lunedì, luglio 31, 2017

Medicine is intrinsically ethical

There is no medicine without ethics. Hospitals don’t need to be under church or religious influence but they cannot exist without an ethos.
Medicine has three main purposes: to prevent and cure diseases, and to take care of patients. It is not simply a science but also a practice inspired by ethical values. So, what is the difference with other sciences? Take for instance mineralogy. It is the description of the chemical and physical properties of minerals. Medicine, instead, aims not simply at describing what a human body is but it is also based on the assumption that there is a natural order, which we call health, and the purpose of the medical practice is to keep or to restore this order. There is an intrinsic good (health) that we discover through science and we preserve and reestablish through practice.
For instance, anatomy and physiology tell us what is the proper function of the eyes, i.e. to see. This is not simply a description but it also contains a prescriptive element because the ideal eye is also the normative model that the doctor uses when she acts to keep the patient’s eyes healthy or to prevent their diseases.
This understanding of medicine doesn’t require a particular religious faith but it is nonetheless intrinsically ethical. It is inspired by a certain conception of the good (health) that we find in human nature through the correct use of reason. The principle of “do not harm”, which has guided health care since ancient times, has the form of an ethical imperative.
Not everything that happens (or might happen) in a hospital or a clinic is necessarily medicine, unless it aims at preventing and curing diseases, and also at the same time at taking care of patients.
Not all interventions that alter our bodies surgically or chemically are medicine, even if a scientist (medical expert) might be involved. Getting your facial features surgically changed to look more like your music idol is not medicine. Killing the unborn because she was unplanned or is disabled is not medicine. Augmenting your muscles through drugs to win a weightlifting contest is not medicine. Removing a perfectly healthy organ to adjust your body to your perceived gender is not medicine. Facilitating suicide is not medicine.
In all these examples a certain level of scientific knowledge is necessary but they lack what makes medicine more than a science: the ethical value of health. They might involve someone who has a proper knowledge of the human body but his purpose, in these examples, is not to restore or preserve the good of the functioning body.
They are instances of scientific techniques without ethics.
There is a growing pressure by certain ideologies to transform medicine, which is necessarily lead by an objective good that we call health, into the satisfaction of the subjective requests of the patient.
If bodily autonomy (my body, my choice), rather than health, is the ultimate value then there is no reason why doctor should not amputate a healthy arm or leg, when requested, or administer a dangerous substance, for recreation or self-harm. Without the guiding principle of health, practitioners become simply the executors of someone else’s desires. Obviously, people can do what they want with their bodies but this is not medicine.

There is no medicine without ethics. Hospitals don’t need to be under church or religious influence but they cannot exist without an ethos, without values. When their core value is not health – an intrinsic good indicated by human nature- they don’t serve medicine anymore but trends, ideologies, business.

venerdì, luglio 28, 2017

KINGS KALEIDOSCOPE - Felix Culpa



Turn the lights on, look at what I have See the twisted trophies of a dead man Countless stories, tell of sin and pain But they sing the sweetness of my savior’s grace I’m a torn man, spirit fighting flesh There’s a battle raging deep in my chest But all that haunts me, all that leaves a stain Only sings the sweetness of my savior’s grace A fortunate fall, my sins are stories of grace to recall A fortunate fall, I glory in my sins forgiven Jesus bought me, and now I am His Dying with Him, in His death I now live All my vices, to which I was chained Only speak the sweetness of my savior’s grace And still I’m a wicked, wretched man, I do everything I hate I am fighting to be god, I seethe and claw and thrash and shake I have killed and stacked the dead, on a throne from which I reign In the end I just want blood, and with His blood my hands are stained See the God who reigns on high, He has opened His own veins From His wounds a rushing torrent that can wash it all away Grace upon grace, upon grace upon grace

