learning to write is learning to think: "

Non siamo soli a guardare sgomenti la progressiva perdita della capacità di scrivere degli studenti. Vedi il lungo articolo sul NYT. Occorre insegnare a scrivere. E’ quanto da anni si cerca di fare alla sezione epistemologica del Dipartimento di filosofia: leggere e scrivere. Perché, come dice un commentatore dell’articolo di cui sopra: “imparare a scrivere è imparare e pensare” (”learning to write is learning to think”).


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Classifica facoltà Lettere e filosofia Censis Repubblica 2009

Classifica facoltà Lettere e <b>filosofia</b> Censis Repubblica 2009: "È l'Università di Siena l'ateneo che offre la migliore facoltà di Lettere e Filosofia per la classifica Censis Repubblica 2009.



Universita.it - http://www.universita.it/
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lunedì, agosto 24, 2009

Our Society: A Plea On Behalf of Truth

Our Society: A Plea On Behalf of Truth: "
For your consideration: some more about our purpose, and a strong appeal to work, yes, even as scientists, for the conversion of others... did you know that Jaki's work was a driving force in conversions? What are we waiting for? Be sure to make your work - at your lab bench or desk or computer, at home or at play or in church - a plea on behalf of truth.
--Dr. Thursday


The question, whether one can know that there is a universe, a concept which Kant disqualified as a bastard product of the metaphysical craving of the intellect, is of course constantly staring any and all scientific cosmologists in the face. It will not be avoided by replacing the term universe, this most catholic entity insofar as it stands for the totality of consistently interacting things, with the term rnultiverse, which is but a verbal cover-up for endorsing cosmic incoherence, a most unscientific perspective indeed. On a different level, work in biology, especially in genetics, brings up with ever greater pressure questions that are ethical in that supreme sense in which ethics relates to the very catholic core of personhood.

A Catholic intellectual must be ready to face up to such questions and in a genuinely Catholic sense. And if he has not acquired the ability to cope with such questions, he at least must have a vivid conviction that Catholic answers can be given to such questions, and indeed have been given time and again. And, most importantly, the Catholic intellectual must not turn the truth of those answers into a function of the measure of their acceptance in secular academia, which is well nigh zero in most cases.

A Catholic intellectual must be ready to swim against the tide which will flow against him until the end of time. He must not dream about a new Middle Ages, partly because those Ages were very mediocre in many ways, and partly because history cannot be replayed. Utopia and history are mutually exclusive notions. The Catholic intellectual cannot meditate often enough on an often overlooked statement in the Documents of Vatican II about the grim struggle between the Church and the World, a struggle that shall never abate. A Catholic intellectual is, of course, fully entitled to wonder about the strange disproportionality between that gigantic struggle and its brief portrayal in those Documents.

The Catholic intellectual must be ready to recognize opportunities for Catholic research in his own field. The case of Pierre Duhem (1861-1916) remains most instructive. He did not dream of what he would eventually find as he started searching for the historical origin of the principle of virtual velocities, a cornerstone of the science of motion. He wanted to do no more than show that historically too, the exact science of physics was an economic coordination of data of measurements and therefore unqualified to say anything ontological, let alone metaphysical.

This is not to suggest that a vast portrayal of this point would not have contained a great liberating vision, the prospect of sidelining once and for all the specter of scientism. But when Duhem found that the first intimation of that principle was done in the medieval Sorbonne, he did not hesitate to put everything aside. The result was a portrayal in a dozen or so vast volumes of the medieval Christian origin of Newtonian science.

Duhem himself, a staunch and devout Catholic from childhood, gave a priceless account of this intellectual odyssey of his in his essay, 'Physics of a Believer,' which should be compulsory reading for all Catholic intellectuals, whether scientists or not. Perhaps the meditative reading of that essay will give them the inspiration to put a great deal aside when even a remotely similar opportunity arises before their searching eyes.I mentioned Duhem partly because I found in his lifework, combining the task of a physicist, of an historian and philosopher of science, and of an artist to boot, a truly catholic and Catholic inspiration, in more than one sense. Certainly inspiring should seem his resolve not to be discouraged by secular academia's systematic slighting of him during his life. He held it to be his greatest satisfaction when he received word about the intellectual support which Catholic university people and students found in his writings.

