domenica, ottobre 06, 2019

E il cardinale rispose al bambino

di Inos Biffi


Nel firmamento della Chiesa sta per accendersi una nuova luce: quella del beato John Henry Newman. Sarà così riconosciuta la santità di una vita trascorsa silenziosamente nell’infaticabile ricerca della verità, nell’adesione a Dio e nel consenso alla coscienza, nell’operoso e prolungato servizio alla Chiesa, nella serena e dolorosa sopportazione di incomprensioni e di isolamenti.
Sul finire dei suoi anni, al bambino che – in visita con la nonna Jemima, la sorella di Newman – contravvenendo alla raccomandazione di non fare domande, gli aveva chiesto: “Chi è più grande: un cardinale o un santo?”, l’anziano zio rispose: “Vedi, piccolo mio, un cardinale appartiene alla terra: è terrestre; un santo appartiene al cielo, è celeste”. Il cardinalato gli era giunto, sorprendentemente e non senza penosi intralci, ormai al tramonto della vita: egli non lo aveva desiderato, anche se lo aveva gradito, come riconoscimento della sua opera e soprattutto come apprezzamento per la Chiesa cattolica inglese; però, sapeva bene che la santità era tutt’altra cosa.

D’altra parte, di là dall’altezza del suo ingegno, penetrante e versatile, di là dai suoi raffinati gusti estetici, dal suo “stile incantatore” (Piero Chiminelli), dalla discrezione del comportamento distinto, dalla elevatezza e nobiltà dei suoi sentimenti, la santità di Newman non mancava di essere diffusamente presentita.
Vedendo la sua salma esposta nella chiesa dell’Oratorio di Birmingham – era morto l’11 agosto del 1890 – un visitatore annotò: “Il cardinale, come i resti mortali di un santo, spiccava sul feretro, pallido, distante, logorato. Era come se un intero ciclo di esistenza e di pensiero umani si fossero concentrati in quell’augusto riposo. Una dolce luce aveva condotto e guidato Newman fino a questa singolare, brillante e incomparabile meta”. Ma già qualche anno prima, il vescovo di Birmingham, Ullathorne, dopo averlo incontrato, commentava: “Mi sono sentito rimpicciolito davanti alla sua presenza. Dentro quest’uomo c’è un santo”.

Ed era, alla fine, la stessa persuasione del cardinale Manning. Al discorso funebre per Newman nella chiesa del Brompton Oratory di Londra, quando ormai le polemiche erano lontane e il tempo aveva dileguato le diffidenze, l’arcivescovo di Westminster, dopo aver rievocato “la sua figura, la sua voce, e le parole penetranti che uscivano dalle sue labbra nella chiesa universitaria di Oxford”, affermava: “A nostra memoria, nessun inglese è stato oggetto di una venerazione così viva e sincera. Qualcuno ha detto: “Lo canonizzi o meno Roma, egli sarà canonizzato nella mente della gente religiosa di tutte le confessioni in Inghilterra”. È vero. E se questo fatto equivale a una nobile testimonianza di riconoscenza a una grande vita cristiana, è anche una magnifica prova dell’equità e della giustizia del popolo inglese. Egli è sempre stato lo stesso, unito a Dio e aperto nella carità a tutti quelli che avevano bisogno di lui. Fu centro di numerose anime, che erano andate da lui, come maestro, guida e consigliere durante molti anni. Una vita bella e nobile”.

Forse la via più illuminante e suggestiva per comprendere la concezione e i lineamenti della santità di questa “vita bella e nobile” consiste nel percorrere i profili dei Padri della Chiesa, tracciati da Newman con penna finissima e intima consonanza.
Potremmo, anzi, dire che, nella “fraternità d’anime” con queste “preziose creazioni di Dio” – come li definiva – e nella loro assidua e degustata frequentazione, si veniva plasmando e maturando la sua stessa vita spirituale, mentre nelle loro vicissitudini egli leggeva, quasi in una profetica filigrana, le sue peripezie e insieme ritrovava disvelate le proprie emozioni e la propria umanità.
Scriveva il penetrante, e un po’ deviante, Bremond: “In ciascuno dei Padri Newman cerca anzitutto l’uomo, il santo. Prima di prenderli come maestri, egli li vuole avere per amici”. “Si scelgono gli amici come si vuole. Newman li vuole santi, e vuole che le ore che dedica loro siano ancora una specie di preghiera”, e aggiungeva: “Chi non ama la santità, non ama i santi”. Newman mostra di amare sia i santi sia la santità.
E tra i santi sopra tutti lo attraeva Giovanni Crisostomo. Newman stesso si domandava: “Da dove viene questa devozione a san Giovanni Crisostomo, che mi spinge a fissare il pensiero su di lui, e mi infiamma al solo suo nome?”. E rispondeva: “Penso che il fascino di san Crisostomo si trovi nella sua profonda solidarietà e compassione per il mondo intero; non solo nella sua forza, ma nella sua debolezza”.

