mercoledì, agosto 22, 2012

Il nostro matrimonio



lunedì, agosto 20, 2012


I have known many happy marriages, but never a compatible one. The whole aim of marriage is to fight through and survive the instant when incompatibility becomes unquestionable. For a man and a woman, as such, are incompatible.
G. K. C.

giovedì, agosto 09, 2012


La filosofia uccisa dai festival
(e dagli eventi di “Repubblica”)

Fulvio AbbatePubblicato da 
il 8 agosto 2012.
Pubblicato in Le Altre Idee.
Cos’è la filosofia nelle società ad alta pressione spettacolare? Semplice, è l’oroscopo dei diplomati, destinato ai pochi che hanno letto anche soltanto un libro nella vita, fosse pure Siddharta di Hermann Hesse.
Scorgo proprio adesso su la Repubblica un articolo a firma Roberto Esposito testualmente dedicato a una “disciplina che vive una stagione di successo popolare”. Tra festival, dibattiti, inviti speciali, al termine dei quali, aggiunge lo scettico, la terra non s’è mossa neppure di un millimetro, anzi, su tutto, come in un gradito ritorno all’inquietante sistema tolemaico, sorge infine, come ennesimo sole nero, il volto di Massimo Cacciari, filosofo appunto, incoronato da una barba da pensatore, fra Nietzsche e Schnauzer gigante con pedigree rilasciato al “San Raffaele” di Milano; sempre iconograficamente parlando, va da sé. L’articolo apparso sul quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, a sua volta filosofo di se stesso, prova a indagare il tema ispido del pensiero in funzione, il pensiero come spinterogeno dialettico, muovendo da un interrogativo che, in definitiva, si incarna nelle delibere quotidiane degli assessorati alla cultura o nell’occhio magico degli sponsor disposti a investire “in cultura”. Trent’anni fa c’erano le mostre della Transavanguardia (con Chia, Paladino e gli altri), dei Nuovi Selvaggi tedeschi (con A. R. Penck, Baselitz, ecc.), dei graffitisti Usa (con Haring, Basquiat, Rammellzee…) adesso invece s’innalza la brochure dell’Opera Nazionale Dopolavoro Filosofico.
Ma sono davvero utili questi convegni, di più, questi festival della filosofia? Dove il pubblico prende posto in anticipo nella convinzione che verrà inaugurato il bingo della Verità, dove c’è modo, in assenza dei pezzi grossi trapassati, gli Heidegger, i Foucault, i Castoriadis o magari perfino dei viventi Habermas o Balibar, di imbattersi, oltre nel già citato Cacciari, negli altrettanto validi nostrani Emanuele Severino, Remo Bodei, Giulio Giorello, Giacomo Marramao e magari, che so, perfino in Franco Battiato, venuto lì a spiegare finalmente cosa cazzo è mai l’era del cinghiale bianco; perché ci stanno sempre bene gli artisti in questo genere di cose, magari anche Vinicio Capossela; avanti, un po’ di banale profondità d’autore, per “alleggerire”, dare un pendant “secolarizzato” all’evento, non guasta, assicura il promotore.
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mercoledì, agosto 08, 2012


Chi decide quale debba essere la “nostra” dimensione politica?



Paolo Ponzio


L’intervento di Roberto Esposito su La Repubblica dal titolo «Filosofia prêt-à-porter» riporta nuovamente l’attenzione su una situazione bizzarra nella quale si trova oggi gran parte del pensiero filosofico contemporaneo: quella di una sagra all’interno della quale ogni interlocutore cerca di ergersi, come un novello don Chisciotte, a difensore del suo “mulino” di idee senza che si tenga in conto alcuno quale sia la loro origine filosofica e il contesto al quale esse si riferiscono. È ciò che si vede, e in questo ha ragione Esposito, in tanti festival di filosofia, caffè socratici e manifestazioni affini che propongono un discorso filosofico senza più – direi, forse in maniera tranchant – l’onere della prova.
Certo, una filosofia così a buon mercato, che non rende più ragione del suo essere e del suo statuto disciplinare, sempre meno avrà da dire alle scienze e alle questioni antropologiche che pure chiedono di lei e del suo giudizio. E tuttavia, a ben vedere, un tale panorama non può che essere rintracciato nella evoluzione storica che il pensiero filosofico ha assunto a partire con la modernità e con la sua presunta pretesa di conoscere l’uomo unicamente attraverso il metodo della scienza naturale, congetturando la possibile scoperta di leggi che avrebbero determinato l’essere e il comportamento dell’uomo stesso.
Era questo il sogno di gran parte del pensiero positivistico e materialistico che sembrava essersi concluso con la caduta del muro di Berlino e la fine delle ideologie. Riecheggiano, a tal proposito, le parole di Romano Guardini nel suo La fine dellepoca moderna, quando affermava che «L’uomo quale è concepito dai tempi moderni non esiste. I rinnovati tentativi di richiuderlo in categorie alle quali non appartiene: meccaniche, biologiche, psicologiche, sociologiche, sono tutte variazioni della volontà fondamentale di fare di lui un essere che sia “natura” e diciamo pure natura spirituale. E non si vede ciò che egli è anzitutto ed in modo assoluto: persona finita, che come tale esiste, anche quando non lo voglia, anche quando rinneghi la propria natura. […] Persona che ha la stupenda e terribile libertà di conservare o di distruggere il mondo, e persino di affermare e di realizzare se stessa o di abbandonarsi e perdersi”. (p. 80). 
Guardini sembra tracciare con chiarezza quale possa essere la via per uno sviluppo differente della posizione filosofico-politica attuale: l’affermazione della persona in quanto dotata di quella libertà che lo fa “voler-essere” anche quando vorrebbe rinnegare la sua natura. Di qui il valore inestimabile della “natura” umana: un bene che neanche l’uomo stesso può manipolare pienamente e da cui non ci si stancherà mai di ripartire.


