mercoledì, luglio 27, 2016

L’ISLAM E’ INTOLLERANTE

Alla fine della “guerra dei Trent’Anni”, con i trattati di Westfalia del 1648, l’Europa dissanguata in una dura e lunghissima “guerra di religione” trovò la forza di sancire la necessità di una mutua inter christianos tolerantia, dal godimento della quale beninteso – e per definizione – erano esclusi ebrei e musulmani. Sarebbe spettato più tardi al Locke, al Voltaire e ai philosophes  il riallacciarsi alle intuizioni dei sofisti e degli stoici greci per affinare quel concetto di tolleranza come atteggiamento disposto a riconoscere legittimità alle idee e ai comportamenti di chicchessia, compresi quelli più remoti rispetto ai propri. Un atteggiamento che peraltro difficilmente si compone – stoica e poi anche cristiana – che esista un “diritto naturale” secondo il quale alcune scelte umane sono corrette e legittime, altre aberranti e inammissibili. D’altro canto, è stato da più parti notato quanto il concetto di “tolleranza” sia ambiguo, sottintendendo non una convinta e rispettosa accettazione di qualunque tipo di atteggiamento bensì una volenterosa e benevola sopportazione – che di per sé non implica comprensione – di quanto sentiamo profondamente alieno da noi stessi. Sappiamo inoltre molto bene tutti che gli atteggiamenti tollerantistici vengono spesso disattesi nella pratica da quelli stessi che se ne proclamano teoricamente convinti: anche perché si tende a ritenere che una tolleranza piena e assoluta sia un paradosso, anzi un ossimoro. E’ quanto in fondo si riassume nell’adynaton della massima “vietato vietare”: che impone come perentorio dovere quello stesso divieto che si proclama di voler eliminare ad ogni costo.
La nostra morale “laica” dipende largamente, com’è noto, da quella cristiana: che a sua volta, pur avendo accolto profondamente la lezione della filosofia ellenistico-romana, poggia sulla base incrollabile di quel decalogo mosaico il cui termine-chiave, lo, esprime in ebraico un fermo diniego, un’irremissibile proibizione. Eppure noi non percepiamo né la morale laica né i suoi precedenti cristiani come intollerantistici: affidiamo semmai all’etica il còmpito di stabilire il limite tra il lecito e l’illecito, salvo poi il chiederci se tale limite sia o meno assoluto e se, e quando, lo si possa/debba valicare per porsi al di là da esso. In questo senso la tolleranza  si pone come concetto mediatore tra l’etica da un alto, la libertà dall’altro. In modo analogo, sul piano sociale, all’interno del celebre trinomio giacobino la fraternità si pone come concetto mediatore tra l’uguaglianza da un lato, la libertà dall’altro.
L’Islam è ricco di pratiche e anche minute proibizioni, le quali peraltro – espressi nel  Corano e negli Hadith del Profeta, da dove sono passati nell’insegnamento delle varie scuole teologico-giuridiche – non sono mai rigorosamente e definitivamente sanciti (nemmeno quelle alimentari della tradizione halal) dato che il mondo musulmano è privo di un’autorità in grado d’inquadrarlo in un senso istituzionale, cioè di una Chiesa, se non in quel ch’è in maniera esplicita proclamato dalla “testimonianza di fede”, la shahada, vale a dire che non vi è altra divinità se non Iddio, inviato del quale è Muhammad.  I cinque princìpi di base della fede musulmana, gli Arkan al-Islam, esprimono atteggiamenti pratici (recitazione della shahada, preghiere quotidiane, digiuno del Ramadan, pellegrinaggio alla Mecca,  elemosina legale commisurata ai bisogni comunitari) che non comportano in sé un divieto. Esso parrebbe quindi strutturalmente inadatto a ospitare concetti e pratiche ispirate a intolleranza: eppure nel comune sentire occidentale esso è considerato “intollerante” per varie ragioni, in ultima analisi tutte ispirate al suo rigoroso monoteismo e al concetto d’irreversibilità sulla via della Rivelazione, per cui a nessuno che abbia conseguito la perfezione della fede divenendo musulmano è consentito recedere da essa. Da ciò dipendono altre forme di divieto concepito dai non-musulmani come “intolleranza”: esse si riassumono nel concetto di haram, “inviolabile” e perciò “vietato”, “escluso”.
Oggi si tende, nel mondo non-musulmano, a scorgere nell’Islam quel che, con molte variabili, è comunque presente in qualunque religione e in particolar modo nelle tre di ceppo abramitico, fondate sul principio dell’unicità di Dio, della Sua irruzione nella storia e nella Rivelazione, da parte sua, della Verità comunicata all’uomo.
Il fondamento delle  religioni è affidato alla Tradizione, che nel cristianesimo ha il suo centro nei dogmi: vale a dire  in verità indimostrabili alla luce e con gli strumenti della ragione umana. Ma è proprio dal seno del cristianesimo che ha gradualmente preso forma la Modernità: che è la  più originale, profonda e importante trasformazione che il mondo abbia mai conosciuto nel corso della sua storia. La Modernità sancisce il progressivo trionfo della ragione umana liberata da qualsiasi condizionamento, quindi il primato della libertà e della libertà individuali, l’individualismo nel nome del quale l’uomo moderno rifiuta in via pregiudiziale qualunque limite, qualunque condizionamento eteroimposto.  