venerdì, dicembre 14, 2018

Why the State should tax married couples less


Should single people pay less tax and married people pay more than under the present Irish system? That seems to be the gist of an article in the Irish Times this week. In tones of regret, it said that “while society has moved forward in so many ways over recent decades, our tax system still exerts a fiscal preference for families”.
The obvious presupposition here is that families, particularly married couples with children, should not enjoy more tax benefits than singles or unmarried couples. Everyone should be treated individually and equally, no matter what their marital or family circumstances are. It’s all about choice. You chose to get married. I chose to cohabit. You chose to have children. I choose to have none. The State should not favour one choice over another.
Once you make individual choice everything, resenting the remaining few tax advantages of marriage is natural. On the other hand, if you think getting married and having children are strong social goods, then favouring marriage in the tax code makes perfect sense.
Sociologist Dr Peter Saunders told a conference organised by The Iona Institute in 2011 that in the UK: “Tax policy used to enable couples with children to be relatively self-reliant.  The principal earner (usually the husband) had one tax allowance to cover his own subsistence needs, another to cover those of his wife, and a third in respect of his children, so they didn’t need much extra help from government.  A married man with a family to support would end up paying much less tax than a single person earning the same money.  This is known as ‘horizontal equity.’”
Horizontal equity has been disappearing in Ireland since Charlie McCreevy introduced tax individualisation and the call for a complete deletion of fiscal preferences for families, as in the Irish Times article, is the natural conclusion of a long-going trend.
One of our studies, for instance, found that double-income married couples typically pay far less tax than single-income married couples.
If one of the last few remaining legal advantages of marriage, namely tax benefits, is now under attack, it is because the public value of marriage is not properly appreciated.
As the Irish Constitution says: “The State guarantees to protect the Family in its constitution and authority, as the necessary basis of social order and as indispensable to the welfare of the Nation and the State.” (42.2)  But when we hear that society has moved forward, it usually means that it has moved away from proper protection and promotion of the family based on marriage, as envisaged by those who wrote Bunreacht na hÉireann.
There are many good reasons why society and the State should defend and promote marriage. The most obvious one is that a married couple provides the best possible environment for children to be conceived and to grow. Marriage is not simply a private matter but has always served a public purpose and this is the reason why in all cultures and civilizations this public commitment is marked by celebrations, rituals, cultural norms, and also, where a proper State exists, legal protection and tax benefits.
In recent years we have experienced a constant erosion of the fundamental features of marriage, in the name of ‘progress’.
The redefinition of marriage in the Constitution with the inclusion of same-sex couple, the relaxation of divorce laws, the calls for the end of tax benefits or to make marital commitment practically indistinguishable from cohabitation, are at the same time the cause and also the effect of the devaluation of marriage as a public institution. Society will pay the consequences unless we change direction, and this would also include having a proper marriage friendly tax system.

giovedì, dicembre 13, 2018

Michele Malatesta “amava ed era amato dalla gente umile”. Se ne va un “maestro” di fede e di cultura

Il ricordo di lui a poche ore dalla scomparsa, tocca da vicino molte persone e più comunità: quella di Piedimonte Matese, dove è nato e ha trascorso la prima giovinezza; il mondo accademico e culturale di Napoli e Roma dove ha lasciato il segno della sua saggezza, professionalità e integrità…; gli ambienti ecclesiali che in lui hanno, senza alcuna fatica, individuato un modello di uomo e di cristiano secondo il Vangelo…
Se n’è andato ieri, 11 dicembre, dopo alcuni mesi in cui la malattia pur provando il suo corpo non ha frenato o arretrato la spinta ad essere sempre un passo oltre, nella fede, nella conoscenza, nelle relazioni umane…
I funerali, celebrati dal vescovo di Alife-Caiazzo Mons. Valentino Di Cerbo, unito al professore Malatesta da vecchia amicizia, si terranno domani (13.12.2018) a Roma nella Basilica di San Saba all’Aventino alle 11.00.
Di lui, ci consegna un caro ricordo, l’amico di sempre Liberato Raccio.
Assalito da un tumulto di emozioni, pur consapevole della mia inadeguatezza, desidero ricordare il mio carissimo amico prof. Michele Malatesta, deceduto oggi in Roma.
Era nato a Piedimonte Matese in una famiglia molto cattolica, con la quale nell’anno 1963 si trasferì a Roma. Era l’ultimo di cinque figli.
Era un uomo di profonda e vasta cultura. Il suo curriculum è impressionante: consta di ventidue pagine. Sorvolo sui suoi libri, sulle pubblicazioni (un’ottantina), sulle recensioni (una settantina), sulle prefazioni, sulla collaborazione a enciclopedie, ecc.   
Mi limito a dire che: ha insegnato Logica nell’Università Federico II di Napoli per 35 anni, 28 dei quali come professore di ruolo, dopo aver insegnato 10 anni nei licei, 6 dei quali come professore di ruolo; ha partecipato, per invito, a numerosi congressi  internazionali, in trenta dei quali ha diretto la sessione di Logica ed in quello di Bechigne (allora Cecoslovacchia) del 1991 ha diretto la sessione inaugurale; 
era membro di accademie anche estere (Belgio, Canada);
il senato accademico dell’Università di Petrosani (Romania) gli conferì all’unanimità la laurea honoris causa in filosofia il 22 settembre 2004 per i suoi studi pioneristici sulla struttura logica delle lingue non indoeuropee;
il compianto prof. Dante Marrocco nella sua “Storia di Piedimonte” lo inserì nell’elenco dei personaggi illustri di questa città, definendolo appassionato agiografo e liturgista. Michele si arrabbiò non ritenendosi né agiografo né liturgista. Nel 2010 finì per dare ragione al generoso amico scomparso perché si improvvisò agiografo e liturgista,  scrivendo un volumetto sui martiri Marcellino e Pietro.
Non di rado gli uomini di cultura vengono meno al compito di rendere facile il difficile, e talvolta fanno addirittura il contrario. Egli intendeva la cultura come servizio. Era mosso dalla carità della cultura, sollecitata da papa Benedetto XVI nell’Enciclica Caritas in veritate. Non è stato mai geloso del proprio sapere e si faceva capire da dotti e indotti.
Devotissimo a San Marcellino, quando il parroco don Vittorio Marra e alcuni amici circa un mese fa, siamo andati a fargli visita a Roma, pur essendo molto provato, non ha mancato di parlarci anche del grande Martire e Protettore. È stato il promotore del gemellaggio con la città tedesca di Selingstadt, dove si venerano i santi Marcellino e Pietro.
Amava ed era amato soprattutto dalla gente umile, che era affascinata dalla sua eloquenza catturante e travolgente, che all’occorrenza cresceva di tono e diventava torrentizia, per tornare poi calma, ma mai priva di pathos.
Non si è mai dimenticato degli amici e di telefonare per fare gli auguri di compleanno, di onomastico e per altre ricorrenze liete, come non si è mai dimenticato di far sentire la sua vicinanza nelle circostanze dolorose.
Per tutti quelli che hanno avuto il privilegio di conoscerlo era un amico premuroso, delicato e attento. Con gli amici non ha quasi mai parlato della sua attività accademica, se non per raccontare qualche aneddoto divertente. Sembrava che l’insegnamento fosse un hobby, preso com’era dai problemi di trascendenza e religiosi.
Uomo semplice e di fede granitica, fin da piccolo aveva imparato ad amare la Chiesa e a conoscere le cose di Dio, da cui era affascinato e di cui era assetato, ma era tutt’altro che bigotto.
In tutti gli ambienti (soprattutto nel mondo accademico) e in ogni circostanza ha difeso la Chiesa a viso aperto e con competenza indiscussa. Col suo fare  sornione, arguto e ironico, ma mai presuntuoso e arrogante, smontava le accuse, spesso preconcette.
Soprattutto per merito dei salesiani, di cui era stato allievo a Caserta, aveva le idee molto chiare sulla morte. Gli avevano insegnato l’ars moriendi, perché ogni mese facevano fare l’esercizio della buona morte, facendo pregare “per quello che di noi sarà il primo a morire”. Diceva che chi non ha mai pensato alla morte non ha mai apprezzato la vita.
Sostenuto dalla fede, dopo un serio problema di salute, che affrontò impavido, mi confidò che la vita era diventata più bella e l’assaporava come non mai.
Ha sofferto molto, ma se n’è andato sereno, insegnando a chi resta cosa è la buona morte. Provo a immaginare il festoso incontro con don Geppino Manzo, a cui era legatissimo; con mons. Francesco Piazza, suo primo educatore, di cui diceva che i destinatari della sua formazione potevano diventare atei, ma mai eretici; con mons. Giuseppe Della Cioppa, il Vescovo da lui più amato e stimato; con don Adolfo L’Arco, il suo grande maestro salesiano.
Questo illustre figlio della nostra terra lascia un vuoto incolmabile. Lo piangono la dilettissima moglie Silvia, le amate sorelle Carmen e Maria Cristina, i cari nipoti e pronipoti, i parenti e quanti l’anno conosciuto e gli hanno voluto bene.
Carissimo Michele, non ti dimenticheremo. 
Tu però non dimenticarti di pregare per noi.

domenica, dicembre 09, 2018

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venerdì, dicembre 07, 2018

“All human beings are born free and equal in dignity and rights”