Newman è attirato dal fatto che, per quanto posseduto dal fuoco della divina carità, il Crisostomo “non ha perso una fibra, non manca di alcuna vibrazione del complicato organismo del sentimento e dell’affetto umano”: “Egli scrive come chi scruta con occhi acuti ma compassionevoli il mondo degli uomini e la loro storia”.
Senza dire che per un altro aspetto Newman sentiva consonante col proprio il temperamento del Crisostomo, ed è il vivo senso dell’amicizia, che fu motivo per Newman di intima gioia e di profonda sofferenza:
“Nessuno poteva vivere più intimamente nei propri amici come san Giovanni Crisostomo: non aveva lo spirito di distacco proprio del monaco, che lo rendesse indifferente alla presenza, alla corrispondenza, all’azione, al benessere dell’anima e del corpo di coloro che, come lui, erano figli della stessa grazia ed eredi della medesima promessa”. E concludeva: “San Giovanni Crisostomo appartiene a quella schiera scelta di personaggi che gli uomini iniziano a comprendere e a venerare dopo che ne vengono privati. È la legge generale del mondo, che la nuova legge del Vangelo non ha capovolto”: sarebbe avvenuto così anche per lui.
Senza dubbio, l’itinerario e la forma della santità sono aperti soltanto allo sguardo di Dio, così come essa è possibile solo all’opera misteriosa e fantasiosa della sua grazia.
Tuttavia, forse, riusciamo a sorprendere alcuni momenti in certo modo decisivi del tragitto interiore di Newman. Ci sembra che uno di questi momenti sia quello della conversione di questo “ipersensibile”, insieme dotato “di una docile volontà” e di una “fermezza d’acciaio” (Bouyer).

Era l’autunno del 1816, e nel “grande rivolgimento di pensieri” – com’egli nell’Apologia pro vita sua chiama la conversione – gli brillò l’evidenza di due esseri: il suo “io” e il suo “Creatore”. Mentre ogni altra realtà sbiadiva ai suoi occhi e veniva guardata con sospetto, questo eccezionale quindicenne con una fermezza estrema si sentì ancorare “al pensiero di due e solo due esseri assoluti, di un’intrinseca e luminosa evidenza, che lo segnerà per sempre: me stesso e il mio Creatore”. Così, Dio, il Dio vivo della Scrittura, “gli si impose, in modo intimo, senza intermediario, personale”, con la conseguenza che i grandi dogmi, come l’incarnazione, la redenzione, la Trinità, gli apparvero “non come idee astratte, ma come fatti vitali” (Bouyer), ai quali corrispondere con la sua condotta.

E sempre nel tempo della sua conversione lo aveva colpito un’espressione, che divenne un programma, di Walter Scott: “La santità più che la pace”, e lui stesso scriverà che il grande fine del ministero “è la santità”.
Un altro momento cruciale nel cammino spirituale di Newman fu, senza dubbio, quello del viaggio nel Mediterraneo, con la sua malattia in Sicilia. Negli anni che lo hanno preceduto, “cominciavo – egli afferma – a preferire l’eccellenza intellettuale all’eccellenza morale”, e a cedere al liberalismo.
Quel viaggio, coi rimorsi e i pentimenti che suscitava e la lucidità interiore che vi accendeva sul suo “orgoglio”, fu provvidenziale. In quelle settimane Newman ebbe l’”intuizione” e il presentimento di una sua missione che lo attendeva, insieme con la persuasione da un lato di non aver mai peccato contro la Luce e di avere assolutamente bisogno di Luce. Fu allora che scrisse l’inno inglese più cantato nelle chiese cattoliche e protestanti, Lead kindly Light, che è una confessione sincera della sua presunzione, e una appassionata e umile implorazione di quella Luce. “In mezzo al buio” che lo avvolgeva, egli la invocava come guida, che illuminasse non “l’orizzonte lontano”, ma tanto quanto bastasse per compiere un passo. La santità di Newman appare come il crescere silenzioso e perseverante di questa fedeltà alla Luce.
Certo, durante “la sua così lunga e spesso penosa vita” non sarebbero mancati difficili situazioni di prova e profondi motivi di sofferenza, di fronte a chiari segni di sfiducia, a manovre non limpide, ad anni di emarginazione e di isolamento.

Nel 1860 constatava e scriveva nel suo diario: “Non ho nessun amico a Roma, ho lavorato in Inghilterra dove non sono stato capito e dove mi hanno attaccato e disprezzato. Pare che sia incorso in molti fallimenti”, e aggiungerà: “Credo di dire tutto questo senza amarezza”.

Si era anche affacciata la possibilità che fosse fatto vescovo; gli era anche stata promessa autorevolmente quella nomina che poi svanì. Viene in mente che anche a Rosmini era stata assicurata la nomina cardinalizia, poi intralciata e revocata. E come Rosmini, la cui stella si è inattesamente e felicemente da poco accesa nello stesso firmamento del santorale della Chiesa, anche Newman non ebbe per questo parole di amaro risentimento. D’altronde, egli riconosceva serenamente: “Io non ho il talento, l’energia, le risorse, lo spirito, la capacità di governare, necessari per occupare l’alta carica di vescovo. Non ho mai occupato in vita mia cariche di potere. Il mio modo di esercitare una qualche influenza è completamente diverso”.