La difficile convivenza tra Modernità e religione, di per sé antitetiche appunto nella misura nella quale la Modernità respinge qualunque “cultura del limite”,  ha assunto la forma della diffusa coscienza “laica” nel senso non già etimologico bensì semantico del termine: in forza di essa l’homo modernus rinunzia a opporsi frontalmente all’homo religiosus e accetta – sia pure in modo problematico e nonostante alcune crisi anche gravi – che le fedi religiose continuino a venir osservate da chi voglia farlo, nella fiducia tuttavia che sarà il progresso stesso del genere umano a sancirne  – grazie alla scienza, alla tecnica, all’esercizio della libertà individuale, al benessere – la definitiva e necessaria estinzione. La “laicità” consiste appunto nell’accettazione della convivenza tra il mondo moderno e le fedi religiose: tra XVIII e XXI secolo le religioni storiche hanno gradualmente accettato, in vario modo, tale convivenza, che pure è stata causa di ricorrenti forme di disagio e di reazione. Una di esse è riscontrabile nel fondamentalismo, che è del tutto moderno nella sua genesi e nella sua dinamica ma che si presenta come concettualmente opposto alla Modernità. Tuttavia cristianesimo ed ebraismo hanno imparato a convivere con la Modernità che si è sviluppata principalmente in quell’ambiente occidentale che essi conoscono e in ampia misura gestiscono:  mentre l’Islam, radicato in aree largamente per quanto non totalmente estranee o comunque diverse rispetto all’Occidente, ha finito per assumere, anche a causa delle vicende storiche connesse con il colonialismo, la decolonizzazione e la successiva ricolonizzazione economico-tecnologica, un ruolo di alterità/antinomia  nei confronti di esso.
Per tale motivo la Modernità, che nel nome dei suoi valori “laici” può evitare con facilità il conflitto con cristianesimo ed ebraismo sino a giungere a un’almeno in apparenza perfetta convivenza con essi (e a non contestar mai loro forma alcuna di “intolleranza”, pur sapendo che ne esistono), ravvisa invece nell’Islam – al di là del suo scontro recente e attuale con il fondamentalismo jihadista – una connaturata propensione all’intolleranza  che si manifesta ad esempio in una differente concezione dei “diritti umani” la quale sarebbe arrivata a render necessaria la proclamazione nella sede dell’UNESCO, nel 1981, di una Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo nell’Islam che dichiara formalmente le sue differenze rispetto alla Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo nata nel 1948 in seno all’ONU. Esse consistono in ultima analisi in un dato che per i musulmani è religioso ma che i non-musulmani possono intendere in senso antropologico: il concetto di una natura umana dipendente dalla Volontà divina e che  trae il suo diritto alla libertà pratica da tale dipendenza, respingendo qualsiasi concetto di autonomia e quindi di autosufficienza dell’uomo; respingendo quindi il principio secondo il quale il cosmo, la vita e la stessa specie umana siano stati creati secondo scopi che solo Dio conosce.
L’Islam ha dato luogo negli ultimi due secoli, a contatto con la civiltà occidentale, a differenti forme politiche e statuali nelle quali la Tradizione e il diritto musulmano hanno sperimentato, con una notevole varietà di esiti, il livello e i limiti della  convivenza possibile tra il Din, la legge musulmana, e la Modernità. Se tale convivenza è a livello pratico ampiamente possibile e perfettibile, quel che resta radicalmente diverso e inconciliabile è la rispettiva Weltanschauung: il che per i musulmani può essere un fatto religioso ma per chi ha abbracciato e costruito in toto la Modernità è un fatto del tutto privo di motivi metafisici e ontologici, del tutto storico e pratico, da giudicarsi quindi sotto il profilo anzitutto antropologico.
Ora, è proprio questo che impedisce al mondo moderno di comprendere l’Islam. Per conseguire tale scopo, sarebbe necessario uscire da valutazioni esclusivamente e unilateralmente occidentocentriche e, applicando l’aurea norma antropologica sancita dal magistero di Claude Lévi-Strauss, giudicare ogni civiltà esclusivamente iuxta sua propria principia. Il che è relatività: e nulla ha a che fare con quel “relativismo” che di recente è sembrato divenire obiettivo polemico di molti occidentali che amano rivestire la loro islamofobia di valori in apparenza cristiani e nel nome di essi protestare contro quelle che sarebbero le principali caratteristiche delle società musulmane: l’autoritarismo dei sistemi di governo, la famiglia “patriarcale”, il “maschilismo”, l’”inferiorità della donna”, la diffusione nei sistemi statuali islamici della pena di morte e delle pene corporali.
E’ ovvio che quello che sotto il profilo antropologico è un improponibile non-senso per giunta suscettibile di approdare a conclusioni prettamente razzistiche, cioè  la gerarchizzazione qualitativa delle civiltà assumendo come modello quella occidentale,  dipende appunto non solo da un atteggiamento pregiudizialmente occidentocentrico, bensì anche da un grave errore di prospettiva storica: quello di considerare la dinamica delle civiltà alla luce di un atteggiamento arbitrariamente deterministico, secondo il quale – e seguendo del resto quella ch’era la visione comune, in differenti prospettive, sia all’ottimismo leibniziano sia  allo storicismo hegeliano – la civiltà occidentale è la “grande sera” dell’avventura del genere umano e, in quanto tale, il migliore tra i mondi possibili. Tale prospettiva, appiattendo come “naturale” e quindi “inevitabile” il processo storico che ha condotto alle realizzazioni occidentali, ne smarrisce in realtà il senso eccezionale: quello di una svolta rivoluzionaria – il concetto di uomo nuovo e di libera volontà individuale che ha aperto la  strada alle scoperte e alle invenzioni, quindi al primato del “fare” e dell’”avere” – ch’era tutt’altro che ovvia e prevedibile. Ed è proprio alla luce di questo determinismo occidentocentrico che molti, addirittura con intenzioni blandamente apologetiche, invitano a “comprendere” e a “scusare” l’Islam per la sua “arretratezza”. Se si è arrestato sulla via del progresso scientifico e tecnologico dopo avercene pur offerto le basi, e se non ha mai