venerdì, luglio 29, 2016

LE RESPONSABILITA’ DEL MARTIRIO DI OTRANTO – di Luigi Copertino

LE RESPONSABILITA’ DEL MARTIRIO DI OTRANTO – di Luigi Copertino:

LE RESPONSABILITA’ DEL MARTIRIO DI OTRANTO – di Luigi Copertino


22 novembre 2013



Nel bellissimo film “Mission”, padre Gabriel, il gesuita responsabile della missione tra i guaranì stanziati nel territorio dell’attuale Paraguay, dice al suo confratello Rodrigo, ex mercenario di schiavi che intende combattere con le armi i soldati portoghesi inviati a porre fine alla missione perché commercialmente concorrenziale con i traffici dei coloni portoghesi, «se è la forza a creare il diritto, non c’è posto per l’Amore di Cristo in questo mondo». La scena successiva si chiude con padre Gabriel che, attorniato dai suoi indios, va incontro alla fucileria dei portoghesi innalzando l’ostensorio con il Santissimo Sacramento, fino a quando non viene raggiunto da una fucilata e cade a terra mentre il Santissimo è significativamente raccolto da uno degli indios. Era successo che il massone marchese di Pombal, padrone della corte lusitana, con la minaccia (poi comunque messa in atto) di cacciare l’ordine di sant’Ignazio dal Portogallo e con quella dello scisma, aveva costretto il Papa a mettere fine all’esperimento delle reducciones in America Latina (1). Le reducciones si erano sviluppate nei territori coloniali ispanici, dove erano tutelate, contro gli scalpitanti coloni spagnoli, dalle leggi della Corona, risalenti ad Isabella La Cattolica, le quali vietavano la schiavitù degli indios. Nella prima metà del settecento un trattato internazionale aveva assegnato parte di quei territori, al confine tra l’attuale Paraguay e l’attuale Brasile, al Portogallo. Nel regno portoghese la schiavitù, sia quella indiana sia quella negra, era invece pratica legale da secoli. Di lì a poco – siamo in pieno XVIII secolo – le monarchie illuminate europee avrebbero varato una serie di riforme antiecclesiali e cacciato i gesuiti, odiati dalla massoneria, ormai padrona delle corti, perché a suo tempo avevano fermato l’avanzata del protestantesimo in Europa e recuperato metà continente alla fede cattolica.
“Se è la forza a creare il diritto, non c’è posto per l’Amore di Cristo in questo mondo”! Dovremmo, in quanto cristiani, tenere sempre nei nostri pensieri questo ammonimento, perché contiene tutta la Verità dell’intera storia umana sospesa tra la salvezza e la dannazione, tra Giustizia e realpolitik, tra l’Amore salvifico di Nostro Signore e l’avidità di denaro e di potere. Se l’Amore di Cristo sembra, in apparenza, non aver posto nel mondo è anche perché troppo spesso è stato tradito proprio dai sedicenti “cristianissimi” monarchi.
Non è, però, della eroica e drammatica vicenda delle missioni gesuitiche in America Latina che voglio qui parlare ma di un’altra anteriore vicenda dalla quale trapela l’eroismo del martirio di tanta povera gente cristiana e il calcolo di potere di governi che pur si fregiavano della Croce di Cristo, a chiacchiere. Voglio parlarvi di chi, in realtà, armò la mano di Gedik Ahmed Pascià, il martirizzatore degli ottocento otrantini canonizzati dalla Chiesa.
Ma andiamo con ordine.
Partiamo da quanto le cronache ci tramandano circa il ruolo di “Cassandra” che, in quei frangenti, fu assunto da san Francesco di Paola, il quale a proposito della guerra in quel momento in corso in Toscana – vedremo poi in quale contesto era scoppiata tale guerra – così rispondeva a chi gli chiedeva quando sarebbe terminata «Oh! Non è per la Toscana, ma per questo nostro regno che dovremo temere. Io vedo il turco che tra poco porrà piede sulla nostra misera terra. Miseri noi, miseri noi …». Il santo, poi, rivolgendosi verso Otranto invitava tutti a pregare per quella “infelice città” esclamando: «Di quanti cadaveri vedo coperte le tue strade! Di quanto sangue cristiano ti vedo inondata!». Agli emissari del re di Napoli, Ferdinando I di Aragona, il santo intimava di dire al sovrano: «… che ormai è tempo di calmare lo sdegno del Signore con pronto ravvedimento: che Dio tiene alzata la sua destra per colpirlo; che si valesse del tempo concessogli per evitare il castigo. L’armata dei turchi minaccia l’Italia, ma più da vicino il suo regno: ritirasse le soldatesche dalla Toscana, non curasse l’altrui mentre trattasi di difendere il proprio».
Il re tuttavia, come i sovrani ebrei a cospetto dei profeti biblici, non diede alcuna importanza alle ammonizione del santo calabrese. Re Ferrante, come era denominato Ferdinando I, era un abile tessitore di alleanze volte a contendere l’egemonia sul mediterraneo alla Serenissima Repubblica di Venezia. La quale, a sua volta, voleva fermare l’emergente potere aragonese. Questo contrasto veneziano-napoletano aveva per scenario il confronto all’epoca in corso tra l’Impero Ottomano e gli Stati europei, ormai sulla strada del passaggio dalla tramontante Res Publica Christiana all’Europa delle monarchie nazionali che sarà consacrata poi a Westfalia nel 1648.
Un avvenimento di portata epocale si era verificato nel 1453: i turchi ottomani, guidati dal sultano Maometto II, avevano posto fine all’Impero Romano. Sì, all’Impero Romano! Noi siamo abituati a datare la fine di Roma antica al 476 d. Cr.. In realtà, Bisanzio, ovvero Costantinopoli, la città capitale dell’oriente romano, fu non l’erede ma la continuatrice legittima di Roma, come ben sapeva un Carlo Magno che, dopo la notte di Natale dell’anno 800, cercò in tutti i modi di stabilire rapporti cordiali e di alleanza con l’Impero d’Oriente del quale, evidentemente, riconosceva l’Autorità e dal quale sperava una legittimazione, che non arrivò mai in termini palesi, del suo nuovo Impero occidentale. L’Impero bizantino, dunque, era – senza soluzioni di continuità – la pars Orientis dell’impero romano come ridefinito dalla riforma teodosiana del 395. Ed ecco perché è possibile affermare che i turchi nel maggio 1453 posero fine all’Impero romano.
La caduta di Costantinopoli provocò nel mondo cristiano un’ondata di paura che ben presto si vestì di immagini apocalittiche rinfocolando le mai sopite pulsioni millenaristiche. Ci fu una nuova esplosione delle antiche profezie medioevali che associavano la caduta di Roma alla imminente comparsa dell’Anticristo ed alla fine dei tempi. Papa Nicolò V, il 30 settembre 1453, chiamò i popoli cristiani alla “crociata” indicando in Maometto II un precursore dell’Anticristo. Non senza effetti: la secolare guerra dei cent’anni tra Inghilterra e Francia venne chiusa per far fronte al pericolo comune mentre in Italia veniva stipulata nel 1454 la “Pace di Lodi” con la quale si pose termine alle endemiche guerre tra Stati italiani. Un “equilibrio”, questo nato con la Pace di Lodi, che durò sostanzialmente fino allo sconquasso provocato nel 1796-99 dai francesi invasori. Ancora una volta veniva riconfermata l’antica regola della politica, che più tardi Carl Schmitt chiamò dell’“amico/nemico”, e che sancisce il costituirsi delle alleanze politiche in funzione di un comune nemico, sicché l’amicizia sarebbe fondata sull’inimicizia e la sussistenza di un nemico sarebbe il presupposto sempre necessario della convivenza tra gli uomini. Una regola – diciamolo chiaramente – post-adamitica e nient’affatto originaria. Infatti essa è del tutto incompatibile con la concezione cristiana della convivenza originariamente fondata sull’amicizia e sul bene comune ma guastata dal peccato ossia, appunto, dal comparire nella storia umana, proprio a causa del peccato, dell’inimicizia.
Ma, al di là della “crociata” bandita dal Papa e delle visioni apocalittiche che fomentavano la paura in Europa, ben altre concrete preoccupazioni avevano gli Stati europei. L’emergente potenza ottomana ora controllava, da Costantinopoli, gli stretti e tutto il mediterraneo orientale. Minacciava così gli interessi commerciali genovesi e veneziani che sulla rotta tra il mar Nero ed il mar Egeo avevano creato una fitta rete di mercati sotto il benestare bizantino. Il subentrare del potere turco a quello bizantino non solo metteva in crisi il dominio veneziano-genovese ma poneva anche le basi di una crisi economica e di nuove carestie dal momento che il frumento arrivava in Europa occidentale dalla Crimea sulle galee di Venezia e di Genova.