E fu esattamente così. La sua influenza non fece che accrescere, come riflesso della luminosità garbata, e pure intensissima della sua intelligenza, che sa toccare in profondità la mente e sa parlare al cuore. Cor ad cor loquitur si legge nel suo stemma cardinalizio.

E non meno attraente è la santità di Newman, contrassegnata da equilibrio alieno da rigide e mortificanti ascesi. Essa ci appare la santità di un gentiluomo che, con incrollabile fede, seppe sopportare per amore della verità e della Chiesa innumerevoli tribolazioni, abitualmente nascoste sotto la sua cortese e un po’ distaccata amabilità, nel silenzio lucido della sua coscienza, aperta a Colui che solo assolutamente gli importava, secondo l’intuizione della sua prima conversione, a quindici anni: “Io e il mio Creatore”.


©L’Osservatore Romano – 23 luglio 2009

martedì, ottobre 01, 2019

Maria nell'esperienza del card. John Henry Newman

di Maria Marcellina Pedico, Prof.ssa alla Pontificia Facoltà Teologica «Marianum»

Due sono le angolature con le quali la professoressa Pedico ha presentato il Cardinale Newman: quando era ancora di professione anglicana e dopo la conversione al cattolicesimo. Maria Marcellina Pedico quindi ha messo in evidenza dapprima l’aspetto di Maria in Newman anglicano: “La Vergine ha un ruolo significativo –ha affermato la prof. Pedico - nella vita di Newman anche da anglicano. Con ragione Giovanni Velocci - uno dei massimi studiosi del nostro autore - mette in risalto che «la conoscenza progressiva del mistero di Maria scandisce il cammino personale di Newman verso tutta la verità cattolica». “Fin dall’inizio del suo libro autobiografico – ha continuato la prof. Maria Pedico - c’è un episodio nell’infanzia di Newman che ha tutta l’aria di un presagio: da quel momento fino agli ultimi mesi della sua vita quando, vecchio e debole cardinale, non può più celebrare la messa né recitare il breviario e riesce appena a usare il suo rosario, la Beata Vergine è una presenza costante nella sua esistenza. Nella vita di Newman un avvenimento colpisce e rimane impresso: la conversione al cattolicesino a 44 anni, che costituisce il momento più drammatico del suo itinerario religioso. La conversione viene preparata da un lungo travaglio, da pazienti ricerche, da riflessioni accurate, e comporta il superamento di molte difficoltà. Una delle più notevoli è il culto reso a Maria nella Chiesa cattolica che Newman ritiene, con tutti gli anglicani, contrario alla rivelazione e all’onore dovuto a Dio solo. Leggiamo nell’Apologia pro vita sua: «Durante il Movimento di Oxford ritenevo che il peccato essenziale della Chiesa romana consistesse negli onori che essa attribuiva alla beata Vergine e ai santi; e quanto più crescevo nella mia devozione verso i santi e verso la Madonna, tanto più diventavo intollerante delle pratiche romane, come se quelle creature glorificate da Dio dovessero sentirsi gravemente offese dalla venerazione indebita della quale erano oggetto». In questo testo autobiografico, Newman sintetizza il suo atteggiamento verso Maria: da una parte condanna le forme devote verso di lei, dall’altra avverte una vera devozione. In questo atteggiamento strano e contraddittorio il suo spirito è attraversato da due correnti: una superficiale ed esterna, l’altra intima e profonda. Tale situazione si spiega alla luce della vita e dell’educazione religiosa e culturale di Newman. Egli cresce nell’anglicanesimo e si forma nello studio della sua teologia, che ha come punto fermo l’incontro diretto e immediato con Dio; nessun intermediario può esserci tra l’anima e il suo Creatore. Newman matura in quegli anni ancora giovanili la certezza interiore: «due, e solo due esseri assoluti, di un’intrinseca e luminosa evidenza: me stesso e il mio Creatore» (Apol. 18), certezza che resterà una delle sue note fondamentali e quasi il sigillo della sua vocazione religiosa. La fedeltà alla Chiesa anglicana e l’ascolto della voce della coscienza lo portano a disapprovare le usanze religiose esteriori, contrarie, a suo giudizio, all’adorazione del Dio unico.” “Ma in Newman – ha detto ancora Maria Pedico - c’è un’altra corrente più profonda dello spirito, che suscita in lui la vera devozione alla Madre del Signore. Questa deriva da uno di quei princìpi che sempre lo hanno orientato, e cioè l’evento essenziale del cristianesimo: l’Incarnazione di Cristo, principio dogmatico su cui fonda la devozione verso la Vergine. Newman è fortemente colpito dalla verità