concepito gli ideali di libertà e di tolleranza, ciò dipenderebbe dal fatto che esso non ha “mai” (o, secondo altri, non ha “ancora”) conosciuto l’umanesimo e l’Illuminismo: come se esse fossero fasi che  tutte le civiltà sono chiamate a necessariamente  attraversare, o pervenendovi in modo originale o per attrazione ed emulazione come in realtà è accaduto dall’avvìo del colonialismo in poi, per quanto tale processo si sia poi per varie ragioni arrestato o corrotto. La massima concessione che si accorda quindi alle società musulmane è quella di “maturare”, di  farsi sempre più “moderate” in modo da pervenire prima o poi a un livello qualitativamente analogo a quello dell’Occidente: restano poi da discutere, com’è evidente, le fasi e i caratteri di tale occidentalizazione, conseguibile per “integrazione” multiculturalista o per “assimilazione”, cioè attraverso i modelli rispettivamente detti del salad bowl, dove le differenti civiltà convivono armonicamente mantenendo però ciascuna la loro identità  nei limiti consentiti dalla convivenza (quindi cedendone ciascuna una certa quota-parte), o del melting pot, che dovrebbe pervenire a una nuova sintesi nella quale tuttavia i caratteri principali sarebbero conferiti dalla componente  culturalmente più forte. E’ evidente che, al di là dei molti ostacoli alla pratica realizzazione di tali modelli, quel che resterebbe da valutare sarebbe il fattore-tempo: quante generazioni, e sulla base di quali presupposti socioeconomici e sociogiuridici, sarebbero necessari per rendere commestibile l’insalata multiculturalista o la zuppa assimilazionista?
Appare evidente che il vero malinteso alla base di questi pur diversi modi occidentocentrici di considerare il problema – ispirati entrambi a una tolleranza teorica e dichiarata e a una pervicace intolleranza pratica e implicita – consiste nel rifiuto di accogliere la diversità come una ricchezza e una risorsa e  nella superba convinzione che tutto il mondo vada ridotto ad accettare o comunque a subire i valori di una civiltà che giudica se stessa come migliore delle e superiore alle altre. Non saranno i tentativi di “correggere” con qualunque forma di coartazione l’intolleranza musulmana – nemmeno quelli condotti tramite le Nazioni Unite – a rendere l’Islam più compatibile con al nostra civiltà, bensì la pratica aperta e continua del confronto e della discussione. E, contrariamente a quel che molti di noi ritengono, nel mondo musulmano – nel quale la civiltà occidentale è profondamente e capillarmente entrata per più vie, specie al livello dei ceti dirigenti – si discute moltissimo e su tutto. Tre fra i  nostri migliori arabisti e islamologi (Paolo Branca, Paolo Nicelli e Francesco Zannini) hanno di recente redatto un libro, L’Islam plurale (Guida), nel quale si mostra come le società musulmane siano molto diverse tra loro e quanto all’interno di molte di esse si discuta e addirittura si polemizzi in modo spregiudicato: peccato che i nostri media non c’informino quasi mai di ciò, anzi sovente sostengano il contrario. Tutta ignoranza, che non sarebbe comunque scusabile? Colpa del principio secondo il quale Arabicum est, non legitur? No certamente, anche perché i musulmani scrivono spesso anche in inglese, in francese, in spagnolo, in tedesco, in russo, insomma in lingue più o meno agibili da parte europea. Il numero di giugno 2015 della nota rivista “Oasis”, significativamente dedicato a L’Islam al crocevia. Tradizione, riforma, jihad, offre un ricchissimo ventaglio di argomenti sulla crisi – che potrebb’essere per molti versi salutare – di un mondo complesso e, a partire dalla riforma del codice marocchino “dello statuto perdonale”, mostra come nel mondo musulmano stiano  nascendo anche varie forme di femminismo.
D’altronde, anche noi dobbiamo sciogliere i nostri bravi nodi problematici. L’”intolleranza” del povero operaio algerino o albanese, magari abbastanza integrato nonché bravo e onesto lavoratore, ma che prende a schiaffoni la figlia e la segrega in casa perché la sospetta innamorata di un ragazzo cristiano, ci urta e ci offende dannatamente; ma ci lascia invece indifferenti quella del principe saudita o katariota che circola tra Valencia e Porto Cervo con la sua “barca” di lusso bevendo whisky accompagnato da belle figliole seminude, ma nel suo paese permette anzi magari impone che le donne stiano debitamente imbacuccate, non vadano a scuola e non guidino l’auto, che le adultere siano lapidate e che ai ladri venga tagliata la mano destra. Sarà che quel principe appartiene alla dinastia regnante di un paese “sicuro alleato del Libero Occidente” nonché, magari, nostro socio in affari e comproprietario di aziende, di banche, di alberghi, di ristoranti, di aeroporti, di cliniche di lusso, di compagnie aeree e perfino di società calcistiche occidentali? E che quindi un musulmano intollerante ma ricco per noi è un ricco, mentre un musulmano intollerante ma povero per noi è un musulmano?
Attenzione quindi a quel che è mascherato dietro la nostra tanto aperta disposizione alla tolleranza; e magari dietro la gretta e chiusa intolleranza altrui. Spesso le cose sono ben diverse dalle parole. Un Hadith del Profeta, testimoniato da al-Quashayri, narra che Muhammad riferiva come Abramo invitò una volta a tavola uno zoroastriano: ma, scoperta la sua identità religiosa di pagano, lo cacciò malamente di casa. Di questo atteggiamento Dio lo rimproverò: – Perché hai agito così? -; e l’altro: – Ma Signore, si tratta di un adoratore del fuoco! -. E Dio replicò: – Sì, adora il fuoco fin da quand’era piccolo, e Io non gli ho mai rifiutato il pane. Chi sei tu per negargli quel che Io gli ho sempre concesso?”. Meditate, gente: meditate.