giovedì, aprile 06, 2017

Miseria e ragioni del populismo

Se c’è un tema che tiene banco sul mercato della politica è quello del populismo. Dopo la sbornia delle elezioni Usa, ora anche la Francia è in piena fibrillazione per le imminenti presidenziali (tra venti giorni il primo turno elettorale).
Sul giornale elettronico «Causeur» è apparsa una densa analisi del «momento populista» firmata dall’eclettico romanziere Jean-Paul Brighelli. Nel suo articolo Brighelli prende le mosse dall’ultimo saggio del controverso pensatore Alain de Benoist, intitolato appunto “Le Moment populiste”.
In un passato nemmeno troppo lontano, ricorda Brighelli, il termine «populismo» veniva associato al «poujadismo», il movimento qualunquista, antifiscale e piccolo borghese nato negli anni ‘50 su iniziativa del sindacalista Pierre Poujade (1920-2003). Il populismo di Poujade era essenzialmente la traduzione politica di quello che oggi chiameremmo «consumerismo»: una sorta di partito-sindacato del cittadino medio che si prefiggeva di dare voce alla rivolta dell’«uomo qualunque» (la forma assunta dal populismo in Italia col movimento capeggiato dal giornalista Guglielmo Giannini) contro la fiscalità arbitraria dello «stato vampiro», la prepotenza dei cartelli e la corruzione della politica.
Ma oggi c’è in gioco qualcosa di più della semplice difesa del commercio di burro, uova e formaggi. Sì, perché da almeno dodici anni – è questa la tesi di Benoist – è sorto un populismo new style, in cui la sfiducia nei partiti tradizionali nasce da ragioni più radicali delle rivendicazioni dei piccoli commercianti. Questo populismo del nuovo millennio nasce come reazione al potere di una oligarchia che ha omologato la destra e la sinistra dell’arco elettorale.
In Francia, sostiene Benoist, l’atto di nascita di questa nuova oligarchia – una élite trasnazionale, europea, andata a sovrapporsi alle vecchie élite nazionali – deve essere considerato il referendum sulla Costituzione europea del 2005, dove la vittoria del «no» venne confiscata dal fronte unito della destra e della sinistra. La «Frexit», che avrebbe mandato all’aria il progetto di una costituzione europea (ad affossarla sarebbe bastata la mancata ratificazione di uno degli stati membri), fu aggirata dai governi europei che si affrettarono a far votare una brutta copia dei trattati di Maastricht e di Roma. Nasce così nel 2007 il trattato di Lisbona, che neutralizza il referendum francese.
Il voto antisistema del 2005 era nell’aria già durante le elezioni politiche del 2002. Se sommiamo infatti il 16,86% di Jean-Marie Le Pen, già poujadista della prima ora, al 2,34% di Bruno Mégretm al 4,23% di Jean Saint-Josse e al 5,33% de Jean-Pierre Chevènement, abbiamo circa un 30% di voti andati a movimenti politici estranei al monopolio dei due partiti tradizionali che da più di quarant’anni governano la Francia.
È all’incirca in quello stesso periodo che cominciano a circolare espressioni come UMPS, un neologismo – coniato pare proprio da Le Pen – che intendono alludere all’intercambiabilità dei due maggiori partiti francesi: l’UMP (Unione per un movimento popolare, ora diventato il partito dei Repubblicani) e il PS, cioè il Partito socialista. Un po’ come accade in Italia con Renzusconi.
«La destra ha abbandonato la nazione, la sinistra ha abbandonato il popolo», afferma Benoist. Ciò che più preoccupa è il fatto che la nuova oligarchia nata dalle ceneri della «vecchia politica» sembra voler mettere in pratica il suggerimento di un celebre poema di Brecht, “Die Lösung” («la soluzione»):
«Dopo la rivolta del 17 giugno
il segretario dell’Unione degli scrittori
fece distribuire nella Stalinallee dei volantini
sui quali si poteva leggere che il popolo
si era giocata la fiducia del governo
e la poteva riconquistare soltanto
raddoppiando il lavoro. Non sarebbe
più semplice, allora, che il governo
sciogliesse il popolo e ne eleggesse un altro?»
Appare chiaro che il popolismo di nuova marca nasce dall’assenza di alternative. Poco a che fare, se non marginalmente, con Pojuade o Giannini. E poco a che vedere anche col revanscismo degli anni Trenta e la sua assillante ricerca di capri espiatori (il Trattato di Versailles, gli ebrei, i massoni, ecc.) che avrebbe alimentato lo stato d’animo propizio alla mistica nazionalsocialista del «salvatore».
Con ogni evidenza, è al populismo come messianismo politico che ha fatto riferimento papa Francesco nella sua intervista al settimanale tedesco «Die Zeit», dove riecheggia l’antica polemica antinazista di uno dei pensatori più amati dal pontefice argentico, vale a dire Romano Guardini.
Il nuovo populismo del XXI secolo è piuttosto un prodotto della «postdemocrazia». Secondo Colin Crouch, il sociologo che ha coniato il termine, la postdemocrazia è una degenerazione della democrazia nella quale «anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito culturale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici».
Nella postdemocrazia si restringono gli spazi della partecipazione attiva da parte della cittadinanza. Ogni potere (economico, politico, mediatico) è confiscato da una sussiegosa minoranza di «eletti» che non perde occasione di manifestare il proprio disprezzo per la «common decency» tanto cara a George Orwell (e rilanciata ai tempi nostri dal pensatore anti-liberale Jean-Claude Michéa).
