giovedì, marzo 31, 2016

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mercoledì, marzo 30, 2016

Le Storie 42: La terra dei vigliacchi, la recensione

Le Storie 42: La terra dei vigliacchi, la recensione:



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La terra dei vigliacchi è una storia narrativamente perfetta, un diamante nella collana antologica di gioielli de Le Storie

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lunedì, marzo 28, 2016

diegocusano:Sushi Time

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Sushi Time
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Sushi Time

domenica, marzo 27, 2016

Pregare il Vangelo - Domenica di Pasqua

Pregare il Vangelo - Domenica di Pasqua:



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Domenica di Pasqua
Risurrezione del Signore


Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-9) 


Preghiera


Cristo Gesù, ti hanno posto una grossa pietra avanti al sepolcro, credendo che la tua vicenda fosse conclusa. Non ti hanno atteso risorto, essendo duri di cuore a intendere le scritture, come hai rimproverato ai discepoli di Emmaus, che ti hanno riconosciuto solo dopo che hai aperto il loro cuore alla intelligenza delle stesse e spezzato il pane con loro. In tanti hanno richiesto e visto la potenza del tuo essere divino attraverso i miracoli compiuti, mentre non hanno creduto che la stessa potenza divina si potesse manifestare per la tua vittoria sulla morte. Deboli di fede, non hanno creduto alle tue parole. Lo stesso Pietro, sul Tabor - dopo aver ascoltato che di lì a poco saresti salito a Gerusalemme, per il compiersi della tua ora, e che al terzo giorno saresti risorto da morte - ha voluto fosse cancellato tutto questo tuo progetto divino. La sola Maria di Magdala ha creduto alla tua parola, perché tu sei risorto in lei. Il canto liberatorio del “Cristo, mia speranza, è risorto” è il cesello di colei che ha creduto. Ha creduto perché ha molto amato. 



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E a noi che abbiamo fatto il percorso quaresimale di conversione, di ritorno a te e al tuo vangelo, dona di essere partecipi della tua risurrezione; di nuovamente sentirci rinati da acqua e Spirito Santo, come nel giorno in cui siamo stati inseriti in te, a te conformati per grazia di redenzione. Sia la tua vittoria sulla morte, la tua risurrezione, la speranza che ci sorregge quando la vita ci porta a dover reggere la nostra croce, ad attraversare i tunnel. Sii quella luce che la liturgia della veglia pasquale celebra nel cero e ci fa intravedere come percorso del credente, dal battesimo fino al momento in cui il nostro corpo mortale si poserà disteso davanti al tuo altare. Sia quella luce la speranza che saremo da te accolti nel tuo regno, partecipi per sempre del tuo amore.



La preghiera è tratta dal libro: 


Pregare il Vangelo di P. Anastasio Francesco Filieri O Carm




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Domenica di pasqua 2014

sabato, marzo 26, 2016

O Croce di Cristo!
O Croce di Cristo,
simbolo dell’amore divino e dell’ingiustizia umana,
icona del sacrificio supremo per amore e dell’egoismo estremo per stoltezza,
strumento di morte e via di risurrezione,
segno dell’obbedienza ed emblema del tradimento,
patibolo della persecuzione e vessillo della vittoria.
O Croce di Cristo,
ancora oggi ti vediamo eretta nelle nostre sorelle e nei nostri fratelli uccisi, bruciati vivi, sgozzati e decapitati con le spade barbariche e con il silenzio vigliacco.
O Croce di Cristo,
ancora oggi ti vediamo nei volti dei bambini, delle donne e delle persone, sfiniti e impauriti che fuggono dalle guerre e dalle violenze e spesso non trovano che la morte e tanti Pilati con le mani lavate.
O Croce di Cristo,
ancora oggi ti vediamo nei dottori della lettera e non dello spirito, della morte e non della vita, che invece di insegnare la misericordia e la vita, minacciano la punizione e la morte e condannano il giusto.
O Croce di Cristo,
ancora oggi ti vediamo nei ministri infedeli che invece di spogliarsi delle proprie vane ambizioni spogliano perfino gli innocenti della propria dignità.
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi nei cuori impietriti di coloro che giudicano comodamente gli altri, cuori pronti a condannarli perfino alla lapidazione, senza mai accorgersi dei propri peccati e colpe.
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi nei fondamentalismi e nel terrorismo dei seguaci di qualche religione che profanano il nome di Dio e lo utilizzano per giustificare le loro inaudite violenze.
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi in coloro che vogliono toglierti dai luoghi pubblici ed escluderti dalla vita pubblica,
nel nome di qualche paganità laicista o addirittura in nome dell’uguaglianza che tu stesso ci hai insegnato.
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi nei potenti e nei venditori di armi che alimentano la fornace delle guerre con il sangue innocente dei fratelli.
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi nei traditori che per trenta denari consegnano alla morte chiunque.
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi nei ladroni e nei corrotti che invece di salvaguardare il Bene Comune e l’Etica si vendono nel misero mercato dell’immoralità.
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi negli stolti che costruiscono depositi per conservare tesori che periscono,
lasciando Lazzaro morire di fame alle loro porte.
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi nei distruttori della nostra “casa comune” che con egoismo rovinano il futuro delle prossime generazioni.
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi negli anziani abbandonati dai propri famigliari, nei disabili e nei bambini denutriti e scartati dalla nostra egoista e ipocrita società.
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi nel nostro Mediterraneo e nel mar Egeo divenuti un insaziabile cimitero, immagine della nostra coscienza insensibile e narcotizzata.
O Croce di Cristo,
immagine dell’amore senza fine e via della Risurrezione, ti vediamo ancora oggi nelle persone buone e giuste che fanno il bene senza cercare gli applausi o l’ammirazione degli altri.
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi nei ministri fedeli e umili che illuminano il buio della nostra vita come candele che si consumano gratuitamente per illuminare la vita degli ultimi.
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi nei volti delle suore e dei consacrati – i buoni samaritani – che abbandonano tutto per bendare, nel silenzio evangelico, le ferite delle povertà e dell’ingiustizia.
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi nei misericordiosi che trovano nella misericordia l’espressione massima della giustizia e della fede.
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi nelle persone semplici che vivono gioiosamente la loro fede nella quotidianità e nell’osservanza filiale dei comandamenti.
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi nei pentiti che sanno, dalla profondità della miseria dei loro peccati, gridare: Signore ricordati di me nel Tuo regno!
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi nei beati e nei santi che sanno attraversare il buio della notte della fede senza perdere la fiducia in te e senza pretendere di capire il Tuo silenzio misterioso.
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi nelle famiglie che vivono con fedeltà e fecondità la loro vocazione matrimoniale.
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi nei volontari che soccorrono generosamente i bisognosi e i percossi.
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi nei perseguitati per la loro fede che nella sofferenza continuano a dare testimonianza autentica a Gesù e al Vangelo.
O Croce di Cristo,
ti vediamo ancora oggi nei sognatori che vivono con il cuore dei bambini e che lavorano ogni giorno per rendere il mondo un posto migliore, più umano e più giusto.
In te Santa Croce vediamo Dio che ama fino alla fine,
e vediamo l’odio che spadroneggia e acceca i cuori e le menti di coloro preferiscono le tenebre alla luce.
O Croce di Cristo,
Arca di Noè che salvò l’umanità dal diluvio del peccato, salvaci dal male e dal maligno!
O Trono di Davide e sigillo dell’Alleanza divina ed eterna, svegliaci dalle seduzioni della vanità!
O grido di amore, suscita in noi il desiderio di Dio, del Bene e della Luce.
O Croce di Cristo,
insegnaci che l’alba del sole è più forte dell’oscurità della notte.
O Croce di Cristo,
insegnaci che l’apparente vittoria del male si dissipa davanti alla tomba vuota e di fronte alla certezza della Risurrezione e dell’amore di Dio che nulla può sconfiggere od oscurare o indebolire.
Amen!
Papa Francesco