Franco Cardini

sabato, luglio 23, 2016

Pokemon, se la caccia nasce con Platone

Pokemon, se la caccia nasce con Platone


Dov’è la novità? Fra spazi e luoghi c’è sempre stata una bella differenza. Se la teniamo presente, non sarà difficile collocare i Pokemon che furoreggiano nel mondo – da Central Park al giardinetto pubblico sotto casa – non in uno spazio, ma in un luogo. Che poi è daccapo uno spazio fisico, però riempito di significati, percorso e orientato dalle attività senso-motorie che noi compiamo in esso. A questa fittissima rete di movimenti con cui da sempre avviciniamo o allontaniamo le cose del mondo – le persone, i beni, le merci – si aggiungono ora quelli suggeriti da questa gigantesca caccia al mostriciattolo virtuale. Con le guance paffute, gli occhi grandi, le orecchie a punta e un nome stravagante.
Certo, una complicazione è rappresentata dal fatto che i mostri virtuali non si vedono a occhio nudo, ma solo sullo schermo dello smartphone o del tablet. Grazie alla geolocalizzazione, il mondo in cui si muove l’avatar – cioè il personaggio che noi stessi incarniamo nel gioco – non è infatti altro che una riproduzione del mondo reale, l’immagine della realtà che circonda effettivamente il giocatore, ma lo spostamento da un punto all’altro di questa mappa virtuale può essere compiuto solo spostandosi davvero, fisicamente, nel mondo reale.
Ricordate «Ricomincio da tre», la scena in cui Massimo Troisi prova a convincere un vaso a spostarsi (farebbe la sua fortuna)? Il vaso in realtà continua testardamente a non spostarsi, ma grazie a Pokemon Go gli potete lanciare contro una biglia virtuale e catturarlo. Catturare non lui, per la verità, ma magari il Pokemon che si è nascosto dietro, e che una volta catturato finisce nel vostro zainetto immateriale.
La chiamano realtà aumentata, per il fatto che nuovi elementi si aggiungono alla realtà grazie al gioco. Il mondo si popoli di nuovi personaggetti. Ma in verità è da quando l’uomo è uomo che la realtà va aumentando. Non in atomi ma, appunto, in significati. Un filosofo contemporaneo, scomparso di recente, Hans Georg Gadamer, ha sostenuto – prima ancora che inventassero la Rete – che tutta l’arte è un simile aumento di realtà: che l’arancia di un quadro di Cézanne è la stessa arancia che sta appesa all’albero, solo che ha subito un aumento d’essere, ed è ora più vera di quanto non sia l’arancia che spremiamo al mattino. O per meglio dire: chi ha visto le arance di Cèzanne, d’ora innanzi guarderà le arance fisiche a partire dalla loro rappresentazione, e non viceversa. Adeguerà insomma le arance del mondo reale all’arancia del quadro, e un po’ è vero: l’estetizzazione della nostra esperienza, la tirannia quotidiana del gusto non spinge forse a portare in frutteria solo arance, mele, e ciliegie tutte tirate a lucido come se fossero dipinte?
Ma i Pokemon? Di che aumento si tratta? Detto che la realtà si continua da sempre in nuove direzioni di senso, detto che non c’è corpo che non si prolunghi ben oltre il perimetro della sua pelle, questo diabolico gioco, più che aumentare la realtà, in verità la inverte. Perché il giocatore che va a in cerca dei piccoli mostri non si immette più profondamente nella realtà grazie a questa caccia virtuale, ma se mai, proprio grazie alla realtà, chiamata a fare da sfondo alla sua avventura online, entra più profondamente dentro la trappola del gioco. Quello che succede, insomma, succede sullo schermo: quello che aumenta, sono il numero di mostriciattoli catturati, gli oggetti collezionati e il livello di forza raggiunto.
È per questo che al telegiornale ci raccontano che per colpa di questi maledetti Pokemon la gente sbatte la testa contro i pali della luce. Perché ci si muove nel mondo reale, ma con la testa si sta dentro il mondo virtuale.
Ora però, nemmeno questa cosa è nuova del tutto. Posso ben dirlo io, per tutte le volte che ho scansato in extremis un ostacolo, mentre camminavo per strada leggendo il giornale. Ma prima di me e di tutti lo ha ben detto Platone, quando ha invitato gli uomini a intraprendere quella seconda navigazione che porta a cogliere «le cose che sono nei discorsi», non cioè le cose banalmente fisiche ma le idee, i concetti. Non ha cioè inventato lui il più virtuale di tutti i giochi, quello della metafisica occidentale (al cui fuoco, dopo tutto, ci scaldiamo ancora)?
Subito dopo averlo fatto, Platone cominciò a chiedersi – senza mai venire a capo della questione – in qual rapporto stessero tutte quelle idee con la realtà sensibile, e se dovessero servirci per allontanarci da essa o per introdursi in essa veramente (cioè: con mente vera). Per uscire dalla caverna della vita, insomma, o per meglio entrarvi.
Ma questo è il bello del gioco che, come uomini, giochiamo da sempre. Alcuni se ne vanno, altri restano. Alcuni hanno un tesoro di verità nascosto altrove, che qui proprio non può rivelarsi; altri non conoscono verità che non sia destinata infallibilmente a manifestarsi. Altri ancora, da ultimo, vanno a caccia di Pokemon. Ma si divertono: perché no, allora?
Massimo Adinolfi
(Il Mattino, 21 luglio 2016)

giovedì, luglio 21, 2016

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domenica, luglio 17, 2016

Aquinas on capital punishment

Aquinas on capital punishment:



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Audio versions of many of the talks from the recent workshop in Newburgh, New York on the theme Aquinas on Politics are available online.  My talk was on the subject of Aquinas on the death penalty (with a bit at the end about Aquinas’s views about abortion).  I say a little in the talk about the forthcoming book on Catholicism and capital punishment that I have co-authored with political scientist Joseph Bessette.  More on that soon.


Links to my various articles and blog posts on capital punishment are collected here.


venerdì, luglio 15, 2016

The complexity of love, in 13 untranslatable words

The complexity of love, in 13 untranslatable words:





Love might be universal but, as this brief animation shows, it’s not always easily translatable. Made in association with the CBC podcast Love Me, the Canadian director Andrew Norton’s short film explores 13 distinctive words from across the globe that describe the highs, lows and everything-in-betweens of romantic love.