Ma che cosa è esattamente la «common decency»? È semplicemente un sinonimo di «senso comune», vale a dire quella forma di conoscenza «volgare» (cioè popolare) che ci dice – in maniera intuitiva e spontanea, anche grezza se vogliamo, ma non per questo inautentica – come dovrebbero andare le cose in una società a misura d’uomo. C’è una soglia minima di civiltà sotto la quale la società diventa «indecente». Una soglia che viene abbattuta nel momento stesso in cui il desiderio individuale diventa la misura di tutte le cose. Allora le solidarietà naturali che si esprimono nella «decenza comune» vengono aggredite con ferocia.
Gli esempi di questa brutale aggressione si moltiplicano sotto i nostri occhi ormai a cadenza giornaliera. L’indecenza trionfa quando gli esseri umani diventano oggetti di compravendita (con l’utero in affitto), di manipolazione (con la manipolazione genetica), di scarto (con l’eutanasia e l’aborto) o di consumo (con la prostituzione). La stessa sorte tocca alle attività fondamentali dell’uomo: col lavoro che diventa merce (con la precarizzazione indotta dalla «voucherizzazione» del lavoro), con la scuola che diventa luogo di indottrinamento e non di trasmissione dei saperi essenziali (attraverso l’educazione di «genere» che si accompagna a un «insegnamento dell’ignoranza» sempre più preoccupante). E si potrebbe continuare all’infinito.
Nella misura in cui avanza l’indecenza si realizza la consunzione del paesaggio morale (oltre che economico e sociale) del nostro mondo, con un degrado sempre più tangibile. E la responsabilità di una simile degenerazione va imputata in primo luogo alla dissoluzione dei costumi patrocinata dalla nuova oligarchia al potere.
Il popolo sta male ma fatica a capire la causa del suo male. Percepisce, istintivamente, l’opacità della politica. Ma dopo decenni di dittatura del desiderio è debole la coscienza delle cause del male, che si annidano nell’ideologia del godimento illimitato diffusa dalle élite per trasformare il «popolo» in «massa», cioè in «materiale sociale» da plasmare agevolmente in conformità ai desiderata dei potentati economici. Non basta il cattivo umore della pancia se ad essere malato è il cuore.
Il peccato originale sta nei presupposti stessi dell’ideologia liberale dominante: il materialismo e l’indvidualismo. Come ha mostrato Michel Schooyans, dal liberalismo discende anche la «cultura della paura», il tipico prodotto di una mentalità egoista ossessionata dal timore di perdere il proprio benessere economico. Così il popolo in via di massificazione pensa di salvarsi chiudendosi in se stesso e respingendo tutto ciò che potrebbe minacciare la sua «roba».
È sul terreno della paura per la perdita delle sicurezze materiali che fioriscono le «identità armate» e la ricerca di un «sovrano» al quale hobbesianamente sottomettersi. Inutile dire che le «strategie della paura» sono la specialità dei partiti oggi detti appunto «sovranisti», che offrono sicurezza agitando capri espiatori (in particolare demonizzando gli immigrati) con discorsi tribunizi.
Ma come osserva Fabio Torriero, l’«identitarismo» di partiti come la Lega poggia su una idea di identità che «è e resta negativa, esclude, è egoista, nega, è filo-etnica, parla alla pancia, è l’identità-fortezza (invece l’identità è amore, apertura, polis)». Al tempo stesso «il suo programma e le sue ricette, entrando nel dettaglio, non vanno a colpire le centrali ideologiche, all’origine delle storture moderne della società europea ed italiana; in alcuni casi, addirittura, sono assolutamente coerenti col capitalismo liberale europeo (legalizzazione della prostituzione, tassazione liberalizzata etc)».
La risposta della Lega pertanto rischia di essere la risposta securitaria, militarizzata e «cattivista» di quel sistema malato che il partito di Salvini solo a parole (o settorialmente) dice di combattere.
È proprio il negativismo dei partiti identitari l’indice della loro appartenenza al sistema. Lo spiega sempre Crouch. In democrazia la cittadinanza vive di due momenti: un momento positivo e uno negativo.
La cittadinanza nell’accezione positiva prevede la partecipazione attiva dei cittadini attraverso dei corpi intermedi. Nascono così quegli organismi sociali con interessi e identità collettive ben definiti, i soli in grado di avanzare autonomamente richieste al sistema politico. Oltre a questo c’è anche un momento negativo dell’attivismo democratico: il momento della protesta e dell’accusa, dove la condotta dei politici è sottoposta a un esame critico da parte della cittadinanza.
Questa differenza tra cittadinanza attiva e passiva si traduce in due differenti concezioni dei diritti dei cittadini. Così i diritti positivi tendono a enfatizzare la capacità dei cittadini di partecipare alla vita politica: il diritto di voto, il diritto di associarsi e organizzarsi, il diritto di essere informati correttamente, ecc. I diritti negativi invece proteggono l’individuo dagli altri, in particolare dallo Stato: il diritto di proprietà, il diritto alla sicurezza, il diritto di citare in giudizio, e così via.
Una democrazia sana ha bisogno di entrambi i momenti, giacché la cittadinanza necessita tanto di partecipazione quanto di protezione. Il discorso populista tende invece ad esasperare il momento negativo della cittadinanza (la retorica securitaria, anti-casta, anti-immigrazione) alimentando così uno spirito di aggressione nei confronti della classe politica. Il problema è che questo approccio negativo, a ben vedere, condivide con l’oligarchia dominante l’idea che la politica sia sostanzialmente una faccenda elitaria. Il momento populista si rivela così complementare a quello oligarchico.
Le élite comprimono gli spazi della partecipazione popolare, i populisti se ne disinteressano. Ma senza propiziare la partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica (momento positivo) non si esce dal quadro della postdemocrazia. Per questo la retorica protestataria, sempre «anti« e «contro» qualcuno, non offre un’alternativa credibile alla deriva postdemocratica.
