mercoledì, aprile 15, 2026

Il ramo d’ulivo

Siamo tornati alla vita passando sotto festoni di crisantemi lanciati fra un orizzonte e l’altro sopra campi sterminati di croci anonime. Qualcuno, fra noi, stampellando; altri torcendo le labbra a un sorriso diaccio, per smorzare il grido della carne piagata; i più sani marciando col passo dei fratelli ghermiti per aiutarli a salire le strade della montagna.

Nessuno ci ha preceduto — nessuno ci ha seguito — nessuno è venuto a incontrarci.

Abbiamo camminato sempre col cuore accelerato, senza fermarci mai. Abbiamo bevuto dentro le mani fangose l’acqua dei dossi verdastri, ci siamo spalmate le carni di un sole ardente, scoprendo le piaghe perché si scaldassero meglio.

Quelli tra noi che hanno gli occhi bendati e stroncate le braccia, si son fatti strappare dal compagno la benda per sentire il tepore sulle palpebre fredde e illuminarsene l’anima. Marciando coi piedi nella polvere e il capo assolato, la schiena premuta dal fagottino della biancheria e il fianco dal tascapane imbottito, ci siamo narrate le gesta:

«Eravamo rimasti io e lui nella caverna arroventata: il croato ferito dai nostri “lanciafiamme”, io dai suoi compagni d’agguato; lui colpito alla spalla da una pugnalata, io al fianco dalla mitragliatrice dell’imboccatura. Bruciavo dalla sete e facevo sforzi che mi spellavano la ferita per districare la cinghia della borraccia rimasta sotto il fianco sano. Il croato, che doveva crepar di sete anche lui, mi si avvicinò e mi fece intendere che mi avrebbe aiutato. Non soffriva. Certo aveva finto di morire perché lo risparmiassero. Districò il groviglio con disinvoltura, mi tolse la cinghia dal collo e, sordo alle mie urla d’assetato, “toccò il fondo” con avidità, fulminandomi con gli occhi iniettati d’odio e ridendo della mia impotenza. Poi si levò per andarsene e con forza mi scagliò addosso la borraccia. Sentii un gran male alle tempie e non vidi più...

Mi riebbi all’ospedale col fianco e la testa fasciati e gli occhi gonfi di terrore...

Pure, nelle azioni precedenti, quando si facevano prigionieri, avevo ricercato nelle loro file quelli che gli ufficiali miei chiamavano “jugoslavi” e con amore avevo spartito il mio sigaro e il mio pane. Gli ufficiali mi avevano insegnato ad amarli come popoli schiavi che volevano conquistarsi la libertà col nostro aiuto!».

Ognuno raccontò le sue vicende di guerra, marciando: anche quelli senz’occhi, premendo il gomito scarnito sul fianco del commilitone.

Le strade si allargavano adesso verso orizzonti più vasti. Qualcuno confuse il cielo di quel limite col mare del suo paese. Qualcuno scambiò un campanile con la guglia della sua «Piazza Maggiore» e si fermò ad ascoltare il canto delle monache lavandaie sotto un convento al limite della provincia alpina.

Quelli che ci incontravano si voltavano appena a guardare: carovanieri alpini o fluviali con gli occhi invasi da verdeggianti deserti e da campi di cielo stellato.

Uno dei nostri — il più sano — si fermò oltre un monte sventrato puntando il cielo:

«Questo è l’azzurro d’Italia». Non disse altro.

Era vero.

Lo avremmo riconosciuto fra una gamma di celeste, fra tutti i toni dell’azzurro. Era quello. Nessun altro gli somigliava.

L’avevamo tante volte toccato con la fronte salendo le cime più alte e i roccioni più vertiginosi. L’avevamo respirato tante volte aggrappandoci agli orli tremendi con mani d’artiglio. L’avevamo bevuto a sorsi sui picchi sverginati e mai c’era sembrato così pulito, così vergine come adesso che ci si spalancava sulla pianura infinita, fitta di case cittadine e villerecce.