di fede secondo cui il Figlio di Dio, che vive da tutta l’eternità, ha voluto nascere nel tempo e assumere la natura umana da una donna. Concezioni così chiare e precise sull’Incarnazione erano rare nel mondo anglicano al tempo di Newman, quando molti travolti dal razionalismo, rifiutano il soprannaturale; altri, vinti da pigrizia mentale e trattenuti dall’altezza del mistero, rifuggono da speculazioni ardite e si adagiano in una credenza superficiale. Newman invece, animato da fede forte e vissuta, abbraccia la rivelazione nella sua pienezza e s’impegna a studiarla in tutti gli aspetti. E qui si alimenta il suo vero culto verso Maria. Questa sua devozione anglicana si basa su quello che conosce della Scrittura riguardo al mistero dell’Incarnazione e della vicinanza di Maria a Cristo. Quando inizia a studiare i Padri della Chiesa cominciano a presentarsi alla sua mente nuove possibilità di sviluppo dei fatti embrionali del testo sacro. Tuttavia, in ciò che dice e scrive mantiene solitamente un tono di riserva e moderazione, sia per non turbare i suoi amici anglicani, come anche per la paura di essere invischiato in dottrine e usi cattolici che ancora considerava fallaci. In Newman si coglie una particolare devozione personale verso Maria, la Madre del Salvatore. Non c’è dubbio su questo; lui stesso lo testimonia nel libro autobiografico: «Nonostante la mia inveterata paura di Roma…, nonostante il mio affetto per Oxford e per Oriel,io provavo in segreto uno struggente amore per Roma, madre del cristianesimo inglese, e avevo una sincera devozione per la Beata Vergine: io vivevo nel suo collegio, servivo il suo altare, e avevo esaltato la sua immacolata purezza in uno dei primi sermoni che avessi dato alle stampe». Il sermone al quale si riferisce Newman viene da lui pronunciato per la festa dell’Annunciazione del 1832. È considerato dagli studiosi un brano eccezionale nella letteratura religiosa e il più straordinario sermone di Newman anglicano su Maria, nel quale ci offre una delle migliori sintesi del suo pensiero. In esso sono messe in risalto le parole rivolte alla Vergine dall’angelo Gabriele, parole che costituiscono il fondamento biblico dell’insegnamento della Chiesa sulla maternità di Maria, la perpetua verginità, l’Immacolato concepimento della Vergine. Riassumendo i motivi di questo sermone, per cui la Vergine è chiamata «beata» nella Scrittura, Newman espone quasi tutto il suo pensiero anglicano su di lei. Il primo motivo deriva dal parallelismo tra Maria ed Eva nella storia salvifica, aspetto distintivo della mariologia di Newman. In Maria – scrive - «la maledizione pronunciata contro Eva è stata tramutata in benedizione» (Maria Pagine scelte, Paoline, p. 117). Il secondo motivo deriva dal fatto che la sottomissione della donna all’uomo a causa della disobbedienza di Eva, viene riscattata attraverso l’obbedienza di Maria. Cristo difende i diritti e l’onore di sua Madre e, attraverso di lei, di tutte le donne, secondo il progetto di Dio per la creazione. Newman tocca qui un argomento di estrema rilevanza oggi: la dignità e il ruolo della donna. Anche la Chiesa, nel suo insegnamento ufficiale, guarda a Maria nel mistero dell’incarnazione come alla persona in cui ogni donna trova il modello della propria grandezza e del genio femminile (cf MD 11). Il terzo motivo della beatitudine di Maria è collegato con la sua santità, derivata dalla sua vicinanza a Cristo, il Figlio incarnato di Dio. Proprio questo suo rapporto con Cristo e con il mistero dell’Incarnazione è alla base del suo insegnamento su Maria. Dalla verità dell’Incarnazione, così come è rivelata nella Scrittura, consegue che Maria è la madre di Cristo. Newman ancora anglicano ha il massimo rispetto per Maria e ne ammira la santità. Ci si potrebbe comunque chiedere se la sua opinione sulla santità di Maria si spinge tanto in là da includere l’esenzione dal peccato anche al momento del suo concepimento. Dobbiamo ricordare che la Chiesa cattolica non aveva ancora definito il dogma dell’Immacolata Concezione. In questo terzo motivo del perché Maria è «beata» c’è un passo che lascia sottintendere ai suoi ascoltatori che la natura umana di Maria è sempre stata in uno stato santificato di grazia, e perciò sempre senza peccato. Gli studiosi discutono su quello che Newman veramente crede da anglicano riguardo alla dottrina dell’Immacolata Concezione e sono in disaccordo. Alcuni ritengono che egli, finché non diviene cattolico non comprende pienamente