La retorica del «vaffa», che porta solo a catalizzare gli umori acidi della massa in un coagulo senza prospettive, merita a pieno titolo l’appellativo di anti-politica. È la stessa logica degli «sciami digitali» della rete, che non rappresentano alcuna forza politica anti-sistema, essendo composti da individui solitari, soli davanti allo schermo, che si sfogano con ferocia inaudita contro altri singoli individui senza mai organizzarsi come alternativa al sistema politico. In questo senso grillini, salviniani e meloniani sono intercambiabili. Il M5S cavalca il malumore popolare ma sul piano dei costumi propone rimedi che aggraverebbero ancora di più la malattia anziché sanarla.
Tutti oggi – Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini, Meloni – si presentano come «rottamatori della vecchia politica». Tutti sono populisti, tutti si appellano alla pancia del popolo. Ma tutti hanno da dargli solo del cibo avariato. In Francia non va diversamente. Oltre a Marine Le Pen, anche il candidato di estrema sinistra, il socialista (e massone) Jean-Luc Mélenchon si serve di slogan populisti («la forza del popolo», «l’era del popolo»).
Il limite dei cosiddetti «leader populisti», anche di successo come Donald Trump, è l’incapacità di rappresentare una vera alternativa sistemica. È dello stesso avviso William Cavanaugh, critico della civiltà dei consumi che insegna teologia politica alla DePaul University di Chicago. Intervistato dalla rivista «Limite», Cavanaugh ha spiegato la vittoria di Trump con la debolezza della candidatura di Hilary Clinton, che ha pagato a caro prezzo l’elitismo del suo partito.
«Avendo progressivamente abbandonato la difesa dei lavoratori per difendere un «progressismo dei costumi», il partito democratico ha perduto la propria base», spiega Cavanaugh. «La gente comune, già indebolita sul piano sociale, è stata destabilizzata moralmente dalla campagna democratica sui diritti delle minoranze sessuali e sulla sacralizzazione del diritto ad abortire». È così che Trump per molti americani ha finito per rappresentare «un’alternativa credibile all’indecenza delle élite, troppo slegate dalla morale comune. La sua vittoria non si spiega unicamente con l’ascesa di un sentimento nazionalista dovuto alla paura dell’islam e dell’immigrazione, ma anche con un forte sentimento di insicurezza morale».
La vittoria di Trump perciò è fondamentalmente ambigua. Se da un lato rappresenta un segno di vitalità della «common decency», dall’altro è espressione della cultura della paura di marca individualista. «Se il populismo – prosegue Cavanaugh – designa uno stile demagogico fondata sull’eccesso anti-establishment e anti-immigrati, senza alcun dubbio Trump è anche il candidato che meglio ha realizzato il miracolo del «populismo miliardario», o meglio quello che ha mostrato che questa contraddizione è solo apparente».
Anche il trumpismo appare una alternativa “interna” al sistema, perché «il populismo, in fondo, non fa altro che portare a conclusione la logica dell’individualismo. Anche se si riferisce al popolo, è il sintomo di corpo sociale lacerato, atomizzato. Un leader populista non si rivolge mai a un popolo ma alle passioni degli individui isolati dal resto della società. Il suo successo discende precisamente dal sentimento che non c’è più il popolo, non c’è più una comunità politica vissuta. In una società individualista, in cui l’esperienza collettiva della politica non è più possibile, sempre più il populismo diventa la regola: la volontà dell’individuo esasperato e isolato si si congiunge, senza mediazione, alla volontà del leader carismatico, cioè la volontà dell’individuo che ha avuto successo».
Il populismo e l’elitarismo sono simili a due gemelli eterozigoti che condividono lo stesso patrimonio genetico e pur odiandosi non possono fare a meno l’uno dell’altro. Ognuno dei due perciò combatte e al tempo stesso alimenta l’altro in una spirale apparentemente senza fine.
Qual è allora la vera alternativa ai guasti della postdemocrazia? La troviamo nelle parole di un critico dei populismi come papa Francesco. Nel suo recente discorsi ai capi di stato dell’Europa in occasione del 60° anniversario della firma del Trattato di Roma il Papa ha fornito una diagnosi convincente del fenomeno populista. I populismi, ha detto Francesco, «fioriscono proprio sull’egoismo, che chiude in un cerchio ristretto e soffocante e che non consente di superare la limitatezza dei propri pensieri e “guardare oltre”». Ma l’armonia di un corpo sociale non può poggiare sull’egoismo e sulla paura. I popoli torneranno a “sentire cum Europa” nella misura in cui il vecchio continente saprà riscoprire uno spirito di comunione, l’esatta antitesi dell’individualismo egoistico. Le sue parole d’ordine dovranno essere solidarietà (la capacità di ciascun membro del corpo sociale di solidarizzare con l’altro o col tutto) e sussidiarietà (la capacità di partecipazione attiva della cittadinanza).
Papa Bergoglio ha richiamato anche il sistema politico alle proprie responsabilità, esortandolo a servire il bene comune e non gli interessi egoistici. Soltanto così avremo una «leadership ideale, che eviti di far leva sulle emozioni per guadagnare consenso, ma piuttosto elabori, in uno spirito di solidarietà e sussidiarietà, politiche che facciano crescere tutta quanta l’Unione in uno sviluppo armonico, così che chi riesce a correre più in fretta possa tendere la mano a chi va più piano e chi fa più fatica sia teso a raggiungere chi è in testa».