Era quello l’azzurro “abitato”, l’azzurro che s’empiva di stelle così da inebriare gli specchi di tutti i paesi, ma solo per il paese d’Italia serbava intatta la veste del mattino intessuta da un reggimento d’arcangeli: l’azzurro che pareva ordito coi manti delle madonne più bionde, l’azzurro della patria era quello. Come non ce ne eravamo accorti prima?

Contro quel cristallo purissimo di cupola favolosa la terra sembrava riflettere il suo volto benefico, la sua anima turgida d’amore.

- Ecco, qui verranno a incontrarci!

I campanili rovesciavano le campane sulle piazze e sulle vie. Le finestre si guarnivano di verde, i tetti si coprivano d’oro, gli alberi offrivano bomboniere succulente, il vento svolgeva un disco di canzone frondosa. Uno scoppio di trombe riempiva le strade di fragore. Sui davanzali tornavano a sbattere i tricolori. Sulle terrazze tornavano a sventolare i fazzoletti dell’addio:

È l’ora delle mandolinate

a ritmo di bandiere

Tutti i treni del mondo a sportelli spalancati.

Tutti gli oceani solcati da strade maestre.

E i davanzali sanno di mammelle

e le soglie di piedi nudi

e i letti di bucato.

Tutte le case odorano d’aprile.

***

Sì, quelli dei borghi e dei casolari, i figli umili e grandi della vanga e della terra incinta, del bosco e dell’aia, dell’orto e del vigneto, si sono variati di cuore, al ritorno, baciando le guance carnose della donna amata e il tricolore appeso alla finestra paesana.

Forse per quell’attimo d’apoteosi il loro cuore d’artiere potrà dimenticare. Forse, entrando nelle case, loro stessi avranno appeso sotto la volta il ramo d’ulivo benedetto dal dio sterminatore. E verranno a patti, anche, perché nessuno strappi alla volta il simbolo divino.

A noi nessuno è venuto incontro.

Abbiamo passato la porta della città addormentata guardandoci le mani piccole e crudeli «vogliose di balocchi mortali» e più d’uno ha rimpianto la bomboniera thévenot e il pugnale affilato.

Entrando a casa abbiamo spezzato il ramo che mani fraterne avevano appeso alla cornice del letto.

Ci hanno guardato tremando.

Staccata la pistola dalla cintura, gli occhi hanno brillato di gioia guerriera. Dentro la canna c’erano ancora riflessi d’assalto e brividi di carne colpita in pieno.

«Glorioso sfiancato contadino, bruciato dall’arsura nella caverna alpigiana, tu dimentica, figlio del solco. Noi odieremo per te religiosamente il predone che t’assetò, l’odieremo fino alla danza del viatico per la salvezza del nostro cielo ordito coi manti delle madonne più bionde: fino a quando ognuno avrà la sua casa sotto il suo azzurro, lambita dal suo fedelissimo mare».

La nostra passione non ha potuto ardere nel cuore della folla, non ha potuto offrirsi sul tripode umano come il grano d’incenso o la foglia dell’oliveto.

L’aroma della resina e dell’olivo è ancora in noi sigillato nella fiala d’acciaio che ci siamo costruita lassù. E non ce la lasceremo frodare.

Partimmo col grido dell’odio sgorgato dalla gola della folla plaudente e torniamo con quel grido a stento rappreso fra le labbra insanguinate: un grido che somiglia stranamente a quello delle veneziane stuprate.

Nulla è cambiato di là del mare conteso. C’è chi s’è calata la maschera perché non riconoscessimo lo stupratore? Fa nulla. Lo abbiamo riconosciuto.

C’è da strappare quella maschera obliqua, c’è da lavar meglio una piaga marcata.