By Aeon Video

Watch at Aeon

giovedì, luglio 14, 2016

Help Save the Central Catholic Library!

Help Save the Central Catholic Library!: There was an interesting story in The Irish Catholic recently about goings-on at the Central Catholic Library in Dublin's Merrion Square. There is a proposal (which has been protested) to transfer some holdings to Dublin City University. This is being considered for financial reasons. And the opening hours of the library have been contracting recently, for lack of staffing (it is mostly staffed on a volunteer basis).



It's a real shame to see the Central Catholic Library suffer so, because it is a gem. It is where we have held all but one of our G.K. Chesterton Society of Ireland meetings. It has a large variety of old Catholic (and not just Catholic books)-- it has new books, too, but the old ones are especially interesting. And there is a reading room on the first floor with a variety of Catholic publications.



It's housed in a beautiful old Georgian house, and the environment itself is very peaceful and conducive to serious thought.



Support the library! Become a member! Become a visitor! Maybe even become a volunteer, if you have the time!



Members will (the article suggests) get to vote on this proposal, too. So if you have strong views on it, consider becoming a member and helping to decide the future of the Library and its holdings. Either way, it will need support to survive.


mercoledì, luglio 13, 2016

I am overworked, therefore I link

I am overworked, therefore I link:



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Physicist Lee Smolin and philosopher Roberto Unger think that physics has gotten something really important really wrong.  NPR reports.


The relationship between Aristotelian hylemorphism and quantum mechanics is the subject of two among a number of recent papers by philosopher Robert Koons.


Hey, he said he would return.  At Real Clear Defense, Francis Sempa detects a revival of interest in General Douglas MacArthurThe New Criterion reviews Arthur Herman’s new book on MacArthur, while the Wall Street Journal and Weekly Standard discuss Walter Borneman’s new book.


At The Catholic Thing, Matthew Hanley discusses Dario Fernandez-Morera’s book The Myth of the Andalusian Paradise: Muslims, Christians, and Jews under Islamic Rule in Medieval Spain.


Philosopher of perception Mohan Matthen is interviewed at 3:AM Magazine.



Roger Scruton’s Confessions of a Heretic is excerpted in the Independent and reviewed in the Times, The National, Standpoint, and in the Washington Free Beacon.  (Actually, that’s Sir Roger Scruton now.)


Rumors of the death of teleology have been greatly exaggerated. John Farrell reports, at Forbes.


Spiked on David Seed’s recent book on Ray Bradbury.


A little late to the party, but… at Inference, George Scialabba reviews Thomas Nagel’s Mind and Cosmos.


Gene Callahan reviews Rodney Stark’s new book on anti-Catholic clichés, at The University Bookman.


The Oxford Philosopher talks to Stephen Boulter.


For director Brian de Palma, it all started with Hitchcock’s Vertigo(which recently overtook Citizen Kane as “best film ever,” or so the critics say).


Travis Dumsday on the value of philosophy of religion.


At The Secular Outpost, Jeffery Jay Lowder criticizes Jerry Coyne’s criticisms of cosmological arguments.


Philosopher Raymond Tallis has a website.


Via YouTube, a lecture by Eleonore Stump on the problem of evil.


The Economist on Scruton on Wagner’s Ring of the Nibelung.


Philosopher Dale Tuggy interviews philosopher Timothy Pawl on the subject of Pawl’s new book on Christology (Part 1 and Part 2). 


Inverse asks: Was Philip K. Dick a bad writer?   He was certainly an oddball, as Alternet recounts.  Anyway, the Blade Runner sequel is on track.


One more Scruton item: On Brexit, in print and on video.

giovedì, luglio 07, 2016

LIberland: storia della nascita di una micronazione

LIberland: storia della nascita di una micronazione:

Liberland

E’ da un po’ di tempo che seguo la storia di Liberland: un progetto in bilico tra utopia e pionierismo pensare di fondare una nazione su basi libertarie. La micronazione che dovrebbe nascere su un lembo di terra apparentemente non reclamata tra Serbia e Croazia, a metà strada tra Zagabria e Belgrado. L’area di Gornja Siga misura circa sette chilometri quadrati, è situata sulla riva occidentale del Danubio ed è spopolata e desolata. Sorge su un’area paludosa ed è soggetta a inondazioni stagionali del Danubio.

L’accesso alla zona è difficile, non ci sono strade che conducono direttamente al posto. Sul sito http://www.ilpost.it/2015/08/15/liberland-jedlicka-micronazione/ si legge chiaramente che :

Il ministro degli Esteri della Serbia ha detto che al momento Liberland non interferisce con i suoi confini, ma ha definito “frivole” le vicende che riguardano la micronazione. Il governo croato ha definito Liberland una “boutade virtuale” e ha spiegato che sebbene sia vero che quell’area non rientra nei suoi confini, non è vero che sia una terra di nessuno. La Croazia ha spiegato che l’area occupata da Liberland è soggetta ad arbitrato internazionale: al momento non è di nessuno, ma quando diventerà di qualcuno quel qualcuno sarà la Croazia o la Serbia, non Liberland.”

Logisticamente l’accesso al fiume è indispensabile e funzionale perché Liberland è affacciata su un fiume, questo permette l’accesso da qualsiasi paese bagnato dal Danubio, un sistema che permette di non preoccuparsi troppo delle varie frontiere.



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liberland


Se volete leggere le breaking news of Liberland potete andare su:

http://liberlandpress.com/

Il motto è “vivi e lascia vivere”, ma il progetto dovrebbe rappresentare un nuovo paradiso fiscale.

Vit Jedlicka, cittadino ceco leader di un partito euroscettico, ha deciso di proclamare la nascita di questo paese il13 Aprile del 2015 (data del compleanno di Thomas Jefferson) fondandola sui valori sull’ideologia liberale.