giovedì, marzo 24, 2016

A Must Read

A Must Read: Yes, this book is more than a quarter of a century old; but I am still going to recommend it to you ... well, to those of you who don't already have it, or who don't refer often to it ...

John Henry Newman A Biography by Ian Ker (Oxford, Clarendon Press, 1988) (available in paparback).

Blessed John Henry Newman is exactly the man you need to read now. And "Dr Ker's biography is gripping because ...

lunedì, marzo 21, 2016

Distributism Is Not Dead

Distributism Is Not Dead:



The Catholic Worker, July-August 1956
The very fact that people are always burying Distributism is evidence of the fact that it is not dead as a solution. John Stanley buried it last year in the Commonweal and Social Justice of the Central Verein in St. Louis some months ago buried it. But it is an issue that won’t be buried, because Distributism is a system conformable to the needs of man and his nature.

We write of farming communes as an ideal form of institution towards which we should aim, and for which we should plan and we will continue to write about those which are in existence today in a continuing attempt as a way of living. We feel that there are ways of combating the servile state, and working towards a restoration of property.

During those months there was an exchange of visits between Soviet farmers to this country and some of our farmers to the U.S.S.R. There were some very interesting newspaper accounts. One of our Iowa farmers visited some large-scale collective farms where 5,000 or so Russians were employed by the State in spite of the fact that they were using modern machinery. This was a collective farm, but each family was allotted anywhere from half an acre to two acres, and on this small plot they had their own cow and chickens and pigs, and raised such an amount of vegetables, that it was due to their efforts that so much foodstuffs were able to go on the market. The cities would be hard put to find the foods they needed, were it not for these smaller plots.

At the same time one would feel that communal farming of such vast acreage as there is in the Soviet Union and the United States would not be out-of-place in the raising of wheat and flax and cotton and fruits and other such stuffs that demand large acreage and in some cases many men employed.

Here in the U.S. we have our migrant laborers, millions of them, to harvest the crops, and they live ill-fed, ill-clad, ill-housed and are definitely a problem in our economy. In Russia they seem to be stabilized. The very mention of such numbers would indicate that there could be no speed up, though planting and harvest time necessarily mean long hours, from dawn to dark, with corresponding shorter hours and lighter toil in winter.

I’ve been told on farms I have visited in my trips around the country that winter is just as hard as summer for the individual farmer, since the animals have to be fed more often (not having the grazing they do in the summer) and the work is done under the difficult conditions of the cold and dark, with fewer laborers.

Governor Harriman talked of poverty being a national problem and he was doubtless thinking of migrants, and Mexicans, Puerto Ricans, and Negroes and our city and country slums. Labor leaders have talked of pockets of unemployment. Where industry has moved south, or to another town there is great fanfare over enterprising real estate men who buy up the factories and invite other diversified industries to take over. With all our prosperity there is still the specter of unemployment.

But on the land, as Peter Maurin always said, there is no unemployment. There is food, clothing, shelter, and fuel and work to do. Proof of this is in spite of our poverty and pockets of unemployment, is the fact that in all the 23 years of the Catholic Worker, only one farmer has come to us, and that was John Filliger, who was a seaman during the 1936 strike, who seeing our need, stayed with us. There is the saying, “Scratch a seaman and you will find a farmer.”

In the New World Chesterton series published by Sheed and Ward, the volume Tremendous Trifles has an essay called “The Dickensian.” Our readers will remember that G.K.’s Weekly championed Distributism and his two books, What’s Wrong with the World and The Outline of Sanity are basic volumes to read on Distributism, together with The Sun of Justice, by Harold Robbins, his friend.