La mascherata dei domino gialli e dei domino neri s’indugia negli angiporti in attesa della «Danza del viatico» e insozza le nostre fontane e ci avvelena l’aria.

 

Auro d’Alba

(Il Popolo d’Italia, 12 febbraio 1919)

 

Il ramo d’ulivo esce il 12 febbraio 1919, in un momento di eccezionale tensione del primo dopoguerra italiano. Il conflitto si è concluso da pochi mesi ma il ritorno dei combattenti non coincide affatto con una pacificazione morale e civile. Al contrario, molti reduci avvertono uno scarto doloroso fra il sacrificio vissuto al fronte e la tiepida, talora distratta, accoglienza della società civile.

Il brano riflette inoltre il particolare profilo del suo autore. Auro d’Alba, già vicino al Futurismo prima del conflitto, combatté nella Grande Guerra come bersagliere, ottenendo una medaglia d’argento e una croce di guerra. L’esperienza del fronte segnò in modo profondo la sua scrittura. Il ramo d’ulivo appare così come un testo di soglia: da una parte conserva il pathos memoriale del combattente, dall’altra trasforma già l’esperienza della guerra in un dispositivo polemico e ideologico, in cui il reduce è presentato come depositario di una verità che la società del dopoguerra non sa o non vuole riconoscere.

Particolarmente significativo, in questo senso, è il gesto simbolico che dà titolo al pezzo: il ramo d’ulivo, tradizionale emblema di pace e riconciliazione, viene spezzato all’ingresso nella casa. Il rientro non scioglie l’esperienza della guerra ma la prolunga interiormente e politicamente. Per questo il testo non va letto soltanto come pagina di prosa lirica o come semplice memoriale: esso partecipa già di quel clima di nazionalismo e di sacralizzazione del conflitto che avrebbe alimentato nuovi linguaggi della mobilitazione politica. Il passaggio dalla sofferenza del reduce a una vera e propria “religione dell’odio” costituisce, da questo punto di vista, il nucleo storico più rivelatore del brano.

All’inizio domina il tema del ritorno dei reduci. Non c’è il trionfo ma una processione sofferente: uomini che avanzano fra croci anonime, stampelle, piaghe, fasciature. Il ritorno alla vita non è una rinascita serena ma un’uscita dal regno dei morti. L’immagine dei “festoni di crisantemi” lo dice subito: il passaggio dei soldati è quasi un attraversamento di cimiteri.

Immediatamente dopo emerge un secondo motivo decisivo: la solitudine del reduce. “Nessuno ci ha preceduto… nessuno è venuto a incontrarci.” Questa insistenza su “nessuno” è cruciale. Il reduce si sente abbandonato. Ha combattuto per la patria ma la patria concreta non lo accoglie. Da qui nasce una frattura: il ritorno non coincide con la pace, bensì con un senso di estraneità. Il soldato non rientra davvero nella vita comune: ne resta separato.

La sezione centrale del brano insiste sulla fisicità della guerra. Non è una guerra astratta o eroica in senso classico. È sete, ferita, sole sulle piaghe, fatica del camminare, corpi strappati. Anche il racconto del “croato” è significativo: non è solo un episodio di crudeltà individuale ma un piccolo dramma esemplare in cui il nemico appare come traditore, disumano, capace di negare perfino l’acqua a un ferito. Il particolare dei “jugoslavi”, che l’io narrante aveva imparato ad amare come popoli oppressi, rende il tradimento ancora più forte: il soldato dice di aver creduto a una fraternità possibile ma l’esperienza della guerra l’ha spezzata. Il risultato è una disillusione feroce.

Qui il brano compie un passaggio decisivo: dall’esperienza personale si scivola verso la generalizzazione ideologica. Il nemico non è più solo l’uomo della caverna; diventa un’intera presenza ostile, subdola, persistente. È il meccanismo tipico di molta letteratura nazionalista del dopoguerra: il trauma individuale viene trasformato in giustificazione morale dell’astio collettivo.

