domenica, giugno 14, 2026

L'appuntamento della carità

Per il caso del rag. GIUSEPPE ROMANO (Via Baglivo Uries, 42 - Napoli) ho raccolto un intero epistolario di anime buone, che va dal primo segnalatore Pietro Imperio (Napoli) al prof. Giovanni Blunda (Paceco, Trapani), a Demetrio Micozzi (Narni Scalo), a Luciano Barantini (Sanatorio Umberto I - Livorno), a Teresa Martinelli (Parma).

Merita di essere riportata, almeno in parte, la lettera del prof. Blunda, non perché sia più amara delle altre, ma perché l’egregio docente mette il dito sulla piaga:

«Per la S. Pasqua mi sono ricordato anche del rag. Giuseppe Romano. Ho ricevuto una lettera così accorata da farmi decidere a scriverLe la presente.

Quando ho letto il Suo “appuntamento” che segnalava il caso Romano, non mi è piaciuto l’accenno al suo passato di... epurato».

(Scusi: «epurato» è forse sinonimo di malfattore? — nota di Benigno).

«I fatti mi hanno dato ragione. Siamo stati solamente nove (ripeto: 9) a soccorrere quel povero disgraziato!

Come sono stato lieto dell’episodio gentile delle operaie di Lessona a favore del fratello D’Addario, così sono rimasto male nel constatare che coloro che possono hanno fatto distinzione di tessera.

La vera carità, la bontà e la fratellanza cristiana non fanno distinzioni, non usano i “distinguo” filosofici. L’esempio di chi sta in alto è veramente luminoso.

Vorrei scrivere ancora, ma temo di seccarLa. Scusi lo sfogo.

Mi creda l’aff.mo fratello in Cristo

GIOVANNI BLUNDA»

Cari amici lettori, la ramanzina del prof. Blunda (che, peraltro, dovrebbe dirmi a qual titolo, se non a quello di «perseguitato», avrei dovuto fare appello, fra tante atroci miserie, per segnalare il rag. Romano), la ramanzina — dicevo — calza proprio a pennello.

Dovrei, anzi, aggiungere una tiratina di quelle che lasciano il segno.

Non vi ho detto e ripetuto che la carità dei «distinguo», la generosità che indaga sulla tessera o la razza, si chiama, in parole non ermetiche, «carità pelosa»?

Dunque, vi sta bene il richiamo; e non cito Sant’Agostino, se no la sferzata sarebbe troppo dura.

Il «caso Romano» fa vergogna a noi tutti e il parroco Don Antonio Stella di Napoli avrà pensato male davvero degli «osservatoristi della domenica».

Dal povero «perseguitato» ho ricevuto una lettera che mi ha lasciato perplesso:

«Purtroppo, mio buon Benigno, penso che non farà a tempo a salvarmi. Mi perdoni Iddio e anche Lei; ma ormai sono stanco di questa lotta impari. Sono al bivio, ad un bivio mostruoso, ma esso salverà in un modo o nell’altro questi disgraziati che mi circondano.

Non mi si darà del vile. Una madre tubercolotica e i suoi quattro figliuoli non debbono morire per denutrizione. No, non sarà mai.

Le autorità sono restate mute al mio grido di dolore. Che Iddio perdoni come perdono io».

Bisogna dunque far presto, rimediare con un plebiscito, amici miei!

E voi di Napoli, possibile che non ci sia il modo di far lavorare un galantuomo?

Io lo affido anche al grande cuore di Mons. Baldelli della P.C.A. Il rag. Romano abbisogna di tutto.

Interveniamo prima che sia troppo tardi.

BENIGNO

26 giugno 1949


domenica, giugno 07, 2026

L'appuntamento della carità

Un ricordo turbava i sonni del Padre Oreste Cerri, già cappellano militare, quando, tornato dopo l’ultima atroce guerra nel Varesotto, risentiva l’angosciosa supplica raccolta dalle labbra dei morenti sui campi di battaglia:

«Padre, Le raccomando i miei bambini!».

Più angosciosa diventava la preghiera se gli accadeva, per avventura, d’incontrarsi in uno di quei bimbi orfani, vittime innocenti della guerra, abbandonati per le strade, rimasti soli a lottare con la vita. E così, ogni volta che apriva un giornale, dove in cronache drammatiche o in commoventi vicende apparivano come protagonisti questi relitti di umanità, egli ricordava quella promessa. Aveva promesso, aveva dovuto promettere ai moribondi, ed ora l’assillava l’inderogabile imperativo di mantenere.

Sor­se così nel 1946, senza mezzi, senza programma, tra innumerevoli difficoltà, in una vecchia baracca militare, che a mala pena poteva ospitare i primi dieci bambini, la Casa dell’Orfano di Vergiate (Varese) — c.c.p. 18/32321.

Nel 1947 le prime sei stanze in muratura permisero di portare a venticinque il numero dei ricoverati, che andò sempre aumentando con la costruzione di un nuovo edificio, resa possibile per il largo credito concesso dalle ditte fornitrici e per la collaborazione degli stessi piccoli ospiti.

Ed ora?

«Si pensi — scrive Padre Cerri — che ben sei milioni di spese restano ancora da pagare, mentre si tratta di nutrire, vestire, istruire ben cinquanta bambini, giunti alla Casa col solo fardello delle loro sventure e per i quali non resta che la speranza nella solidarietà umana».

Non solo; sapeste quante piccole mani bussano alla porta, quante piccole bocche attendono di essere sfamate e implorano di entrare a far parte della famiglia! Ma per portare a termine la sua missione, Padre Cerri ha bisogno ancora di locali, arredi, servizi, materiale didattico, vestiario.

Egli rivolge un accorato appello alla generosità di quanti vorranno aiutarlo.

Accetta tutto, anche indumenti e mobili usati, biancheria, letti, utensili domestici. A proposito di letti, chi desidera onorare la memoria di un congiunto caduto in guerra può richiedere, mediante offerta, che venga intitolata al suo nome un’aula o un letto.

Siamo intesi: Padre Cerri aspetta...

BENIGNO

19 giugno 1949