Il comparire della potenza ottomana sullo scenario geopolitico europeo-mediterraneo aveva sconvolto diversi consolidati equilibri. Gli ottomani premevano ormai sui Balcani e sull’Adriatico. Fermati solo provvisoriamente a Belgrado si affacciarono ben presto di fronte alla stessa Venezia e poi a Vienna. Lo stesso regno aragonese di Napoli era terribilmente esposto a questa pressione e le sue coste continua preda di incursioni “prendi e fuggi” dei pirati turchi. Tutto questo alimentava l’impressione di una imminente invasione turca dell’intera Europa. Oggi gli storici sanno molto bene che, sia per carenze tecnologiche (i turchi acquistavano tecnologia militare, e persino le prestazioni degli ingegneri, dall’Europa, non essendo in grado di produrla in proprio) sia per le lotte intestine che dilaniavano la corte della Sublime Porta, un’invasione continentale era del tutto fuori dalla portata delle possibilità ottomane. Ma, in quei tempi, l’impressione era quella ed essa giocava il suo ruolo politico.
Del resto, la Cristianità occidentale iniziava a pagare la cambiale firmata qualche secolo prima ai danni del Sacro Romano Impero. Venuto meno quest’ultimo, ormai poco più che un regno germanico-danubiano, a causa delle spinte centrifughe delle embrionali monarchie nazionali e regionali, era venuto meno anche l’universalismo politico medioevale e questo aveva indebolito l’Europa. Come conseguenza del ritrarsi del Potere imperiale anche l’Auctoritas, ossia il potere indiretto, del Papa, subì un ridimensionamento. Nel XV secolo il Papa poteva tutt’al più ambire alla simbolica funzione di “presidente” di questa o quella lega di regni cristiani. Nulla, però, di veramente decisivo. Tuttavia i Papi di quell’epoca cercarono perlomeno di far funzionare queste “Leghe Sante” per tentare – impresa davvero disperata per molti versi – di tenere uniti i regni cristiani. In tal senso, il bandire nuove “crociate”, impossibili nel nuovo quadro storico e politico, come anche il soffiare sulle ansie millenaristiche poteva servire allo scopo. Pio II arrivò persino a scrivere una lettera – forse mai recapitata – nella quale, parlando a nuora affinché suocera intendesse, prometteva al sultano, se solo si fosse battezzato, la corona imperiale, della quale a suo giudizio nessun principe cristiano si dimostrava degno.
Abbiamo parlato di impresa disperata perché gli interessi politici, geopolitici ed economici dei regni cristiani erano divergenti. Mettere insieme le mire del re d’Ungheria e del re di Francia o quelle di Venezia e di Napoli era davvero una impresa disperata. Per capire come possa essere difficile comporre dissidi interni anche di fronte ad un comune pericolo esterno, bisogna tener presente che la regola dell’amico-nemico va sempre a braccetto con quell’altra che sancisce che “il nemico del mio nemico è mio potenziale amico”. Alla luce di questa seconda regola è possibile spiegarsi come mai ben presto, passato il primo momento di allarme di fronte alla caduta di Costantinopoli, gli Stati europei avevano iniziato a capire che se, da un lato, i turchi rappresentavano certamente un comune pericolo, dall’altro si prestavano benissimo a diventare il pretesto per ridisegnare tra loro alleanze intese a far passare, dietro l’alibi della “crociata contro il Turco”, i propri interessi nazionali contro quelli dei vicini. Dietro l’ipocrisia ufficiale – quella che faceva finta di rispondere alla chiamata del Papa in difesa della fede cristiana – in realtà si giocavano partite geopolitiche immonde tra gli stessi regni cristiani. E’ noto che la Francia, in barba agli Asburgo, simpatizzasse, con concreti rapporti commerciali, con la Sublime Porta. Il sultano, d’altro canto alle prese con le lotte intestine al suo impero, che sconvolgevano la sua stessa corte, e con la pressione esterna, in oriente, degli altri potentati islamici, conosceva molto bene i machiavellismi delle cancellerie e delle corti europee. Maometto II, ricevendo gli ambasciatori di quelle stesse potenze cristiane i cui sovrani erano esperti nel prodigarsi retorico al richiamo alla “crociata”, in apparente risposta all’appello dei Papi, si divertiva ad inserirsi, pro domo sua, in quel sottile gioco diplomatico in atto tra i regni europei. Al sultano, insomma, non dispiaceva di far la parte del “cattivo” o dell’“alleato segreto” purché il suo controllo sul Mediterraneo orientale e sui Balcani, perché a questo egli realisticamente mirava, fosse consolidato.
«La crociata – è stato argutamente osservato – nell’Europa del secondo Quattrocento era come l’antifascismo nell’Europa del secondo Novecento: tutti ne parlavano, tutti erano d’accordo, ciascuno cercava di farla coincidere con i propri interessi e di accusare gli altri di non servire con altrettanta energia tale nobile ideale, nessuno o quasi ci credeva sul serio e quasi tutti erano pronti a tradirla alla prima redditizia occasione. In fondo, che Venezia fosse minacciata dal Turco non dispiaceva affatto né al re di Napoli, né al duca di Milano; e il re di Francia non chiedeva di meglio che gli ottomani se la prendessero con gli interessi oltremarini di Genova in modo da poter esser pronto a difendere il prestigioso porto ligure che da decenni ambiva, in contrasto con il duca di Milano, a sottomettere. Con tali premesse, e in un tale contesto, era chiaro che alternando sapientemente la guerra alla diplomazia il sultano poteva tranquillamente giocare le potenze cristiane: ed è quanto fece. Peraltro, Maometto II era un politico troppo realista e intelligente per puntare davvero a conquistare l’Europa e a sottomettere all’islam i popoli cristiani. Gli conveniva però che così si temesse, o si fingesse di temere. Il pericolo, ad ogni modo, era costante e reale. Fermati per miracolo davanti a Belgrado nel 1456, gli ottomani alternavano la minaccia navale attraverso l’Egeo, lo Ionio e l’Adriatico, a quella terrestre lungo la via del Danubio. Nel 1469 c’erano state incursioni in Carniola, Stiria e Carinzia, destinate a diventar periodiche: nel 1470 i turchi avevano occupato l’isola veneziana di Negroponte; nel ’77 e nel ’78 le loro incursioni avevano toccato il Friuli. La pressione era così forte che i veneziani, i quali da circa un quindicennio erano in guerra aperta con il sultano sobbarcandosi quasi da soli il compito di aiutare gli ungheresi di Mattia Corvino – sostenuto peraltro nella sua guerra anche dal danaro della Curia pontificia – e gli albanesi che comunque, da ormai un decennio, erano privi della guida del loro eroe Scander Beg, alla fine chiesero e ottennero dal sultano una pace, siglata appunto nel 1479» (2).
Ma vi erano altre motivazioni che spingevano Venezia a cercare una tregua con il sultano ottomano. E per comprenderle è necessario inquadrare la conquista mussulmana di Otranto in un progetto elaborato dagli ottomani ed inteso al controllo navale del canale che prende appunto nome dalla cittadina pugliese.
Il 28 luglio 1480 Otranto veniva assediata dalla flotta turca alla guida della quale vi era Gedik Ahmed Pascià, grande ammiraglio della Sublime Porta. Gli aragonesi abbandonarono la città senza combattere sicché l’11 agosto i musulmani entrarono nella città disperatamente difesa dai soli otrantini. Ne seguì un massacro indiscriminato di tre giorni e tra i caduti si annoverò anche il vescovo Stefano Pendinelli che fu ucciso nella cattedrale. Le cronache raccontano che il 14 agosto Ahmed Pascià fece riunire i superstiti di sesso maschile ed in età adulta, ossia per i canoni dell’epoca dai quindici anni in sù. Erano pressappoco ottocento anime alle quali fu posta la scelta tra l’apostasia e la decapitazione. Pare che la risposta arrivò da un vecchio conciatore di lana, tal Antonio Primaldo: «Fin qui – egli disse – ci siamo battuti per la patria e per salvare i nostri beni e la vita: ora bisogna battersi per Gesù Cristo e per salvare le nostre anime». Furono tutti decapitati a gruppi cinquanta ed i loro corpi furono lasciati insepolti per un anno fino al 15 agosto del 1481, quando la città fu ripresa dai cristiani e si seppellirono con tutti gli onori i loro resti mortali. La beatificazione fu pronunciata nel 1771. Nel 1983 sono stati proclamati santi.