Molto bella, sul piano strettamente letterario, è la pagina sull’“azzurro d’Italia”. Uno dei soldati riconosce il cielo della patria e da quel momento il brano si innalza quasi in una sorta di estasi lirica. Il cielo italiano viene presentato come unico, inconfondibile, quasi sacro. Non è più solo un dato naturale: diventa un’epifania nazionale. L’azzurro è “abitato”, intessuto di angeli, vicino ai manti delle Madonne. Qui patria, religione e paesaggio si fondono. È una sacralizzazione della nazione: l’Italia non è semplicemente il paese di origine ma un’entità benedetta, distinta, quasi celeste.

Questo punto è centrale, perché spiega anche la violenza successiva. Se la patria è sacralizzata, allora il nemico non è solo un avversario politico o militare: diventa un profanatore. Per questo nel finale ricorrono immagini di contaminazione: fontane insozzate, aria avvelenata, maschere che si aggirano nei vicoli. Il lessico non è quello della semplice ostilità; è quello dell’impurità, dell’infezione, della minaccia nascosta.

C’è poi un passaggio molto interessante sul fantasma dell’accoglienza. I soldati immaginano campane, tricolori, terrazze, fazzoletti, case che odorano d’aprile. È quasi una visione di festa patriottica e popolare. Ma è una fantasia. Subito dopo arriva la smentita: “A noi nessuno è venuto incontro.” Questo contrasto è potentissimo. Prima l’aspettativa di apoteosi, poi il vuoto. Qui il brano tocca un nervo profondo del primo dopoguerra italiano: il sentimento che il sacrificio dei combattenti non sia stato veramente riconosciuto. In forma letteraria, è molto vicino al clima culturale della “vittoria mutilata” e del reducismo che alimentò vari nazionalismi del dopoguerra.

Da quel momento il testo si incupisce ancora di più. Il reduce non ritrova la pace domestica: entrando in casa, spezza il ramo d’ulivo. È un gesto simbolico fortissimo. L’ulivo è pace, riconciliazione, benedizione. Spezzarlo significa rifiutare la pacificazione. Il ritorno non guarisce il soldato; anzi, lo conferma nel proprio stato di guerra interiore. È come se dicesse: non posso accettare che la vita civile cancelli ciò che ho visto e sofferto.

Il passo successivo è il più inquietante. Il testo formula apertamente una sorta di religione dell’odio: “Noi odieremo per te religiosamente il predone...”. Qui l’odio non è più una passione spontanea ma un compito quasi sacro. La guerra genera un’etica rovesciata: non il perdono ma la fedeltà alla ferita; non la riconciliazione ma la custodia del rancore come missione. È questo, forse, il punto moralmente e politicamente più rivelatore dell’intero brano. Il dolore autentico del reduce viene piegato verso una nuova legittimazione dell’azione.

Anche l’ultima parte va letta in questa luce. I “domino gialli e neri” richiamano molto probabilmente i colori asburgici e quindi la presenza del vecchio nemico austro-ungarico, evocato come figura mascherata, clandestina, inquinante. In termini di significato, il nemico non sarebbe mai davvero sparito: si aggirerebbe ancora nei vicoli, pronto a riprendere la sua opera, sporcando le fontane e avvelenando l’aria, cioè corrompendo la vita nazionale dall’interno.

In questa tensione irrisolta fra ritorno e mancata riconciliazione, Il ramo d’ulivo si impone come una testimonianza esemplare del periodo appena succesivo alla Grande Guerra ed non illumina soltanto il percorso individuale di Auro d’Alba ma aiuta anche a comprendere una più ampia traiettoria storica: quella di un momento storico in cui il trauma del conflitto, il risentimento dei reduci e la sacralizzazione della patria prepararono il terreno ai linguaggi, ai miti e alle passioni politiche che avrebbero accompagnato l’avvento del fascismo.

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