“All human beings are born free and equal in dignity and rights” So begins the Universal Declaration of Human Rights, which was proclaimed by the United Nations General Assembly in Paris 70 years ago, on 10th December 1948.
The idea of dignity, which is the basis of any human right, has a long history that goes back to the fundamental Christian teaching that all human beings have an intrinsic value and are created morally equal. This value does not depend on circumstances or specific characteristics but simply on the fact that human beings are created by God. They have a value in themselves by dint of that fact.
The uniqueness of every person has moral significance, as it implies an obligation to respect and cherish each single human. There is value inherent to every person. This is precisely what we mean by dignity and this the source of all individual and collective rights.
Samuel Moyn, professor of law and history at Yale University, has pointed out that the first country to mention dignity in its Constitution was Ireland in 1937. As an alternative to classical liberalism and to totalitarian regimes, both of which were perceived as forms of secularism, the Irish Constitution was inspired by Christian values and specifically by the principle of human dignity.
In invoking the Trinity, the Preamble proclaims that the Irish people adopt Bunreacht na hÉireann “so that the dignity and freedom of the individual may be assured”. Not simply the freedom, as in the liberal tradition, but also the dignity of the individual.
In that same year, Pope Pius XI wrote his encyclical Mit Brennender Sorge in which he denounced Nazism because it “violates every human right and dignity”. This was in line with a long tradition of Catholic social teaching about the necessary respect for all persons, as created by God.
It was only a few years later, after the tragedy of World War II, that the principle of dignity appeared in new national constitutions and international declarations. The Charter of United Nations (1945) and the Universal Declaration of Human Rights (1948) both mention human dignity, and so does, for example, the first article of the German Constitution (1949): “Human dignity shall be inviolable.”
The Preamble of the Charter says that the peoples of the United Nations are determined to “reaffirm faith in fundamental human rights, in the dignity and worth of the human person, in the equal rights of men and women and of nations large and small”.
The Universal Declaration, mentions dignity twice in its preamble, then in its first article (“All human beings are born free and equal in dignity and rights”), and later two more times with respect to just remuneration and to economic, social and cultural rights. The French philosopher Jacques Maritain, a Catholic convert, had a central role in the drafting of the Declaration.
In celebrating 70 years of the Universal Declaration of Human Rights let us not forget the long history behind its fundamental principles, a history deeply indebted to Christianity.

giovedì, dicembre 06, 2018

Vittoria contro l’intolleranza della Raggi: il lieto fine dei manifesti contro l’utero in affitto


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Il Presidente del Gran Giurì dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria ha accertato che la campagna delle associazioni Pro Vita e Generazione Famiglia, non viola il suo codice. Il riferimento è ai manifesti choc affissi a Roma, Milano e Torino il 20 ottobre scorso, contro la pratica dell’utero in affitto. Nei cartelloni accompagnati da camion vela apparivano due giovani che spingevano un carrello con dentro un bambino disperato, comprato dalla coppia. I due giovani erano individuati come “genitore 1” e “genitore 2”, e al loro fianco compariva la scritta: “Due uomini non fanno una madre. #StopUteroinAffitto”.
Dopo qualche giorno la campagna è proseguita con altri manifesti, stavolta raffiguranti due donne, anche loro nell’atto di spingere un carrello con un bimbo dentro e la scritta: “Due donne non fanno un papà. #StopIteroinAffitto.
La campagna era rivolta a stigmatizzare l’atteggiamento di quei giudici e sindaci (in particolare Virginia Raggi a Roma, Chiara Appendino a Torino, Beppe Sala a Milano e Luigi De Magistris a Napoli) che, violando la legge e il supremo interesse del bambino, avevano disposto la trascrizione o l’iscrizione di atti di nascita di bambini come “figli” di due madri o di due padri.
I manifesti non erano però piaciuti al sindaco di Roma Virginia Raggi che dopo averne ordinato la rimozione aveva sanzionato le Associazioni con 20.000 euro di multa400€ a cartellone. A detta del primo cittadino capitolino quei cartelloni avevano carattere omofobo e offendevano la dignità dei bambini.
Pro Vita e Generazione Famiglia però non sono rimasti con le mani in mano, rispondendo per vie legali alla censura imposta dalla Raggi. Toni Brandi e Jacopo Coghe annunciarono«La violazione della libertà di espressione attraverso la censura dei nostri manifesti contro l’utero in affitto è senza fondamento giuridico. Per questo abbiamo presentato una denuncia contro l’amministrazione capitolina, rappresentata dalla persona del sindaco Virginia Raggi, per il reato di abuso d’ufficio. Essendo stati perseguitati dal Comune di Roma per i nostri manifesti che dicono semplicemente la verità, ossia che “due uomini non fanno una madre”, tra l’altro nel pieno rispetto della legge che vieta questa pratica illegale nel nostro Paese, non solo denunciamo la Raggi alla Procura della Repubblica ma annunciamo anche un ricorso al Tar contro le rimozioni ordinate dal Comune di Roma, una sorta di intimidazione a non affiggere più manifesti aventi ad oggetto l’utero in affitto».
Ieri è arrivato il pronunciamento del Presidente del Gran Giurì dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria il quale ha stabilito che la campagna delle due Associazioni non ha violato il suo codice come invece sosteneva il sindaco Raggi. «Ora Virginia Raggi ci chieda scusa – hanno dichiarato Brandi e Coghe – e si renda conto che sono lei e le sue trascrizioni a non essere più ammissibili. I diritti civili non possono basarsi sul calpestamento dei diritti dei più deboli».
 Si è conclusa così, con una brutta figura per il sindaco di Roma, una vicenda surreale che ancora una volta ha portato ad un capovolgimento della legalità. Con la censura verso chi, appellandosi al rispetto della legge, ha riaffermato ciò che è stato stabilito anche dalla Corte di Cassazione, ossia che l’utero in affitto è una “pratica contraria all’ordine pubblico”. Anziché punire chi viola la legge recandosi all’estero per ricorrere alla pratica, Raggi ha tentato di mettere il bavaglio a chi ha difeso la dignità delle donne e il loro diritto a non essere sfruttate, e la dignità dei bambini a non essere usati come merce di scambio. Arriveranno ora le scuse del sindaco? Conoscendo il personaggio non resta che dubitare.
Americo Mascarucci

mercoledì, dicembre 05, 2018

martedì, dicembre 04, 2018

Parla Hadjadj: «La società del comfort totale è suicidaria»



Tra poco meno di un mese, come ha raccontato Davide Vairani su queste stesse colonne, un tribunale amministrativo francese dovrà pronunciarsi sulla sorte di Vincent Lambert, il quarantaduenne tetraplegico caduto in stato vegetativo permanente nel 2008 a causa di un incidente stradale.
Lambert, che respira in maniera autonoma, deve essere alimentato e idratato artificialmente. Nel 2013 è diventato l’oggetto di una battaglia legale scoppiata quando la moglie Rachel ha fatto interrompere l’alimentazione al marito senza informare nessuno. I genitori di Lambert, una volta scoperta la cosa, hanno intimato ai medici di riprendere a nutrirlo. Da qui il contenzioso, transitato per il Consiglio di Stato e la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha scosso l’opinione pubblica francese (e non solo).
Sull’«affaire» di Vincent Lambert si sono pronunciati in tanti. Tra questi anche Fabrice Hadjadj, il geniale filosofo franco-tunisino molto apprezzato anche nel nostro paese.
I pensieri di Hadjadj sono stati raccolti da Le Figaro il 6 gennaio 2015, alla vigilia dell’udienza a camere riunite (Grande chambre) della Corte europea dei diritti dell’uomo che avrebbe poi finito, nel giugno del 2015, per acconsentire alla sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione.
Nonostante i quasi quattro anni di distanza quelle riflessioni ci sembrano ancora particolarmente incisive e perciò meritevoli di essere proposte anche al pubblico italiano.
Il caso di Vincent Lambert sollecita inevitabilmente dubbi, domande. Quale avvenire ci può essere per l’incurabile in un mondo performativo come il nostro? Ma soprattutto, è legittimo che un tribunale decida della vita o della morte di un essere umano?
«Joseph de Maistre», ricorda Hadjadj, «diceva che il boia era la chiave di volta dell’ordine sociale. La postmodernità tecno-liberal-socialista sembra fornire oggi una strana conferma del suo discorso. Non sono favorevole alla pena di morte, ma bisogna riconoscerlo: da quando l’abbiamo abolita per i criminali non riusciamo a fare a meno di applicarla agli innocenti. Ai bimbi trisomici in utero, ad esempio. Ma anche – dato che il Consiglio di Stato su di lui ha deciso così, in attesa della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo – a persone disabili come Vincent Lambert. Come se il boia che avevamo cacciato via con la maschera nera fosse ritornato col camice bianco. Come se la pena di morte che infliggevamo in base a un ordine penale si dovesse ormai concedere in base a un ordine compassionevole».
Da dove nasce questa rinnovata passione per l’elogio del boia? Da buon filosofo, Hadjadj individua nella morte per compassione la conseguenza di un principio generale: «quando l’istituzione giudiziaria umana non riconosce più una legge che la trascende – quella, poniamo, di un incondizionato rispetto per la vita -, quando tutto per lei diventa negoziabile, essa finisce sempre per concedere il potere sovrano di decidere chi sia degno di vivere o meno».
Come sempre accade in casi-limite come quello di Vincent Lambert ci si interroga: una vita tanto menomata vale ancora la pena di essere vissuta?
La replica di Hadjadj è fulminante: «Vale la pena per quello per cui siamo disposti a soffrire. Ora, quando misuriamo le cose in base al benessere tutto deve essere confortevole e dunque niente, propriamente parlando, vale più la pena. Una società del confort totale, ossia senza spirito di sacrificio, è necessariamente una società suicidaria, vale a dire svestita di senso».
Accordare un «diritto di morire» indistinguibile dal «diritto di uccidere» è il sintomo di una insofferenza della società per tutto ciò che è debole, fragile, bisognoso di aiuto. Per questo Hadjadj si interroga e ci interroga: «Poniamoci adesso la domanda: la vita di un bambino vale la pena di essere vissuta? Senza dubbio. Eppure questo bambino è debole e dipendente. Dunque è soltanto in funzione della sua futura carriera che la giudichiamo tale? Non vi è forse qualche altra cosa ancora, che sboccia direttamente nei suoi sorrisini di adesso? Non è il fatto di essere là, offerto, in un abbandono che ci sconvolge e si appella alla nostra responsabilità? Viceversa, la vita di un consumatore autonomo (capace cioè di scegliere tra McDonald’s e Findus oppure tra cento programmi televisivi) vale la pena di essere vissuta? Al contrario, non è forse quando questo consumatore dovrà far fronte al tragico – e si strazierà elevando un grido verso il cielo – che toccherà la vera dignità umana?».