Dal punto di vista coranico la martirizzazione degli otrantini era un misfatto. Il Corano infatti distingue tra la “gente del Libro”, ossia ebrei e cristiani, ed i “pagani”, ossia tutti gli altri. I primi, in quanto abramitici, secondo i precetti islamici, conoscono il vero Dio e pertanto non possono essere convertiti con la forza, benché devono essere sottomessi al governo islamico. I pagani invece devono essere combattuti senza tregua. Quindi l’alternativa posta agli otrantini tra la conversione e la morte era coranicamente illegittima. Essa poteva essere imposta solo ai pagani ma non alla “gente del Libro”. Quindi Ahmed Pascià infranse i precetti coranici perché trattò dei cristiani come fossero pagani. Lo scarto tra la precettistica e la sua effettiva applicazione, del resto, è una cosa nota anche al mondo cristiano. Sicché se conversioni forzate di cristiani all’islam sono state storicamente registrate, insieme a duri maltrattamenti, dalla Spagna fino alla Persia ed all’India, abbiamo episodi analoghi di conversioni forzate, anche queste illegittime perché contrarie all’Amore di Cristo che vuole la conversione del cuore e non la sua costrizione, di islamici ed ebrei al Cristianesimo durante la prima crociata del 1096-99 come anche nel corso della Reconquista iberica. Anche gli ebrei, quando hanno potuto non si sono dimostrati da meno. Come ad esempio nell’VIII secolo quando, a seguito della conversione all’ebraismo dei Kazhari, un popolo caucasico dal quale discende il ramo askenazita dell’ebraismo attuale, si installò presso la corte del monarca kazaro un sinedrio che per prima cosa mise fuorilegge la fede cristiana e recluse i cristiani nei loro quartieri trasformati in ghetti. I Turchi, oltretutto, provenienti dalle steppe dell’area centrale del continente asiatico, erano giunti tardi alla fede islamica e come accade a tutti i neofiti, di qualsiasi religione, si dimostrarono particolarmente zelanti e quindi eccessivamente rigoristi. Senza, poi, dimenticare che spesso i comandanti, fossero islamici o cristiani, dovevano fare i conti con le aspettative di bottino che le truppe nutrono ad ogni conquista.
Tornando al problema geopolitico del basso Adriatico, la base ottomana stanziatasi nel 1480 ad Otranto parve subito come l’inizio di un progetto più ampio che probabilmente contemplava la conquista dell’intera Puglia meridionale. Infatti, fra il 1480 ed il 1481, da Otranto, ormai saldamente in mano ottomana, partirono una serie di incursioni corsare turche alla volta di Taranto, Brindisi e Lecce. L’intenzione di Maometto II, e del suo gran visir, di creare una base ottomana sulle coste pugliesi, allo scopo di controllare i traffici marini e commerciali sul canale che unisce il mar Adriatico e lo Jonio, era evidente. Venezia sarebbe rimasta prigioniera nel suo stesso mare. D’altro canto la Serenissima era in conflitto con gli aragonesi di Napoli proprio sulla questione del controllo dello sbocco adriatico al mediterraneo e per questo si opponeva alle ambizioni che il re di Napoli aveva circa l’estensione del suo dominio indiretto a tutta la penisola italiana attraverso accorte alleanze e qualche ampliamento dei suoi territori. Per Venezia era questione di vita o di morte. Doveva necessariamente combattere o allearsi con chi deteneva o ambiva a detenere il controllo del canale tra Adriatico e Jonio.
Conosciamo, dalle stesse fonti veneziani, dunque da insospettabili “confessioni”, che il rappresentante della Serenissima a Costantinopoli, ora Istanbul, Andrea Gritti, fu incaricato di una ambasceria presso il sultano per informarlo che Venezia non si sarebbe affatto opposta all’eventualità di una conquista ottomana della Puglia. Quei territori erano appartenuti a Bisanzio e pertanto, così Venezia solleticava la Sublime Porta, potevano essere ora rivendicati da Istanbul.
Venezia non era però da sola in questa ricerca di una cordiale intesa con l’Impero Ottomano. Anche la Firenze di Lorenzo il Magnifico aveva tutto l’interesse a stabilire buoni rapporti con la Sublime Porta. Da tempo tra Maometto II e Lorenzo de’ Medici sussisteva una certa cordialità. Firenze aveva inviato ad Istanbul i suoi artisti – gli incisori toscani coniarono una serie di medaglie commemorative delle vittorie asiatiche del Gran Sultano – ed il sultano ricambiò facendo arrestare, e deportare a Firenze, Bernardo Bandini, uno dei congiurati che avevano attentato alla vita del Magnifico, uccidendone il fratello Giuliano, in quella che fu chiamata la “congiura dei Pazzi”.
In questo quadro politico, una chiave di comprensione per capire l’assalto ottomano ad Otranto sta, più che nei progetti del sultano di conquista delle Puglie, che pur contribuiscono a spiegarlo, nelle trame diplomatiche che dividevano i “cristianissimi” sovrani italiani del tempo ed in particolare nel contrasto di interessi che abbiamo visto sussisteva tra la volontà egemonica sull’intera Italia nutrita dal re di Napoli e quella di Venezia sull’Adriatico conteso proprio agli aragonesi. La già citata “congiura dei Pazzi” a Firenze, a sua volta un episodio della lotta interna al mondo cristiano italico, è poi l’elemento che fa chiarezza anche sul ruolo del Papa, ossia di Sisto IV, al secolo Francesco della Rovere, salito al soglio di Pietro nel 1471. La guerra di Toscana, della quale, come abbiamo visto, si lamentava San Francesco di Paola, era nata dal contrasto che vedeva Roma e Napoli alleate contro Firenze. La Toscana era una terra, in quel momento, sorretta da un instabile equilibrio politico. Siena, timorosa della potenza sempre più crescente della sua vicina e temendo per la propria indipendenza, osteggiava l’espansionismo mediceo ed aveva accolto i fuoriusciti fiorentini contrari al governo della dinastia bancaria dei Medici. Ferdinando I d’Aragona, dal canto suo, sosteneva la politica antifiorentina dei senesi. Papa Sisto IV mirava ad abbattere, con l’aiuto degli oppositori dei Medici ancora forti nell’aristocrazia fiorentina, il governo mediceo per installare a Firenze quello del nipote Girolamo Riario. Quest’ultimo aveva un vecchio conto da regolare con Lorenzo il Magnifico che aveva fatto, a suo tempo, fallire il suo tentativo di fondare una signoria ad Imola.
Queste furono le premesse della congiura detta dei Pazzi dal nome dei componenti della ricca famiglia che in Firenze contendeva la signoria ai Medici. La congiura, come noto, fallì e la repressione contro i congiurati, che coinvolse anche il clero fiorentino, fu feroce. A quel punto il Papa scomunicò il Magnifico e gettò l’interdetto contro Firenze, riunendo in una “lega” il regno di Napoli, la repubblica di Siena ed il signore del Montefeltro, Federico. Firenze trovò dalla sua parte Venezia e Milano che da nemiche avevano messo da parte gli antichi contrasti di fronte al comune pericolo dell’espansionismo aragonese-napoletano. Tuttavia la situazione si mise male per Lorenzo. Se il re di Francia aveva fatto sapere che si rifiutava di sostenere economicamente la guerra del Papa in Toscana perché si trattava di una guerra contro i cristiani – ma in realtà al sovrano d’oltralpe interessava solo risparmiare denaro ed uomini visto che poi lui per primo trescava con la Sublime Porta – invece Milano, alle prese con i suoi problemi interni, e Venezia, ancora impegnata a fronteggiare i turchi sotto casa, non potevano intervenire direttamente in terra Toscana. Firenze era rimasta sola a fronteggiare le truppe papali-senesi-napoletane. Ed oltretutto su di essa e su Lorenzo era caduto l’interdetto pontificio e l’accusa di impedire l’unità dei cristiani contro il pericolo turco alle porte. Il comandante dell’esercito fiorentino era il duca di Ferrara, Ercole d’Este, imparentato, in quanto genero, proprio con Ferdinando I re di Napoli, quindi visto con sospetto dal Magnifico.
La guerra in Toscana, dunque, si era messa molto male per Lorenzo. Per rompere l’accerchiamento il Magnifico ricorse alla diplomazia e riuscì a convincere Ferdinando che rischiava grosso a legarsi troppo alla politica di Sisto IV ormai anziano. Nessuno poteva dare garanzie al re di Napoli che il successivo Pontefice avrebbe continuato nella politica, mossa da motivi nepotistici, di Sisto IV. Si giunse così, il 25 marzo 1480, ad un patto di pace tra Firenze e Napoli. Questo fatto causò a sua volta un riavvicinamento della Serenissima al Papa. Venezia, infatti, non poteva guardare di buon occhio chiunque non si opponesse al re di Napoli, come aveva ora mostrato di fare Lorenzo il Magnifico. Persino il re di Francia, che rivendicava gli antichi diritti angioini su Napoli contro gli aragonesi, non aveva apprezzato la svolta filo-napoletana di Firenze.
Chi approfittò di questa congiuntura, allo scopo di rafforzare il suo dominio sui Balcani e sullo Jonio, fu il sultano. Sembra che tra il ‘78 e l’’80 giungessero a Maometto II sollecitazioni da Firenze affinché invadesse la Puglia. Anche Venezia, che nel frattempo aveva siglato nel 1479 una pace con Istanbul, istigava il sultano a rivendicare la terra d’Otranto quale erede di Bisanzio. Sicché quando, nel 1480, Ferdinando inviò aiuti ai cavalieri di Rodi, sotto assedio da parte turca, Maometto II, per ritorsione, fece occupare Valona ed inviò Ahmed Pascià ad Otranto. Le galee veneziane appoggiarono, dalla distanza, rifornendola di viveri, la flotta turca in avvicinamento alla città pugliese. Maometto II sapeva che la sua iniziativa in Puglia avrebbe dato il pretesto per la proclamazione della “crociata” determinando la riappacificazione degli Stati cristiani. Ed, infatti, così fu. Il Papa proclamò la crociata, i predicatori percorsero tutta l’Europa per sollecitare re e popoli a “prendere la croce”, Venezia ed il re di Francia giunsero ad una tregua nelle loro contese e insieme misero momentaneamente da parte ogni contesa verso il regno di Napoli, lo stesso Papa fece subito pace con Firenze e le truppe napoletano-pontificie lasciarono la Toscana meridionale. Il 31 maggio 1481 morì Maometto II. Ne derivò una lotta dinastica tra i suoi figli che facilitò la riconquista cristiana di Otranto da parte di Alfonso di Calabria, figlio di re Ferdinando.