Si progetta di costruire una città che possa ospitare 350.000 abitanti. Se desiderate inviare la vostra richiesta di cittadinanza potete andare direttamente sul sito https://liberland.org/en/registration/: è opportuno ricordare che saranno rigettate le richieste di cittadinanza a comunisti, neo-nazisti, membri di forze politiche estremiste e persone che in passato sono state punite penalmente.

Il progetto attualmente ha un vasto richiamo perché a Liberland le tasse saranno versate volontariamente. Il referendum servirà al popolo per poter eventualmente cancellare le norme che sono ritenute negative, le norme che regoleranno il bilancio della nazione escluderanno la creazione di deficit (la costituzione proibirà ai politici di contrarre debito pubblico).

La moneta del paese si chiamerà Merit. Il governo avrà funzioni minime: diplomazia, sicurezza e infrastrutture, verrà successivamente introdotto il voto diretto per le eventuali modifiche costituzionali.

L’idea è di creare un luogo che possa assurgere per tutti come modello di libertà personale, un esempio mondiale per far capire che le strutture politiche non rispettano i desideri della gente, e che i troppi regolamenti sacrificano i diritti delle persone.

Come saranno i cittadini di Liberland? Persone avventurose, sognatori che vogliono creare una nazione partendo dall’idea di fondarla “sul rispetto delle persone e delle libertà”, una società ultra-liberale dove il governo non abuserà del potere a danno della società.

Insomma un nuovo paradiso fiscale con idee politiche innovative.

Le fonti principali di esportazione saranno i servizi finanziari e la propria birra nazionale. Jedlicka afferma che sta vagliando l’idea di creare Liberland come zona tax-free, inoltre vede con favore la possibilità di fare di Liberland la capitale mondiale della produzione di criptovalute.



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Sono circa 60 gli uffici di rappresentanza in tutto il mondo, quasi 400mila le richieste di cittadinanza ma sopratutto ci sono investitori attratti dalle tasse volontarie.

Il festival organizzato per festeggiare Liberland (versante serbo del Danubio) si terrà dal 17 giugno in poi. C‘è in programma di mettere in scena una “festa dello stato” in un campo vicino al territorio conteso, un grande evento mediatico dove saranno invitate 5.000 persone che sostengono Liberland. Forse sarà quello il momento in cui tenteranno di prendere il controllo del territorio.

Per il diritto internazionale un nuovo stato può di fatto esistere, e sopratutto svolgere pienamente le sue funzioni, se viene riconosciuto da altri paesi, in particolare dai paesi confinanti o da qualche paese di quelli “che contano”. Proprio qui sta il problema di Liberland: ottenere un qualche riconoscimento internazionale, è per questo che i propugnatori di questo progetto stanno bussando a molte porte per suscitare interesse e ottenere riconoscimenti in tutto il mondo. Tuttavia non risulta che al momento alcun paese abbia riconosciuto Liberland, ad eccezione di un sostegno informale da parte del Liechtenstein. Un problemino non da poco in considerazione del fatto che, se Croazia o Serbia decidessero di “sbaraccare” il tutto, non impiegherebbero molto tempo a farlo.

A mio avviso una delle poche possibilità concrete per la riuscita del progetto è che qualche grande lobby finanziaria appoggi fortemente il mini-stato per creare un nuovo paradiso finanziario, al fine di istituire un safe haven senza alcun tipo di limitazioni e usarlo come base di appoggio, dotata di segreto bancario, per triangolazioni e passaggi di denaro o come nuova frontiera dell’ingegneria finanziaria.

BY Alessia (da http://liberticida.altervista.org/ )

Fonti:

https://liberland.org

https://www.theguardian.com/world/2015/apr/24/liberland-hundreds-of-thousands-apply-to-live-in-worlds-newest-country

http://www.nytimes.com/2015/08/16/magazine/the-making-of-a-president.html?_r=0

http://www.miglioverde.eu/ornaghi-intervista-jedlicka-liberland-svizzera-tassazione-volontaria/

http://www.miglioverde.eu/liberland-10-governi-riconoscimento/

http://www.independent.co.uk/news/world/europe/the-libertarian-about-to-launch-a-hostile-takeover-of-europes-newest-country-a6988741.html
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mercoledì, luglio 06, 2016

Artist Illustrates Daily Struggles Of A Modern Girl

Artist Illustrates Daily Struggles Of A Modern Girl:

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domenica, luglio 03, 2016

La Brexit vista da Franco Cardini

La Brexit vista da Franco Cardini:

Minima Cardiniana 128

Pubblicato il 26 giugno 2016
Domenica 26 giugno 2016 . San Vigilio vescovo e martire
BREXIT: E POI?

Ecco: questa è la vita. A settantacinque anni già quasi trascorsi, ti accorgi non solo che – come diceva Eduardo – gli esami non finiscono mai, ma soprattutto che non s’impara mai abbastanza. Quando credi che il senso della storia, almeno quello, sia quasi a portata di mano, ecco l’Augenblick di Goethe, l’Imponderabile di Pareto, l’Evento di Braudel che ti arrivano addosso e scompigliano le solide conquiste di “lunghe” e “brevi” durate.Ecco: questa è la storia. Un paio di giorni fa, nella fatidica notte del 24 giugno scorso – la solstiziale Notte di San Giovanni, che nel folklore europeo è quella “delle streghe” come l’Halloween (che poi, a sua volta, è la venerabile notte di Ognissanti) – ho vegliato febbrilmente attaccato all’apparecchio TV seguendo passo passo le notizie che arrivavano dall’Inghilterra. A tarda notte l’affermazione del Bremain era netta, sia pur di un’incollatura: e Nigel Farage, il leader della UKIP dall’improbabile albionica cravatta rosa, dichiarava con mesta fierezza che in fondo era solo una battaglia perduta, che la guerra continuava e che il partito sarebbe cresciuto comunque. D’altra parte, un annunzio trionfale da parte delle Borse informava che le piazze continentali avevano guadagnato 190 miliardi e che la sterlina volava. Ma la notte era giovane…