Continua qui.

domenica, dicembre 02, 2018

QUANDO FIDEL CASTRO LEGGEVA JOSE’ ANTONIO PRIMO DE RIVERA E CHE GUEVARA ERA POPULISTA

QUANDO FIDEL CASTRO LEGGEVA JOSE’ ANTONIO PRIMO DE RIVERA E CHE GUEVARA ERA POPULISTA
LUIGI COPERTINO
Franco Cardini, da ultimo, ha pubblicato, per i tipi de La Vela editore, un libro con un titolo molto significativo: “Neofascismo e neoantifascismo”. Dal noto storico fiorentino lo scrivente ha imparato, contro ogni storicismo, che la storia non ha alcun senso immanente e, contro ogni determinismo, che la storia è sempre imprevedibile. Benché sia possibile individuare alcune costanti, più che altro dovute al comportamento umano, quindi di carattere antropologico, essa ha un andamento carsico. Molte sono le connessioni, le relazioni, le corrispondenze insospettabili per coloro che si fermano al luogo comune alimentato dal basso livello di molta divulgazione mediatica.
Il paradigma consolidato vorrebbe, ad esempio, che tra fascismo e antifascismo ci sia soltanto scontro e mai incontro. Invece gli incontri, al di sotto della superficie e delle apparenze, non solo ci sono stati ma sono stati non episodici ed assolutamente sostanziali. Senza ricorrere all’appello che Togliatti, nel 1936, rivolgeva alla sinistra fascista, chiamando i fascisti di sinistra “fratelli in camicia nera”, e senza d’altro canto rammentare i “corporativisti impazienti delle more di sviluppo di una idea” con cui Giovanni Gentile nel 1943 si rivolgeva ai comunisti, vogliamo qui scavare negli anfratti delle simpatie e delle segrete complicità rintracciabili tra alcune forme di populismo, a modo loro “cristiano”, generalmente, e molto inappropriatamente, bollate come di destra o di sinistra.
Parliamo di movimenti e regimi politici nati in area culturale ispanica, tra penisola iberica e America latina: falangismo, franchismo, peronismo e socialismo cubano.
I primi tre vengono ritenuti di destra e l’ultimo di sinistra. In realtà già tra i primi tre la classificazione a destra è molto problematica: perché se certamente autoritario e nazional-conservatore fu il franchismo, altrettanto non si può dire né del falangismo originario né del peronismo argentino che furono piuttosto movimenti nazionalisti di modernizzazione con forti propensioni sociali se non addirittura socialiste e, pertanto, annoverabili, pur con tutte le loro peculiari caratteristiche, nella tipologia “fascista”, la quale di per sé già sfugge al riduttivo schema “destra-sinistra” ricomprendendo, appunto, quei movimenti che tentarono nel XX secolo una sintesi tra nazionalismo e socialismo.
Ma è soprattutto del socialismo caraibico che si dovrebbe evidenziare il carattere affatto marxista, nel senso duro e puro della filosofia dialettico-materialista di Marx, quanto piuttosto populista tipicamente sudamericano, quindi persino a suo modo “cristiano”, che lo avvicina strettamente al peronismo argentino.
Tanto Che Guevara quanto Fidel Castro non nascono comunisti, semmai lo diventano. E lo diventano secondo una esegesi che non consente di classificarli come marxisti in senso stretto.
Il Che e il Lider Maximo nascono nazional-populisti. Iniziarono la loro avventura politica in nome delle rivoluzioni nazionali “libertadoras” e antimperialiste. Riecheggiava qui, senza dubbio, l’eredità bolivariana, da sempre forte nel Sud America, e, mediante essa, anche un certo influsso “massonico progressista” (1). Ma, soprattutto, vi era, in quell’inizio, l’eco del giustizialismo argentino, del peronismo. Il colonello Juan Domingo Perón in pochi anni era riuscito a modernizzare l’Argentina, in nome dell’indipendenza economica della Nazione, per sottrarla dal dominio del capitale anglo-americano, e in nome della giustizia sociale attuata secondo un interclassismo socialmente avanzato. «Vogliamo un’Argentina socialmente giusta, economicamente libera e politicamente sovrana», era scritto nel Manifesto politico di Perón.
Tuttavia vi era, nella fase iniziale della rivoluzione nazionale cubana, anche un terzo, potente influsso culturale, mediato per l’appunto dal peronismo: quello del falangismo joseantoniano, mai giunto effettivamente al potere ma la cui eredità ideale si era sparsa per tutto l’orbe ispanofono.
Peronismo
Tra il 1944 ed il 1955 – con l’appoggio fondamentale di sua moglie, l’ex attrice radiofonica Eva Duarte, diventata per le masse popolari Evita, la “Madonna dei descamisados”, una presenza femminile, interna a un regime presidenzialista i cui quadri provenivano dall’esercito e dai sindacati, che fermentò in particolare l’anima più a sinistra del peronismo (quella più tardi chiamata “montonera”) –, Juan Domingo Perón aveva guidato l’Argentina, sottraendola al dominio semicoloniale dell’Inghilterra e degli Stati Uniti, e ne aveva avviato, non senza contraddizioni, il processo di modernizzazione. Perón realizzò la modernizzazione dell’Argentina attraverso l’industrializzazione per sostituzione – difese protezionisticamente la nascente industria nazionale sostituendo con la produzione interna le importazioni che, fino a quel momento, avevano costretto la nazione a dipendere dall’estero – ed attraverso una politica sociale ispirata ad un interclassismo socialmente molto avanzato. Peron era colonello dell’esercito ed era arrivato al governo a seguito di un golpe militare nel 1943, rivestendo il ruolo di ministro del lavoro. La sua avanzata politica sociale gli procurò immediatamente l’appoggio della CGT, il maggior sindacato operaio argentino. La politica sociale peronista mirava a conciliare gli interessi della nascente imprenditoria argentina, difesa dalla concorrenza estera, con quelli della classe lavoratrice che si voleva integrata nell’industria nazionale. L’interclassismo peronista avvantaggiava più i ceti popolari che quelli industriali. Insomma era più sbilanciato verso sinistra, rispetto al modello al quale Perón, che non lo nascondeva, si ispirava.
Quel modello era l’esperimento corporativista tentato negli anni ’30 in Italia dal fascismo. Perón era stato, quale addetto militare, a Roma ed a Chieti, e si era entusiasmato per la politica sociale del fascismo la quale prefigurava una rivoluzione sociale e nazionale dall’alto. Una Rivoluzione, senza dubbio, rimasta in parte condizionata dalle componenti fiancheggiatrici di destra, nazionaliste e conservatrici, ma che aveva in sé, nella “sinistra fascista”, le spinte atte a superare detti condizionamenti.
Sergio Romano, sul Corriere della Sera del 29.06.2005, nell’articolo “Peron, un Caudillo tra comunismo e capitalismo yankee” riporta questo giudizio di Perón sull’Italia fascista da lui visitata: «lì si stava facendo un esperimento. Era il primo socialismo nazionale che appariva nel mondo. Non voglio esaminare i mezzi di esecuzione che potevano essere difettosi».
In Argentina, Perón riprese l’esperimento italiano senza, per le peculiari circostanze storiche di quel momento in quel Paese, troppi condizionamenti conservatori. La politica peronista fu un aperto attacco all’“oligarchia”. La polemica contro l’oligarchia fu portata a livelli, anche propagandistici, altissimi da sua moglie Evita, di umili origini sociali (figlia illegittima di un possidente terriero e di una cuoca ma mai riconosciuta dal padre). Nonostante Perón appartenesse al GOU (Gruppo di Ufficiali Unito), un sodalizio, organizzato a mo’ di loggia semi-massonica, di ufficiali simpatizzanti per i fascismi europei, il peronismo innalzò immediatamente, insieme a quella nazional-sociale anche la bandiera del Cattolicesimo. «Il giustizialismo è una nuova concezione della vita, semplice, pratica, popolare, profondamente cristiana e profondamente umanista», recitava, ancora, il Manifesto politico di Perón. L’adesione politica al Cattolicesimo era dovuta, senza dubbio, al fatto che esso era la “religione nazionale”, più che per convinto confessionalismo politico – ed infatti nell’ultima fase del regime peronista, quando, morta Evita, divennero prevalenti nella politica ecclesiale argentina istanze laiciste favorevoli a divorzio, aborto, scuola aconfessionale, ci furono scontri durissimi con la Chiesa, o con certe gerarchie ancora troppo vicine all’oligarchia, che fino ad allora aveva comunque appoggiato Perón –, ma non per questo è possibile negare, sul piano personale, la fede cattolica del colonnello e, soprattutto, di Evita, grande peccatrice. Basta leggere, ne “La mia vita”, l’autobiografia di Eva Duarte, il posto che essa, benché con molta confusione e disinvoltura teologica, assegnava al “giustizialismo”, nome assunto, con riferimento alla “giustizia sociale”, dal movimento peronista, quale realizzatore politico della Dottrina Sociale Cattolica e, con molto più ampia pretesa, dello stesso Cristianesimo. Ma anche nel Manifesto politico di Perón è evidente l’eco di fondo del cristianesimo, quantomeno nei suoi aspetti etico-sociali: «Le due braccia del peronismo sono la giustizia sociale e l’assistenza sociale. Con esse diamo al popolo un abbraccio di giustizia e di amore».
Oltre a questo, vi è un altro elemento che trapasserà nella rivoluzione cubana ossia la cosiddetta “tercera posición”, il “tercerismo”, ovvero la terza via tra capitalismo e comunismo che diventa, sul piano della politica internazionale, terza via tra Stati Uniti e Unione Sovietica (idea forza che sarà ripresa da tutti i gruppi neofascisti europei).