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domenica, agosto 05, 2012


Contro lo sport

Violenza e conigli. L’insostenibile leggerezza di un flagello mondiale

Nelle cosiddette società sviluppate e complesse,i crimini più gravi sono compiuti da istituzioni, non da individui. E quanto più grandi, continui e istituzionali sono i crimini, tanto più difficile è percepirli a occhio nudo. Così argomentava Enzensberger un quarto di secolo fa nel suo libro “Mediocrità e follia”, parafrasando un’idea sviluppata già negli anni Cinquanta da Günter Anders in “L’uomo è antiquato”. Non c’è dunque da meravigliarsi se ogni tanto qualche osservatore o studioso punta la sua lente sui crimini morali e materiali che si annidano nella pratica corrente di un’istituzione: esercito, polizia, scuola, sanità, giustizia, comunicazione. Nelle liberaldemocrazie la violenza è diluita e mascherata ma non assente.
E’ dello sport e degli stadi che si occupa il libro di Marc Perelman “Sport barbaro. Critica di un flagello mondiale” (Medusa, 174 pp. 14 euro). Fin dalle prime pagine la mia reazione immediata è stata di sorpresa e di rammarico. Ma guarda (mi sono detto) queste cose, anche se in termini diversi, le ho pensate da così tanto tempo e tante volte che ormai non ci facevo più caso. La forza dell’abitudine ci addormenta. Il sottinteso bellico, violento, distruttivo, razzistico o ebete dello sport, delle emozioni che scatena e degli interessi che soddisfa è stato spesso notato. Ma alla fine e dopo ogni critica e denuncia, lo sport trionfa sempre, si impone su tutto: gli istinti che esprime sono così primitivi e primari, che sembra invulnerabile a ogni obiezione. Sono decine gli amici e conoscenti che, per quanto appassionati di calcio, hanno smesso da decenni di frequentare gli stadi. Ma neppure questa reazione di paura e di disgusto di molti tifosi riesce a essere convincente. Basta che lo spettacolo venga goduto in televisione perché la barbarie sia dimenticata e il calcio, nonostante tutto, ridiventi sano e santo. Viene semmai visto e denunciato come “antiumano” chi lo critica.
Leggendo Marc Perelman, mi è tornata in mente una pagina di Piergiorgio Bellocchio pubblicata nel numero 5 di Diario nel 1987, anche perché Bellocchio impiega poche righe per dire quello che Perelman dilata analiticamente in un libro. Ma come sappiamo i libri risultano più autorevoli dei saggi brevi e se non viene esibita una congrua bibliografia ogni affermazione sembra meno scientificamente persuasiva.
Scriveva Bellocchio: “La criminalità degli stadi, dove la domenica si celebra il rito calcistico fondato sulla violenza verbale e fisica; violenza premeditata, covata e nutrita durante l’intera settimana; violenza che se non si propone ancora come obiettivo esplicito l’eliminazione fisica dell’avversario, limitandosi per lo più a minacciarla, pur tuttavia finisce spesso per ottenerla ugualmente, e quando l’evento si compie, lo si celebra; la criminalità degli stadi ha conseguito i suoi massimi trionfi quando questi luoghi sono stati utilizzati per segregare, torturare, massacrare gli avversari politici. Un uso eccezionale, ma non abnorme. Sono stati piuttosto momenti della verità, rivelatori della natura profonda di questo tempio, totale realizzazione della sua potenzialità. Galera e mattatoio. Poi il sangue viene lavato e lo stadio torna al normale suo uso: partite di calcio, concerti rock, meeting religiosi. Violenza rituale di routine, fisiologica (…) Le ricorrenti invocazioni dei forni crematori hitleriani contro gli atleti israeliani non sono tanto un sintomo di rigurgito antisemita; la specifica ideologia nazista c’entra poco. Se i tifosi sapessero dei massacri italiani in Libia e in Etiopia, si può star sicuri che verrebbero entusiasticamente sbandierati in occasione di incontri contro squadre libiche e etiopiche. Abbiamo visto schernire come ‘conigli’ i morti dello stadio di Bruxelles e auspicare il ripetersi di altre Bruxelles. E non dimentichiamo che, nonostante la strage, quella partita fu regolarmente giocata, seguita con sportiva emozione dagli spettatori, e coronata dagli abbracci finali dei vincitori”.
L’analisi di Marc Perelman usa Freud (lo sport distoglie i giovani dal sesso), Kracauer (“Lo sport abbrutisce le masse”), Benjamin (“I Giochi olimpici sono reazionari”). Ricorda l’uso autocelebrativo delle olimpiadi fatto dalla Germania nazista nel 1936 e dalla Cina totalitaria nel 2008, denuncia le mille ipocrisie retoriche del Comitato olimpico e le enormi spese inutili per la costruzione di edifici giganteschi e mostruosi che violentano la forma storica delle città.
E’ difficile dubitare che nel secolo delle masse e della loro mobilitazione organizzata lo sport non facesse parte della tendenza generale. Ma mi sembra che il furore critico di Perelman si travasi con troppo ottimismo in un progetto di boicottaggio e di lotta politica allo sport. Ancora una volta, la tradizione culturale francese mostra di credere nei poteri sociali e politici dell’illuminismo e in quelli dell’intellettuale, poteri che certo in Francia sono tuttora maggiori che in quasi tutti i paesi del mondo. L’autore sembra ritenere che il passaggio dalla teoria critica alla prassi sia naturale, ovvio, lineare, diretto. Ma per Adorno e Horkheimer, molto citati e approvati nel libro, non era esattamente così. Alla domanda: “Se questa è l’analisi, che cosa proponete?”, i due filosofi avrebbero risposto che proponevano la loro analisi, cioè la comprensione delle cose, nient’altro. Per loro, questo non era poco. Con gli intellettuali e con la loro decisione di agire, Adorno era spietato. E’ stato lui a scrivere: “Comunque agisca, l’intellettuale sbaglia”. A partire da questo aforisma si potrebbe scrivere un altro libro.