L’esame storico dei fatti relativi al martirio di Otranto, dimostra che la storia, anche di fatti eroici di fede come quello accaduto nel 1480, è sempre straordinariamente complessa e mai riducibile, come pretende la vulgata dello “scontro di civiltà”, a schemi semplicistici per i quali tutti i buoni sarebbero da una parte e tutti i cattivi dall’altra. In realtà non sono mai esistite due civiltà monolitiche e reciprocamente impenetrabili ed in perenne conflitto tra esse. Dietro la parvenza di un conflitto militare tra Cristianesimo ed islam, agivano in realtà ben altre motivazioni geopolitiche, di potere, di ambizioni, di interessi sovrani che usavano strumentalmente le reciproche fedi “cugine”. Cosa che ci da la certezza che quelle non furono guerre di religione o guerre sante o scontri di civiltà e, quindi, che la fede, nella sua integrità, non è, come accusa il pensiero ateo e laicista, fonte di intolleranza, violenza e guerra. Tutte cose – la “crociata”, la “guerra santa” – buone per la propaganda, ed in effetti furono ampiamente usate nella propaganda anche all’epoca, ma del tutto inservibili per spiegare le reali motivazioni di quei conflitti, compreso quello cui conseguì il martirio degli ottocento cristiani di Otranto che pur resta un esempio fulgido di testimonianza eroica della nostra fede cristiana.
Ad Otranto, nel 1480, i turchi hanno avuto il ruolo di risolutori delle contese interne al mondo cristiano. Avranno tale ruolo anche in successive occasioni, alle porte di Vienna. Il loro apparire sullo scenario geopolitico del tempo rianimò gli appelli alla “crociata”: un appello sulla cui sincerità, in chi lo proclamava, non possiamo avere dubbi ma che fu strumentalmente usato per giochi di potere. Gli ottomani furono l’elemento per la schmittiana “esportazione della violenza” e per ricostruire o conservare l’equilibrio interno al mondo cristiano. La stessa identità europea deve molto al “pericolo turco”, senza del quale gli Stati “cristianissimi” si sarebbero dilaniati tra loro con qualche secolo di anticipo (infatti lo fecero più tardi, quando non si dichiaravano più cristiani, con due secoli di guerre intestine iniziate nel ‘700 e culminate con le guerre mondiali del XX secolo). L’identità europea deve, del resto, molto anche alle stesse crociate medioevali, quelle che storicamente corrispondono al concetto autentico di “crociata” o meglio di “peregrinatio”, che, come detto, mai assunsero il carattere di guerre sante (3) né quello di guerre di religione (queste ultime invece furono ferocemente combattute all’interno del mondo cristiano tra cattolici e protestanti, a causa dello sconquasso luterano).
Ma, per concludere tornando alla vicenda del 1480, in tutta la tragicomica commedia, fatta di intrighi diplomatici, di guerre e di alleanze segrete o palesi, che abbiamo raccontato, gli unici ad averci rimesso la vita, testimoniando con il loro martirio la fede in Cristo, furono i poveri 800 martiri di Otranto. E qui tornano, potenti, le parole di padre Gabriel: «se è la forza – ed aggiungiamo noi, l’intrigo, il machiavellismo, le ambizioni personali e politiche – a creare il diritto, non c’è posto per l’Amore di Cristo in questo mondo». A queste parole, nel film, padre Gabriel ne faceva seguire altre, rivolte al suo confratello: «Ed io non ho la forza di vivere in un mondo così». Ma alla fine il gesuita quella forza l’ha trovata ed è andato, insieme ai suoi indios, incontro al martirio, per mano dei soldati di un re, il portoghese, che si proclamava “cristianissimo” ma approvava la politica anticristiana del suo ministro massone. Una politica che stava facendo del Portogallo un regno potente e ricco, anche se a scapito dell’Amore di Cristo portato dai gesuiti agli indios guaranì. Una forza, quella che dispose padre Gabriel al martirio, che può essere solo dono del Signore. La stessa forza che, al momento supremo, trovarono i poveri martiri di Otranto uccisi per mano islamica ma per responsabilità e mandato di sedicenti governi “cristianissimi”, più attenti ai loro affari ed alle loro ambizioni geopolitiche che alla difesa della Cristianità. Governi, soprattutto, dimentichi della Misericordia Divina, unico metro di Vera Giustizia in questo mondo.
Alla fine, quando giungerà il giorno del rendiconto, del redde rationem, padre Gabriel ed i martiri di Otranto rifulgeranno, davanti a tutti, nella Gloria. Ma, nel Giorno del Giudizio, tramontata per sempre la “gloria umana”, quella che la storiografia è capace di costruire e perpetuare, quale sarà, a cospetto dell’Altissimo, la sorte eterna di Lorenzo il Magnifico, di Sisto IV, di Maometto II, di Ahmed Pascià, di Ferdinando I, del marchese di Pombal? Pur conscio dei miei tanti e pesanti peccati, e per questo affidato solo alla Sua Misericordia, non vorrei mai essere nei loro panni.
                                                                                                             Luigi Copertino
NOTE
1) Il Pombal, tra le altre “riforme” illuminate che promosse, durante il suo governo, introdusse anche l’imposizione per le famiglie aristocratiche di “antica cristianità”, ossia che vantavano radici cristiane precedenti al XVI secolo, di far sposare i propri figli con i figli delle famiglie aristocratiche ebree o di “nuova cristianità” ossia di origini converse. La storiografia racconta che un provvedimento del genere serviva, nobilmente, ad abbattere l’antigiudaismo cristiano tradizionale e certe forme di razzismo che pretendevano, illegittimamente, una giustificazione di tipo teologico. Senza negare che un obiettivo di questo genere poteva anche essere presente al Pombal, ci permettiamo, da parte nostra, di suggerire agli storici che forse qualcosa, di molto meno nobile, pur c’entrava. Ci riferiamo al fatto che il Pombal, massone confesso e per questo imbevuto di cultura cabalista, avesse come vero obiettivo quello di “cabalizzare” ossia “massonizzare” la fede cristiana mediante gli influssi culturali di una certa ambigua mistica ebraica. Se l’ebraismo postbiblico è cosa assolutamente diversa dal Cristianesimo, il quale ultimo ha la pretesa, più che fondata, di essere l’universalizzazione del vero ebraismo, e quindi il suo adempimento e superamento, non bisogna dimenticare che il cabalismo a sfondo gnostico, coltivato in seno all’ebraismo postbiblico, non corrisponde alla vera mistica cabalista, del tutto coincidente quest’ultima, come ha spiegato Julio Meinvielle, con la Rivelazione, e per questo ben nota ai profeti ed ai mistici biblici e che ha trovato continuazione nella mistica cristiana. L’avversione massonica alla fede cristiana, insieme agli interessi commerciali portoghesi messi in crisi dalle reducciones, che in termini moderni potrebbero definirsi vere e proprie “imprese sociali”, nelle quali i proventi del lavoro erano redistribuiti tra gli indios, fu la vera causa della politica antigesuitica del Pombal: su questo non ci piove.
2) Cfr. Franco Cardini “I martiri di Otranto”, Il Sabato, 21.8.1993, n. 34, p. 47s. Questo nostro contributo è ampiamente debitore del citato articolo del noto storico.
3) Per il Cristianesimo può esserci, con mille dubbi e mille restrizioni, solo la “guerra giusta”, che tuttavia rimane una colpa anche se necessitata, mentre mai può darsi una “guerra santa”, ossia capace di santificare attraverso l’uccisione del prossimo. Anche il concetto islamico di jihad fa innanzitutto riferimento a quella che cristianamente si chiama “pugna spiritualis” ovvero la lotta ai propri vizi, più che richiamare la guerra verso gli infedeli. Circa i quali, come detto, l’islam distingue tra cristiani ed ebrei, “gente del Libro”, che benché sottomessi non devono essere costretti alla conversione, e pagani verso i quali la guerra può anche essere, a certe condizioni, senza quartiere e che possono essere non solo sottomessi ma costretti a scegliere tra conversione e morte. Cosa, questa, molto veterotestamentaria a dimostrazione del carattere, appunto, veterotestamentario dell’islam che, insieme al giudaismo post-biblico, è una fede ancora in attesa della Venuta di Cristo che per islamici ed ebrei sarà quello che per noi cristiani è il Cristo della Seconda Venuta, il Cristo Giudice della Fine dei Tempi.
Da www.identitàeuropea.it
L'articolo LE RESPONSABILITA’ DEL MARTIRIO DI OTRANTO – di Luigi Copertino è tratto da Blondet & Friends, che mette a disposizione gratuitamente gli articoli di Maurizio Blondet assieme ai suoi consigli di lettura.