In this essay, “The Dickensian,” Chesterton and a stranger meet on a little pleasure boat crawling up Yarmouth Harbor. The stranger is mourning the passing of good old things like the wooden figureheads on ships and he prowls around the old parts of the town looking for traces of Dickens in Yarmouth. During the course of the afternoon they visit a church and there is a stained glass window which was flaming “with all the passionate heraldry of the most fierce and ecstatic of Christian Arts,” there was the angel of the resurrection. Chesterton dashed out of the church, dragging his friend after him, to buy as he said, ginger beer, postal cards, to listen to the concertinas, to ride on a donkey. And when the Dickens enthusiast all but decided Chesterton needed to be committed to a mental hospital, the latter explains:

“There are certain writers to whom humanity owes much, whose talent is yet of so shy or retrospective a type that we do well to link it with certain quaint places, or certain perishing associations.” And he went on to say that were Dickens living today, he would not be harking back to the past, but dealing with things just as he found them. So that he, Chesterton, was being particularly Dickensian by enjoying his surroundings as they were, and beginning from there.

It is the same with Distributism. It needs to be constantly rewritten, re-assessed, restated, with the wisdom and clear-sightedness of a Chesterton who by his paradoxes, made us see our lives and our problems in the light of Faith, who can help us today to make a synthesis of Cult, Culture and Cultivation.

In spite of the nuclear age we are living in, we can plant our gardens even if they are only window boxes, we can awaken ourselves to God’s good earth and in little ways start going out on pilgrimage, to the suburbs, to the country, and when we get the grace, we may so put off the old man, and put on Christ, that we will begin to do without all that the City of man offers us, and build up the farming commune, the Village, the “city” of God, wherein justice dwelleth.

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domenica, marzo 20, 2016

Il mercato dei corpi -



Mariangela Mianiti, 15.03.2016 

Habemus Corpus. Chiamare la maternità surrogata una donazione è un eufemismo perché in realtà si tratta di un vero e proprio mercato che ha dei tariffari, una domanda e un’offerta, dei contratti, un marketing, dei mediatori, come in qualunque scambio di merce o di prestazione

Nel felice racconto della genitorialità con la gestazione per altri si è trattato con pochi accenni a una parte importante della questione, ovvero il prima dell’impianto dell’embrione. Quel prima non è un pezzo da poco perché riguarda la selezione e l’acquisto del materiale genetico che serve per costruire la nuova vita, ovvero lo sperma e gli ovuli, fondamentali perché determinano le caratteristiche di una persona. La scelta di questi donatori e della portatrice di utero hanno dei costi e si stanno muovendo secondo criteri economici e geografici simili a quelli dei movimenti dei capitali finanziari.


Chiamare la maternità surrogata una donazione è un eufemismo perché in realtà si tratta di un vero e proprio mercato che ha dei tariffari, una domanda e un’offerta, dei contratti, un marketing, dei mediatori, come in qualunque scambio di merce o di prestazione. L’invasione del linguaggio e della mentalità del marketing nel mercato dei corpi, perché di questo si tratta, è già avvenuto e basta guardare gli slogan di certe agenzie che ricalcano quelli della promozione di viaggi low cost, come Pacchetto bimbo in braccio, Pacchetto Surrogacy, pacchetto Economy Plus che stabiliscono tariffe diverse secondo i tentativi di fecondazione e le scadenze del compenso.

Continua qui.

sabato, marzo 19, 2016

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venerdì, marzo 18, 2016

Punctuation in Blood Meridian by Cormac McCarthy (left) and in...

Punctuation in Blood Meridian by Cormac McCarthy (left) and in...:

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Punctuation in Blood Meridian by Cormac McCarthy (left) and in Absalom, Absalom! by William Faulkner (right).(source)


Life, Underground

Life, Underground:








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giovedì, marzo 17, 2016

Buona festa di San Patrizio a tutti!


martedì, marzo 15, 2016

The Modern World and the Election of 2016

The Modern World and the Election of 2016:





(Illustration: us.fotolia.com | dervish15)
The Modern World and the Election of 2016 | Carl E. Olson | Editorial | Catholic World Report

“The whole modern world has divided itself into Conservatives and Progressives," wrote G.K. Chesterton in an April 19, 1924 column in The Illustrated London News. The essay was titled "The Blunders of Our Parties", with the parties in question being the Tories (conservatives) and the Whigs (progressives).  Despite being nearly a century old and being written about another country's political conflicts, the essay provides plenty of food for thought, as do the many other essays by Chesterton from the same period—many of them about America (a country that both fascinated and rather confounded the great English writer, who confessed "I really did feel as if I were on another planet when I was in the United States.")

"The business of Progressives is to go on making mistakes," wrote Chesterton, who then stated:

The business of Conservatives is to prevent mistakes from being corrected. Even when the revolutionist might himself repent of his revolution, the traditionalist is already defending it as part of his tradition. Thus we have two great types -- the advanced person who rushes us into ruin, and the retrospective person who admires the ruins. He admires them especially by moonlight, not to say moonshine. Each new blunder of the progressive or prig becomes instantly a legend of immemorial antiquity for the snob. This is called the balance, or mutual check, in our Constitution.
The current Long March to the White House is a perfect case in point. Perhaps even the best case possible, for it is, to my mind, yet another round of the same old song-and-dance routine that is presented under the auspices of "liberal vs. conservative". Now, I am not denying there are real and substantive differences between the various candidates, as I think there are; nor am I saying that it won't really matter who is elected since nothing ever really changes and improves—although I confess to being tempted at times to resign myself to such a perspective.

Rather, consider what FOX News, the leading "conservative" news/opinion outlet, covers approximately 94.38% of the time: the presidential campaigns, caucuses, speeches, debates, dramas, arguments, strategies, posturings, and platforms. It's not just that news stations and outlets focus nearly all of their time and energy on politics, with occasional forays into the world of entertainment and celebrities (and, really, who can tell the difference between candidate and celebrities?). It's the incessant, constant, and unremitting coverage of the cult of the presidency, which has in recent decades been married (or adulterated) with the cult of celebrity, further fusing together the essential qualities of the dominant American culture: power, fame, and salesmanship.