Nell’articolo già citato di Sergio Romano, sul Corsera, è riportato in proposito questo giudizio del leader argentino: «Ma l’importante era questo: un mondo già diviso in imperialismi e un terzo dissidente che dice: No, né con gli uni né con gli altri, siamo socialisti, ma socialisti nazionali. Era una terza posizione tra il socialismo sovietico e il capitalismo yankee».
Il “Che” Guevara “peronista”
L’agiografia costruita intorno al “mito politico” di Che Guevara dimentica che Ernesto Guevara de la Serna, più tardi noto come “Che” (così denominato per via di una inflessione tipicamente argentina del suo spagnolo), visse, benché da spettatore, la parabola del peronismo. Egli nacque nel 1928, a Rosario, in Argentina, da una agiata famiglia dell’“oligarchia”. Il padre, ingegnere ed imprenditore, aveva militato in gruppi antifascisti e la madre, una donna colta, iniziò il piccolo Ernesto all’amore per la letteratura, in particolare quella francese. Quando Perón prese il potere, il giovane Guevara frequentava la facoltà universitaria di medicina. L’agiografia racconta che già in quegli anni si dilettava sulle opere di Stéphane Mallarmé, Paul Verlaine e degli altri “poeti maldetti”. Da essi apprese lo stile anarchico, nichilista, l’amore per la ribellione senza quiete e spesso fino a sé stesso che più tardi lo portò ad essere insoddisfatto anche delle realizzazioni rivoluzionarie a Cuba e quindi a riprendere la lotta armata. Oltre ad essi, il giovane Guevara frequentava le opere di  Antonio Machado e di Federico Garcia Lorca. Di quest’ultimo, tuttavia, non poteva sospettare la simpatia per José Antonio Primo de Rivera né l’amicizia nata tra il poeta, vittima dei nazionali, ed il capo della Falange spagnola, in occasione di un incontro propiziato da un comune amico falangista. Ma, sembra, che il giovane futuro “Che” si esercitasse già sui testi di Engels e di Marx.
Eppure nulla è più estraneo a Guevara del pedantismo dialettico del marxismo mentre sembra molto più suo il ribellismo anarcoide di una concezione, già di eredità “platonica”, della politica come estetica, come arte di costruzione dello Stato. Secondo la testimonianza di Fidel Castro, quando lo incontrò per la prima volta, nel 1953, Guevara era già marxista. Il punto sta, tuttavia, nell’intendersi su cosa fosse il suo “marxismo”. Marx aveva già subito una serie di ripensamenti e rielaborazioni filosofiche in Europa – da quelle socialdemocratiche a quelle neoidealiste, a quelle sindacaliste rivoluzionarie ed irrazionaliste – per potersi accettare acriticamente una definizione di “marxista” senza domandarsi in aggiunta “quale marxismo”.
Il clima della rivoluzione nazional-populista argentina, nei suoi anni giovanili, segnò il percorso di Guevara. Se ne è accorto il regista Alan Parker nell’adattamento cinematografico (1966) del musical “Evita”. Nel film al fianco della leader peronista, interpretata da Louise Veronica Ciccone, compare, interpretato da Antonio Banderas, la figura, critica ma anche affascinata da Evita, del giovane Ernesto Guevara. Dunque se di marxismo si trattava esso era fortemente caratterizzato in senso nazional-populista, inteso cioè come lotta di liberazione nazionale contro l’imperialismo americano espressione delle grandi multinazionali come quella United Fruit della quale Guevara visitò i latifondi constatando le condizioni di semi-schiavitù dei campesinos.
Senza dubbio la lotta di liberazione nazionale ben presto in Guevara diventò lotta di liberazione dell’intero continente americano, in vista dell’unità latinoamericana, e poi anche mondiale. Ma resta il fatto che l’elemento nazionale restò sempre il nucleo essenziale della filosofia ribelle del Che, il quale non a caso amava, quasi come un antesignano del proprio romanticismo idealista, Giuseppe Garibaldi (che – ci sia consentito dire a disincanto del mito romantico – come lui, non fu esente da ombre e misfatti anche pesanti). “Patria o muerte” fu lo slogan che Guevara lasciò in eredità alla Cuba rivoluzionaria, dopo aver capeggiato la rivoluzione nazionale che abbatté il regime filoamericano di Fulgencio Batista, il quale aveva ridotto l’isola ad un bordello per i miliardari statunitensi in cerca di puttane e droga.
“Che” Guevara populista
Fidel Castro incontrò Guevara in Guatemala, nel 1953, dove il futuro Che, viaggiando in moto per il continente sudamericano, era arrivato richiamato dal fascino della rivoluzione populista alla quale il governo di Jacobo Arbenz Guzmán aveva dato avvio. Questi era un colonnello, democraticamente eletto nel 1951, che stava modernizzando il Guatemala attraverso una politica riformatrice socialmente avanzata. Ad iniziare dalla riforma agraria anti-latifondista. Guzmán aveva aderito, spintovi dalla moglie, una ricca latifondista di idee progressiste, ad un socialismo con forti tinte nazionaliste ed aveva partecipato nel 1944 alla rivoluzione che abbatté il dittatore Jorge Ubico, diventando ministro della difesa nel governo riformista. Eletto presidente attuò un programma di indipendenza economica del Guatemala dagli Stati Uniti e nazionalizzò la United Fruit Company, la multinazionale americana che sfruttava terre e contadini guatelmatechi. La similitudine, anche cronologica, con la vicenda argentina di Peron – entrambi al potere dal 1944 prima come ministri poi, democraticamente eletti, come Presidenti, ed entrambi deposti negli  stessi anni da un golpe militare – è evidentissima. Guzmán sarà deposto da un golpe nel 1954, ordito dalla CIA di Allen Dulles. L’anno seguente, nel 1955, in Argentina un altro golpe, pomposamente definitosi “rivolución libertadora”, abbatteva il regime peronista.
Anche questa simpatia per l’esperienza guatemalteca di Guzmán testimonia quanto il marxismo di Che Guevara fosse in realtà filtrato dal nazional-populismo del suo mondo latinoamericano. Questo peculiarità dle suo vero o presunto marxismo basta per ripensare la sua figura in un’ottica molto diversa da quella che il mito ha imposto.
“Che” Guevara e josè Antonio Primo de Rivera
Cosciente o meno che ne fosse il “Che”, nel suo rivoluzionarismo, per una di quelle trasmigrazioni di idee spesso registrabili nelle vicende storiche, riemergono, dal fiume carsico dei mille rivoli ideali, le medesime istanze nazionali e sociali del nazional-sindacalismo della falange spagnola originaria, “Patria, Pan y Justicia”. E riemergono persino sotto il profilo dello stile della militanza romantica e nell’approccio più estetico e poetico, che pragmatico o realista, alla politica. Estetica politica e romanticismo militante, infatti, caratterizzano tanto Ernesto Che Guevara quanto José Antonio Primo de Rivera.
Figlio del generale Manuel, che aveva governato dittatorialmente, ma con l’astensione “benevola” dei sindacati e del Psoe, la Spagna dal 1923 al 1930 introducendovi elementi di modernizzazione economica, José Antonio Primo de Rivera, che sempre propugnò una aperta fede cattolica, fondò, nel 1933, la FE   – la “Falange Española” divenuta FE de las JONS in quanto fuse con le Juntas de Ofensiva Nacional-Sindicalistadi  Onésimo Redondo Ortega, proveniente dall’Azione Cattolica; con una pennellata neopagana e nietzscheana, quella del filosofo Ramiro Lédesma Ramos.  Quello della Falange originaria era un chiaro programma di riforme sociali intese a superare sia il conservatorismo sociale della destra, preservandone però l’istanza nazionale in difesa dell’hispanidad, sia l’internazionalismo della sinistra comunista ed anarchica, preservandone tuttavia l’istanza socialista. Il programma del falangismo originario prevedeva, nel contesto di una forma corporativista dello Stato tramite i “sindacati verticali”, la riforma agraria con la distribuzione della terra ai contadini, la nazionalizzazione delle banche e del credito, la nazionalizzazione delle grandi industrie e il sostegno alla piccola industria artigianale e familiare. Il tutto all’insegna di un sentito patriottismo, per il quale la Spagna doveva essere una comunità di destino nell’Universale, e di un proclamato e vissuto, non solo quale religione nazionale, Cattolicesimo, benché alieno da sottomissioni clericali o confessionali. José Antonio,  Onésimo Redondo e Lédesma Ramos furono assassinati dai repubblicani nel 1936, all’iniziò della guerra civile, nonostante che essi, e specialmente il primo, avessero fatto di tutto per impedire la carneficina fratricida e per evitare la strumentalizzazione della Falange da parte della forze civili-militari nazional-conservatrici di Francisco Franco. Il quale, infatti, usciti di scena i suoi capi, trasformò la Falange originaria in Falange tradizionalista, unendola forzosamente ai monarchici ed ai carlisti, facendone uno strumento per il suo regime autoritario che del programma falangista non realizzò quasi nulla (la FET y de las Jons deve la all’aggiunta dell’aggettivo tradicionalista, dovuto alla fusione forzosa, voluta da Franco, dei falangisti e dei requetés : miliziani che si distinguevano per la camicia color kaki, come quella dell’esercito, e dal distintivo del Sacro Cuore di Gesù al centro dei “Bastoni di Borgogna” incrociati nello stile della “croce di sant’Andrea”, in memoria della componente borgognona nella genealogia di Carlo V d’Asburgo, nipote per via paterna di Maria duchessa di Borgogna; sant’Andrea è appunto los torico patrono del ducato e della regione di Borgogna). Una volta realizzato l’ircocervo della fusione di falangisti, nazionalsindacalisti e tradizionalisti, Franco – pur conservando certe insegne e certi rituali dell’originaria Falange – ne mutò il nome in quello generico di Movimiento. E’ comunque significativo che Fidel castro usasse lo stesso nome per una sua formazione politica degli Anni Cinquanta. Ma torniamo a Guevara e a Primo de Rivera.