mercoledì, luglio 27, 2016

L’ISLAM E’ INTOLLERANTE

Alla fine della “guerra dei Trent’Anni”, con i trattati di Westfalia del 1648, l’Europa dissanguata in una dura e lunghissima “guerra di religione” trovò la forza di sancire la necessità di una mutua inter christianos tolerantia, dal godimento della quale beninteso – e per definizione – erano esclusi ebrei e musulmani. Sarebbe spettato più tardi al Locke, al Voltaire e ai philosophes  il riallacciarsi alle intuizioni dei sofisti e degli stoici greci per affinare quel concetto di tolleranza come atteggiamento disposto a riconoscere legittimità alle idee e ai comportamenti di chicchessia, compresi quelli più remoti rispetto ai propri. Un atteggiamento che peraltro difficilmente si compone – stoica e poi anche cristiana – che esista un “diritto naturale” secondo il quale alcune scelte umane sono corrette e legittime, altre aberranti e inammissibili. D’altro canto, è stato da più parti notato quanto il concetto di “tolleranza” sia ambiguo, sottintendendo non una convinta e rispettosa accettazione di qualunque tipo di atteggiamento bensì una volenterosa e benevola sopportazione – che di per sé non implica comprensione – di quanto sentiamo profondamente alieno da noi stessi. Sappiamo inoltre molto bene tutti che gli atteggiamenti tollerantistici vengono spesso disattesi nella pratica da quelli stessi che se ne proclamano teoricamente convinti: anche perché si tende a ritenere che una tolleranza piena e assoluta sia un paradosso, anzi un ossimoro. E’ quanto in fondo si riassume nell’adynaton della massima “vietato vietare”: che impone come perentorio dovere quello stesso divieto che si proclama di voler eliminare ad ogni costo.
La nostra morale “laica” dipende largamente, com’è noto, da quella cristiana: che a sua volta, pur avendo accolto profondamente la lezione della filosofia ellenistico-romana, poggia sulla base incrollabile di quel decalogo mosaico il cui termine-chiave, lo, esprime in ebraico un fermo diniego, un’irremissibile proibizione. Eppure noi non percepiamo né la morale laica né i suoi precedenti cristiani come intollerantistici: affidiamo semmai all’etica il còmpito di stabilire il limite tra il lecito e l’illecito, salvo poi il chiederci se tale limite sia o meno assoluto e se, e quando, lo si possa/debba valicare per porsi al di là da esso. In questo senso la tolleranza  si pone come concetto mediatore tra l’etica da un alto, la libertà dall’altro. In modo analogo, sul piano sociale, all’interno del celebre trinomio giacobino la fraternità si pone come concetto mediatore tra l’uguaglianza da un lato, la libertà dall’altro.
L’Islam è ricco di pratiche e anche minute proibizioni, le quali peraltro – espressi nel  Corano e negli Hadith del Profeta, da dove sono passati nell’insegnamento delle varie scuole teologico-giuridiche – non sono mai rigorosamente e definitivamente sanciti (nemmeno quelle alimentari della tradizione halal) dato che il mondo musulmano è privo di un’autorità in grado d’inquadrarlo in un senso istituzionale, cioè di una Chiesa, se non in quel ch’è in maniera esplicita proclamato dalla “testimonianza di fede”, la shahada, vale a dire che non vi è altra divinità se non Iddio, inviato del quale è Muhammad.  I cinque princìpi di base della fede musulmana, gli Arkan al-Islam, esprimono atteggiamenti pratici (recitazione della shahada, preghiere quotidiane, digiuno del Ramadan, pellegrinaggio alla Mecca,  elemosina legale commisurata ai bisogni comunitari) che non comportano in sé un divieto. Esso parrebbe quindi strutturalmente inadatto a ospitare concetti e pratiche ispirate a intolleranza: eppure nel comune sentire occidentale esso è considerato “intollerante” per varie ragioni, in ultima analisi tutte ispirate al suo rigoroso monoteismo e al concetto d’irreversibilità sulla via della Rivelazione, per cui a nessuno che abbia conseguito la perfezione della fede divenendo musulmano è consentito recedere da essa. Da ciò dipendono altre forme di divieto concepito dai non-musulmani come “intolleranza”: esse si riassumono nel concetto di haram, “inviolabile” e perciò “vietato”, “escluso”.
Oggi si tende, nel mondo non-musulmano, a scorgere nell’Islam quel che, con molte variabili, è comunque presente in qualunque religione e in particolar modo nelle tre di ceppo abramitico, fondate sul principio dell’unicità di Dio, della Sua irruzione nella storia e nella Rivelazione, da parte sua, della Verità comunicata all’uomo.
Il fondamento delle  religioni è affidato alla Tradizione, che nel cristianesimo ha il suo centro nei dogmi: vale a dire  in verità indimostrabili alla luce e con gli strumenti della ragione umana. Ma è proprio dal seno del cristianesimo che ha gradualmente preso forma la Modernità: che è la  più originale, profonda e importante trasformazione che il mondo abbia mai conosciuto nel corso della sua storia. La Modernità sancisce il progressivo trionfo della ragione umana liberata da qualsiasi condizionamento, quindi il primato della libertà e della libertà individuali, l’individualismo nel nome del quale l’uomo moderno rifiuta in via pregiudiziale qualunque limite, qualunque condizionamento eteroimposto.  La difficile convivenza tra Modernità e religione, di per sé antitetiche appunto nella misura nella quale la Modernità respinge qualunque “cultura del limite”,  ha assunto la forma della diffusa coscienza “laica” nel senso non già etimologico bensì semantico del termine: in forza di essa l’homo modernus rinunzia a opporsi frontalmente all’homo religiosus e accetta – sia pure in modo problematico e nonostante alcune crisi anche gravi – che le fedi religiose continuino a venir osservate da chi voglia farlo, nella fiducia tuttavia che sarà il progresso stesso del genere umano a sancirne  – grazie alla scienza, alla tecnica, all’esercizio della libertà individuale, al benessere – la definitiva e necessaria estinzione. La “laicità” consiste appunto nell’accettazione della convivenza tra il mondo moderno e le fedi religiose: tra XVIII e XXI secolo le religioni storiche hanno gradualmente accettato, in vario modo, tale convivenza, che pure è stata causa di ricorrenti forme di disagio e di reazione. Una di esse è riscontrabile nel fondamentalismo, che è del tutto moderno nella sua genesi e nella sua dinamica ma che si presenta come concettualmente opposto alla Modernità. Tuttavia cristianesimo ed ebraismo hanno imparato a convivere con la Modernità che si è sviluppata principalmente in quell’ambiente occidentale che essi conoscono e in ampia misura gestiscono:  mentre l’Islam, radicato in aree largamente per quanto non totalmente estranee o comunque diverse rispetto all’Occidente, ha finito per assumere, anche a causa delle vicende storiche connesse con il colonialismo, la decolonizzazione e la successiva ricolonizzazione economico-tecnologica, un ruolo di alterità/antinomia  nei confronti di esso.
Per tale motivo la Modernità, che nel nome dei suoi valori “laici” può evitare con facilità il conflitto con cristianesimo ed ebraismo sino a giungere a un’almeno in apparenza perfetta convivenza con essi (e a non contestar mai loro forma alcuna di “intolleranza”, pur sapendo che ne esistono), ravvisa invece nell’Islam – al di là del suo scontro recente e attuale con il fondamentalismo jihadista – una connaturata propensione all’intolleranza  che si manifesta ad esempio in una differente concezione dei “diritti umani” la quale sarebbe arrivata a render necessaria la proclamazione nella sede dell’UNESCO, nel 1981, di una Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo nell’Islam che dichiara formalmente le sue differenze rispetto alla Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo nata nel 1948 in seno all’ONU. Esse consistono in ultima analisi in un dato che per i musulmani è religioso ma che i non-musulmani possono intendere in senso antropologico: il concetto di una natura umana dipendente dalla Volontà divina e che  trae il suo diritto alla libertà pratica da tale dipendenza, respingendo qualsiasi concetto di autonomia e quindi di autosufficienza dell’uomo; respingendo quindi il principio secondo il quale il cosmo, la vita e la stessa specie umana siano stati creati secondo scopi che solo Dio conosce.