Emiliano Fumaneri

La Croce Quotidiano  04/04/2017

http://www.lacrocequotidiano.it/articolo/2017/04/04/politica/miseria-e-ragioni-del-populismo

mercoledì, marzo 22, 2017

A bad day for religious freedom



Banning the wearing of religious symbols and garb in a place of work, like a cross or a headscarf, is not discrimination the EU’s highest court, the European Court of Justice (ECJ) has found in a ruling issued last week. This is a bad decision, but fortunately it does not directly affect national law.

If a Muslim employee of an Irish company was told she could not wear a headscarf at work, ultimately, she could take a case against the company to the Supreme Court and under our Constitution she just might win her case. We would certainly hope that is what would happen.  The ECJ ruling simply means that she would not be able to assert any rights under the European Charter of Fundamental Rights. But to repeat, this does not mean she could not assert her rights under the Irish Constitution.

The case before the ECJ involved a Muslim lady, Samira Achbita, a receptionist employed in Belgium by a company called ‘G4S’. She was dismissed because of her intention to wear the headscarf in her workplace in accordance with her religious beliefs. G4S provides reception services in the public and private sectors and its employees are “prohibited, in the workplace, from wearing any visible signs of their political, philosophical or religious beliefs and/or from engaging in any observance of such beliefs”.

Ms Achbita challenged her dismissal in the Belgian courts and the Court of Cassation of Belgium asked the ECJ “if the prohibition of wearing, as a female Muslim, a headscarf at the workplace does not constitute direct discrimination, where the employer’s rule prohibits all employees from wearing outward signs of political, philosophical and religious beliefs at the workplace”. The Belgian court queried whether the European Union directive on equal treatment in employment and occupation came into play here.

The ECJ has ruled that the internal rule of the company does not introduce a difference of treatment that is directly based on religion or belief, for the purposes of the directive. This is based on the fact that the G4S’s rule covers any manifestation of beliefs without distinction and thus treats all employees in the same way by requiring them to dress neutrally. It is important to note that the Court also claimed that the national court might conclude that the internal rule might constitute indirect discrimination because the apparently neutral obligation it imposes might result to a particular disadvantage for a person adhering to a particular religion. It is for the Court of Cassation of Belgium to check if such indirect discrimination may be objectively justified by a legitimate aim, such as the pursuit of a policy of neutrality, provided that the means of achieving this aim are appropriate and necessary. The ECJ provides guidance but the national court hearing the case has sole jurisdiction to determine whether the G4S’s internal rule is justified by a legitimate aim and if it meets the requirements of appropriateness and necessity.

The ECJ also asked the Belgium court to ascertain if it would have been possible for GS4 to offer Ms Achbita a post not involving any visual contact with customers, instead of dismissing her.

The ECJ’s ruling has provoked strong reactions. The Amal Women’s Association, a Dublin based Muslim women’s organisation, condemned it as did Alliance Defending Freedom and the Church of England.




The Amal Women’s Association, a Dublin based Muslim women’s organisation, has stated “It is clear from the ruling that it is faith communities that are no longer welcome. The backing of this ruling by the highest court of justice in Europe is, in our opinion, a serious threat to the principles of equality, justice and freedoms that the EU states it advocates. Muslim women are already one of the most targeted groups in Europe. In the workplace, they face a triple penalty because of their gender, ethnicity and religion.”
 

Nobody should be forced to choose between their religion and their profession. A Court claiming to be a champion of human rights should safeguard the fundamental right to freedom of conscience, religion, and belief rather than undermining it. Citizen’s deeply held convictions should be reasonably accommodated by their employers, said AdinaPortaru, Legal Counsel for Alliance Defending Freedom International in Brussels.
 

A Church of England spokesman said: “This ruling raises significant questions about freedom of religion and its free expression. Whether it be Sikhism and the wearing of turbans and kara through to the wearing of a cross. In preferencing ‘freedom to conduct a business” above the free expression of faith the ruling potentially places corporate interest above those of the individual.”

