venerdì, febbraio 24, 2017

L'aborto e la schiavitù di coscienza

L’idea di assumere medici per l’aborto, e di rescindere il loro contratto nel caso poi rifiutino di eseguire aborti, supera l’immaginazione e sfida il senso comune e la morale comune. Peggio, è l’affermazione oggi facile di un buonsenso omicida appeso a una interpretazione politicamente corretta dei diritti cosiddetti riproduttivi della donna. L’interruzione volontaria di una gravidanza non è più una decisione sociale attivata in serie e limitate circostanze di fatto, non ricade più sotto la casistica almeno formalmente ispirata alla tutela sociale della maternità, come dice la vecchia legge 194 nella sua fatale ambiguità, diventa un diritto della persona che chiede soddisfazione allo spazio pubblico nella forma suprema della violazione della libertà di coscienza del medico, comprata dai servizi di stato a norma di contratto. Altro che moratoria e altre bellurie umanitarie e onusiane, è la sanzione della condanna a morte di esseri non ancora nati, piccolissime persone che si possono fotografare, che sentono dolore, che hanno una struttura cromosomica già formata e unica al mondo, che non hanno alcuno strumento di difesa contro il loro destino extragiuridico. E il medico viene trasformato in boia, esecutore di una volontà personale che nasce dalla volontà generale interpretata dal legislatore e perfezionata dalla decisione amministrativa di un bando regionale che rende obbligatorio per i tecnici della salute far scattare la ghigliottina abortiva. La parola barbarie viene spesso usata per sciocchezze, per quisquilie, ed è inflazionata: qui è la esatta definizione della cosa.

L’unica domanda che ci si può rivolgere di fronte al fatto che la grandissima maggioranza dei medici non vuole fare aborti è: perché? E l’unica risposta è che alla coscienza umana e professionale di un medico ripugna dare la morte. Per superare questa barriera, che in quanto libertà della coscienza, comunque la si intenda, è il sale delle libertà moderne e dei diritti moderni, si inventa invece la risposta molieresca del Misantropo. L’uomo è invariabilmente vizioso, non credetegli se impugna le sue convinzioni, è nell’interesse degli obiettori, per la carriera e per le condizioni di lavoro, dichiarare la loro ripugnanza e abbandonare al suo destino tragico, compresa la prospettiva dell’aborto clandestino, chi decide di abortire. Insomma, nella sua quasi interezza la classe medica fa schifo. Il mondo morale viene rovesciato: la deontologia medica, il dover essere di chi si occupa di tutelare per quanto possibile e sempre la vita umana, impone, con lo strumento della contrattazione e la minaccia di licenziamento come clausola bronzea, di dare soddisfazione a un diritto sancito dalla legge in favore del diritto alla privacy e alla felicità presunta dell’uno contro la libertà di esistere dell’altro.

Considero Camillo Ruini un maestro di razionalità religiosa, pur avendo sempre segnato con rigore il perimetro laico della mia battaglia contro la sordità morale sull’aborto, nella quale furono e sono impegnati grandi maestri di laicità e di cultura umanistica e scientifica, ma è debole e rassegnato l’argomento da lui esposto secondo cui in linea di fatto non è vero che non ci siano abbastanza medici per praticare gli aborti richiesti. Parlare in questo modo è un passare sopra la sostanza della questione aperta dal contratto per terapeuti che si impegnano, contro una penalità di licenziamento che è peggio dei contratti capestro della Casaleggio Associati ai povericristi mandati a amministrare le città e in Parlamento, a scavare nel seno di una donna e a mettere il risultato del suo amore in un sacchettino che ha l’etichetta di “rifiuti ospedalieri”. La risposta a un atto tanto inconsapevolmente feroce, a un crimine contro l’umanità peggiore di qualunque guerra e di qualunque colonialismo, deve essere alla sua altezza, deve essere civilmente feroce, uno scontro di assoluti. Il padre della chiesa di oggi, il Santo Padre, non crede ai princìpi o criteri di vita e di ragione naturale non negoziabili. Pensa che la difesa della vita umana sia una priorità pastorale da mettere di lato in favore di altre priorità, la predicazione della misericordia, la carità contro la povertà e l’egoismo, il recupero della fede personale. Questa scelta in sé sarebbe insindacabile se non fosse disperatamente autocontraddittoria, perché con un miliardo e non so quante centinaia di milioni di aborti nel mondo in trenta-quarant’anni parole come misericordia e carità si sciolgono come neve al sole. Le motivazioni della casuistica morale dei gesuiti sono misteriose oggi come nel XVII secolo, e non è obbligatorio essere giansenisti per dubitarne. Ma nella modernità laica chi ha fede in un Dio trascendente e chi afferma l’inconoscibilità della cosa in sé è unito, al di là del dogma e della speculazione filosofica, nella difesa di quel che Rémy Brague, grande filosofo e storico ratzingeriano, definisce “le propre de l’homme”, ciò che è tipico dell’uomo, ciò che appartiene all’essere umano in quanto tale. O dovrebbe esserlo. Nella schiavitù di coscienza di un medico a contratto si specchia la sordità morale di un mondo dannato in cui la regola individuale è “fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.
Giuliano Ferrara
http://www.ilfoglio.it/cronache/2017/02/23/news/roma-assunti-medici-abortisti-barbarie-ferocia-122160/?paywall_canRead=true