L’Islam ha dato luogo negli ultimi due secoli, a contatto con la civiltà occidentale, a differenti forme politiche e statuali nelle quali la Tradizione e il diritto musulmano hanno sperimentato, con una notevole varietà di esiti, il livello e i limiti della  convivenza possibile tra il Din, la legge musulmana, e la Modernità. Se tale convivenza è a livello pratico ampiamente possibile e perfettibile, quel che resta radicalmente diverso e inconciliabile è la rispettiva Weltanschauung: il che per i musulmani può essere un fatto religioso ma per chi ha abbracciato e costruito in toto la Modernità è un fatto del tutto privo di motivi metafisici e ontologici, del tutto storico e pratico, da giudicarsi quindi sotto il profilo anzitutto antropologico.
Ora, è proprio questo che impedisce al mondo moderno di comprendere l’Islam. Per conseguire tale scopo, sarebbe necessario uscire da valutazioni esclusivamente e unilateralmente occidentocentriche e, applicando l’aurea norma antropologica sancita dal magistero di Claude Lévi-Strauss, giudicare ogni civiltà esclusivamente iuxta sua propria principia. Il che è relatività: e nulla ha a che fare con quel “relativismo” che di recente è sembrato divenire obiettivo polemico di molti occidentali che amano rivestire la loro islamofobia di valori in apparenza cristiani e nel nome di essi protestare contro quelle che sarebbero le principali caratteristiche delle società musulmane: l’autoritarismo dei sistemi di governo, la famiglia “patriarcale”, il “maschilismo”, l’”inferiorità della donna”, la diffusione nei sistemi statuali islamici della pena di morte e delle pene corporali.
E’ ovvio che quello che sotto il profilo antropologico è un improponibile non-senso per giunta suscettibile di approdare a conclusioni prettamente razzistiche, cioè  la gerarchizzazione qualitativa delle civiltà assumendo come modello quella occidentale,  dipende appunto non solo da un atteggiamento pregiudizialmente occidentocentrico, bensì anche da un grave errore di prospettiva storica: quello di considerare la dinamica delle civiltà alla luce di un atteggiamento arbitrariamente deterministico, secondo il quale – e seguendo del resto quella ch’era la visione comune, in differenti prospettive, sia all’ottimismo leibniziano sia  allo storicismo hegeliano – la civiltà occidentale è la “grande sera” dell’avventura del genere umano e, in quanto tale, il migliore tra i mondi possibili. Tale prospettiva, appiattendo come “naturale” e quindi “inevitabile” il processo storico che ha condotto alle realizzazioni occidentali, ne smarrisce in realtà il senso eccezionale: quello di una svolta rivoluzionaria – il concetto di uomo nuovo e di libera volontà individuale che ha aperto la  strada alle scoperte e alle invenzioni, quindi al primato del “fare” e dell’”avere” – ch’era tutt’altro che ovvia e prevedibile. Ed è proprio alla luce di questo determinismo occidentocentrico che molti, addirittura con intenzioni blandamente apologetiche, invitano a “comprendere” e a “scusare” l’Islam per la sua “arretratezza”. Se si è arrestato sulla via del progresso scientifico e tecnologico dopo avercene pur offerto le basi, e se non ha mai concepito gli ideali di libertà e di tolleranza, ciò dipenderebbe dal fatto che esso non ha “mai” (o, secondo altri, non ha “ancora”) conosciuto l’umanesimo e l’Illuminismo: come se esse fossero fasi che  tutte le civiltà sono chiamate a necessariamente  attraversare, o pervenendovi in modo originale o per attrazione ed emulazione come in realtà è accaduto dall’avvìo del colonialismo in poi, per quanto tale processo si sia poi per varie ragioni arrestato o corrotto. La massima concessione che si accorda quindi alle società musulmane è quella di “maturare”, di  farsi sempre più “moderate” in modo da pervenire prima o poi a un livello qualitativamente analogo a quello dell’Occidente: restano poi da discutere, com’è evidente, le fasi e i caratteri di tale occidentalizazione, conseguibile per “integrazione” multiculturalista o per “assimilazione”, cioè attraverso i modelli rispettivamente detti del salad bowl, dove le differenti civiltà convivono armonicamente mantenendo però ciascuna la loro identità  nei limiti consentiti dalla convivenza (quindi cedendone ciascuna una certa quota-parte), o del melting pot, che dovrebbe pervenire a una nuova sintesi nella quale tuttavia i caratteri principali sarebbero conferiti dalla componente  culturalmente più forte. E’ evidente che, al di là dei molti ostacoli alla pratica realizzazione di tali modelli, quel che resterebbe da valutare sarebbe il fattore-tempo: quante generazioni, e sulla base di quali presupposti socioeconomici e sociogiuridici, sarebbero necessari per rendere commestibile l’insalata multiculturalista o la zuppa assimilazionista?
Appare evidente che il vero malinteso alla base di questi pur diversi modi occidentocentrici di considerare il problema – ispirati entrambi a una tolleranza teorica e dichiarata e a una pervicace intolleranza pratica e implicita – consiste nel rifiuto di accogliere la diversità come una ricchezza e una risorsa e  nella superba convinzione che tutto il mondo vada ridotto ad accettare o comunque a subire i valori di una civiltà che giudica se stessa come migliore delle e superiore alle altre. Non saranno i tentativi di “correggere” con qualunque forma di coartazione l’intolleranza musulmana – nemmeno quelli condotti tramite le Nazioni Unite – a rendere l’Islam più compatibile con al nostra civiltà, bensì la pratica aperta e continua del confronto e della discussione. E, contrariamente a quel che molti di noi ritengono, nel mondo musulmano – nel quale la civiltà occidentale è profondamente e capillarmente entrata per più vie, specie al livello dei ceti dirigenti – si discute moltissimo e su tutto. Tre fra i  nostri migliori arabisti e islamologi (Paolo Branca, Paolo Nicelli e Francesco Zannini) hanno di recente redatto un libro, L’Islam plurale (Guida), nel quale si mostra come le società musulmane siano molto diverse tra loro e quanto all’interno di molte di esse si discuta e addirittura si polemizzi in modo spregiudicato: peccato che i nostri media non c’informino quasi mai di ciò, anzi sovente sostengano il contrario. Tutta ignoranza, che non sarebbe comunque scusabile? Colpa del principio secondo il quale Arabicum est, non legitur? No certamente, anche perché i musulmani scrivono spesso anche in inglese, in francese, in spagnolo, in tedesco, in russo, insomma in lingue più o meno agibili da parte europea. Il numero di giugno 2015 della nota rivista “Oasis”, significativamente dedicato a L’Islam al crocevia. Tradizione, riforma, jihad, offre un ricchissimo ventaglio di argomenti sulla crisi – che potrebb’essere per molti versi salutare – di un mondo complesso e, a partire dalla riforma del codice marocchino “dello statuto perdonale”, mostra come nel mondo musulmano stiano  nascendo anche varie forme di femminismo.
D’altronde, anche noi dobbiamo sciogliere i nostri bravi nodi problematici. L’”intolleranza” del povero operaio algerino o albanese, magari abbastanza integrato nonché bravo e onesto lavoratore, ma che prende a schiaffoni la figlia e la segrega in casa perché la sospetta innamorata di un ragazzo cristiano, ci urta e ci offende dannatamente; ma ci lascia invece indifferenti quella del principe saudita o katariota che circola tra Valencia e Porto Cervo con la sua “barca” di lusso bevendo whisky accompagnato da belle figliole seminude, ma nel suo paese permette anzi magari impone che le donne stiano debitamente imbacuccate, non vadano a scuola e non guidino l’auto, che le adultere siano lapidate e che ai ladri venga tagliata la mano destra. Sarà che quel principe appartiene alla dinastia regnante di un paese “sicuro alleato del Libero Occidente” nonché, magari, nostro socio in affari e comproprietario di aziende, di banche, di alberghi, di ristoranti, di aeroporti, di cliniche di lusso, di compagnie aeree e perfino di società calcistiche occidentali? E che quindi un musulmano intollerante ma ricco per noi è un ricco, mentre un musulmano intollerante ma povero per noi è un musulmano?
Attenzione quindi a quel che è mascherato dietro la nostra tanto aperta disposizione alla tolleranza; e magari dietro la gretta e chiusa intolleranza altrui. Spesso le cose sono ben diverse dalle parole. Un Hadith del Profeta, testimoniato da al-Quashayri, narra che Muhammad riferiva come Abramo invitò una volta a tavola uno zoroastriano: ma, scoperta la sua identità religiosa di pagano, lo cacciò malamente di casa. Di questo atteggiamento Dio lo rimproverò: – Perché hai agito così? -; e l’altro: – Ma Signore, si tratta di un adoratore del fuoco! -. E Dio replicò: – Sì, adora il fuoco fin da quand’era piccolo, e Io non gli ho mai rifiutato il pane. Chi sei tu per negargli quel che Io gli ho sempre concesso?”. Meditate, gente: meditate.