However, Andrea Williams, Chief Executive of the Christian Legal Centre, reminded us that the ruling does not affect national law. She said: “Precisely stated, the Court of Justice made no ruling on the legality of prohibiting the wearing of religious symbols at work, it simply clarified a point of law in relation to defining the Directive, and left it to the national courts to address the substantive questions involved. …. Yesterday’s ruling in Luxembourg has not changed the law in the United Kingdom or anywhere else in the European Union. The Eweida ruling [which involved a woman who wore a small cross on her work uniform] is still the law of the land and the Christian Legal Centre is here to defend anyone who is told by their employer that they are not permitted to wear their cross at work.”

In my view the G4S’s rule is not reasonably and objectively justified and it is a case of indirect discrimination. Its policy of neutrality misunderstands the profound meaning of religious freedom and how this freedom it is different from the expression of political or philosophical beliefs. The ban is not necessary and other less restrictive means could have been employed to achieve the same end.

For many people religion is a fundamental component of their identity, as persons and as members of a community. The measure imposed by GS4 restrict their rights and prevent the expression of their identity.  Some religions require a specific dress code, others encourage the public expression of the faith through signs such as garments or objects (medals, crosses, pictures, scapulars, etc.). There are situations where health or security issues associated to a specific job or task might entail a necessary limitation in wearing a certain piece of cloth but a headscarf worn by a receptionist does not interfere with any of her duties. The ban imposed by G4S to wear religious symbols is not a genuine and determining occupational requirement.

States can restrict some specific rights for certain legitimate purposes such as to protect public safety, health or morals. The most common case is the ban in certain places like schools, or in public places, of anything that covers the face. Such a ban is justified because those dresses prevent the identification of those who wear them. A balance must be found between legitimate concerns for security and genuine expressions of religious belonging.

The ban imposed by G4S is aimed at pursuing a policy of neutrality within the company. However, in comparing religion to philosophy or politics it misunderstands its very nature. How many political or philosophical ideologies require a particular dress code to be worn all the time by their followers as a requirement of membership of that community? Is there a particular sign that all members of a political party in Europe are asked to wear?

Obviously, it makes perfect sense to ban, for instance, a “Repeal the 8th“ badge from a workplace but it is for the same reason that it makes sense to ban a t-shirt that says “Repent or you will go to hell!” or “Join Scientology”.  A political badge promotes a specific message that the company might not agree with. The headscarf does not so. The main purpose of wearing a kirpan (turban) for a Sikh or a headscarf for a Muslim woman is not to actively push a message on divisive topics or to promote a political candidate. It is a way to live religious faith, and so it is wearing a little cross for Christians or the kippah for Jews.

G4S’s interpretation of neutrality does not constitute an objective and reasonable justification for imposing on employees a limitation to the expression of their religious identity.

Concerns should be raised also regarding the proportionality of the measure. As the ECJ suggested, if the expression of religious freedom does not match with the requirements necessary for a certain task, rather than being dismissed, the worker should be employed in a different task. A solution should be found that accommodates both the religious expressions of the workers and the general internal rule of a private undertaking.

venerdì, marzo 03, 2017

Kathleen Rose: Trisomy 13: How Our Beautiful Girl Surprised us all!

venerdì, febbraio 24, 2017

L'aborto e la schiavitù di coscienza

L’idea di assumere medici per l’aborto, e di rescindere il loro contratto nel caso poi rifiutino di eseguire aborti, supera l’immaginazione e sfida il senso comune e la morale comune. Peggio, è l’affermazione oggi facile di un buonsenso omicida appeso a una interpretazione politicamente corretta dei diritti cosiddetti riproduttivi della donna. L’interruzione volontaria di una gravidanza non è più una decisione sociale attivata in serie e limitate circostanze di fatto, non ricade più sotto la casistica almeno formalmente ispirata alla tutela sociale della maternità, come dice la vecchia legge 194 nella sua fatale ambiguità, diventa un diritto della persona che chiede soddisfazione allo spazio pubblico nella forma suprema della violazione della libertà di coscienza del medico, comprata dai servizi di stato a norma di contratto. Altro che moratoria e altre bellurie umanitarie e onusiane, è la sanzione della condanna a morte di esseri non ancora nati, piccolissime persone che si possono fotografare, che sentono dolore, che hanno una struttura cromosomica già formata e unica al mondo, che non hanno alcuno strumento di difesa contro il loro destino extragiuridico. E il medico viene trasformato in boia, esecutore di una volontà personale che nasce dalla volontà generale interpretata dal legislatore e perfezionata dalla decisione amministrativa di un bando regionale che rende obbligatorio per i tecnici della salute far scattare la ghigliottina abortiva. La parola barbarie viene spesso usata per sciocchezze, per quisquilie, ed è inflazionata: qui è la esatta definizione della cosa.