So, we are told that Candidate X is "liberal" and Candidate "Y" is "conservative" because of differing stances on the economy, immigration, marriage, race relations, solar power, and so forth. That's all well and good, but we hear and ingest these labels and positions with the assumption—it really is the political air we breathe—that Candidate X or Y is going to bring about remarkable change on all these fronts. He or she is going to bring about "change", impart "hope", restore "order", manifest "sanity", inculcate "fairness and equality", establish "accountability", grant "freedom", and once again plant—in the town square, or on your television screen—the shining beacon of "greatness" that has soiled and sullied by President Z.

Yet that was not the role of the President of the United States prior to the 20th century. Quite the contrary.

Continue reading on the CWR site.

lunedì, marzo 14, 2016

Towards a Pro-Life and Pro-Family Economy

Towards a Pro-Life and Pro-Family Economy:

Last month I wrote an article titled Are They Pro Life? In this piece I offered mixed praise of Rand Paul, the Republican Senator from Kentucky, and Bernie Sanders, the Democratic Senator from Vermont, two candidates that in various areas diverged from the establishment, while concluding that their respective guiding principles are ultimately neither pro-life nor pro-family.

The Democratic Platform idolizes abortion on demand, same-sex marriage, gender ideology, and aims to exert greater control over who can or who cannot participate in the economy—penalizing small entrepreneurs with uniform tax policies and hefty regulations in order to satisfy those at the very top of their market sectors.

This assessment might leave our readers to assume I hold the opposite platform, applauding the Republican alternative and extolling Capitalism as the victor in its sesquicentennial wrestling match with Socialism. Nothing could be farther from the truth.

Capitalism arose as a social and economic force that annihilated the family and organically developed into the culture of death we breathe in today. As G.K. Chesterton wrote in The Wells and the Shallows,

It cannot be too often repeated that what destroyed the Family in the modern world was Capitalism. No doubt it might have been Communism, if Communism had ever a chance, outside that semi-Mongolian wilderness where it actually flourishes. But, so far as we are concerned, what has broken up households, and encourages divorces, and treated the old domestic virtues with more and more open contempt, is the epoch and power of Capitalism. It is Capitalism that has forced a moral feud and a commercial competition between the sexes; that has destroyed the influence of the parent in favor of the influence of the employer; that has driven men from their homes to look for jobs; that has forced them to live near their factories or their firms instead of near their families; and, above all, that has encouraged, for commercial reasons, a parade of publicity and garish novelty, which is in its nature the death of all that was called dignity and modesty by our mothers and fathers.1
While most Republican candidates tend to be nominally pro-life, their platform has little to offer that is truly pro-life and pro-family. Influenced by the principles that promote radical individualism and low wage dependence, the Republican Platform makes it difficult, if not altogether impossible, for expectant mothers to support their children post birth. Even if abortion is made illegal, if Roe v. Wade is overturned (both of which would be good things), an economic philosophy that makes abortions desirable and resolves to have charity provide for those who take the courageous decision to keep their children, is hardly pro-life.

Multiple studies have shown that poverty plays a significant part in a woman’s decision to procure an abortion. One U.S. study from 2008 shows that close to 42% of women who obtained abortions live at or below the poverty line, while a more recent 2011 study reveals that nearly 69% of terminated pregnancies are from economically disadvantaged women—women who can’t take time off work, typically have substandard healthcare, have little or no paid vacation, and work more than 40 hours a week. Using data from 2008 and 2011, a recent study polled 954 women and concluded that close to 40% of women sought abortions because they did not consider themselves financially prepared for a child, 12% sought a better life for a child than was available to them at that moment, and 36% felt it simply wasn’t the right time for a baby.

These statistics do not make abortions morally justifiable. Not by any means. But they do show a correlation between systematic financial instability and infanticide.

Just as Chesterton, Belloc and many other distributists have documented, Distributism takes these socio-economic realities into account.2 A distributist economy would entail supporting local and small family-owned businesses that would encourage the growth of family size through direct control of the means of production. Those employed outside of the home would be guaranteed a just wage, that is, a substantial wage for a single parent to provide for the family, one which “allows a person not only to provide the basic needs of his family and maintain his status, but also enough extra that, through diligence and effect, he can improve his situation.”3 Amongst other practical distributist economic policies would be the development of programs to help expectant mothers support their children (post birth) in the wake of pregnancy: paid maternity leave, effective and affordable educational assistance for mother and child to advance in their educational paths, and providing free or affordable education for those who choose to have more children. This could also include the creation of a “child allowance” in which parents are given a monthly allowance for each child—a financial boost for the wellbeing of their children. According to Elizabeth Bruenig and as illustrated by Matt Bruenig a no-strings attached $300 per month per child stipend would reduce child poverty by 42 percent. Similarly, a working child allowance program would also provide private charities (including crisis pregnancy centers) with job opportunities and a valuable source of reassurance. Crisis pregnancy centers and other pro-life agencies could train volunteers to help struggling parents or single mothers sign up for the program.

These practical distributist policies emerge as an antidote to the destruction of the family caused by the natures of Capitalism and Socialism, which have both sought to undermine the family economically and socially. Distributism would allow families to be self-sufficient with access to the means of production, sound policies to encourage family flourishing, and an authentic platform for achieving a truly pro-life and pro-family economy.

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domenica, marzo 13, 2016

In Memoriam: Hilary Putnam (1926-2016)

In Memoriam: Hilary Putnam (1926-2016): One of the great figures of post-WWII "analytic" philosophy, Professor Putnam made seminal contributions to the philosophies of science, mathematics, language, and mind. He earned his PhD at UCLA with Hans Reichenbach, and taught at Northwestern, Princeton, MIT and for...


sabato, marzo 12, 2016

safety first

safety first:

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safety first

venerdì, marzo 11, 2016

Violet, una supereroina italiana contro la Camorra

Violet, una supereroina italiana contro la Camorra:



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È nata una nuova supereroina, nostrana e verace, che combatte contro la Camorra a Napoli: Violet!