The fact that some non-Catholic readers of my The Relevance of Physics and of my Gifford Lectures, The Road of Science and the Ways to God found in them a major incentive to join the Catholic Church remains for me far more precious than some prestigious prizes. Not that either of those books was apologetics in any sense. They were mere pleas, as any intellectual effort should be, on behalf of truth.
[SLJ 'The Catholic Intellectual' in The Gist of Catholicism and Other Essays 34-5, emphasis added]

Postscript from Dr. Thursday: Confer, if you will, this parallel thought from Chesterton:
A dead thing can go with the stream, but only a living thing can go against it. A dead dog can be lifted on the leaping water with all the swiftness of a leaping hound; but only a live dog can swim backwards. A paper boat can ride the rising deluge with all the airy arrogance of a fairy ship; but if the fairy ship sails upstream it is really rowed by the fairies.
[GKC The Everlasting Man CW2:388]
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"I Papi: l'ONU non basta più" - [di Vittorio Possenti]

"I Papi: l'ONU non basta più" - [di Vittorio Possenti]: "
NEW YORK - MAY 11:   United States Ambassador ...Image by Getty Images via Daylife
Fonte: Avvenire


La Caritas in veritate è un’encicli­ca ricca di speranza che potrà sorprendere chi si attendeva solo un elenco di critiche, mentre la spe­ranza guarda lontano verso cose ne­cessarie ma ardue. Un suo punto di vertice, finora poco avvertito, è quello in cui il Papa tocca uno dei massimi nodi della situazione mondiale ed un nucleo che presiede alla vita dei popoli: la chiave politica (n. 67). La crisi at­tuale, da tanti sentita quasi solo come finanziaria, possiede profonde radici politiche: se le istituzioni economiche e finanziarie mondiali hanno funzio­nato male, almeno altrettanto è capi­tato per le istituzioni politiche nazio­nali e sovranazionali. Le grandi diffi­coltà planetarie hanno molti nomi: povertà (insieme alla fame, monta l’e­norme problema della sete e dell’ac­cesso all’acqua: un vero diritto, sinora non riconosciuto e invece elencato dall’enciclica), guerre, corsa agli arma­menti, crisi energetica ed ecologica.

È impensabile che un tale fascio di pro­blemi di dimensione mondiale possa essere avviato a soluzione senza un grande disegno che sbocchi in un’au­torità politica mondiale: «Urge la pre­senza di una vera Autorità politica mondiale, quale è stata già tratteggiata dal mio predecessore, il beato Giovan­ni XXIII», ed organizzata secondo sus­sidiarietà (n. 67). Occorre un’organiz­zazione sovrastatale planetaria, resa necessaria dall’esistenza di un bene comune universale che non può esse­re assicurato da una responsabilità politica frammentata. Anche in questo campo decisivo Caritas in veritate ap­plica il criterio della tradizione che si evolve nei nuovi contesti, riprendendo e rilanciando le preziosissime acquisi­zioni di Pacem in terris.

Secondo l’en­ciclica giovannea «i poteri pubblici delle singole Comunità politiche, posti come sono su un piede di uguaglianza giuridica fra essi, per quanto moltipli­chino i loro incontri e acuiscano la lo­ro ingegnosità nell’elaborare nuovi strumenti giuridici, non sono più in grado di affrontare e risolvere gli ac­cennati problemi adeguatamente; e ciò non tanto per mancanza di buona volontà o di iniziativa, ma a motivo di una loro deficienza strut­turale », per il dislivello in­colmabile tra l’attuale or­ganizzazione e le esigenze obiettive del bene comu­ne universale. I nuovi pro­blemi a dimensioni mon­diali non possono essere adeguatamente affrontati e risolti che ad opera di autorità politiche aventi ampiezza, strutture e mezzi delle stesse propor­zioni e in grado di operare in modo efficiente su pia­no mondiale».