questa dottrina e non vi crede; altri sostengono che giunge personalmente a questa convinzione, ma si astiene dal dichiararlo esplicitamente per non offendere i suoi compaesani. Può darsi che ci sia qualche esitazione iniziale, ma si può certamente dire che vi sono tutte le premesse per tale convinzione. “Maria in Newman cattolico” è il secondo aspetto del documento scritto dalla professoressa Maria Marcellina Pedico. In esso l’insigne studiosa ha affermato “Cercando di introdurre un breve resoconto della presenza di Maria in Newman cattolico, possiamo facilmente cogliere alcuni tratti caratteristici. Da notare in primo luogo che Giovanni Velocci nei suoi studi su Newman scrive che forse nessuno più di lui era adatto a trattare l’argomento su Maria. E questo per vari motivi: la sua esperienza personale, la conoscenza delle opposizioni degli eretici, la sua capacità eccezionale di afferrare le difficoltà altrui. Innanzitutto Newman si sforza di operare la distinzione tra fede e devozione: la fede, o dottrina, è il Credo e l’assenso ad esso; la devozione sono gli onori religiosi dovuti agli oggetti della fede, e la loro relativa manifestazione. La dottrina (fede) riguardante la Beata Vergine è stata fissata una volta per sempre fin dal principio e sostanzialmente è la stessa ora e al tempo degli apostoli. La devozione, al contrario, è qualcosa di accidentale, è conseguente alla fede, e perciò col passare del tempo può essere soggetta a mutamenti. Le pratiche di pietà sono quindi infinite nello loro manifestazioni; differiscono da luogo a luogo, da individuo a individuo secondo i tempi.” “Newman –ha sottolineato nel documento la professoressa Maria Pedico - dà la sua preferenza a quelle più confacenti al carattere e alla cultura inglese. Egli evita sempre le esagerazioni non compatibili con la teologia nella devozione mariana. Inoltre, egli pone una solida base dogmatica per il culto della Beata Vergine. La dottrina mariana, egli afferma, come conseguenza della dottrina dell’Incarnazione, è attestata dall’antichità ed è un legittimo sviluppo dell’insegnamento primitivo. Sant’Atanasio († 373), il primo grande maestro dell’Incarnazione, ha il merito di aver posto delle solide fondamenta per la devozione a Maria. È vero che talvolta questa devozione può aprire la via ad eccessi, abusi o superstizioni; tuttavia, nonostante tutto, rimane dottrinalmente ben fondata. L’unione talmente intima di Maria al suo divin Figlio giustifica, secondo Newman, l’onore che la Chiesa cattolica le riconosce. Al riguardo si domanda: «Quale altezza di gloria non possiamo attribuire a lei? E cosa dobbiamo dire di coloro che, per ignoranza, si oppongono alla voce della Scrittura, alla testimonianza dei Padri, alla tradizione dell’Oriente e dell’Occidente, e parlano e agiscono con disprezzo nei confronti di colei che il Signore si è compiaciuto di onorare?». Le glorie di Maria, sottolinea Newman, dipendono dal Figlio; Maria è interamente dipendente da lui e tutto ciò che ella ha contribuisce alla lode.” “Nell’esperienza di Newman cattolico – e questo l’aspetto centrale della mariologia del cardinal Newman - si coglie la sua sensibilità ecumenica nel trattare temi mariani. Egli fonda le sue riflessioni sulla Scrittura dove si trova il motivo profondo della sua spiritualità. L’altra fonte, anch’essa di enorme importanza, sono i Padri della Chiesa, che Newman ha studiato e amato intensamente.” “Il suo spirito ecumenico - ha concluso Maria Pedico - risalta soprattutto nella Lettera a Pusey, il suo capolavoro di teologia mariana –che scrive nel 1865,. Maria è sempre presente nella sua attività di oratore, come documentano le meditazioni sulle Litanie Lauretane pronunciate varie volte per il mese di maggio nella chiesa dell’Oratorio di Birmingham; e nel corso dell’anno liturgico tiene spesso le meditazioni sui misteri di Maria. Sono degni di rilievo anche i discorsi mariani rivolti ai cattolici e ai protestanti nei quali risaltano il suo spirito ecumenico e il suo tentativo di riavvicinare i membri delle due confessioni contrastanti. Da ricordare anche i testi di preghiere e altri scritti spirituali e poetici.” Da notare che è in corso la causa di beatificazione del Cardinale Newman proprio per il suo spirito profondamente ecumenico e chissà se la sua canonizzazione possa dare un impulso forte, con l’aiuto della Vergine Maria, al processo di unificazione di queste due grandi confessioni cristiane : quella protestante e quella cattolica.