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giovedì, marzo 10, 2016

La crisi globale: lezioni dal Medioevo

La crisi globale: lezioni dal Medioevo:

I moderni ammiratori di G.K. Chesterton (Il profilo della ragionevolezza) ed E.F. Schumacher (Piccolo è bello) vengono talvolta accusati di voler ritornare al Medioevo, e possono essere facilmente presi in giro perché vorrebbero farlo nell’era della disponibilità immediata della medicina moderna e dei computer portatili.

Ma né Chesterton né Schumacher erano così ingenui. Invocavano un particolare tipo di progresso: verso una società più centrata sull’uomo, ma pur sempre sofisticata tecnologicamente e capace di sviluppo creativo. Entrambi realizzarono che ci sono concetti e idee particolari che erano prevalenti nel cristianesimo medievale e da cui potremmo davvero imparare proprio per rendere possibile quel progresso. Infatti i grandi movimenti culturali sorgono spesso con l’importazione di idee dal passato in un nuovo contesto sociale (il Rinascimento ne è un esempio).

Quindi cosa possiamo imparare dal Medioevo per uscire dall’attuale crisi globale?

Da simpatizzante della filosofia distributista di Chesterton, e con il recente tentativo di ravvivarla da parte dei “conservatori progressisti”, posso suggerire almeno tre spunti per incoraggiare la continuazione del dibattito.

L’importanza della famiglia

Ai tempi del Medioevo, come nella maggior parte dei tempi e dei luoghi attraverso la storia dell’umanità, l’unità basilare della società era la famiglia, intendendo con questa la “famiglia estesa” (in forma estrema la tribù o il clan). Il semplice motivo di questo è che ci riproduciamo a coppie. Inoltre la maniera migliore perché i figli vengano educati e preparati alla vita sociale è che ciò avvenga all’interno di relazioni famigliari amorevoli.

In anni recenti l’ideale tradizionale di famiglia e i legami che la tengono unita sono stati sistematicamente attaccati e indeboliti, ma la distruzione della famiglia è un componente tutt’altro che essenziale nella nostra idea di progresso. È più probabile che la demolizione di questa tradizione sia la causa di una diffusa degradazione sociale e devastazione culturale. Senza dubbio ci sono modi per migliorare la famiglia, e modi in cui i suoi membri possono essere più adeguatamente protetti dagli abusi, ma la famiglia in sé è il vivaio e il crogiolo della società civile e la miglior salvaguardia della dignità umana.

Il tentativo di sradicare e astrarre le persone dalle loro famiglie (ironicamente descritto come ideale nella Repubblica di Platone) quasi certamente può sfociare in una guerra impari fra la volontà dell’individuo e quella dello Stato, una guerra che l’individuo non può vincere. Sono la famiglia e la società civile—e solo loro—che “avvolgono” l’individuo proteggendolo dai dittatori e dai tiranni. La rete di responsabilità e di diritti che spettano a una persona inserita in rapporti famigliari e civili solo in virtù di quella appartenenza non sarà ben protetta da un Bill of Rights [dichiarazione sui diritti dell’individuo] quando i tempi diventeranno duri ed entreranno in gioco potenti interessi.

Qualcosa di simile vale nel campo economico. Nel nostro mondo non dovrebbe essere ammissibile che un figlio o figlia intraprenda necessariamente un mestiere o una professione determinata dai suoi genitori, ma il passaggio di conoscenze tra la generazione precedente e quella successiva dentro una famiglia può essere un arricchimento invece di un impoverimento. Se un’azienda è posseduta e gestita da una famiglia è molto più probabile che verrà amministrata con un occhio al futuro a lungo termine (“sostenibilità”). Se la famiglia è centrale, una “economia di dono e alleanza”—nient’altro che un altro modo per descrivere la famiglia stessa—avrà la precedenza sull’economia di mercato e sul calcolo economico. Il mercato ha il suo spazio, ma non dovrebbe impadronirsi dell’intero villaggio, men che meno dell’intera civiltà.

La condanna dell’usura

Pensate per un attimo all’attuale crisi economica. A innescarla è stato il crollo del mercato immobiliare americano, che ha mandato all’aria il castello di carte globale costruito sui mutui subprime—una vasta struttura di derivati messi in circolazione senza pensare alle eventuali conseguenze e senza trasparenza. La colpa della crisi è dell’avidità dei banchieri e dell’opportunismo a breve termine dei politici, ma quel che ha reso possibile questa crescita di crediti uno strato sull’altro è stata in parte la perdita di una giusta limitazione per legge sull’interesse addebitato col prestito di denaro—un peccato condannato dalla cristianità medievale, dal giudaismo e dall’Islam con il nome di usura.

Certamente l’addebito di interesse fu infine giustificato da teologi medievali come Tommaso d’Aquino come compenso per il rischio. La conseguente espansione degli istituti di credito europei rese possibile l’enorme sviluppo nel commercio, nella manifattura e nella ricchezza dopo la Riforma. Ma all’inizio l’addebito dell’interesse era stato visto come modo per vendere ciò che non dovrebbe essere mai considerato una merce: il tempo stesso.

Alla radice di questa intuizione resta qualcosa di valido che possiamo applicare alla situazione attuale. I prodotti che venivano commerciati e addebitati per il mercato dei derivati non erano reali nel modo in cui sono reali il vero lavoro o le proprietà tangibili. I debiti, ad esempio i mutui, non sono dei veri asset (risorse), e questo diventa evidente quando chi ha preso in prestito va in default (viene a mancare) e non c’è nessuno—tranne forse lo Stato—che paghi al prestatore ciò che, poco saggiamente, si aspettava di ricevere.