Nell’arco di tre anni (1963-65) Gio­vanni XXIII con la Pacem in terris, Paolo VI col discorso del 1964 all’Onu e il Concilio con la Gaudium et spes, parlando all’unisono, hanno gettato le basi di una filosofia politica postmo­derna, di cui il pensiero è per secoli ri­masto privo anche nei suoi rappresen­tanti più illuminati come Kant, men­tre la sua linea prevalente (Machiavel­li, Hobbes, Rousseau, Hegel, eccetera) andava in direzione contraria. Adesso Benedetto XVI ripropone questo es­senziale filo conduttore. Circa 15 anni prima della Pacem in terris, Jacques Maritain con L’uomo e lo Stato aveva aperto il cammino, affermando la ne­cessità di un’autorità politica mondiale che non si limitasse alla riforma del­l’Onu, certo necessaria ma viziata dal fatto (semplice ma radicale) che l’Onu è un’associazione di Stati sovrani che sui punti più essenziali non rinuncia­no alla loro sovranità, garantendosi ad esempio ad ogni costo il preteso dirit­to di dichiarare guerra. Il lavoro, pur prezioso, dell’Onu non può arrivare alla radice del male e resta inevitabil­mente precario, per il fatto che esso è un organismo creato e messo in moto dagli Stati, di cui non può che registra­re le decisioni (in specie di quelli più potenti).

L’ostacolo grande che impe­disce l’avvio a soluzione dei grandi problemi della famiglia umana è la mancanza di organizzazione politica del mondo che, perpetuando l’anar­chia e l’irresponsabilità internazionali, rende vani tanti progetti di migliora­mento. In mancanza di ciò si deve cer­to ricorrere al multilateralismo, consa­pevoli però dei suoi limiti intrinseci. Collocandosi ad un livello di penetra­zione particolarmente felice che non è dato riscontrare in importanti pensa­tori del ’900, la dottrina sociale della Chiesa rappresenta il futuro più au­tentico della politica. Hans Kelsen av­vertì il rischio mortale rappresentato dalla sovranità, ma non andò oltre un progetto di organizzazione solo giuri­dica della società mondiale, oltretutto minato dal suo drastico positivismo giuridico che esclude ogni diritto natu­rale.

Nelle sue ricerche sulla guerra e sulla pace Norberto Bobbio sviluppò il rilievo delle istituzioni politiche, senza però giungere all’idea di un’au­torità politica mondiale, di cui diffidava poiché la pensava del tutto hobbe­sianamente come un superstato monocratico senza alcuna sussidia­rietà.
Recentemente Jurgen Habermas ha ripreso il progetto kantiano per la pace perpetua, senza a mio avviso an­dar oltre la sfera pur essenziale del di­ritto per entrare in quella della politi­ca. Sono le categorie stesse della poli­tica moderna (sovranità indivisibile, potere, conflitto) e il suo paradigma, spesso centrato solo sulla forza, ad es­sere inadeguati, mentre la dottrina so­ciale della Chiesa riposa sui cardini di bene comune, autorità, giustizia, sus­sidiarietà, solidarietà. Anche da que­sto lato essa mostra la necessità di u­scire dallo schema hobbesiano ed hegeliano, retaggio infelice della moder­nità, per un nuovo inizio.

Vittorio Possenti
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100 German Professors Being Investigated for Taking Bribes to Award PhDs

100 German Professors Being Investigated for Taking Bribes to Award PhDs: "Story here. No indication of how many folks were paying bribes for philosophy doctorates!"

domenica, agosto 23, 2009

“An understanding heart”

“An understanding heart”: "

An open mind is really a mark of foolishness, like an open mouth.  Mouths and minds were made to shut; they were made to open only in order to shut.  In direct connection with this question of mythology and human belief the point may roughly be put thus: An extraordinary idea has arisen that the best critic of religious institutions is the man who talks coldly about religion.  Nobody supposes that the best critic of music is the man who talks coldly about music.  Within reasonable bounds, the more excited the musician is about music, the more he is likely to be right about it.  Nobody thinks a man a correct judge of poetry because he looks down on poems.  But there is an idea that a man is a correct judge of religion because he looks down on religions.  Now, folklore and primitive faiths, and all such things are of the nature of music and poetry in this respect — that the actual language and symbols they employ require not only an understanding, they require what the Bible very finely calls an understanding heart.  You must be a little moved in your emotions even to understand them at all; you must have a heart in order to make head or tail of them.  Consequently, whenever I hear on these occasions that beliefs are being discussed scientifically and calmly, I know that they are being discussed wrong.  Even a false religion is too genuine a thing to be discussed calmly.