Franco Cardini

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sabato, luglio 23, 2016

Pokemon, se la caccia nasce con Platone

Pokemon, se la caccia nasce con Platone


Dov’è la novità? Fra spazi e luoghi c’è sempre stata una bella differenza. Se la teniamo presente, non sarà difficile collocare i Pokemon che furoreggiano nel mondo – da Central Park al giardinetto pubblico sotto casa – non in uno spazio, ma in un luogo. Che poi è daccapo uno spazio fisico, però riempito di significati, percorso e orientato dalle attività senso-motorie che noi compiamo in esso. A questa fittissima rete di movimenti con cui da sempre avviciniamo o allontaniamo le cose del mondo – le persone, i beni, le merci – si aggiungono ora quelli suggeriti da questa gigantesca caccia al mostriciattolo virtuale. Con le guance paffute, gli occhi grandi, le orecchie a punta e un nome stravagante.
Certo, una complicazione è rappresentata dal fatto che i mostri virtuali non si vedono a occhio nudo, ma solo sullo schermo dello smartphone o del tablet. Grazie alla geolocalizzazione, il mondo in cui si muove l’avatar – cioè il personaggio che noi stessi incarniamo nel gioco – non è infatti altro che una riproduzione del mondo reale, l’immagine della realtà che circonda effettivamente il giocatore, ma lo spostamento da un punto all’altro di questa mappa virtuale può essere compiuto solo spostandosi davvero, fisicamente, nel mondo reale.
Ricordate «Ricomincio da tre», la scena in cui Massimo Troisi prova a convincere un vaso a spostarsi (farebbe la sua fortuna)? Il vaso in realtà continua testardamente a non spostarsi, ma grazie a Pokemon Go gli potete lanciare contro una biglia virtuale e catturarlo. Catturare non lui, per la verità, ma magari il Pokemon che si è nascosto dietro, e che una volta catturato finisce nel vostro zainetto immateriale.
La chiamano realtà aumentata, per il fatto che nuovi elementi si aggiungono alla realtà grazie al gioco. Il mondo si popoli di nuovi personaggetti. Ma in verità è da quando l’uomo è uomo che la realtà va aumentando. Non in atomi ma, appunto, in significati. Un filosofo contemporaneo, scomparso di recente, Hans Georg Gadamer, ha sostenuto – prima ancora che inventassero la Rete – che tutta l’arte è un simile aumento di realtà: che l’arancia di un quadro di Cézanne è la stessa arancia che sta appesa all’albero, solo che ha subito un aumento d’essere, ed è ora più vera di quanto non sia l’arancia che spremiamo al mattino. O per meglio dire: chi ha visto le arance di Cèzanne, d’ora innanzi guarderà le arance fisiche a partire dalla loro rappresentazione, e non viceversa. Adeguerà insomma le arance del mondo reale all’arancia del quadro, e un po’ è vero: l’estetizzazione della nostra esperienza, la tirannia quotidiana del gusto non spinge forse a portare in frutteria solo arance, mele, e ciliegie tutte tirate a lucido come se fossero dipinte?
Ma i Pokemon? Di che aumento si tratta? Detto che la realtà si continua da sempre in nuove direzioni di senso, detto che non c’è corpo che non si prolunghi ben oltre il perimetro della sua pelle, questo diabolico gioco, più che aumentare la realtà, in verità la inverte. Perché il giocatore che va a in cerca dei piccoli mostri non si immette più profondamente nella realtà grazie a questa caccia virtuale, ma se mai, proprio grazie alla realtà, chiamata a fare da sfondo alla sua avventura online, entra più profondamente dentro la trappola del gioco. Quello che succede, insomma, succede sullo schermo: quello che aumenta, sono il numero di mostriciattoli catturati, gli oggetti collezionati e il livello di forza raggiunto.
È per questo che al telegiornale ci raccontano che per colpa di questi maledetti Pokemon la gente sbatte la testa contro i pali della luce. Perché ci si muove nel mondo reale, ma con la testa si sta dentro il mondo virtuale.
Ora però, nemmeno questa cosa è nuova del tutto. Posso ben dirlo io, per tutte le volte che ho scansato in extremis un ostacolo, mentre camminavo per strada leggendo il giornale. Ma prima di me e di tutti lo ha ben detto Platone, quando ha invitato gli uomini a intraprendere quella seconda navigazione che porta a cogliere «le cose che sono nei discorsi», non cioè le cose banalmente fisiche ma le idee, i concetti. Non ha cioè inventato lui il più virtuale di tutti i giochi, quello della metafisica occidentale (al cui fuoco, dopo tutto, ci scaldiamo ancora)?
Subito dopo averlo fatto, Platone cominciò a chiedersi – senza mai venire a capo della questione – in qual rapporto stessero tutte quelle idee con la realtà sensibile, e se dovessero servirci per allontanarci da essa o per introdursi in essa veramente (cioè: con mente vera). Per uscire dalla caverna della vita, insomma, o per meglio entrarvi.
Ma questo è il bello del gioco che, come uomini, giochiamo da sempre. Alcuni se ne vanno, altri restano. Alcuni hanno un tesoro di verità nascosto altrove, che qui proprio non può rivelarsi; altri non conoscono verità che non sia destinata infallibilmente a manifestarsi. Altri ancora, da ultimo, vanno a caccia di Pokemon. Ma si divertono: perché no, allora?
Massimo Adinolfi
(Il Mattino, 21 luglio 2016)

giovedì, luglio 21, 2016

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domenica, luglio 17, 2016

Aquinas on capital punishment

Aquinas on capital punishment:



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Audio versions of many of the talks from the recent workshop in Newburgh, New York on the theme Aquinas on Politics are available online.  My talk was on the subject of Aquinas on the death penalty (with a bit at the end about Aquinas’s views about abortion).  I say a little in the talk about the forthcoming book on Catholicism and capital punishment that I have co-authored with political scientist Joseph Bessette.  More on that soon.


Links to my various articles and blog posts on capital punishment are collected here.


venerdì, luglio 15, 2016

The complexity of love, in 13 untranslatable words

The complexity of love, in 13 untranslatable words:





Love might be universal but, as this brief animation shows, it’s not always easily translatable. Made in association with the CBC podcast Love Me, the Canadian director Andrew Norton’s short film explores 13 distinctive words from across the globe that describe the highs, lows and everything-in-betweens of romantic love.

By Aeon Video

Watch at Aeon

giovedì, luglio 14, 2016

Help Save the Central Catholic Library!

Help Save the Central Catholic Library!: There was an interesting story in The Irish Catholic recently about goings-on at the Central Catholic Library in Dublin's Merrion Square. There is a proposal (which has been protested) to transfer some holdings to Dublin City University. This is being considered for financial reasons. And the opening hours of the library have been contracting recently, for lack of staffing (it is mostly staffed on a volunteer basis).



It's a real shame to see the Central Catholic Library suffer so, because it is a gem. It is where we have held all but one of our G.K. Chesterton Society of Ireland meetings. It has a large variety of old Catholic (and not just Catholic books)-- it has new books, too, but the old ones are especially interesting. And there is a reading room on the first floor with a variety of Catholic publications.



It's housed in a beautiful old Georgian house, and the environment itself is very peaceful and conducive to serious thought.



Support the library! Become a member! Become a visitor! Maybe even become a volunteer, if you have the time!