giovedì, febbraio 16, 2017

Why Universities Must Choose One Telos: Truth or Social Justice 



Aristotle often evaluated a thing with respect to its “telos” – its purpose, end, or goal. The telos of a knife is to cut. The telos of a physician is health or healing. What is the telos of university?
The most obvious answer is “truth” –- the word appears on so many university crests. But increasingly, many of America’s top universities are embracing social justice as their telos, or as a second and equal telos. But can any institution or profession have two teloses (or teloi)? What happens if they conflict?
As a social psychologist who studies morality, I have watched these two teloses come into conflict increasingly often during my 30 years in the academy. The conflicts seemed manageable in the 1990s. But the intensity of conflict has grown since then, at the same time as the political diversity of the professoriate was plummeting, and at the same time as American cross-partisan hostility was rising. I believe the conflict reached its boiling point in the fall of 2015 when student protesters at 80 universities demanded that their universities make much greater and more explicit commitments to social justice, often including mandatory courses and training for everyone in social justice perspectives and content.
Now that many university presidents have agreed to implement many of the demands, I believe that the conflict between truth and social justice is likely to become unmanageable.  Universities will have to choose, and be explicit about their choice, so that potential students and faculty recruits can make an informed choice. Universities that try to honor both will face increasing incoherence and internal conflict.

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mercoledì, febbraio 15, 2017





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lunedì, febbraio 13, 2017

Teggi: quattro chiacchiere con una letterante

Teggi: quattro chiacchiere con una letterante


Jeux de mots e poker per definire il proprio mestiere, paradossi e arguzie sparse sul contatto coi bambini. È Annalisa Teggi, traduttrice italiana di Chesterton e apprezzata firma su più testate di “varia umanità”. Con Berica ha pubblicato una rassegna chestertoniana divulgativa dal titolo “Siamo tutti fuori”, e con lei abbiamo parlato di quest’ultimo lavoro, della passione per la lettura e di quella per la scrittura. E di come ci si imbatte nel suo amico Gilbert
“Alla tenera età di 32 anni ho cominciato la scuola elementare. Sono trascorsi otto anni da allora e la sto ancora frequentando, se Dio vuole spero di rimanerci fino all’ultimo istante di vita”.
Non si tratta di una eterna ripetente senza voglia di studiare. Annalisa Teggi, una bacheca piena di diplomi e lauree, si racconta fin dall’introduzione nella maniera tanto amata da Gilbert Keit Chesterton: il paradosso. Annalisa ha appena sfornato – non a caso – un libro dal titolo “Siamo tutti fuori”. Sottotitolo: Viaggio nel paese delle meraviglie di G. K. Chesterton. Ultima uscita della collana di Berica Editrice “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio”. La stesa collana – per intenderci – che ha pubblicato tra gli altri sia “Osservazioni di una mamma qualunque” di Paola Belletti che “Le nuove lettere di Berlicche” di Emiliano Fumaneri.
Nel suo blog Capriole Cosmiche (nato dopo la pubblicazione dell’omonimo libro), la Teggi ci accompagna passo passo fra i libri a cui ha lavorato. Di se se stessa scrive: “Non c’è un nome per il mestiere che faccio, e quindi gliel’ho dato io: letterante. Ante è una parola che dice molto di me. Innanzitutto è formata dalle sillabe iniziali del mio nome e cognome. In latino ante significa ‘prima’ e anche ‘davanti’. Non sono una che ama stare davanti o in prima fila, ma mi muovo sempre in anticipo. Questo è sia un pregio sia un difetto. Sono solerte, ma talvolta fin troppo apprensiva. Nel poker l’ante è un puntata che tutti i giocatori fanno prima di sapere che carte hanno in mano, per creare un piccolo ammontare per cui ‘valga la pena giocare’. Scommetto molto sul fatto che vale la pena giocare con le carte che mi trovo in mano di giorno in giorno.
Poi, ante è quel suffisso un po’ dispregiativo, che si usa in parole come ‘teatrante’ per indicare uno che bazzica nell’ambiente del teatro, ma fuori da qualsiasi categoria ufficiale. A me ricorda il dilettante, qualcuno che – tendenzialmente – si diletta di ciò che fa. Lo stesso vale per me, vivo di letteratura in modo vario ed eterogeneo: sono traduttrice letteraria, docente a contratto, blogger, sceneggiatrice teatrale”.