Leggi suntuarie

A lungo si è ritenuto che la crescita economica, misurata in termini di PIL o in termini di acquisti in corso, potesse e dovesse crescere indefinitamente col migliorare della nostra capacità di sfruttare le risorse naturali del pianeta (o, in mancanza di queste, del sistema solare). Ci potrebbe essere un fondo di verità, ma sembra esserci qualcosa di malsano—qualcosa che ricorda un cancro biologico—nell’idea della crescita continua e virtualmente fine a se stessa. L’impressione si rafforza quando ci ricordiamo che la crescita della produzione è spinta dalla crescita dei consumi.

Il consumo non è un male, ma una necessità della vita. Il nostro sistema si basa sui bisogni umani fondamentali e richiede approvvigionamento per tali bisogni, per la creazione di nuovi beni atti a rendere la vita più ricca e più piacevole, e per lo sviluppo di nuovi mercati. Il pericolo è che questo potrebbe portare alla sistematica coltivazione del desiderio di cose nuove attraverso pubblicità manipolatrici e invecchiamento programmato.

L’incoraggiamento a prendere a prestito al di sopra delle nostre possibilità, la crescita del debito e l’avidità che abbiamo visto nel secolo passato sono legati a un atteggiamento che chiamiamo “consumismo”. Cerchiamo sempre di più di definire la nostra identità, o almeno il nostro tenore di vita, attraverso quel che acquistiamo e consumiamo. Non c’è nulla di sbagliato nel volere merce di buona qualità o uno stile di vita comodo. Ma c’è molto di sbagliato nello stancarsi di qualunque cosa che abbia più di un anno e nel vivere in un modo che danneggia gli altri o il pianeta intero. In un certo senso il “peccato” di vivere in quel modo non è quasi mai del singolo, poiché la responsabilità di questo è così largamente diffusa. È l’economia a fare pressione sulla gente per spingerla a vivere al di sopra dei suoi mezzi offrendo un credito incauto che qui è il principale colpevole. Per cui la risposta è di incoraggiare la gente a vivere con più semplicità, a limitare le loro assunzioni di prestito, o a mettere fine al loro eccesso spronandoli, nel contempo, a trovare la pace in altri modi.

In epoca medievale le leggi “suntuarie” che cercavano di regolare le abitudini di consumo attraverso restrizioni sul vestiario, sul cibo e sulle spese di lusso restavano per lo più prive di effetto, ed erano spesso usate per la discriminazione sociale. Ciononostante, qualcosa di simile a una legge suntuaria potrebbe essere necessario per mettere degli argini al consumismo attuale. Così come ci sarebbero buone ragioni per ridimensionare l’ammontare di denaro che separa il salario di un banchiere o di un manager da quello di un impiegato della stessa organizzazione—senza danneggiare l’ambizione a “salire di grado” che dà energia all’impresa—cosicché si possa limitare la parte dello stipendio di ognuno che viene spesa in beni di lusso o (se quel suggerimento sembra minacciare la nostra sacra libertà di sbagliare da soli) almeno regolamentando con più attenzione e riguardo la qualità e la longevità dei beni offerti sul mercato, come anche il loro costo reale (incluso l’impatto sull’ambiente).

Conclusione

Il neodistributismo non c’entra con un “ritorno al Medioevo”, e neanche con “tre acri e una mucca”, sebbene ci siano buoni motivi per l’autosufficienza dove possibile, e per il ritorno a comunità rurali e all’agricoltura in economie con un terziario sovrasviluppato o che sono diventate dipendenti dall’aiuto estero. Quello su cui concordano coloro che sono nella tradizione di Chesterton e Schumacher è che abbiamo bisogno di più trasparenza e giustizia nell’economia, sia a livello locale che globale. Abbiamo bisogno di radicare la nostra vita economica—come tutta la natura umana dev’essere radicata—nelle realtà della natura, sia che con questo si intendano l’ambiente naturale e le risorse del nostro pianeta, o la natura dell’essere umano come creatura capace di realizzazione attraverso il servizio amorevole e la collaborazione con altri. E infine dobbiamo essere capaci di imparare dai nostri errori e cambiare rotta.

Spesso Chesterton metteva in luce l’errore che facciamo con le nostre nozioni di progresso. L’umanità non sta su due binari, dove le uniche possibilità di scelta sono di andare avanti o indietro, più veloce o più lento. Siamo più liberi di quanto pensiamo. Non stiamo correndo sui binari, ma stiamo esplorando un nuovo continente, un paesaggio a tre dimensioni. Se troviamo la strada sbarrata in una direzione possiamo prenderne un’altra.

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mercoledì, marzo 09, 2016

Breakfast - NewsBoys ~ Houston We Are GO LIVE

martedì, marzo 08, 2016

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venerdì, marzo 04, 2016

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giovedì, marzo 03, 2016

What Should We Do About Natural Law?

What Should We Do About Natural Law?:





(us.fotolia.com | Sergey Nivens)
What Should We Do About Natural Law? | James Kalb | CWR

Our governing institutions and the public at large have staked their authority and actions on the rejection of natural law in favor of preference satisfaction. So what can be done?


Catholics talk about natural law, but what’s it all about?

Basically, it’s a system of principles that guides human life in accordance with our nature and our good, insofar as those can be known by natural reason. It thereby promotes life the way it evidently ought to be, based on what we are and how the world is, from the standpoint of an intelligent, thoughtful, and well-intentioned person.

It’s much the same, at least in basic concept, as what classical Western thinkers called life in accordance with nature and reason, and the classical Chinese called the Tao (that is, the "Way"). We might think of it as a system that aims at moral and social health and well-being—which, like physical health, can at least in principle be largely understood apart from revelation.

For that reason, natural law has seemed to many Catholic thinkers the obvious basis for a society that would be pluralistic but nonetheless just, humane, and open to the specific contributions of Christianity.