Members will (the article suggests) get to vote on this proposal, too. So if you have strong views on it, consider becoming a member and helping to decide the future of the Library and its holdings. Either way, it will need support to survive.


mercoledì, luglio 13, 2016

I am overworked, therefore I link

I am overworked, therefore I link:



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Physicist Lee Smolin and philosopher Roberto Unger think that physics has gotten something really important really wrong.  NPR reports.


The relationship between Aristotelian hylemorphism and quantum mechanics is the subject of two among a number of recent papers by philosopher Robert Koons.


Hey, he said he would return.  At Real Clear Defense, Francis Sempa detects a revival of interest in General Douglas MacArthurThe New Criterion reviews Arthur Herman’s new book on MacArthur, while the Wall Street Journal and Weekly Standard discuss Walter Borneman’s new book.


At The Catholic Thing, Matthew Hanley discusses Dario Fernandez-Morera’s book The Myth of the Andalusian Paradise: Muslims, Christians, and Jews under Islamic Rule in Medieval Spain.


Philosopher of perception Mohan Matthen is interviewed at 3:AM Magazine.



Roger Scruton’s Confessions of a Heretic is excerpted in the Independent and reviewed in the Times, The National, Standpoint, and in the Washington Free Beacon.  (Actually, that’s Sir Roger Scruton now.)


Rumors of the death of teleology have been greatly exaggerated. John Farrell reports, at Forbes.


Spiked on David Seed’s recent book on Ray Bradbury.


A little late to the party, but… at Inference, George Scialabba reviews Thomas Nagel’s Mind and Cosmos.


Gene Callahan reviews Rodney Stark’s new book on anti-Catholic clichés, at The University Bookman.


The Oxford Philosopher talks to Stephen Boulter.


For director Brian de Palma, it all started with Hitchcock’s Vertigo(which recently overtook Citizen Kane as “best film ever,” or so the critics say).


Travis Dumsday on the value of philosophy of religion.


At The Secular Outpost, Jeffery Jay Lowder criticizes Jerry Coyne’s criticisms of cosmological arguments.


Philosopher Raymond Tallis has a website.


Via YouTube, a lecture by Eleonore Stump on the problem of evil.


The Economist on Scruton on Wagner’s Ring of the Nibelung.


Philosopher Dale Tuggy interviews philosopher Timothy Pawl on the subject of Pawl’s new book on Christology (Part 1 and Part 2). 


Inverse asks: Was Philip K. Dick a bad writer?   He was certainly an oddball, as Alternet recounts.  Anyway, the Blade Runner sequel is on track.


One more Scruton item: On Brexit, in print and on video.

giovedì, luglio 07, 2016

LIberland: storia della nascita di una micronazione

LIberland: storia della nascita di una micronazione:

Liberland

E’ da un po’ di tempo che seguo la storia di Liberland: un progetto in bilico tra utopia e pionierismo pensare di fondare una nazione su basi libertarie. La micronazione che dovrebbe nascere su un lembo di terra apparentemente non reclamata tra Serbia e Croazia, a metà strada tra Zagabria e Belgrado. L’area di Gornja Siga misura circa sette chilometri quadrati, è situata sulla riva occidentale del Danubio ed è spopolata e desolata. Sorge su un’area paludosa ed è soggetta a inondazioni stagionali del Danubio.

L’accesso alla zona è difficile, non ci sono strade che conducono direttamente al posto. Sul sito http://www.ilpost.it/2015/08/15/liberland-jedlicka-micronazione/ si legge chiaramente che :

Il ministro degli Esteri della Serbia ha detto che al momento Liberland non interferisce con i suoi confini, ma ha definito “frivole” le vicende che riguardano la micronazione. Il governo croato ha definito Liberland una “boutade virtuale” e ha spiegato che sebbene sia vero che quell’area non rientra nei suoi confini, non è vero che sia una terra di nessuno. La Croazia ha spiegato che l’area occupata da Liberland è soggetta ad arbitrato internazionale: al momento non è di nessuno, ma quando diventerà di qualcuno quel qualcuno sarà la Croazia o la Serbia, non Liberland.”

Logisticamente l’accesso al fiume è indispensabile e funzionale perché Liberland è affacciata su un fiume, questo permette l’accesso da qualsiasi paese bagnato dal Danubio, un sistema che permette di non preoccuparsi troppo delle varie frontiere.



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Se volete leggere le breaking news of Liberland potete andare su:

http://liberlandpress.com/

Il motto è “vivi e lascia vivere”, ma il progetto dovrebbe rappresentare un nuovo paradiso fiscale.

Vit Jedlicka, cittadino ceco leader di un partito euroscettico, ha deciso di proclamare la nascita di questo paese il13 Aprile del 2015 (data del compleanno di Thomas Jefferson) fondandola sui valori sull’ideologia liberale.

Si progetta di costruire una città che possa ospitare 350.000 abitanti. Se desiderate inviare la vostra richiesta di cittadinanza potete andare direttamente sul sito https://liberland.org/en/registration/: è opportuno ricordare che saranno rigettate le richieste di cittadinanza a comunisti, neo-nazisti, membri di forze politiche estremiste e persone che in passato sono state punite penalmente.

Il progetto attualmente ha un vasto richiamo perché a Liberland le tasse saranno versate volontariamente. Il referendum servirà al popolo per poter eventualmente cancellare le norme che sono ritenute negative, le norme che regoleranno il bilancio della nazione escluderanno la creazione di deficit (la costituzione proibirà ai politici di contrarre debito pubblico).

La moneta del paese si chiamerà Merit. Il governo avrà funzioni minime: diplomazia, sicurezza e infrastrutture, verrà successivamente introdotto il voto diretto per le eventuali modifiche costituzionali.

L’idea è di creare un luogo che possa assurgere per tutti come modello di libertà personale, un esempio mondiale per far capire che le strutture politiche non rispettano i desideri della gente, e che i troppi regolamenti sacrificano i diritti delle persone.

Come saranno i cittadini di Liberland? Persone avventurose, sognatori che vogliono creare una nazione partendo dall’idea di fondarla “sul rispetto delle persone e delle libertà”, una società ultra-liberale dove il governo non abuserà del potere a danno della società.

Insomma un nuovo paradiso fiscale con idee politiche innovative.

Le fonti principali di esportazione saranno i servizi finanziari e la propria birra nazionale. Jedlicka afferma che sta vagliando l’idea di creare Liberland come zona tax-free, inoltre vede con favore la possibilità di fare di Liberland la capitale mondiale della produzione di criptovalute.



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Sono circa 60 gli uffici di rappresentanza in tutto il mondo, quasi 400mila le richieste di cittadinanza ma sopratutto ci sono investitori attratti dalle tasse volontarie.

Il festival organizzato per festeggiare Liberland (versante serbo del Danubio) si terrà dal 17 giugno in poi. C‘è in programma di mettere in scena una “festa dello stato” in un campo vicino al territorio conteso, un grande evento mediatico dove saranno invitate 5.000 persone che sostengono Liberland. Forse sarà quello il momento in cui tenteranno di prendere il controllo del territorio.

Per il diritto internazionale un nuovo stato può di fatto esistere, e sopratutto svolgere pienamente le sue funzioni, se viene riconosciuto da altri paesi, in particolare dai paesi confinanti o da qualche paese di quelli “che contano”. Proprio qui sta il problema di Liberland: ottenere un qualche riconoscimento internazionale, è per questo che i propugnatori di questo progetto stanno bussando a molte porte per suscitare interesse e ottenere riconoscimenti in tutto il mondo. Tuttavia non risulta che al momento alcun paese abbia riconosciuto Liberland, ad eccezione di un sostegno informale da parte del Liechtenstein. Un problemino non da poco in considerazione del fatto che, se Croazia o Serbia decidessero di “sbaraccare” il tutto, non impiegherebbero molto tempo a farlo.

A mio avviso una delle poche possibilità concrete per la riuscita del progetto è che qualche grande lobby finanziaria appoggi fortemente il mini-stato per creare un nuovo paradiso finanziario, al fine di istituire un safe haven senza alcun tipo di limitazioni e usarlo come base di appoggio, dotata di segreto bancario, per triangolazioni e passaggi di denaro o come nuova frontiera dell’ingegneria finanziaria.

BY Alessia (da http://liberticida.altervista.org/ )

Fonti:

https://liberland.org

https://www.theguardian.com/world/2015/apr/24/liberland-hundreds-of-thousands-apply-to-live-in-worlds-newest-country

http://www.nytimes.com/2015/08/16/magazine/the-making-of-a-president.html?_r=0

http://www.miglioverde.eu/ornaghi-intervista-jedlicka-liberland-svizzera-tassazione-volontaria/

http://www.miglioverde.eu/liberland-10-governi-riconoscimento/

http://www.independent.co.uk/news/world/europe/the-libertarian-about-to-launch-a-hostile-takeover-of-europes-newest-country-a6988741.html
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