Si rimane colpiti dalla somiglianza, non casuale, del linguaggio “eroico” usato, in contesti spaziotemporali in parte diversi ma simili sotto il profilo ideale ed antropologico, tanto dal  “Che” Guevara quanto da José Antonio Primo de Rivera. Motivo per il quale, negli ambienti giovanili neofascisti entrambi, il Che e José Antonio, hanno da sempre rivestito il ruolo di icone nell’immaginario anticapitalista di quei circoli.
Azzardiamo qualche comparazione tra le tante che potrebbero farsi, avvertendo che le citazioni riprodotte sono reperibili sul web alla voce “frasi di …”.
“Che” Guevara: «Vale la pena di lottare solo per le cose senza le quali non vale la pena di vivere. Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso. E se vale la pena rischiare io mi gioco anche l’ultimo frammento di cuore»
José Antonio: «Noi non vogliamo andare a disputare agli abitudinari i resti insipidi di un sudicio banchetto. Anche se talvolta transitiamo per quei luoghi, il nostro posto è fuori di là. Il nostro posto è all’aria aperta, sotto la notte limpida, arma al braccio e nel cielo le stelle. Che continuino gli altri nei loro festini. Noi, fuori, in vigilanza attenta, fervida e sicura già presentiamo l’alba nell’allegria dei nostri cuori»
“Che” Guevara: «Dicono che noi rivoluzionari siamo romantici. Sì, è vero, ma lo siamo in modo diverso, siamo di quelli disposti a dare la vita per quello in cui crediamo»
José Antonio: «La Falange spagnola non può considerare la vita come una mera serie di fattori economici. Non accetta l’interpretazione materialista della storia. Lo spirituale è stato ed è la molla decisiva nella vita degli uomini e dei popoli»
“Che” Guevara: «La vera rivoluzione dobbiamo cominciare a farla dentro di noi»
José Antonio: «(il) nostro movimento … deve avere un carattere e un senso ascetico, poetico e militare»
“Che” Guevara: «Vale milioni di volte di più la vita di un solo essere umano che tutte le proprietà dell’uomo più ricco della terra»
José Antonio: «La destra, sì, invoca la Patria, invoca le tradizioni; ma non ha considerazione della fame del popolo, non è sostenuta dalla tristezza di quei contadini che qui, in Andalusia, e in Estremadura e León, continuano a vivere come hanno fatto da 500 anni, continuano a vivere come dalla creazione del mondo vivono alcune bestie. E questo non può essere»
“Che” Guevara: «Il dovere di ogni rivoluzionario e quello di fare la rivoluzione! In una rivoluzione, se è vera, si vince o si muore»
José Antonio: «Sbarazzati di ogni sottomissione! Metti il ​​tuo impeto al servizio della nuova rivoluzione, che èanche la tua, perchéappartiene a tutti, perchéappartiene alla Spagna!».
Entrambi erano mossi da un vitalismo giovanilista, si rivolgevano alla gioventù sapendo che è essa la più predisposta ai cambiamenti rivoluzionari.
Tuttavia, per onestà intellettuale, dopo aver sottolineato le similitudini, è doveroso anche evidenziare alcune notevoli, e fondamentali, differenze tra i due.
Nel programma falangista la distribuzione della terra ai contadini costituiva la conseguente e coerente applicazione pratica del patriottismo ed era giustificata in nome dell’hispanidad. José Antonio soleva prendere le distanze dalla destra come dalla sinistra perché, diceva, «essere di destra, come essere di sinistra, significa sempre espellere metà di ciò che devi sentire dall’anima».Il “Che” Guevara, invece, a difesa dei campesinossfruttati dalla United Friut, guardava alla politica agraria di Stalin senza sapere, o nascondendo a se stesso, che il dittatore sovietico era stato il responsabile del genocidio, per fame, dei contadini ucraini e che la collettivizzazione della terra è ben altra cosa dalla sua distribuzione in forma quotizzata o cooperativa ai contadini. «A El Paso – egli scrisse – ho avuto l’opportunità di passare attraverso i possedimenti della United Fruit, convincendomi ancora una volta di quanto siano terribili queste piovre capitaliste. Ho giurato davanti a un ritratto del vecchio e compianto compagno Stalin che non mi fermerò finché non vedrò annientate queste piovre capitaliste».
Un po’ di disincanto tuttavia non guasta
Sia chiaro: nessuna “santificazione”! Non stiamo canonizzando né il “Che” Guevara né José Antonio. Sappiamo tutti benissimo che il “Che” si è macchiato di atroci crimini politici, non esitando a ricorrere a sommarie condanne a morte degli oppositori, e sappiamo che anche José Antonio, per quanto non abbia avuto modo di usare del potere, invocava spesso e volentieri i pistoleros nella lotta politica.
Il “Che” è il responsabile del massacro del “Carnicero della Cabana”, luogo dove vennero uccisi moltissimi cubani. Molti furono i cubani che egli ha fatto uccidere senza processo e senza difesa. «Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza», soleva affermare il rivoluzionario argentino: un evidente controsenso il quale nasconde, dietro una parvenza di umanità, l’odio che può portare al crimine.
Nei suoi “Discorsi e diari di guerriglia 1959-1967” si possono leggere riflessioni come questa: «L’odio come fattore di lotta; l’odio intransigente contro il nemico, che permette all’uomo di superare le sue limitazioni naturali e lo converte in una efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così. Un popolo senza odio non può vincere un nemico brutale. Bisogna portare la guerra fin dove il nemico la porta; nelle sue case, nei suoi luoghi di divertimento; renderla totale. Non bisogna lasciargli un minuto di tranquillità, un minuto di calma al di fuori e all’interno delle sue caserme: attaccarlo dovunque si trovi; farlo sentire una belva braccata in ogni luogo in cui transiti».
A confronto, negli scritti e discorsi di José Antonio – qui, in questo porsi limiti invalicabili nell’invocare l’uso della violenza, è l’adesione alla fede cristiana che fa la differenza – leggiamo: «La violenza può essere lecita quando viene usata per un ideale che la giustifica. La ragione, la giustizia e la Patria saranno difese con la violenza quando vengono attaccate dalla violenza o dall’insidia. Ma la Falange spagnola non userà mai la violenza come strumento di oppressione».
Non bisogna però utilizzare queste riflessioni come una critica a Guevara o a José Antonio per perorare la causa di coloro che essi combattevano. Non possiamo dimenticare – e sia detto se non per giustificazione morale, perché non può esserci alcuna giustificazione sotto tale profilo, quantomeno per la comprensione storica delle circostanze nelle quali le riflessioni di Ernesto Guevara e di José Antonio furono elaborate – non si può dimenticare di quali crimini erano responsabili le squadre della morte della United Fruito i militari di Fulgencio Batista o gli agrari spagnoli o, ancora, gli anarchici nichilisti iberici.
Il punto è che tanto Che Guevara quanto José Antonio – il primo in modo più radicale; il secondo in forma meno drastica perché per spiritualità, eredità familiare e cultura, si professava sincero cattolico – ideologizzano, quindi deturpano, distorcono, ovvero mondanizzano in un non corretto primato del Politico sullo Spirituale, l’essenza intima del Cristianesimo. Infatti, l’Amore di Dio, la Carità soprannaturale, da cui nasce per conseguenza anche l’amore tra gli uomini, sono ben altra cosa dalla pianificazione sociale della produzione o dalla redistribuzione amministrativa della ricchezza. L’Amore di Dio nasce nel cuore dell’uomo aperto alla Trascendenza, lo trasforma, lo apre alla comprensione delle sofferenze del prossimo e, quindi, anche alla pratica insieme della carità (che non è l’elemosina o il paternalismo) e della giustizia, compresa quella sociale. La Politica può, e deve, farsi ispirare dalla Luce Superiore dello Spirito ma non può pretendere di auto-costruire la Città di Dio in terra.
José Antonio, pur riconoscendo una distinzione di competenze tra Chiesa e Stato, sognava “angeli armati di spada” all’ingresso della Città Politica. Senza negare che questo “angelismo” possa anche nascondere qualcosa di simile ad un millenarismo politico, la riflessione joseantoniana, tuttavia, si fermava lì, aveva presente i limiti dell’invalicabile. Quella di Che Guevara non sembra conoscere limiti e, travalicandoli, finisce per sconfinare in quella forma fredda ed inesorabile di “angelicità” che muove all’assalto del Cielo. Come quando afferma: «Lasciatemi dire, a costo di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d’amore» per aggiungere, altrove, «La via pacifica è da scordare e la violenza è inevitabile. Per la realizzazione di regimi socialisti dovranno scorrere fiumi di sangue nel segno della liberazione, anche al costo di vittime atomiche» (citato da “C’era una volta il Che”).