There’s something to that view. Grace completes rather than replaces nature, so natural law includes basic principles of Christian morality. Also, political life depends on discussion and willing cooperation based on common beliefs. It would be best if those beliefs reflected the whole truth about man and the world—and politics were therefore Catholic—but people who run things today don’t accept that and don’t seem likely to do so any time soon. Even so, it might be possible for a governing consensus to form around the principles or at least concept of natural law. The idea of government in accordance with man’s nature and natural good could then give discussion a reference point and some degree of coherence even though disagreements over important issues would remain.

A problem with the proposal is the practical importance of the questions on which people routinely disagree in the absence of a settled public orthodoxy. In antiquity Stoics and Confucians thought man social and the world morally ordered, so they emphasized social duties. Epicureans and Taoists saw man as less social, and rejected cosmic purpose, so they emphasized private well-being rather than obligations to others. And the Chinese Legalists and sophists like Thrasymachus made force the ultimate reality in human affairs, so they favored outright tyranny.

In modern times views on man and his place in the world have differed no less dramatically, as demonstrated by culture wars in the United States, current events in the Middle East, and the history of the last century in general. So it seems difficult to make something as abstract as the general concept of natural law the basis of a political order. People need a more definite focus for their thoughts and actions.

But what?

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mercoledì, marzo 02, 2016

Il distributismo è cattolico?

Il distributismo è cattolico?:

Di quando in quando, lettori di The Distributist Review commentano a proposito del fatto che abbiamo così tanti articoli specificamente correlati agli insegnamenti del magistero cattolico. Sembra esistere un’opinione secondo cui la proposta del distributismo dovrebbe essere basata sul solo argomento economico, senza riferimenti specifici a nessuna specifica religione, altrimenti allontaneremmo i non cattolici. Questo solleva una domanda legittima per chiunque prenda in considerazione il distributismo. Il distributismo è cattolico? La risposta a questa domanda è tanto “sì” quanto “no”. Per essere più chiaro possibile, io sono cattolico, così come la maggior parte di chi scrive su The Distributist Review. Questa non sarà una sorpresa per quelli che abbiano letto più di qualche articolo; alcuni dei nostri articoli però sono stati scritti da non cattolici.

Ad ogni modo, mi sto allontanando dal punto focale, che è dire come mai la risposta alla domanda “il distributismo è cattolico?” è sia “sì” che “no”.

Il motivo per cui il distributismo non è specificamente cattolico 

Il distributismo è basato su idee filosofiche. Contrariamente a ciò che molti pensano, filosofia non è lo stesso che teologia o religione. È una disciplina separata anche quando gli argomenti coincidono. Molti dei principi sostenuti dal distributismo si possono ritrovare negli insegnamenti di altre religioni e culture di tutto il mondo.

Molti degli insegnamenti filosofici che sono alla base del distributismo sono nati prima del cristianesimo. Aristotele sosteneva molte delle stesse posizioni del distributismo. Pertanto, queste idee filosofiche non possono definirsi specificamente cattoliche. In più, come non esiste soltanto una certa forma di governo che sia compatibile con il cattolicesimo, allo stesso modo non esiste un solo sistema economico che sia compatibile con il cattolicesimo. È possibile avere un sistema capitalistico che sia compatibile con il cattolicesimo; ma prima dovrebbero essere eliminati molti degli elementi che attualmente sono accettati quale parte del capitalismo a livello mondiale—come l’usura.

Il motivo per cui il distributismo è cattolico 

Il distributismo come visione economica definita è nato in seguito agli insegnamento del magistero pontificio. I Papi che si occuparono di giustizia economica e sociale scrissero encicliche le quali ispirarono gruppi di cattolici a formare un movimento che tentasse di presentare al grande pubblico questi problemi e delle soluzioni. Questo movimento prese il nome di distributismo o distributivismo (benché i suoi promotori esprimessero il desiderio di un nome migliore). Benché il movimento abbia incluso membri non cattolici fin dall’inizio, le posizioni sostenute dal distributismo sono coerenti con gli insegnamenti della Chiesa cattolica sulla giustizia economica e sociale. In altre parole, il distributismo consiste di posizioni filosofiche riguardo alle strutture economiche e sociali che sono compatibili con la fede cattolica. Non si può separare il distributismo dal magistero cattolico più di quanto si possa separare l’originale Costituzione degli Stati Uniti d’America dagli scritti di John Locke.

Che significa questo per i non cattolici che s’interessano al distributismo? 

La vera domanda che i non cattolici devono farsi, quando si interessano al distributismo, è se possono accettare le posizioni filosofiche che sono alla base del distributismo. Non occorre essere cattolico per essere distributista più di quanto occorra essere cattolico per credere che chi può deve aiutare chi è nel bisogno. Il punto è che l’accettazione del distributismo da parte di non cattolici non si basa sul fatto che esso è coerente con il cattolicesimo; si basa sul fatto che il distributismo è una visione economica e sociale sana dal punto di vista filosofico e che funziona. I cattolici che accettano il distributismo lo fanno per entrambi i motivi.

Forse vi state chiedendo perché, se è così, ci sono così tanti articoli decisamente cattolici su The Distributist Review. La nostra società incoraggia l’errore di pensare che la fede debba restare confinata entro le mura domestiche e nei luoghi di culto, che essa non abbia relazione con l’economia e la politica e che sostanzialmente dovrebbe esser tenuta appartata dalla vita pubblica. Il cattolicesimo insegna, come pure altre fedi, che la fede ha a che fare con tutti gli aspetti della vita. Il capitalismo come è praticato oggi nel mondo accetta prontamente prassi che non sono compatibili con la fede cattolica. Pertanto noi richiamiamo i nostri confratelli cattolici su questo punto. Presentiamo l’insegnamento chiaro e coerente della Chiesa e chiediamo ai nostri confratelli cattolici di confrontare le loro idee con quell’insegnamento. Anche se continuano a rifiutare certi aspetti del distributismo come sistema economico, non possono continuare ad accettare o ignorare gli aspetti del capitalismo che sono incompatibili con la nostra fede. Incoraggiamo i non cattolici a fare lo stesso, ciascuno riguardo alla propria fede, e abbiamo accolto con piacere ogni commento in proposito pubblicato dai nostri lettori.