giovedì, agosto 02, 2012

Chesterton e Gandhi

Chesterton e Gandhi:
Nel suo editoriale uscito nell'edizione del 2 Ottobre 1909 dell'Illustrated London News Chesterton affrontò la questione del nazionalismo indiano. Scrisse: "La prova della democrazia non è se il popolo vota ma se il popolo governa. L'essenza di una democrazia è che il tono nazionale e lo spirito del tipico cittadino è evidente e suggestivo nelle azioni dello stato". Ed egli riteneva che "la debolezza principale" dei nazionalisti indiani alla ricerca dell'indipendenza consistesse nel fatto che il loro nazionalismo fosse "non molto indiano e non molto nazionale": "C'è una differenza tra un popolo conquistato che domanda le proprie istituzioni e lo stesso popolo che domanda le istituzioni del conquistatore". L'articolo fu letto da Gandhi, che era a Londra in quel momento per fare pressioni per "una maggiore libertà del diritto di residenza, viaggio e commercio per i membri della diaspora indiana in Sud Africa" dove egli allora viveva.
Fece riferimento all'articolo in un dispaccio che inviò al giornale che aveva fondato a Durban, l'Indian Opinion. Questo articolo per varie ragioni non apparve che nel Gennaio dell'anno seguente. Nel frattempo, Gandhi aveva risposto alle critiche di Chesterton completando in dieci giorni, a bordo della nave che lo riportava in Sud Africa, "un'ampia difesa delle virtù dell'antica civiltà indiana". Scritto nella lingua madre di Gandhi, fu pubblicato col titolo "Hind Swaraj", ed anche in inglese col titolo "Indian Home Rule" (letteralmente "governo domestico indiano", o più propriamente autogoverno indiano, nota di traduzione), a Durban nel 1910.

Ian Ker, G. K. Chesterton - A biography, Oxford Press, 2011 (nostra libera traduzione)


(nella foto: un giovane Gandhi ai tempi della sua presenza in Sud Africa)