The Illustrated London News, 10 October 1908.


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Perché Zapatero è così attratto dai diritti dello scimpanzé

Perché Zapatero è così attratto dai diritti dello scimpanzé: "

Il fatto che il governo spagnolo abbia recentemente stabilito che anche gli scimpanzé devono godere di alcuni diritti umani apre una questione talmente complicata che forse si potrebbe iniziare a illustrare partendo da un episodio, purtroppo solo romanzesco, che si trova in un libro funambolico di Raymond Queneau, “I fiori blu”.

Continua sul sito del Foglio.it



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sabato, agosto 22, 2009

New template

Il blog, che ho aperto da poco, sulla filosofia della traduzione, ha da oggi un nuovo aspetto.

venerdì, agosto 21, 2009

'Chi non vuole vedere e chi muore'

'Chi non vuole vedere e chi muore': "
Lampedusa and nearby islandsImage via Wikipedia
Marina Corradi è una delle migliori firme (se non la migliore in assoluto, opinione mia personale) di Avvenire.


Sono arrivati in cinque. Erano ische-­letriti, cotti dal sole che martella, in agosto, sul canale di Sicilia. Ma il bar­cone, era grande: ce ne stipano ottanta, i trafficanti in Libia, di migranti, su bar­che così. Affastellati uno sull’altro co­me bidoni, schiena a schiena, gli ultimi seduti sui bordi, i piedi che penzolano sull’acqua. E dunque quel barcone vuo­to, con cinque naufraghi appena, è sta­to il segno della tragedia. Laggiù a 12 miglia da Lampedusa, ai margini estre­mi dell’Europa, un relitto di fantasmi. Cinque vivi e forse più di settanta mor­ti, in venti giorni di peregrinazione cie­ca nel Mediterraneo.
Decine e decine di eritrei inabissati come una povera za­vorra di ossa in fondo a quello stesso mare in cui a Ferragosto incrociano na­vi da crociera, traghetti, e gli yacht dei ricchi. È questo il dato che raggela an­cor più. Perché in venti giorni, nelle acque della Libia e di Malta, e in mare aperto, qualcuno avrà pure incrociato, o almeno intravisto da lontano quel barcone; ma lo ha lasciato andare al suo destino. Solo da un peschereccio, hanno detto i superstiti, ci hanno da­to da bere. Come dentro a una spieta­ta routine: eccone degli altri. E non ci si avvicina. Non si devia dalla rotta tracciata, per un pugno di miserabili in alto mare. Noi non sappiamo immaginare davve­ro. Come sia immenso il mare visto da un guscio alla deriva; come sia spaven­toso e nero, la notte, senza una luce.
Co­me picchi il sole come un fabbro sulle teste; come devasti la sete, come scar­nifichino la pelle le ustioni. Noi del mon­do giusto, che su quelle stesse acque d’a­gosto ci abbronziamo, non sappiamo quale spaventevole nemico siano le on­de, quando il motore è fermo, e l’oriz­zonte una linea vuota e infinita. Non possiamo sapere cosa sia assistere all’a­gonia degli altri, impotenti, e gettarli in acqua appena dopo l’ultimo respiro. 'Altri' che sono magari tuo marito o tuo figlio. Ma bisogna liberarsene, senza tempo per piangere. Perché quel sole tormenta e disfa anche i morti; e i vivi, vogliono vivere. Noi non sappiamo com’è il Mediterra­neo visto da un manipolo di poveri cri­sti eritrei, fuggiti dalla guerra, sfruttati dai trafficanti, messi in mare con un po’ di carburante e vaghe indicazioni di u­na rotta.
Ma c’è almeno un equivoco in cui non è ammissibile cadere. Nessuna politica di controllo della immigrazio­ne consente a una comunità interna­zionale di lasciare una barca carica di naufraghi al suo destino. Esiste una leg­ge del mare, e ben più antica di quella pure codificata dai trattati. E questa leg­ge ordina: in mare si soccorre. Poi, a ter­ra, opereranno altre leggi: diritto d’asi­lo, accoglienza, respingimento. Poi. Ma le vite, si salvano. E invece quel barcone vuoto – non il pri­mo arrivato come un relitto di morte al­la soglia delle nostre acque – dice del farsi avanti, tra le coste africane e Mal­ta, di un’altra legge. Non fermarsi, tirar dritto. (Pensate su quella barca, se avvi­stavano una nave, che sbracciamenti, che speranza. E che piombo nel cuore, nel vederla allontanarsi all’orizzonte).
La nuova legge del non vedere. Come in un’abitudine, in un’assuefazione. Quan­do, oggi, leggiamo delle deportazioni degli ebrei sotto il nazismo, ci chiedia­mo: certo, le popolazioni non sapevano; ma quei convogli piombati, le voci, le grida, nelle stazioni di transito nessuno li vedeva e sentiva? Allora erano il tota­litarismo e il terrore, a far chiudere gli oc­chi. Oggi no. Una quieta, rassegnata in­differenza, se non anche una infastidi­ta avversione, sul Mediterraneo. L’Oc­cidente a occhi chiusi. Cinque naufra­ghi sono arrivati a dirci di figli e mariti morti di sete dopo giorni di agonia. Nel­lo stesso mare delle nostre vacanze. U­na tomba in fondo al nostro lieto mare. E una legge antica violata, che minac­cia le stesse nostre radici. Le fonda­menta. L’ idea di cos’è un uomo, e di quanto infinitamente vale.
Marina Corradi
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Food for thought...