Anche Guevara, da qui il suo marxismo poco marxista, proclamava una fede – «Non so dire, neanche approssimativamente, in che momento abbandonai il ragionamento per abbracciare qualcosa di simile a una fede, perché il cammino è stato piuttosto lungo e tormentato» –  ma questa fede aveva un sapore alquanto manicheo e feroce quando scriveva «Adesso sapevo… sapevo che nel momento in cui il grande Spirito che governa ogni cosa darà un taglio netto dividendo l’umanità intera in due sole parti antagoniste, io starò con il popolo, e lo so, perché lo vedo impresso nella notte, che io, eclettico sezionatore di dottrine e psicoanalista di dogmi, urlando come un ossesso, assalterò barricate o trincee, tingerò di sangue la mia arma e, come impazzito, sgozzerò ogni nemico mi si parerà davanti».
Proprio questa ossessività prometeica, spiega, d’altronde, perché mai Che Guevara conserva anche agli occhi di noi non più suoi contemporanei quella inesorabile “trasparencia rivoluzionaria”, quell’alone di integralismo ideale, di solare giustizia. Spiega perché mai la sua figura continua a suscitare un inquietante fascino ad oltre cinquant’anni dalla morte.
Ha scritto Massimo Fini in merito alla parabola del Che: «Ed allora ciò che rimane, l’ammaestramento vero di una simile vicenda, non è nei sogni ormai ingialliti di un marxismo agonizzante, ma nell’esigenza di un rovesciamento radiale della società, in un’immagine della rivoluzione come atto assoluto, come gesto puro ben oltre gli angusti limiti del marxismo storico. Ecco, Che Guevara come rivoluzionario assoluto: così ci piace ricordarlo. Alfiere di un’utopia che proprio nella sconfitta realizza i suoi valori morali, sottraendosi al banale e corruttore compito della gestione cui l’eventuale vittoria l’avrebbe destinato».
Concordiamo nel giudizio storico di Fini ma ci permettiamo di aggiungere che una simile conclusione potrebbe ascriversi, senza togliere alcuna parola se non quella di “marxismo”, anche alla figura di José Antonio, perché anche lui si palesa, iconograficamente, come l’immagine della rivoluzione che realizza proprio nella sconfitta i suoi valori spirituali, perché ha evitato, a causa del suo assassinio, l’inevitabile corruzione degli ideali che, su questa terra, comporta la gestione concreta del potere.
Perón, Castro e Guevara. Una lettera e un’intervista
Per tornare al cuore di quanto cerchiamo qui di evidenziare, quel che ora preme maggiormente sottolineare è la convergenza, al di là del marxismo posticcio ed ambiguo di Guevara, tra falangismo, peronismo e rivoluzione cubana nella rivendicazione del sentimento di appartenenza nazionale quale sfondo e base, cornice e tela, della “rivoluzione sociale”. Questa base nazionale della rivoluzione sociale è comune al patriottismo antimperialista del castrismo ed al patriottismo catto-sindacalista del falangismo delle origini come al peronismo argentino. Lo abbiamo già osservato, ma pochi sanno che il motto “Patria o Morte”, che siamo usi a leggere scolpito su tutti gli edifici pubblici di Cuba, non appartiene soltanto all’eredità boliveriana ma è anche di diretta derivazione joseantoniana. Per mediazione peronista.
La dottrina autentica di José Antonio nella Spagna franchista fu preservata soltanto nei circoli femminili del Movimiento Nacional, non a caso guidati dalla sorella di José Antonio, Pilar Primo de Rivera, e nei Circoli degli Universitari Nazional-Sindacalisti, dai quali provenivano i quadri degli insofferenti sindacati irreggimentati negli apparati burocratici del franchismo (molti di quei studenti, durante il periodo della cosiddetta “Transizione”, dopo la morte di Franco nel 1975, passarono alla sinistra). Sconfitto ed emarginato dal regime franchista in Spagna, al falangismo joseantoniano, tuttavia, si ispirò l’anima profonda del peronismo di sinistra, quella dei montoneros. Fu negli ambienti universitari animati dalla propaganda montonera che il giovane Ernesto Guevara de la Verna mosse, come si è visto, i suoi primi passi sul terreno della riflessione politica che ben presto lo avrebbero condotto all’azione rivoluzionaria.
Di questa parentela, per niente imbarazzato, se ne accorse proprio Juan Domingo Perón. Da poco tornato dall’esilio in Spagna, prossimo alla morte, Perón scrisse una lettera a Fidel Castro per ribadire la sua personale amicizia motivata da una comune base ideale di “giustizialismo sociale” (2).
Nel testo della lettera, che si apre con un “eccellentissimo signor Primo Ministro, Comandante Fidel Castro”, seguito da un “Estimado amigo”, Perón, ricordando l’anniversario della sua salita al potere quale evento che segnò la rinascita del Paese per i meriti del giustizialismo, che egli definisce un “movimiento revolucionario basado en la Justizia Social”, informava l’amico che lo spirito rivoluzionario di allora non era venuto meno nel momento nel quale, richiamato in Patria, egli si apprestava a ricostruire una Nazione distrutta da diciotto anni di dittatura militare. Nel contempo gli preannunciava l’arrivo, a L’Avana, del suo ministro dell’economia, Gelbard, con l’incarico innanzitutto di dargli da parte sua un forte abbraccio, quale premessa al ristabilimento anche ufficiale delle relazioni politiche e commerciali tra i due popoli, cubano ed argentino, per dimostrare non a parole ma con i fatti la solidarietà fraterna che li tiene uniti nella comune volontà rivoluzionaria. Perón sottolinea poi che – anche se le rivoluzioni non possono essere uguali in tutti i Paesi, perché esse si adattano allo spirito dei diversi popoli, sicché ciascuno darà forma alla sua rivoluzione nazionale nei confini della propria sovranità – diventava indispensabile lavorare per l’unità latino-americana quale unica possibilità di salvezza per l’intero continente. Perón incalzava Castro sull’urgenza del progetto perché in tal modo l’America Latina si sarebbe messa a capo del riscatto di tutto il Terzo Mondo per garantire ad esso lo sviluppo e la libertà economica, politica e sociale. Ricordando all’amico Castro la loro comune e decennale militanza rivoluzionaria, gli rammentava la necessità di trasmettere la loro esperienza, ed i valori che essa incarnava, alle giovani generazioni, per evitare inutili e sanguinosi ritardi. Perché l’impeto virile della gioventù, affinché dia buoni frutti alla Patria, deve essere sempre consigliato, scriveva Perón, dall’esperienza dei vecchi rivoluzionari. Infatti, affermava ancora l’argentino, la responsabilità che ricadeva ora su di essi non era tanto realizzare la rivoluzione quanto insegnare ai loro discendenti come consolidarla. Perón faceva osservare a Castro che quello latino-americano è un continente sottocapitalizzato, sicché la sua unità fraterna, nella quale siano rispettati gli interessi nazionali, quanto gli stessi non contrastano con la comunità latino-americana, diventava necessaria e per questo obiettivo era innanzitutto necessario aumentare al massimo il numero degli abitanti del continente. L’obiettivo, annotava Perón, non era raggiungibile nel corso della loro vita ma valeva la pena di vivere e morire per un ideale che trascende le genti. Prima dei saluti finali, Perón informava che il suo ministro avrebbe esposto come far avanzare il progetto nell’auspicio che esso potesse effettivamente avanzare bene. La lettera, datata 4 giugno 1974, si chiudeva con i cordiali saluti seguiti da un più confidenziale “gran abrazo!”.
Da notare che, con l’invocazione all’unità latino-americana, Perón riprendeva uno dei sogni di Guevara e dello stesso Castro, quasi pretendendone amichevolmente la primogenitura. Una idea che, nel primo decennio del XXI secolo, è stata riesumata, nell’ambito del cosiddetto Mercosur, dal presidente neoperonista argentino Kirchner, da Chavez, da Lula. Prima che la morte di Kirchner, la sconfitta elettorale della moglie Cristina Kirchner dopo due mandati ininterrotti, la morte di Chavez e l’impeachment di Lula, ponessero fine al progetto di un populismo continentale.
Il giudizio di Perón sui due rivoluzionari cubani fu dallo stesso pubblicamente espresso attraverso un’intervista televisiva e radiofonica, reperibile sul web nello stesso link citato in nota 2). Nel filmato si può vedere un Perón, ripreso nel 1968, che definisce ammirabili i rivoluzionari barbudos di Castro e Guevara. Perón si spinge fino ad affermare che dalla morte del Che sarebbero nati altri mille Che Guevara. Anzi, nell’intervista, Perón si proclama senza indugi dalla parte di Guevara e Castro. Dichiara di stare con Castro, con tutta la sua gente, perché egli ha liberato il suo Paese ed aggiunge che non gli importa nulla che Castro è comunista. Qui, nel filmato, dopo una breve pausa di riflessione, Perón significativamente aggiunge «comunista? Fidel è tanto comunista quanto lo sono io. E’ piuttosto un giustizialista» ossia un “peronista”.
Fidel Castro gesuita, falangista e giustizialista
Il giudizio di Perón su Fidel Castro ci apre un mondo. Dobbiamo, ora, trattare con più attenzione delle radici insospettate del pensiero del giovane Castro. Lo faremo, con piacere, per lo sconcerto di molti filocastristi e di molti anticastristi.