L’unica domanda che ci si può rivolgere di fronte al fatto che la grandissima maggioranza dei medici non vuole fare aborti è: perché? E l’unica risposta è che alla coscienza umana e professionale di un medico ripugna dare la morte. Per superare questa barriera, che in quanto libertà della coscienza, comunque la si intenda, è il sale delle libertà moderne e dei diritti moderni, si inventa invece la risposta molieresca del Misantropo. L’uomo è invariabilmente vizioso, non credetegli se impugna le sue convinzioni, è nell’interesse degli obiettori, per la carriera e per le condizioni di lavoro, dichiarare la loro ripugnanza e abbandonare al suo destino tragico, compresa la prospettiva dell’aborto clandestino, chi decide di abortire. Insomma, nella sua quasi interezza la classe medica fa schifo. Il mondo morale viene rovesciato: la deontologia medica, il dover essere di chi si occupa di tutelare per quanto possibile e sempre la vita umana, impone, con lo strumento della contrattazione e la minaccia di licenziamento come clausola bronzea, di dare soddisfazione a un diritto sancito dalla legge in favore del diritto alla privacy e alla felicità presunta dell’uno contro la libertà di esistere dell’altro.

Considero Camillo Ruini un maestro di razionalità religiosa, pur avendo sempre segnato con rigore il perimetro laico della mia battaglia contro la sordità morale sull’aborto, nella quale furono e sono impegnati grandi maestri di laicità e di cultura umanistica e scientifica, ma è debole e rassegnato l’argomento da lui esposto secondo cui in linea di fatto non è vero che non ci siano abbastanza medici per praticare gli aborti richiesti. Parlare in questo modo è un passare sopra la sostanza della questione aperta dal contratto per terapeuti che si impegnano, contro una penalità di licenziamento che è peggio dei contratti capestro della Casaleggio Associati ai povericristi mandati a amministrare le città e in Parlamento, a scavare nel seno di una donna e a mettere il risultato del suo amore in un sacchettino che ha l’etichetta di “rifiuti ospedalieri”. La risposta a un atto tanto inconsapevolmente feroce, a un crimine contro l’umanità peggiore di qualunque guerra e di qualunque colonialismo, deve essere alla sua altezza, deve essere civilmente feroce, uno scontro di assoluti. Il padre della chiesa di oggi, il Santo Padre, non crede ai princìpi o criteri di vita e di ragione naturale non negoziabili. Pensa che la difesa della vita umana sia una priorità pastorale da mettere di lato in favore di altre priorità, la predicazione della misericordia, la carità contro la povertà e l’egoismo, il recupero della fede personale. Questa scelta in sé sarebbe insindacabile se non fosse disperatamente autocontraddittoria, perché con un miliardo e non so quante centinaia di milioni di aborti nel mondo in trenta-quarant’anni parole come misericordia e carità si sciolgono come neve al sole. Le motivazioni della casuistica morale dei gesuiti sono misteriose oggi come nel XVII secolo, e non è obbligatorio essere giansenisti per dubitarne. Ma nella modernità laica chi ha fede in un Dio trascendente e chi afferma l’inconoscibilità della cosa in sé è unito, al di là del dogma e della speculazione filosofica, nella difesa di quel che Rémy Brague, grande filosofo e storico ratzingeriano, definisce “le propre de l’homme”, ciò che è tipico dell’uomo, ciò che appartiene all’essere umano in quanto tale. O dovrebbe esserlo. Nella schiavitù di coscienza di un medico a contratto si specchia la sordità morale di un mondo dannato in cui la regola individuale è “fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.
Giuliano Ferrara
http://www.ilfoglio.it/cronache/2017/02/23/news/roma-assunti-medici-abortisti-barbarie-ferocia-122160/?paywall_canRead=true

domenica, febbraio 19, 2017

Big majority of submissions to Citizens’ Assembly support the right to life

In October, the Citizens’ Assembly invited the general public to submit written opinions and contribute to the discussion on the 8th amendment to the Constitution, which is the pro-life amendment. The response from concerned citizens has surprised the organisers for two reasons: for the huge number of submissions and for the fact that a clear majority of them (70pc) express support for the 8th amendment. More than 13,000 submissions have been presented both by post and electronically. Many more than the organisers expected. Unfortunately, rather than taking extra time to consider and discuss them, those running the Citizens’ Assembly have decided to concentrate on a sample of 300 submissions randomly chosen. The rest will be ignored. Is this fair?
Of course it would have been impossible for the members of the Assembly to read all the 13,000 and more submissions. It would have required weeks. The organisers instead should have divided them so to give to every member of the Assembly an equal amount of submissions to be considered. Accordingly, every single person who has submitted would have been certain that their opinions were listened to and appreciated.
It is not too late to do that but I doubt if it will happen. If it did happen, the Assembly members could not fail to be struck by that fact that  the majority of submissions are in support of the 8thamendment. Looking at the random sample of 300 that has been selected and offered for discussion to the members of the Assembly, 70% of the citizens were in favour of the 8th amendment while only 28% wanted a referendum.
During the Questions and Answers session some members of the Citizens’ Assembly asked Justice Laffoy that a breakdown be given for the number of submissions on both sides of the debate. Will this be provided? Probably not, as Justice Laffoy immediately replied that such a breakdown may not be possible. Why not? The request is more than legitimate. Otherwise what was the point of soliciting submissions?
If the random sample was truly representative of the 13,000 submissions received, then we already know the answer to the question; 70pc of those who made submissions don’t want a referendum.