Il libro di Annalisa Teggi è uno di quei doni da prendere in mano, riprendere, rileggere, meditare. Non solo perché Chesterton è uno dei pochissimi autori capace di sorprendere e meravigliare ad ogni parola scritta, ma perché qui c’è di più. Leggendolo, si respira anzitutto una compagnia, una frequentazione intima che Annalisa fa trasudare navigando tra le parole dell’autore inglese.

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sabato, febbraio 11, 2017

Lettera sull'Abruzzo a Pasquale Scarpitti di Ennio Flaiano

ennio_flaiano

Caro Scarpitti,
adesso che mi ci fai pensare, mi domando anch’io che cosa ho conservato di abruzzese e debbo dire, ahimè, tutto; cioè l’orgoglio di esserlo, che mi riviene in gola quando meno me l’aspetto, per esempio quest’estate in Canada, parlando con alcuni abruzzesi della comunità di Montreal, gente straordinaria e fedele al ricordo della loro terra. Un orgoglio che ha le sue relative lacerazioni e ambivalenze di sentimenti verso tutto ciò che è Abruzzo.
Ennio Flaiano


Questo dovrebbe spiegarti il mio ritardo nel risponderti; e questo ti dice che non sono nato a Pescara per caso: c’era nato anche mio padre e mia madre veniva da Cappelle sul Tavo. I nonni paterni e materni anche essi del teramano, mia madre era fiera del paese di sua madre, Montepagano, che io ho visto una sola volta di sfuggita, in automobile, come facciamo noi, poveri viaggiatori d’oggi. Io ricordo una Pescara diversa, con cinquemila abitanti, al mare ci si andava con un tram a cavalli e le sere si passeggiava, incredibile!, per quella strada dove sono nato, il corso Manthonè, ora diventato un vicolo e allora persino elegante. Una Pescara piena di persone di famiglia, ci si conosceva tutti; una vera miniera di caratteri e di novelle che, se non ci fossero già quelle “della Pescara”, si potrebbe scavare. Ma l’ipoteca dannunziana è troppo forte, bisogna aspettare un altro poeta, e forse è già nato. Ciò che mi ha sempre colpito nella Pescara di allora era il buonumore delle persone, la loro gaiezza, il loro spirito. Tra i dati positivi della mia eredità abruzzese metto anche la tolleranza, la pietà cristiana (nelle campagne un uomo è ancora “nu cristiane”), – la benevolenza dell’umore, la semplicità, la franchezza nelle amicizie; e cioè quel sempre fermarmi alla prima impressione e non cambiare poi il giudizio sulle persone, accettandole come sono, riconoscendo i loro difetti come miei, anzi nei loro difetti i miei. Quel senso ospitale che è in noi, un po’ dovuto alla conformazione di una terra isolata, diciamo addirittura un’isola (nel Decamerone, Boccaccio cita una sola volta l’Abruzzo, come regione remota: “Gli è più lontano che Abruzzi”); un’isola schiacciata tra un mare esemplare e due montagne che non è possibile ignorare, monumentali e libere: se ci pensi bene, il Gran Sasso e la Majella sono le nostre basiliche, che si fronteggiano in un dialogo molto riuscito e complementare. Tra i dati negativi della stessa eredità: il sentimento che tutto è vanità, ed è quindi inutile portare a termine le cose, inutile far valere i propri diritti; e tutto ciò misto ad una disapprovazione muta, antica, a una sensualità disarmante, a un senso profondo della giustizia e della grazia, a un’accettazione della vita come preludio alla sola cosa certa, la morte: e da qui il disordine quotidiano, l’indecisione, la disattenzione a quello che ci succede attorno. Bisogna prenderci come siamo, gente rimasta di confine (a quale stato o nazione? O, forse, a quale tempo?) – con una sola morale: il Lavoro. E con le nostre Madonne vestite a lutto e le sette spade dei sette dolori ben confitte nel seno. Amico, dell’Abruzzo conosco poco, quel poco che ho nel sangue. Me ne andai all’età di cinque anni, vi tornai a sedici, a diciotto ero già trasferito a Roma, emigrante intellettuale, senza nemmeno la speranza di ritornarci. Ma le mie “estati” sono abruzzesi, e quindi conosco bene dell’Abruzzo il colore e il senso dell’estate, quando dai treni che riportavano a casa da lontani paesi, passavo il Tronto e rivedevo le prime case coloniche coi mazzi di granturco sui tetti, le spiagge libere ancora, i paesi affacciati su quei loro balconi naturali di colline, le più belle che io conosco. Poco so dell’Abruzzo interno e montano, appena le strade che portano a Roma. Dico sempre a me stesso che devo tornarci a “vederlo”. Non certo per scriverne, scrittori abruzzesi che possono dirci qualcosa dell’Abruzzo d’oggi non mancano, io indulgerei un po’ troppo nella memoria, non so più giudicare, capisci quello che voglio dire? O forse, chissà… questa lettera che mi hai cavato con la tua dolce pazienza non volevo scriverla, per un altro difetto abruzzese, il più grave, quello del pudore dei propri sentimenti. Non farmi aggiungere altro, statti bene e tanti saluti dal tuo,
tratto da “Discanto” di Pasquale Scarpitti, edito da Sarus