Food for thought...: "

... from G. K. Chesterton, taken from his very interesting book, What I Saw in America, first published in 1922:

The Declaration of Independence dogmatically bases all rights on the fact that God created all men equal; and it is right; for if they were not created equal, they were certainly evolved unequal.

There is no basis for democracy except in a dogma about the divine origin of man. That is a perfectly simple fact which the modern world will find out more and more to be a fact. Every other basis is a sort of sentimental confusion, full of merely verbal echoes of the older creeds. Those verbal associations are always vain for the vital purpose of constraining the tyrant. An idealist may say to a capitalist, 'Don't you sometimes feel in the rich twilight, when the lights twinkle from the distant hamlet in the hills, that all humanity is a holy family?' But it is equally possible for the capitalist to reply with brevity and decision, 'No, I don't,' and there is no more disputing about it further than about the beauty of a fading cloud. And the modern world of moods is a world of clouds, even if some of them are thunderclouds.

For I have only taken here, as a convenient working model, the case of negro slavery; because it was long peculiar to America and is popularly associated with it. It is more and more obvious that the line is no longer running between black and white but between rich and poor. As I have already noted in the case of Prohibition, the very same arguments of the inevitable suicide of the ignorant, of the impossibility of freedom for the unfit, which were once applied to barbarians brought from Africa are now applied to citizens born in America. It is argued even by industrialists that industrialism has produced a class submerged below the status of emancipated mankind. They imply that the Missing Link is no longer missing, even from England or the Northern States, and that the factories have manufactured their own monkeys. Scientific hypotheses about the feeble-minded and the criminal type will supply the masters of the modern world with more and more excuses for denying the dogma of equality in the case of white labour as well as black. And any man who knows the world knows perfectly well that to tell the millionaires, or their servants, that they are disappointing the sentiments of Thomas Jefferson, or disregarding a creed composed in the eighteenth century, will be about as effective as telling them that they are not observing the creed of St. Athanasius or keeping the rule of St. Benedict.

Also see, "What Is America?", another excerpt from the same book.

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giovedì, agosto 20, 2009

Il processo (a Facebook)

Il processo (a Facebook): "
(Gurrado per Il Foglio)



Si sveglia tardi, l’arcivescovo Nichols. Poteva farlo un paio d’anni fa, quando lui era ancora a capo della diocesi di Oxford e io mi sentii chiedere dalla mia vicina di camera al St Hugh’s College, in procinto di tornarsene in America: “Hai Facebook?” “No.” “Vabbe’, allora niente”. E niente fu: mai più vista né sentita nonostante mesi di buon vicinato e profferte di aggiornamenti eterni. Oggi potrei anche ricostruire il suo nome ma mi guardo bene dal ricontattarla per chiederle se si ricorda ancora di me. Potrebbe rispondere di sì.