sabato, settembre 28, 2019

Card. Newman: Steeves, “la santità è un modo di immaginarsi la realtà”

“Per Newman, la santità è un certo modo di immaginarsi la realtà”. Ad affermarlo è stato padre Nicolas Steeves, della Pontificia Università Gregoriana, intervenuto ieri sera alla conferenza dal titolo “John Henry Newman. Dall’ombra alla luce”, promossa dalla Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri di Roma in vista della canonizzazione del porporato inglese, in programma il 13 ottobre. “In Newman, l’immaginazione consente lo scambio virtuoso tra opere buone e santa disposizione del cuore”, ha spiegato il gesuita, definendo la santità secondo Newman “un nuovo modo di immaginarsi il mondo”. “La fede che porta alla santità – ha spiegato Steeves – è un nuovo modo di guardare sé e intorno a sé, è una nuova immaginazione” da cui deriva “la consapevolezza della propria miseria e della misericordia di Dio verso di noi”. Dell’itinerario spirituale di Newman ha parlato Fortunato Morrone, dell’Istituto teologico calabro, facendo notare che “lo strappo dalla sua amata chiesa anglicana è stato inevitabile, anche se doloroso. La sua è la passione pastorale di tutti gli evangelizzatori, prima e dopo il Concilio, che è stata rilanciata con urgenza dagli ultimi pontefici”, all’insegna di “un confronto serrato e apologetico con la cultura del proprio tempo, ma dall’interno del corpo della Chiesa”.

venerdì, settembre 27, 2019

L’errore di una legge sul suicidio assistito

L’ipocrisia di credere che un diritto valga solo per i malati.
Meglio la zona grigia

Tutti i mezzi di informazione hanno dato grande rilievo alle parole di Marco Cappato che ha affermato che avrebbe agito per aiutare il suicidio solo per malati incurabili. Molti hanno interpretato queste parole come una delimitazione precisa della pratica dell’eutanasia, che si potrebbe applicare solo in casi estremi. Probabilmente questa è l’opinione sincera dell’esponente radicale, ma nasconde in realtà un’insidia assai pericolosa. Chi è ammalato? Chi è incurabile? Sembrano domande oziose ma non lo sono. Partire da casi estremi per poi trasformare un bisogno particolare e delimitato in un “diritto” generalizzato e incontrollabile è una tendenza tipica della società moderna. La malattia può essere anche una condizione di insoddisfazione profonda, di depressione o di sconforto, che se non viene certificata in modo serio da esperti può essere generalizzata. Anche la vecchiaia, la solitudine, la convinzione di inutilità a sé e agli altri sono, in un certo senso “incurabili”. Chi si trova in queste situazioni può facilmente convincersi di essere la causa delle tribolazioni dei suoi famigliari, sentirsi in colpa per la fatica provata da chi lo assiste, essere quindi spinto a cercare la via d’uscita più estrema. E’ un piano inclinato, nel quale, una volta messo tra parentesi il principio (il più laico dei princìpi) dell’intangibilità della vita, si può scivolare rapidamente in direzione di una pratica sociale di eutanasia come soluzione dei problemi della vecchiaia, della solitudine, dell’infelicità. Ai malati incurabili bisogna guardare come a un problema da affrontare con la solidarietà, l’aiuto, l’assistenza, la tutela sociale e l’impiego di tutti gli strumenti, dalle cure palliative alla vicinanza umana, che possono attenuare le loro sofferenze, prima che diventino casi estremi. E’ troppo comodo liberarsi la coscienza, cancellare il problema dell’esistenza dell’infelicità e della disperazione, spingendo chi vive queste condizioni a togliersi di mezzo. Questo dovrebbe saperlo anche chi sente una profonda solidarietà umana come Marco Cappato.