Di primissimo mattino, ubriaco di stanchezza e senza troppo credere a quel che stava accadendo e che avevo visto con i miei increduli occhi, vale a dire l’affermazione del Brexit, sono uscito a caccia di cappuccino, cornetto e carta stampata. E mi sono d’un tratto sentito molto più vecchio di quanto non sia: mi sono reso sul serio conto che sono un relitto dell’altro secolo, quello splendido e terribile delle due guerre mondiali, dei totalitarismi, degli stadi, delle sale cinematografiche piene del fumo azzurrino di migliaia di sigarette, del calcio e del ciclismo, delle rotative e della carta stampata. Tutto questo mondo è irrimediabilmente finito: il web ha polverizzato le rotative; informatica e telematica hanno distrutto l’impero temibile della stampa, quello a suo tempo magnificato da Humphrey Bogart (“Questa è la stampa, baby; e tu non puoi farci niente…”). Crollo definitivo di un mondo: ch’era, che resta il mio.

Nella luce dell’alba estiva, quel 24 giugno, ho fatto sadomasochistica incetta dei giornali ancora odorosi d’inchiostro, che recavano in evidenza titoli come: “Farage ammette la vittoria dell’UE” oppure “Le Borse volano, trionfo dell’Europa”. Quotidiani febbrilmente scritti nottetempo, usciti un’ora prima e già carta straccia: tutte le TV e tutti i nostri computers ci parlavano un linguaggio ben diverso. Con disorientamento di noialtri europeisti e gioia facinorosa di tutti i contras. A Londra gli ultraconservatori e i laburisti del mio amato Jeremy Corbin, improbabili alleati nel sostenere molto tiepidamente il Bremain, si trovavano spiazzati. Ma più in crisi ancora erano quelli che alla fine, dopo lunga esitazione, si erano adattati all’idea di una vittoria del Remain sul Leave sia pure per un’incollatura: valga per tutti l’esempio di Beppe Grillo, che proprio la sera prima aveva abbandonato antichi e recenti bollori antieuro per pubblicare sul suo blog il messaggio che “il Movimento Cinque Stelle si sta battendo per trasformare l’UE dall’interno”, aperto magari all’idea di un’Europa a due velocità con alcuni paesi accodati all’egemonia germanica e ancor più privati di sovranità economico-finanziaria e altri aggruppati secondo princìpi di più blanda conduzione.

Il mutamento aveva proceduto lento ma inesorabile, dalla notte all’alba, sull’onda dei fusi orari. Giappone e Cina, allorché il sole cominciava a sfiorare i loro orizzonti, si erano solo lentamente resi conto che qualcosa stava cambiando. Ma quando l’alba era giunta ad arrossare i cieli di Milano e di Parigi, il malanno si era ormai compiuto. Un terremoto. Giù la sterlina, oltre i limiti storici; su il dollaro; alle stelle il bene-rifugio per eccellenza, l’oro. Almeno sarà un bene per le esportazioni, si mormorava sull’altra sponda della Manica. Magra consolazione, anche perché l’Inghilterra non esporta più granché. Tragedia invece per le importazioni e per i salari. E soprattutto incertezza. Che ne sarebbe stato, che ne sarà, del destino di tanti europei non-inglesi, addormentatisi la notte del 23 ancora concittadini dei britannici e svegliatisi all’alba del 24 ormai stranieri, uno spagnolo e un italiano e un polacco ormai no citizen esattamente al pari di un senegalese? Che ne sarà del confine di Calais, soggetto forse quanto meno a una necessaria ridefinizione ora che non è più coperto dal partenariato di due membri dell’Unione?

Certo, se Atene piange può anche darsi che rida Sparta: ma non è detto, e soprattutto non si sa per quanto tempo. Il 24 giugno ha segnato per le destre francesi la fine d’una lunga inimicizia che datava dal medioevo e che, attraverso san Luigi e la guerra dei Cent’Anni era arrivata fino a Napoleone e oltre: Marine Le Pen ha adornato festosamente il suo blog di una bella Union Jack mentre nell’aggrondata Edinburgo, dove i vessilli unitari britannici sono sempre stati scarsi, le bandiere azzurro-stellate dell’UE sono rimaste a lungo al loro posto, accanto a quelle decorate dalla bianca croce di Sant’Andrea. Matteo Salvini si è affrettato a parafrasare il motto dei fratelli Rosselli con uno stentoreo “Oggi in Inghilterra, domani in Italia”.

Ma intanto l’ondata recessiva è certa: e i fautori del Brexit hanno un bel dire che si tratta di un fenomeno fisiologico anziché patologico e che sarà di contenuta intensità. Certo, si aspetta con apprensione – ma qualcuno ci spera – l’Effetto Domino. Che cosa succederà in un’Europa nella quale il fronte antiunitario si va allargando mentre l’incerta Slovacchia si appresta ad assumere il suo semestre di presidenza? Intendiamoci: la questione non è emozionale, tanto è vero che il problema dei migranti, che senza dubbio è stato una delle componenti della vittoria del Brexit, è sentito con maggiore riguardo nei confronti degli europei che non degli asiatici (molti, ma spesso provenienti dai paesi del Commonwealth) o degli africani (che non sono troppi). Ora, più che un’uscita dei singoli paesi dall’Unione, si teme una serrata sequenza di riposizionamenti. Il movimento spagnolo di Podemos, ad esempio, poggia le basi del suo successo non sulla suggestione del Brexit bensì sulla disoccupazione giovanile ormai ascesa al 60%. Anzi, possiamo dire che il fronte antieuropeista ha largamente influenzato l’opinione pubblica britannica, mentre questa non ha influito su quello se non come riprova della necessità di un cambio di rotta. E non senza discriminazioni. In Austria, ad esempio, all’indomani delle elezioni del 22 maggio che avevano segnato la sconfitta dei “neonazi-antieuro” della FPŐ si era timidamente parlato di brogli elettorali: ma subito all’indomani del 24 giugno il problema è stato riesumato, e da parte di personaggi di sinistra insospettabili di simpatìe hitleriane.