Infatti ora Facebook ce l’ho ma lo uso soprattutto per offendere le persone. Tre richieste di amicizia su quattro vengono scartate, non solo premendo il miracoloso pulsante “ignora” – che andrebbe importato anche nella vita reale – ma anche rispondendo con una mail circostanziata nella quale spiego nel dettaglio i motivi del rifiuto. Vi assicuro che dà una sensazione molto più piacevole dell’antiquato gesto di sbattere il telefono in faccia agli immeritevoli.



Come sempre non conta tanto lo strumento in sé ma il suo utilizzo. L’arcivescovo Nichols lamenta problemi evidenti (disumanizzazione, isolamento) e presunti (il suicidio?) ma se fossi in lui proporrei piuttosto metodi alternativi, iniziative ludico-luddiste per dare più importanza alle persone e meno ai loro profili virtuali. Ad esempio: invece di allungare all’infinito la lista di amici ponendo tutti sullo stesso piano, ridurla progressivamente eliminando quelli che hanno meno ragion d’essere. Se oggi ho, vediamo, 134 amici, entro la fine del mese potrei soppiantarne quattro che ritengo superflui o dannosi riducendoli a 130 per fare cifra tonda. Entro la fine di settembre scenderei a 120, a ottobre a 110 e così via. Idem dovrebbero fare i miei amici e gli amici dei miei amici – peraltro questa terminologia dimostra che Facebook è la mafia 2.0. Così, eliminandone dieci al mese o uno ogni tre giorni, intorno ad aprile dovrei ritrovarmi con 50 selezionatissimi amici, cifra finalmente ragionevole. Considerando però che nel frattempo buona parte di quelli che non ho avuto cuore di eliminare mi avrà di sicuro sacrificato a tradimento con lo stesso gioco crudele, entro sei mesi sul mio monitor comparirebbe il triste epitaffio “Gurrado non ha amici”, e come me tutti gli altri. Facebook chiude e l’arcivescovo Nichols trionfa.



Ma forse non c’è nemmeno bisogno di questi mezzucci: basta aspettare che la gente muoia. Non parlo di suicidarsi eliminando il proprio profilo (tanto più che Facebook è un Dio geloso, che si compiace di chiedere per centinaia di volte al tuo indirizzo mail perché te ne vai, e non andartene, e pensaci due volte, e pensaci tre, e torna fra noi), parlo proprio di morte naturale. Purtroppo gli utenti di Facebook hanno un’età media piuttosto bassa quindi il loro decesso è un evento ancora raro; ma il tempo gioca a favore della comare secca e, per estensione, dell’arcivescovo Nichols. Se io per esempio schiattassi questa sera, il mio profilo su Facebook continuerebbe a vivere e prosperare come se niente fosse. La mia casella postale accoglierebbe comunque gli aggiornamenti dei gruppi “Il telo sulla Ghirlandina”, “Le donne preferiscono gli uomini di destra” e “Ci avete rotto il cazzo con Roberto Saviano”. Verrei comunque sommerso di test quali “Scopri quanto sei valdostano” e “A quale delle Desperate Housewives corrispondi?”. Orde di sconosciuti molesti si lamenterebbero perché non rispondo più alle loro casuali richieste d’amicizia.



Sempre che qualcuno non si accorga che sono morto e decida di diffondere la notizia. La bacheca di Facebook si presta agevolmente anche all’uso funerario e l’esibizionismo tracimerebbe al momento del saluto estremo: “Ci manchi”, “Per l’ultima volta ciaoooo”, “Grazie di tutto e a presto, anzi spero di no”, “Brutto maiale mi dovevi dieci euri”. Qualcuno creerebbe l’evento delle mie esequie. Man mano che gli utenti invecchiano e muoiono, ai sopravvissuti verranno a noia questi profili imperituri e anche in questo caso si finirà con il fallimento di Facebook e la gloria dell’arcivescovo Nichols. Il quale si accorge adesso che Facebook spersonalizza ma in Inghilterra non lo ascolta nessuno: non perché sono tutti protestanti ma perché sono già tutti su Twitter.
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mercoledì, agosto 19, 2009

More Worldwide Photo Walk Images Honored

More Worldwide Photo Walk Images Honored: "

Today I’m going to give my personal favorites in a bunch of different categories, from images that didn’t become one of the finalists or the Grand Prize winner, but I felt were so great that they deserved some recognition as well.