Fidel Castro, giovane rampollo della buona borghesia cubana, fu allevato dai gesuiti negli ideali “militari” e “cavallereschi”, uno stile che egli poi impresse ai suoi reparti rivoluzionari, di Ignazio de Loyola ed in quelli del nazionalismo di popolo joseantoniano. Il futuro lider maximo, infatti, come il Che, non fu inizialmente un comunista ma piuttosto, come aveva ben compreso proprio Perón che ben conosceva l’animo latino-americano, un nazional-rivoluzionario, un combattente per la liberazione nazionale di Cuba dall’imperialismo americano. Tra le giovanili letture di Fidel Castro, consigliategli dai suoi direttori spirituali gesuiti, c’erano, subito dopo gli “Esercizi spirituali” di sant’Ignazio, “Gli scritti e discorsi di battaglia” di José Antonio Primo de Rivera.
Lo ha testimoniato il suo professore, colui che più lo seguì nell’educazione, padre Armando Llorente, gesuita (3).
Padre Llorente ci informa che il suo giovane rampollo leggeva e studiava con entusiasmo gli scritti, ovvero la redazione scritta dei discorsi, di José Antonio Primo de Rivera. Non solo, ma ci informa che Fidel Castro era solito cantare, insieme ai sacerdoti gesuiti, l’inno della Falange, “Cara al sol” (Faccia al sole), il poetico testo musicale, composto dallo stesso José Antonio che si dilettava di poesia per l’ammirazione del suo estimatore Garcia Lorca. Secondo padre Llorente Fidel Castro era un «hombre con ideas muy proxime a la falange». A giudizio del nostro gesuita la rivoluzione di Castro più che comunista è stata “umanista” e si spinge fino all’azzardo di definire Castro piuttosto un franchista.
Fidel franchista e Franco socialista?
Ed anche qui si apre un ulteriore capitolo, ancora tutto da investigare, ossia quello relativo ai rapporti che intercorsero senza discontinuità tra il regime di Castro e quello spagnolo di Francisco Franco. Rapporti che dietro gli accordi economici – che del resto la Spagna di Franco intratteneva anche con la Russia sovietica – nascondevano qualcosa di più.
Fidel Castro ordinò tre giorni di lutto nazionale per la morte del Generalissimo Franco, nel 1975. Grato per il fatto che Franco non volle mai aderire al blocco commerciale imposto contro Cuba, continuando a mantenere rapporti economici, che si rivelarono vitali per l’Avana, all’insegna di relazioni diplomatiche molto cordiali, Fidel Castro non esitò ad omaggiare la memoria del Caudillo.Esiste una intervista allo stesso Castro che testimonia di persona delle ottime relazioni che Franco continuò a mantenere con Cuba nonostante l’embargo internazionale. Nel filmato relativo a detta intervista compaiono anche i dettagli della stampa spagnola, ai tempi della morte del Caudillo, che riportano la notizia del lutto nazionale decretato a Cuba per Franco (4).
Sappiamo che quello di Franco fu un regime nazional-conservatore, fortemente clericale più che cattolico. Un regime che strumentalizzò e annacquò l’ideologia nazional-sindacalista della Falange  joseantoniana,  costringendola ad una forzata unificazione con i tradizionalisti carlisti ed i monarchici, i quali dal canto loro non gradirono a loro volta l’unificazione con i “socialisti” della Falange. Manuel Hedilla, il successore di José Antonio, fu imprigionato da Franco, perché si era opposto all’unificazione forzata, rischiò la condanna a morte e fu liberato solo dopo molti anni.
Tuttavia, qualcosa della falange originaria, benché di limitato, passò al regime di Franco. Uno storico spagnolo, Francisco Torres García, ha di recente dato alle stampe, per le edizioni ispanica “Impetu” , un libro dal provocatorio titolo di Franco socialistae con il sottotitolo di  La revolución silenciada 1936-1975. La tesi di Torres García è quella che, nonostante tutti i suoi limiti, nonostante la presenza dei tecnocrati liberisti dell’Opus Dei, nonostante il suo conservatorismo, il regime di Franco ha creato lo Stato Sociale spagnolo ed ha posto le basi del futuro decollo economico del Paese. Il libro è corredato da molte tavole statistiche che dimostrano l’assunto. Ma quelli che qui più importano sono i capitoli che Torres García dedica all’opera di riforma sociale e di tutela e miglioramento delle condizioni dei lavoratori, per quanto le circostanze all’epoca lo consentissero, portata avanti dai due soli ministri falangisti che Franco chiamò al governo, negli anni ’40 e ’50. Si tratta di José Luis de Arrese e di José Antonio Giron de Velasco. Quest’ultimo fu ministro del lavoro per 17 anni, secondo per durata soltanto al delfino del Caudillo, Carrero Blanco, assassinato in un attentato dell’Eta agli inizi degli anni ’70.
Sia Arrese che Girón appartenevano al novero di quei falangisti che, a differenza di Hedilla ed altri, credettero possibile operare all’interno del regime franchista nel tentativo di concretizzare perlomeno alcune delle istanze di giustizia sociale della Falange. Infatti essi, dando alla loro opera una forte impronta cattolica che non sarebbe certo dispiaciuta a José Antonio Primo de Rivera, fecero in modo che i “sindacati verticali”, nel frattempo messi in piedi dal regime ma in modo depotenziato, agissero perlomeno come strumenti di protezione e, per quanto possibile, di innalzamento sociale dei lavoratori spagnoli. Fu Girón ad introdurre le gratifiche salariali natalizie e di luglio (in concomitanza con la ricorrenza dell’alzamiento), le ferie pagate, la tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro, l’orario di lavoro con diritto al riposo domenicale. Mentre Arrese si preoccupò principalmente delle legge per un vero e proprio Piano Case Popolari (le viviendas) affidato ad un apposito ministero con l’ausilio dei sindacati verticali. Sempre Girón ed Arrese progettarono e tentarono di introdurre forme di partecipazione salariale agli utili aziendali. I due condussero battaglie in seno al governo franchista, contro i conservatori che ritenevano le loro proposte inflattive, per periodici aumenti salariali fino a ipotizzare il salario familiare. Anche sul fronte agrario tentarono di introdurre, benché parziali, forme di riforma che, se non colpirono direttamente il latifondo, tuttavia ponevano, mediante la colonizzazione delle terre incolte, le basi per un futuro sviluppo cooperativistico dell’agricoltura ispanica.
L’era di Arrese e Girón finì con la svolta liberista del regime negli anni ’60. Ma comunque questa esperienza permette allo storico di parlare di un “franchismo sociale” o di una “fase sociale del franchismo”, all’interno del regime. La presenza di questa, pur contenuta, componente sociale del regime franchista consente di comprendere anche i moventi ideali, politici, e non solo economici, del mantenimento delle relazioni con Cuba, in violazione dell’embargo internazionale. Questo nonostante l’esperienza del “franchismo sociale” si fosse già chiusa quando Fidel Castro e Che Guevara liberano Cuba dalla dittatura di Batista. Ma, evidentemente, un’eco di questo “socialismo falangista”, che aveva tentato di operare all’interno del franchismo, era rimasta e spinse il regime a solidarizzare con la Cuba castrista.
La comune hispanidad e la sua radice religiosa
Del resto, l’intero panorama dei fatti sin qui esposti, circa i rapporti e le segrete corrispondenze di peronismo, falangismo, castrismo (ma il discorso potrebbe allargarsi all’integralismo brasiliano ed al regime di Getulio Vargas, che ne fu un parziale tradimento), evidenzia che siamo di fronte ad una circolazione di idee di segno nazional-popolare all’interno di un medesimo circuito storico culturale che è quello contrassegnato dalla comune hispanidad. Una comune identità che lega storicamente l’estremo occidente europeo ed il continente latino-americano. Una comunanza di cultura nata all’insegna della Croce cristiana e che José Antonio, nel programma della sua Falange, richiamava quando scriveva nel terzo punto «Nei rapporticon i Paesi ispano-americani, tendiamo ad una impostazione unitaria della cultura, degli interessi economici e politici. La Spagna, riconoscendosi l’asse spirituale del mondo spagnolo, accampa il diritto di partecipare agli eventi internazionali in posizione preminente». Ed anche questo, ne siamo convinti, ha avuto il suo ruolo nella decisione di Franco di non chiudere con la Cuba di Castro.
La comune civiltà nata dal Cristianesimo apre ora i nostri orizzonti sul carattere particolare dei movimenti politici esaminati. Non che non ci furono – ci furono ed anche a volte forti – contrasti con la Chiesa cattolica ma, in generale, può dirsi che tanto il peronismo quanto il castrismo cercarono ed anche, almeno in parte, ottennero un sottaciuto consenso ecclesiale. Infatti anche nella Cuba di Castro il giurisdizionalismo del regime non arrivò mai a decretare l’ateismo di Stato, contro la viva fede religiosa dei cubani, né ad uno scontro aperto con la gerarchia che, dal canto suo, ebbe il buon senso di prendere atto del regime rivoluzionario chiedendo, ed ottenendo, perlomeno il rispetto minimo della religione e dei diritti dei fedeli.
Il socialismo cubano, senza dubbio aconfessionale, non ha tuttavia avuto il carattere accesamente persecutorio nei confronti della religione cattolica né apertamente ateistico ed anticlericale che altrove ha, invece, caratterizzato i regimi socialisti e comunisti. Ed anche questo testimonia delle origini più populiste che effettivamente marxiste del castrismo che, in quanto populismo, è stato più attento a non entrare in aperto contrasto con il sentimento religioso del popolo.