giovedì, febbraio 16, 2017

Why Universities Must Choose One Telos: Truth or Social Justice 



Aristotle often evaluated a thing with respect to its “telos” – its purpose, end, or goal. The telos of a knife is to cut. The telos of a physician is health or healing. What is the telos of university?
The most obvious answer is “truth” –- the word appears on so many university crests. But increasingly, many of America’s top universities are embracing social justice as their telos, or as a second and equal telos. But can any institution or profession have two teloses (or teloi)? What happens if they conflict?
As a social psychologist who studies morality, I have watched these two teloses come into conflict increasingly often during my 30 years in the academy. The conflicts seemed manageable in the 1990s. But the intensity of conflict has grown since then, at the same time as the political diversity of the professoriate was plummeting, and at the same time as American cross-partisan hostility was rising. I believe the conflict reached its boiling point in the fall of 2015 when student protesters at 80 universities demanded that their universities make much greater and more explicit commitments to social justice, often including mandatory courses and training for everyone in social justice perspectives and content.
Now that many university presidents have agreed to implement many of the demands, I believe that the conflict between truth and social justice is likely to become unmanageable.  Universities will have to choose, and be explicit about their choice, so that potential students and faculty recruits can make an informed choice. Universities that try to honor both will face increasing incoherence and internal conflict.

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mercoledì, febbraio 15, 2017





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lunedì, febbraio 13, 2017

Teggi: quattro chiacchiere con una letterante

Teggi: quattro chiacchiere con una letterante


Jeux de mots e poker per definire il proprio mestiere, paradossi e arguzie sparse sul contatto coi bambini. È Annalisa Teggi, traduttrice italiana di Chesterton e apprezzata firma su più testate di “varia umanità”. Con Berica ha pubblicato una rassegna chestertoniana divulgativa dal titolo “Siamo tutti fuori”, e con lei abbiamo parlato di quest’ultimo lavoro, della passione per la lettura e di quella per la scrittura. E di come ci si imbatte nel suo amico Gilbert
“Alla tenera età di 32 anni ho cominciato la scuola elementare. Sono trascorsi otto anni da allora e la sto ancora frequentando, se Dio vuole spero di rimanerci fino all’ultimo istante di vita”.
Non si tratta di una eterna ripetente senza voglia di studiare. Annalisa Teggi, una bacheca piena di diplomi e lauree, si racconta fin dall’introduzione nella maniera tanto amata da Gilbert Keit Chesterton: il paradosso. Annalisa ha appena sfornato – non a caso – un libro dal titolo “Siamo tutti fuori”. Sottotitolo: Viaggio nel paese delle meraviglie di G. K. Chesterton. Ultima uscita della collana di Berica Editrice “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio”. La stesa collana – per intenderci – che ha pubblicato tra gli altri sia “Osservazioni di una mamma qualunque” di Paola Belletti che “Le nuove lettere di Berlicche” di Emiliano Fumaneri.
Nel suo blog Capriole Cosmiche (nato dopo la pubblicazione dell’omonimo libro), la Teggi ci accompagna passo passo fra i libri a cui ha lavorato. Di se se stessa scrive: “Non c’è un nome per il mestiere che faccio, e quindi gliel’ho dato io: letterante. Ante è una parola che dice molto di me. Innanzitutto è formata dalle sillabe iniziali del mio nome e cognome. In latino ante significa ‘prima’ e anche ‘davanti’. Non sono una che ama stare davanti o in prima fila, ma mi muovo sempre in anticipo. Questo è sia un pregio sia un difetto. Sono solerte, ma talvolta fin troppo apprensiva. Nel poker l’ante è un puntata che tutti i giocatori fanno prima di sapere che carte hanno in mano, per creare un piccolo ammontare per cui ‘valga la pena giocare’. Scommetto molto sul fatto che vale la pena giocare con le carte che mi trovo in mano di giorno in giorno.
Poi, ante è quel suffisso un po’ dispregiativo, che si usa in parole come ‘teatrante’ per indicare uno che bazzica nell’ambiente del teatro, ma fuori da qualsiasi categoria ufficiale. A me ricorda il dilettante, qualcuno che – tendenzialmente – si diletta di ciò che fa. Lo stesso vale per me, vivo di letteratura in modo vario ed eterogeneo: sono traduttrice letteraria, docente a contratto, blogger, sceneggiatrice teatrale”.

Il libro di Annalisa Teggi è uno di quei doni da prendere in mano, riprendere, rileggere, meditare. Non solo perché Chesterton è uno dei pochissimi autori capace di sorprendere e meravigliare ad ogni parola scritta, ma perché qui c’è di più. Leggendolo, si respira anzitutto una compagnia, una frequentazione intima che Annalisa fa trasudare navigando tra le parole dell’autore inglese.

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