Here’s what so amazing to me about all this. If the winning images you saw yesterday, and here today, were entered in a regular photo contest, none of us would blink an eye—-a great image is a great image. But most contest allow you to choose any photo from your entire lifetime of shooting, or perhaps any photo taken in the last year, or any photo in a particular category. But in this case, here’s what the photographers were up against.



  • They were not able to choose the location (it was chosen for them).

  • They were not able to choose the time of day (it was chosen for them).

  • They were only able to shoot for two hours.

  • They shot in the light that was there. They couldn’t go back later (or earlier) in better light.


Yet they came away that images that are inspiring, creative, and in many cases, breathtaking! That’s what makes this so special. Two hours. That’s it. And look what they came up with! To me, that makes these images, and the ones chosen yesterday, all the more amazing.


Before we get to seeing some images, there were some recurring themes in the types of photos that where picked by local winners, and went into judging to become finalists. For example, there were:



  • Lots of HDR shots

  • Lots of shots of other Photo Walk photographers

  • Lots of shots of reflections

  • Lots of shots of homeless people

  • Lots of shots of children

  • Lots of bees landing on flowers

  • Lots of people seen through store windows

  • Lots of Bridges

  • Lots of Churches (inside and out)

  • Lots of shots of statues and art

  • Lots of shots of stairs

  • Lots of train shots


Anyway, it gives you an broad view of what people wound up shooting a lot of.


The images that follow are my favorites that didn’t make their way into the prize category, but are nonetheless deserving of recognition:



"Reflection of Thai" by Jakkrit Koompaisawad (Muang, Thailand)sm

BEST REFLECTION SHOT


“Reflection of Thai”

by Jakkrit Koompaisawad (Muang, Thailand)


"Punta Gorda Gas Station" by Bill Conway (Punta Gorda, Florida)

BEST USE OF HDR


“Punta Gorda Gas Station”

by Bill Conway (Punta Gorda, Florida)


"Steeplechase Face" by Brian Matiash (Brooklyn-Coney Island, New York)sm

BEST SHOT WITH TOO MUCH HDR BUT I LIKED IT ANYWAY


“Steeplechase Face”

by Brian Matiash (Brooklyn-Coney Island, New York)





"The Arcade" By Tom Bower (Cleveland, Ohio) sm

BEST HDR SHOT THAT DOESN’T SCREAM “IT’S AN HDR SHOT!”


“The Arcade”

By Tom Bower (Cleveland, Ohio)


"Windows" by Les Doerfler (Washington, DC)

BEST B&W


“Windows”

by Les Doerfler (Washington, DC)




"Flower with Bee" by Don Tredinnick (Saint Paul, Minnesota)sm


BEST MACRO SHOT

Flower with Bee’

by Don Tredinnick (Saint Paul, Minnesota)


GTP9879

BEST LANDSCAPE SHOT THAT NEEDS A LEVELS ADJUSTMENT


Vermillion Lake Sunrise

By Peter Carroll (Banff, Alberta, Canada)




"Faz" by Andrew Morley (London Southbank, England)sm

BEST USE OF COLOR

‘Faz’

by Andrew Morley (London Southbank, England)


"Waiting for Water" by Shamir Karim (Dhaka Gulistan, Bangladesh)

BEST DUOTONE


“Waiting for Water”

by Shamir Karim (Dhaka Gulistan, Bangladesh)


"Day by Day" by Jacek Glogowski (Krakow, Poland)

BEST SHOT I LOVE BUT CAN’T EXPLAIN WHY


“Day by Day”

by Jacek Glogowski (Krakow, Poland)




"Thunderbirds" by Shelly Wynecoop (Spokane, Washington)sm

BEST CAR SHOT

‘Thunderbirds’

by Shelly Wynecoop (Spokane, Washington)