Il Foglio

giovedì, settembre 26, 2019

Senza dignità


di Mario Adinolfi
Marco Cappato indossa i galloni del vincitore e lo è senza dubbio. Non c'è quotidiano che non gli dedichi almeno un articolo agiografico, dai toni epici. Repubblica chiude il suo citando la figlia "che si chiama Vittoria". Certo, è una vittoria netta. Ed è la sconfitta forse irreversibile di quell'ormai inconsistente schieramento prolife, che ha svolto per un anno una opposizione impalpabile salvo poche lodevoli eccezioni. Di sicuro non si contano tra questi i partiti o leader politici, tutti ben nascosti dietro la fontanella dell'acqua di Ponzio Pilato. Tanto, quid est veritas...
Marco Cappato porta con sé però anche una pesantissima responsabilità, è tutta sua, è personale. Gli riconosco di aver "mosso la storia", di aver dimostrato che anche un singolo che raccoglie pochissimi voti (da candidato presidente in Regione Lombardia per ben due volte non riuscì neanche a raccogliere le firme, alle politiche 2013 la lista pannelliana con cui era candidato prese lo 0,19%) può produrre un cambiamento radicale. Ha messo un gioco il suo corpo, ha agito contro una norma esplicita finendo in un processo la cui pena poteva arrivare a dodici anni di carcere, ha ottenuto ora dalla Corte Costituzionale una modifica epocale dell'intera struttura dell'ordinamento giuridico italiano, che prima considerava "bene non disponibile" la vita umana e ora invece ritiene costituzionalmente legittimo aiutare a sopprimerla. Di più, la Consulta ha connesso la sentenza Cappato alla legge 219/2017, invitando di fatto il Parlamento a proseguire su questo canovaccio nella direzione della legalizzazione dell'eutanasia. Questo è il sommovimento tellurico ottenuto dall'azione fisica e politica di Cappato legata alla morte di Dj Fabo.
Dal punto di vista culturale l'unico contesto in cui si è potuto ascoltare qualche parola netta contro suicidio assistito e eutanasia è stato l'ambito della Chiesa cattolica. Da Papa Francesco al cardinale Bassetti con evidenza e chiarezza si è detto che l'orizzonte indicato da Cappato è pericoloso. Non un solo editorialista "laico", non un solo giornale di peso si è schierato contro Cappato, il coro a suo sostegno è stato unanime e senza eccezioni. Avrò letto cento volte che Cappato ha aiutato Dj Fabo a morire "con dignità", che la vita di Dj Fabo non era più "una vita degna di essere vissuta", evviva chi ha aiutato a porvi termine. Oggi tra gli infiniti articoli apologetici dei vari quotidiani ho trovato solo in un'intervista del cardinale Becciu l'atto di accusa che ogni persona di buonsenso dovrebbe rivolgere a Cappato: ha prodotto una svolta culturale che farà pensare a ogni sofferente che il suicidio è una scelta di dignità. Aggiungo io: questo è davvero imperdonabile. Questo è un insulto gravissimo a millenni di cultura giuridica, storica, religiosa, medica e popolare del nostro paese, in cui la dignità è nel sostegno del sano nei confronti del sofferente, mai nella costruzione di un contesto sociale in cui il sofferente si senta peso insostenibile.
In Italia c'è una associazione che sostiene 892 bambini sordi, ciechi e muti, inevitabilmente condannati a morire presto. Hanno una vita non degna di essere vissuta? In Italia 3.600 malati di Sla sono destinati a una condizione simile a quella vissuta da Dj Fabo, che facciamo, li sterminiamo con tanta dignità? In Italia decine di migliaia di persone sono tetraplegiche gravi, seicentomila sono affetti da Alzheimer e altre forme di demenza senile in stato avanzato, due milioni in stato iniziale e intermedio. Un malato di Alzheimer non ti riconosce, deve essere sostenuto in tutto, in ogni aspetto della sua vita, compresi i bisogni, come fosse un bambino di un anno. Secondo Cappato è una vita degna o meglio far loro scrivere un bel testamento biologico così li possiamo far passare tutti dal camino di una iniezione di pentobarbital?
Marco Cappato ha vinto, certo. Ma ha vinto rovinando questo Paese e consegnandolo a una dimensione infernale. Ha vinto senza dignità, facendo leva sul dolore di un sofferente. Non glielo dice nessuno oggi, l'Italia tende sempre a salire sul carro dei vincitori, ma voglio dirglielo io: Marco, la tua battaglia è orrenda, spaccia per libertà quel che sarà solo l'ennesimo condizionamento, il più infame perché farà sentire ancora più angosciati i sofferenti già angosciati dal loro male, li farà sentire un peso e liberi e dignitosi solo se si toglieranno di mezzo. Lo faranno in tanti, vivere nel dolore è faticoso, ma spiega tanto. Per millenni abbiamo visto i nostri genitori spirarci tra le braccia, spesso dopo lunghe malattie e la nostra cura nel tempo estremo era il modo per ripagare loro della cura nel tempo iniziale della nostra vita, quando eravamo noi a dipendere in tutto e per tutto da loro. In questo "circle of life", che ora il pentobarbital cappatiano spezza, c'era molto del senso stesso dell'esistenza.
Ora per via di una sentenza assurda, pronunciata in nome della "dignità", si apre una triste stagione i cui esiti sono pericolosamente immaginabili. Perché in un tempo in cui l'aspettativa di vita cresce e con essa crescono i costi della sanità, dando al sistema la possibilità di scegliere se curare l'incurabile con spese ingenti o sopprimerlo a spese zero, non credo sia difficile capire verso quale orizzonte si orienterà la libera scelta. Solo allora avremo chiaro quale orrore sia stato reso possibile da tutta questa supposta nuova libertà.

mercoledì, settembre 25, 2019

An important voice in favour of fathers speaks out


The French parliament is debating a new law which will extend assisted reproduction to single women and lesbian couples as well. What is interesting is the fact that no less a body than the National Academy of Medicine has objected to the proposed reform on the ground that will be permit the deliberate creation of children who will be raised without a father.
Currently French law only permit couples experiencing infertility to access IVF and other forms of assisted human reproduction – PMA (procréation médicalement assistée) in French. Under the proposed new law, where a single woman or lesbian couples avail of PMA, the name of the father will not appear on the birth certificate even if the donor is known, and, in the case of female couples, both women will be recorded as “mothers”. This is clearly a falsification and vital information will be hidden from the child.
Single men and male couples are not included in the new legislation but many fear that this restriction is only temporary. The slippery slope is inexorable, and critics also believe that in time the new proposal will inevitably open up to surrogacy – currently banned in France – as men obviously need a woman to carry a baby for them. The current Government is already well disposed to the recognition of children born from surrogacy in a foreign country, which will make the domestic ban ineffective.
This proposal represents a substantial change as it means that some women will access PMA without suffering from infertility. (Same-sex couples and single women are not infertile per se).
The National Academy of Medicine (Académie Nationale de Médecine) has stated that “The deliberate conception of a child deprived of a father constitutes a major anthropological break, which is not without risks for the psychological development and the flourishing of the child.”
The desire for a child will become a right to a child by almost any means. And this new “right” will prevail over the legitimate right of a child to have a mother and a father, when possible.
The new proposal has been heavily criticised by many sectors of the French society, including members of Macron’s party. A national protest day will be held on October 6.
A survey found that 82% of respondents believe that a child has a right to a mother and a father. 77% believe that a father and a mother have different and complementary role, and 66% oppose that replacement of “mother” and “father” with “parent 1” and “parent 2” in school forms, which has already happened.
Minister Simon Harris has proposed legislation regulating human assisted reproduction that is much more extreme and liberal than even the proposed French reform and, still, no debate is taking place in Ireland. There is no real opposition to what the Government presents.  Under Irish law, the need for a mother, never mind a father, is not considered.
In the Bill proposed by Harris the desire of the commissioning adults who want a child is paramount. Having a mother and a father does not matter anymore.