Eppure, passato lo sconcerto, alcuni timidi segnali darebbero quasi a credere che la lezione inglese potrebb’essere salutare. Non bisogna affrettarsi ad attribuire la vittoria di Brexit e l’eco favorevole suscitata in certi ambienti solo a un antieuropeismo frazionistico, micronazionalista e xenofobo. C’è dell’altro: e lo si sta notando tanto in certe aree del PD, anche intorno a Renzi e nelle sue stesse dichiarazioni quanto in ambienti del Movimento Cinque Stelle alcuni esponenti del quale – al di là dell’opportunismo grillino – hanno sottolineato come la disaffezione dell’opinione pubblica per le istituzioni comunitarie sia radicata su solide e drammatiche basi economiche, fiscali, finanziarie e in ultima analisi sociali. Troppo a lungo la politica dei partiti leader europei si è omologata sui parametri del liberismo e delle privatizzazioni: troppo a lungo si è favorito, o quantomeno tollerato, l’eccessiva concentrazione della ricchezza, l’abnorme allargamento della proletarizzazione sotto forma di disoccupazione e di precariato, il preoccupante assottigliamento dei ceti medi e il loro relativo impoverimento. Per i Cinque Stelle, la “scoperta” di questo “nuovo” (?!) fronte sociale potrà sembrare la scoperta dell’acqua calda, ma potrebbe segnare il passaggio delle loro opinioni diffuse dal livello dei discorsi da Bar dello Sport a quello di una più matura coscienza politica. Sono i temi dell’austerità e della flessibilità a esser candidati a una necessaria e non dogmatica né timida verifica. Al tempo stesso, dal momento che la radice dei mali dell’Europa è non solo socioeconomica e sociofinanziaria, ma altresì politica – e non tocchiamo qui il tasto dolente e silenzioso della cultura –, si rende necessario un rilancio appunto della politica stessa, a tutto campo, non escluso (anzi, primario) lo spinoso tema della politica estera e delle alleanze internazionali: senza timore di rimettere in discussione lo stesso dogma dell’appartenenza alla NATO e delle sue condizioni (perfino Hollande è tornato a parlare di un “esercito europeo”, sia pur in termini ambigui e allarmanti). L’Europa delle élites, quella che ha crocifisso il popolo greco per salvare le banche tedesche e francesi trasformando con un gioco di prestigio i crediti in debiti e viceversa, può e magari addirittura deve esser messa finalmente in discussione: lo ammette anche un economista come Jean-Paul Fitoussi, che pure non è esattamente uno di sinistra, e che propone un atto di coraggio come un Eurobond non già in quanto misura economica bensì in quanto affermazione etica, atto di fede in un’Europa che può salvarsi se accetta di riformarsi profondamente. Ma si può sperare in una seria rinascita europeistica all’interno dell’Eurolandia, con una banca centrale Europea in mano a privati? I Cinque Stelle, uscendo dal Bar dello Sport, si vanno oggi confrontando con l’ipotesi della rinascita delle proprietà e delle gestioni pubbliche: un linguaggio che a sinistra era da tempo desueto. Ma dev’esser chiaro che senza la costruzione di una coscienza civica europea (quella che a cominciare da mezzo secolo fa le scuole dei singoli paesi aderenti avrebbero dovuto costruire) non si va da nessuna parte. E’ questo che deve capire anche Renzi, mettendo la sordina a quanto gli vanno da troppo tempo sussurrando alle orecchie i suoi consiglieri lobbisti, lasciando da parte i Chief Executive Officiers che lo attorniano con le loro false competenze e i loro masters fasulli e tornando a rilanciare la politica come centro della vita sociale. Del resto, la storia e la cultura contano sempre: possiamo anche ignorarle, ma loro si ricordano di noi. Il Brexit ha vinto anche perché in ogni buon britannico sonnecchia la solida consapevolezza di un’europeicità profonda certo, ma accompagnata (e sotto molti profili “corretta”) da un’altra appartenenza, quella al Commonwealth, che almeno dal Cinquecento è stata alla base della coscienza identitaria del Regno Unito in quanto Leviathan dominatore dei mari, contrapposto al Behemoth continentale. Non si dimentichi mai la lezione del mirabile Il Nomos della Terra di Carl Schmitt, che dovrebb’essere la Bibbia di ogni europeista cosciente di esser tale e degno di questo nome. Altrimenti si confonde l’Europa con l’Occidente e la Modernità: ch’è cosa gravissima.

A proposito. Io resto cattolico, socialista ed europeista. Resto convinto che l’Eurolandia sociofinanziaria non serve, che più che una falsa partenza v’è stato un ignobile malinteso e che è necessaria un’Europa politicamente unita e in grado di superare le pastoie degli stati nazionali. Resto persuaso che l’Europa non si salva se gli europei non capiscono di esser parte di un mondo ormai insopportabilmente segnato da un’intollerabile sperequazione, da un’abissale distanza tra i pochissimi troppo ricchi e i moltissimi troppo poveri. Questa è la radice di tutti i mali. La ridistribuzione secondo giustizia e umanità delle risorse della terra è necessaria e inevitabile, pena la rovina del genere umano. Se l’Europa unita non si assumerà il còmpito d’intraprendere di nuovo il cammino verso la giustizia sociale e la dignità umana, ogni sforzo sarà vano.

Qualcuno obietterà forse che questa è poesia, mentre il difficile momento richiede la scabra, concreta, realistica prosa delle ricette economiche. E’ vero il contrario: nei momenti di crisi, è sempre la poesia che ci salva.

Franco Cardini

dal blog dell’autore
L'articolo La Brexit vista da Franco Cardini è tratto da Blondet & Friends, che mette a disposizione gratuitamente gli articoli di Maurizio Blondet assieme ai suoi consigli di lettura.