"Tunnel Vision" By Eric Parks (Blue Ridge, North Carolina) sm

BEST REALLY BLURRY SHOT OF A COUPLE IN A TUNNEL WITH GRAFFITI

‘Tunnel Vision’ (above)

by Eric Parks (Blue Ridge, North Carolina)







"Wading" by Fred Moses (Boston, Massachusetts)sm

BEST SHOT OF SOMEBODY’S FEET


‘Wading’

by Fred Moses (Boston, Massachusetts)





"No, It Is Not A Gun!" by Nemanja Jovanovic (Belgrade,Serbia)sm

BEST SHADOWY SHOT


“No, It Is Not A Gun!”

by Nemanja Jovanovic (Belgrade, Serbia)





"Hitchhiking On A Mural" By Hugh Smith (Burnsville, North Carolina)sm

BEST ‘CUTSIE’ SHOT THAT MAKES YOU SMILE

‘Hitchhiking On A Mural’

by Hugh Smith (Burnsville, North Carolina)




"Augers" by Jerry Ranch (Des Moines, Iowa)sm

BEST SHOT OF THING I DON’T KNOW WHAT IT IS

‘Augers’

by Jerry Ranch (Des Moines, Iowa)




"Photowalk Tugs" by Landya McCafferty (Portsmouth, New Hampshire)sm

BEST PHOTO WITH PAINTING EFFECT

‘Photowalk Tugs’

by Landya McCafferty (Portsmouth, New Hampshire)




"The Stairs On Mirror Lake" by Trenton Moore (Lakeland, FL)sm

BEST PATTERN SHOT

‘The Stairs On Mirror Lake’

by Trenton Moore (Lakeland, FL)




"Sunset" by Panot Tangsucharit (Khon Kaen Provine, Thailand)sm

BEST SHOT OF ANOTHER PHOTOGRAPHER FROM THE PHOTO WALK

‘Sunset’

by Panot Tangsucharit (Khon Kaen Provine, Thailand)





Sinuousity

BEST SHOT THAT LOOKS LIKE IT WOULD BE HANGING IN A REALLY NICE HOTEL LOBBY

‘Sinuousity’

by Nick Heaphy (Christchurch, New Zealand)




"Dancing on Air" by Nicola Corboy (Cashel, Ireland)sm

BEST FLOATING PEOPLE SHOT

‘Dancing on Air’

by Nicola Corboy (Cashel, Ireland)


Paradise Lost

BEST USE OF PHOTOSHOP EFFECT SHOT


“Paradise Lost”

by Don Johnson (Boise City, Idaho)


"Glasses" by Ernesto Campana Jr. (San Pedro, Philippines)sm

BEST STILL LIFE


“Glasses”

by Ernesto Campana Jr. (San Pedro, Philippines)


"Passing Smiles" By Adrian Bailey (Brisbane City, Australia)sm

BEST SHOT THAT DROVE BY


“Passing Smiles”

By Adrian Bailey (Brisbane City, Australia)


"Dreary Day" by Chris Lazzery (Ogunquit, Maine)sm

BEST MOODY SHOT


“Dreary Day”

by Chris Lazzery (Ogunquit, Maine)


"Al Faisaliah Tower" By Thamer Altassan (Riyadh, Saudi Arabia)sm

BEST SHOT THROUGH A WINDOW


“Al Faisaliah Tower”

By Thamer Altassan (Riyadh, Saudi Arabia)


"Terrazza Mascagni" by Franco Catalucci (Livorno, Italy)sm

BEST HAPPY SHOT


“Terrazza Mascagni”

by Franco Catalucci (Livorno, Italy)


"Both Sides of the Track" by Mike Toth (Bridgetown, Western Australia)sm

BEST WARM COLORS SHOT


“Both Sides of the Track”

by Mike Toth (Bridgetown, Western Australia)


"After Hours Apothecary" by William Palank (San Francisco, Chinatown, California)sm

BEST SHOT I CAN’T STOP LOOKING AT


“After Hours Apothecary”

by William Palank (San Francisco, Chinatown, California)


My sincere congratulations to all these fantastic photographers whose work I really felt deserved some extra recognition.







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