domenica, settembre 15, 2019

sabato, settembre 14, 2019

Pierre Duhem

Oggi è l'anniversario della morte di Pierre Duhem. Segue un estratto dalla sua biografia scritta da Stanley Jaki.


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Obviously, Duhem did not long for a fashionable and easy Christian faith and life. His life had too many trials to let him entertain illusions, especially their spiritual kinds. At the center of his religious life stood the cross of Christ. A proof of this is his obvious identification with two crosses in the outskirts of Cabrespine, the subject of two exquisite drawings of his. Ultimately, they are the most genuine context for putting Duhem on the scene of his life and work.

One of the crosses, the Croix d'Estresse (the cross of distress), he drew on September 4, 1912. His drawing of it has its own value for students of the history of art, as the cross is a rare example of crosses with a Pietà carved on their reverse side. The cross, erected in 1632, has since attracted many pilgrims. They still keep going to the place where it stood until about six years ago when it mysteriously disappeared while a new road was constructed to the property acquired by some from abroad. (Perhaps through this reference the Department of Aude will take note and appropriate action). Let it be hoped that Duhem's drawing of that cross will not become its sole detailed evidence and a painful reminder of widespread illegal trafficking in art objects in the region. In any case, the drawing by Duhem remains a lasting evidence of his spontaneous recourse to the Virgin invoked as the mother of all afflicted. It should not be difficult to evoke Duhem's sentiments as he drew the figure which in a kneeling position under the Pietà raises his hands in supplicant prayer towards the One of whom it was never heard that anyone turning to Her would have had his prayers unanswered.

The other cross, erected in 1638, a plain one in the midst of the communal field, Duhem drew on August 21, 1916, less than a month before his death. He made that simple cross speak by emphasizing its size. He did so by letting it be seen from an angle whereby it appears equal in height to the mountain behind and thus dominates the field. A purely artistic technique, but hardly in the case of Duhem who never pretended to show what he was not convinced about. He let his whole life be dominated by the cross, the very act that alone makes a Christian for whom "every treasure of wisdom and knowledge is deposited in Christ" (Col.2:3). It was through identification with Christ that Duhem's vast knowledge of science, including its philosophical and historical dimensions, took on a prophetic character.

[S. L. Jaki, Scientist and Catholic: Pierre Duhem 109-10]

venerdì, settembre 13, 2019

Il biopotere. Padroni del corpo e dell'anima

di Roberto PECCHIOLI
La biopolitica, nel senso introdotto negli anni 70 del secolo passato da Michel Foucault, è l’insieme delle norme e delle pratiche adottate dal potere per regolare la vita biologica degli individui nei suoi molteplici ambiti, sessualità, salute, riproduzione, morte, scelte di consumo. E’ l’area dell’incontro tra il potere e la sfera della vita, pienamente realizzata, secondo Foucault, nell’epoca dell’esplosione del capitalismo. Siamo entrati a vele spiegate nella fase in cui il controllo sulle persone si determina attraverso la tecnica, per cui appare azzeccata la definizione dell’umanità contemporanea proposta da Marco Della Luna, tecnoschiavi.
I meccanismi vincenti più invasivi ed importanti sono quelli gestiti dai giganti tecnologici di Silicon Valley, in primis Facebook, Google, Microsoft, Apple. Google ci ascolta attraverso il microfono del telefono mobile, sa dove siamo, dove andiamo, quello che ci piace, conosce la nostra altezza, età, gusti, preferenze, colore degli occhi, sa se abbiamo figli e se i nostri genitori sono viventi. Facebook fa di più, poiché analizza i volti degli utenti attraverso la videocamera dei nostri apparati di telefonia e il computer. L’affare della vendita di dati a Cambridge Analytica ne è stato la prova.  Gli utenti di Google sono almeno un miliardo e mezzo, come coloro che si collegano quotidianamente a Facebook.

Continua qui.

giovedì, settembre 12, 2019