Lettera sull’Abruzzo a Pasquale Scarpitti di Ennio Flaiano

giovedì, febbraio 09, 2017

Time to call maternity hospitals ‘pregnant people’ hospitals?

Time to call maternity hospitals ‘pregnant people’ hospitals?



If you give birth you are a mother and if you are pregnant you are an expectant mother?  Well, not anymore, according to the British Medical Association. Now you are a ‘pregnant person’.
new booklet issued by the BMA and aimed at promoting ‘inclusive’ and non-offensive language in the workplace claims that “A large majority of people that have been pregnant or have given birth identify as women. We can include intersex men and transmen who may get pregnant by saying ‘pregnant people’ instead of ‘expectant mothers’.”
This astonishing advice has obviously no scientific base, unless we change completely the meaning of basic words such as ‘man’ or ‘woman’. It is simply expression of an ideology, of a particular interpretation of the world that is not shared by the whole medical community, never mind the wider community.
The new guidelines, which are inspired by noble intentions, cover other areas such as age, disability, race, religion but the most controversial and confusing parts regard pregnancy and maternity.
What is not clear is how “pregnant people” should be described after birth. Should the word “mother” always be avoided? Let us try for a moment to think from point of view of the child.  Are the “expecting persons” who identify themselves as trans men (meaning someone who is biologically female but identifies as a male), the mothers or the fathers of their children? How should they be described by their kids? Will the child, in those exceptional cases, have two natural fathers and no natural mother? But then what is the meaning of the words ‘mother’, ‘father’ and ‘natural’ in these cases?
In an attempt to impose new meaning on old words the British Medical Association are creating not just more problems and confusion but even more offence, ironically. How many pregnant women will find it acceptable not to be called mothers? If the purpose of the guidelines is “to promote good practice through the use of language that shows respect for, and sensitivity towards everyone”, what about the sensitivity of those who want to be called by British doctors, like everywhere else in the world, mothers?
According to the guidelines, “Discriminatory language includes words and phrases that reinforce stereotypes, reinforce derogatory labels, exclude certain groups of people through assumptions, patronise or trivialise certain people or groups, or their experiences, cause discomfort or offence.” This is certainly true in some cases and genuinely discriminatory language should always be avoided but how is “expectant mother” a derogatory label or a stereotype? How many who have given birth have ever been offended by having been called mothers?
Moreover, if mother is a term to be avoided, then maternity hospitals should now be called pregnant people hospitals, and so on. (‘Maternity’, after all, is a gendered term just as much as ‘mother’ is).

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