Crediamo che sarebbe sbagliato, che sarebbe disonesto, nascondere il fatto che il distributismo ha legami con il magistero cattolico. Che scopo avrebbe far questo, nascondere il fatto ai non cattolici? No. Saremo schietti riguardo a questi legami, e ci aspettiamo che ogni non cattolico che accetta le idee del distributismo come compatibili con la propria fede sia schietto al riguardo. Non è qualcosa che si debba tenere nascosto.

Considera le domande che seguono. Sei d’accordo che è fondamentalmente ingiusto che il nostro governo prenda prestiti per salvare enormi banche e aziende “troppo grandi per fallire” e non faccia quasi niente per aiutare i proprietari o dipendenti di piccole aziende, che sono colpite molto più duramente dall’attuale crisi economica?

Sei del parere che il modo in cui tale crisi è stata affrontata dimostra che il nostro governo, indipendentemente dal colore politico, risponde ai richiami delle Grandi Aziende anziché a quelli della popolazione in generale? E questo non accade forse perché queste aziende possono esercitare un controllo sproporzionato sull’economia?

Sei d’accordo che una società in cui la maggior parte del capitale (i mezzi di produzione) sia posseduta da un’ampia parte della popolazione è preferibile a una in cui sia posseduta, e quindi controllata, da una piccola parte della popolazione (quella che possiede le aziende “troppo grandi per fallire”)?

Credi che le famiglie siano economicamente più libere e indipendenti se possiedono (o singolarmente o in maniera cooperativa) il capitale che usano per provvedere ai propri bisogni?

Sei d’accordo che il governo dovrebbe essere decisamente limitato nella sua capacità di interferire con la vita della famiglia, con faccende come crescere ed educare i figli?

Sei d’accordo che, anche se i monopoli possono ridurre di molto il costo di produzione, i mezzi per far questo sono spesso a carico della società (salari più bassi, produzione delocalizzata, perdita di lavori sul territorio eccetera), mentre gli alti profitti delle aziende rimangono invariati?

A tuo parere, pensi che sia sbagliato che le aziende licenzino gente che lavora duro solo per assumere manodopera a basso prezzo oltreoceano, in Paesi che impiegano bambini e lavoro coatto in condizioni intollerabili?

Sei d’accordo che un gran numero di piccoli produttori dà luogo a un’economia più stabile; che è meglio se interi settori produttivi non sono messi in ginocchio dalla cattiva gestione di poche grandi società; e che non dovremmo dipendere più di tanto da fonti di approvvigionamento lontane per cose di quotidiana necessità come il cibo?

Diresti che, se le grandi aziende si trasformano in oligopoli, è meno verosimile che sentano la pressione della competizione che manterrebbe equi salari e prezzi? Trovi ironico che i sostenitori del capitalismo monopolistico di “libero mercato” stiano sempre a parlare dei benefici della competizione mentre lo scopo delle grandi aziende è quello di eliminare la competizione?

Sei d’accordo che è fondamentalmente sbagliato che le banche mettano le piccole aziende in una condizione di svantaggio facendo loro dei prestiti solo con alti tassi d’interesse mentre offrono tassi bassissimi alle aziende grandi, anche quando praticamente non c’è differenza nel rischio?

Non occorre essere cattolici per essere d’accordo con questi e tanti altri punti del movimento distributista.

Benvenuti!

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martedì, marzo 01, 2016

Vendola padre con maternità surrogata: caro Nichi, anche il tuo è sfruttamento di classe

E quando pensi che il fondo sia stato toccato, e che più in giù non sia materialmente possibile scendere, ecco che arriva qualcuno a scavare. Ecco che il compagno Nichi ottiene un figlio mediante l’utero in affitto.
Nichi ottiene il figlio per soldi, usando l’utero in affitto, pudicamente detto in neolingua “maternità surrogata”, peraltro in quell’America in cui il sistema sanitario, se sei un proletario, ti lascia morire poiché indaffarato a fabbricare figli per ricchi.
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Il bambino è una merce, la donna un mero corpo da sfruttare. E Marx è morto un’altra volta, ucciso dai sedicenti sinistri al servizio del capitale vincente, della reificazione dilagante e del classismo globale.
Da nobile pratica di emancipazione universale dal classismo, il comunismo diventa, ora, acquisto di bambini e affitto di donne, il meglio che la civiltà dei consumi possa offrirci.
Diciamo una cosa di sinistra, come si sarebbe detto una volta: da un punto di vista marxiano e gramsciano, l’utero in affitto è una pratica abominevole, perché usa le donne povere come merce disponibile e considera i bambini come oggetti-merce, come articoli di commercio on demand, prodotti su misura (con possibili derive eugenetiche) dal consumatore egoista portatore di illimitata volontà di potenza consumistica.
Non v’è nulla di emancipativo in questa pratica abominevole, che segna il trionfo del capitale sulla vita umana, dell’economia sulla dignità. Chi la accetta o la difende, è connivente con il classismo e con l’abietta riduzione dell’umano a merce.
Sarebbe, invece, interessante e degno di un giornalismo serioe all’altezza del suo compito andare a intervistare la donna che ha “affittato” il suo utero per migliaia di euro al compagno Nichi: capire per quali ragioni l’ha fatto, se per filantropia a pagamento, o se perché costretta dalla sua condizione economica disagiata. Se, cioè, per arrivare a fine mese si è vista costretta ad affittare il grembo al compagno Nichi.

Continua qui.