Quando Giovanni Paolo II e Benedetto XVI visitarono Cuba – entrambi dando così uno schiaffo agli Stati Uniti ed al “cordone sanitario” imposto intorno all’isola caraibica ed ai conservatori nordamericani inneggianti al rovesciamento militare di Castro – l’icona di Che Guevara fronteggiava, ma quasi per sparire, di fronte alla grande immagine di Nostro Signore Gesù Cristo innalzata sulla piazza principale di L’Avana, durante la celebrazione della Messa pontificia. Quelle visite papali contribuirono da un lato ad alleggerire il peso del regime sulla Chiesa locale e dall’altro a reimmettere Cuba nel circuito internazionale facendola uscire da un isolamento che aveva prostrato nella povertà l’isola ma anche evidenziato l’attaccamento dei cubani al regime.
In quelle occasioni Fidel Castro si dimostrò interessato agli aspetti spirituali della vita ponendo, in privato, a Giovanni Paolo II e, poi, già anziano e malato, quindi sentendosi prossimo alla morte, a Benedetto XVI. Ritornava in lui, probabilmente, l’eco dell’antica educazione religiosa ricevuta dai suoi padri gesuiti e nel caso che questo gli abbia salvato l’anima, magari dopo un duro purgatorio, – solo Dio lo sa – non potremmo che esserne contenti.
L’ultimo Fidel Castro, pare, fosse da tempo assillato da una domanda, alla luce delle sue sincere preoccupazioni spirituali. Egli la propose a Benedetto XVI quando il Papa lo visitò convalescente e stanco nella sua residenza: come aveva fatto una donnetta senza mezzi, senza armi, indifesa da tutti e tutto, ossia madre Teresa di Calcutta, a rendere dignità agli ultimi della terra, ai più diseredati, mentre lui, nonostante tutto il potere di cui aveva goduto e che aveva esercitato, non era riuscito se non molto parzialmente nell’intento?
Non sappiamo di preciso cosa Benedetto XVI gli abbia risposto ma sicuramente gli avrà spiegato che l’Amore di Dio non agisce attraverso il potere e la politica ma attraverso la Grazia che trasforma i cuori degli uomini. Qualcosa ci dice che, se questa è stata la risposta del Papa, Castro ne ha certamente compreso la profondità meglio di tanti catto-conservatori tutti “Tradizione, Famiglia e (soprattutto) Proprietà (leggi latifondo)”.
Oscar Arnulfo Romero
Sono stati, infatti, i conservatori cattolici, neo cons  e/o old cons, a strapparsi le vesti, a suo tempo, per queste “aperture” papali al “tiranno cubano”. Per i conservatori il problema dell’America Latina è di aver generato, sull’onda del populismo, più o meno a tinte marxiste, la cosiddetta “teologia della liberazione”. Essi rinfacciarono a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che quella teologia avevano condannato ufficialmente, di non essere stati conseguenti e di aver dato un appoggio ad un regime illiberale accreditandone il dittatore. L’ipocrisia catto-conservatrice dimenticava, tuttavia, di prestare attenzione ai motivi della condanna papale della “teologia della liberazione”, che vertono tutti ed esclusivamente sulla riduzione della fede cristiana ad una ideologia politica, della Caritas soprannaturale ad un immanentismo sociale senza radici trascendenti, sulla riduzione dell’evangelizzazione alla lotta di classe sovente armata, quindi infine sulla falsificazione di Cristo secondo il cliché del militante rivoluzionario. Ma nulla è stato condannato delle motivazioni sulle quali faceva strumentale perno l’errore teologico ovvero la critica delle ingiustizie sociali e dello sfruttamento dei più poveri.
Anzi Giovanni Paolo II riprese le giuste motivazioni che erano state l’occasione per gli errori dei teologi della liberazione e ne fece materia delle sue omelie sociali, soprattutto nei suoi viaggi in sud America.
Papa Wojtiła secondo certi conservatori, come Michael Novak, George Weigel e Richard Neuhaus, sarebbe stato il papa filo-occidentale che ha abbattuto il comunismo in nome della libertà individuale che, per essi, poggia su basi cristiane. Che Giovanni Paolo II abbia contribuito all’implosione del totalitarismo comunista è vero ma sarebbe parziale ridurre il ruolo storico avuto dal pontefice polacco al solo anticomunismo. Quando visitò San Salvador, Papa Wojtiła ruppe il protocollo e costrinse il corteo ufficiale a fermarsi davanti alla cattedrale dove è sepolto monsignor Oscar Arnulfo Romero, il vescovo salvadoregno difensore dei campesinosucciso dagli squadroni della morte, arruolati dai latifondisti, durante la celebrazione della Santa Messa. Il protocollo non prevedeva, per motivi diplomatici, la sosta alla tomba di Romero, che molti all’epoca anche nella Chiesa ritenevano un teologo della liberazione e guardavano con sospetto. Ma Giovanni Paolo II volle, fermamente ed irremovibilmente, sostarvi in preghiera proclamando pubblicamente “Romero è nostro”. Con vivo disappunto del regime militare del Paese e dell’oligarchia terriera ed industriale che lo dominava e che spudoratamente usava del nome cristiano infangandolo.
Ora proprio la figura di monsignor Romero, di recente beatificato, assume, nel contesto da noi esaminato, il ruolo della figura provvidenziale, nel senso proprio dell’”uomo della Provvidenza”.
In una realtà stretta tra il militarismo della destra filoamericana e conservatrice ed il populismo a rischio marxismo, del quale la teologia della liberazione è stata la versione ecclesiale, mons. Romero ha semplicemente innalzato la Croce di Cristo e lo ha fatto – particolare non sospettato dai tanti tradizionalisti della domenica e dai tanti cattoconservatori a stelle e strisce – da cattolico tradizionalista, perfino intransigente nella preservazione di certe forme liturgiche (si arrese a malincuore alla riforma liturgica conseguita al Vaticano II, perché era un grande estimatore della Messa in latino) e di certi orpelli come l’uso della talare che pretendeva dai suoi sacerdoti (5).
Mons. Romero era, dunque, un tradizionalista. Ma un tradizionalista memore del Vangelo. Memore delle beatitudini evangeliche. Memore delle parole da Cristo rivolte, per la sua salvezza – si badi! – non per la sua condanna, al giovane ricco e pio che gli chiedeva cosa dovesse fare per salvarsi. Memore della sentenza che nel catechismo di Pio X decreta il rubare la mercede all’operaio quale “peccato che grida vendetta al cospetto di Dio”.
E’ con questo bagaglio evangelico e, per molti aspetti, preconciliare che Oscar Arnulfo Romero operò da  pastore, non da politico, in difesa dei campesinos della sua Patria. Non lo fece da teologo della liberazione – ne conosceva alcuni ma li redarguiva dagli errori, in particolare dalla propaganda a favore della lotta armata – bensì da vero Pastore cristiano vicino al suo popolo sofferente. Perché nel campesino angariato e sfruttato gli era cristianamente impossibile non vedere Cristo sofferente sulla Croce e chiudere gli occhi. Del resto, non fece lo stesso san Francesco d’Assisi con i poveri lebbrosi del suo tempo?  Ma né l’uno né l’altro, né Francesco né Romero, hanno mai contestato la Chiesa né hanno ipotizzato escatologie politiche. La Carità, però, quella sì, quella era il loro programma cristiano. Nel caso di Romero da Essa egli faceva discendere, quale primate di San Salvador, anche i suoi appelli alla Giustizia Sociale. Basta questo per farne un pericoloso comunista oppure, al contrario, Romero è stato, come detto, l’uomo inviato dalla Provvidenza per mostrare cosa è il Cristianesimo nelle concrete circostanze storiche del suo continente?
Alla fine del filmato visionabile su youtube nel link indicato alla nota 2), gli autori hanno, molto appropriatamente, chiosato con una immagine di Pio XII – un Papa certo carissimo ai cattolici tradizionalisti, un Papa preconciliare, un Papa che i sedevacantisti, tradizionalisti radicali, considerano addirittura come l’ultimo Pontefice legittimo – accompagnata da queste sue parole
«Si los Cristianos viviéramos como indica el evangelio, el comunismo no tendría razón para existir» (Pio XII).
Il problema, in fondo, è tutto qui.
NOTE
(1) Non mancò, tuttavia, neanche la presenza, ambigua, della massoneria di destra. Come quella rappresentata da un Licio Gelli, eminenza grigia della corrente nazionalista del peronismo responsabile del massacro dei “montoneros” il giorno del ritorno nel 1974 di Perón in Argentina.
(2) La lettera è reperibile sul youtube al link América indohispánica, en una sola imagen: https://drive.google.com/file/d/0B57RHLC_yZIsZGg5ZW92aTN0Mnc/view, sotto la denominazione “Material historico – Carta de Juan Perón a Fidel Castro”. Nel link, dopo la lettera di Juan Domingo Peron, è visionabile un eccezionale breve video, in spagnolo, nel quale lo stesso Perón elogia Castro ed il Che definendoli “giustizialisti”. Giustizialismo, con riferimento alla giustizia sociale, si era auto-denominato il peronismo. Il filmato si chiude con una bella citazione di Pio XII, sulla quale dovremmo tornare.
(3) Anche in tal caso invitiamo i lettori a visionare il filmato, una intervista al citato gesuita, disponibile sul web al link di youtube https://youtu.be/dWGj8cayhpc.
(4) Anche in tal caso rinviamo il lettore al materiale storico che il web ci mette a disposizione al link https://youtu.be/tXvDio-LrTI
(5) Su monsignor Romero si veda la bella biografia di Roberto Morozzo della Rocca “Oscar Romero – La Biografia”, San Paolo, Milano, 2015.