mercoledì, febbraio 10, 2010

Coda di paglia

Coda di paglia: "
Se devo essere sincero, questa interminabile telenovela del “caso Boffo” incomincia a venirmi a noia. Ora siamo tutti in spasmodica attesa di scoprire chi sia la “personalità della Chiesa della quale ci si deve fidare istituzionalmente”, che avrebbe recapitato a Feltri i documenti riguardanti il Direttore di Avvenire. I sospetti si sono appuntati sul Direttore dell’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, il quale avrebbe agito per mandato del Segretario di Stato Card. Tarcisio Bertone. Non essendoci alcuna presa di posizione ufficiale da parte della Santa Sede, i giornalisti hanno avuto buon gioco a tirar fuori tutti i “veleni”, le lotte di potere, le manovre politiche interne alla Curia Romana e gli scontri tra Vaticano e Conferenza episcopale italiana. Uno scenario — diciamo la verità — piuttosto squallido.

A nessuno è venuto in mente che il Direttore del Giornale potrebbe stare sghignazzando alle spalle della Chiesa. Prima ha preso un granchio madornale: già, ma ci si doveva fidare “istituzionalmente” della fonte! Eh no, un giornalista serio dovrebbe sempre verificare le proprie fonti prima di pubblicare una notizia. Poi riconosce l’errore, e pensa di cavarsela con un trafiletto, concedendo magnanimamente l’onore delle armi alla sua vittima. Eh no, dopo il cancan scatenato, il minimo che ci si sarebbe aspettati erano le dimissioni. Adesso cerca di scrollarsi di dosso qualsiasi responsabilità, facendo credere che si tratta solo di una faida intraecclesiale: «Io che c’entro con le vostre lotte intestine? Sono fatti vostri».

E noi che gli andiamo dietro pensando che il Segretario di Stato abbia bisogno di passare sottobanco al Dott. Feltri certe carte per rimuovere Boffo dalla direzione di Avvenire! Ma la “personalità della Chiesa della quale ci si deve fidare istituzionalmente” non potrebbe essere, molto più semplicemente, un modestissimo impiegatuccio di una qualsiasi delle curie delle oltre duecento diocesi italiane, visto che quei documenti giacevano da tempo sui tavoli di tutte le cancellerie vescovili?

Penso che, come Chiesa, dovremmo mostrare un po’ piú di carattere e reagire a questo assedio. Non perché nella Chiesa non ci siano miserie; ma semplicemente perché non possiamo ridurre la Chiesa a una “parrocchietta”. Da che mondo è mondo, in tutte le parrocchie e in tutte le curie ci sono state (e sempre ci saranno) piccinerie, invidie, competizioni, sgambetti, e chi piú ne ha piú ne metta. E con ciò? Forse che nelle burocrazie laiche certe cose non accadono? Eppure non sembrano degne della prima pagina dei giornali, dove invece si parla delle grandi dispute politiche. Non si capisce perché, quando si parla di Chiesa, si debba sempre e solo parlare dei suoi aspetti piú deteriori. Non che questi non esistano, ma a casa mia il parlare di certi argomenti ha un nome ben preciso: “pettegolezzo”. Non che mi scandalizzi del pettegolezzo: anche qui, da che mondo è mondo, esso è sempre esistito e sempre esisterà. Ciò che mi dà noia è che esso assurga a livello di “giornalismo” e venga con ciò legittimato e nobilitato.

Non sarà che anche in questo caso ci sia dietro una manovra pianificata per mettere in difficoltà la Chiesa? Visto che non si riesce a confutarla sul piano dei principi, beh, screditiamola mettendo in piazza le sue miserie. Non si rischia nulla, perché, tanto, di meschinità se ne troveranno sempre, e loro stessi — i “preti” — avendo la coda di paglia, non sapranno come reagire. E invece sarebbe proprio il caso di reagire. Solo due osservazioni.

1. La sapienza popolare insegna che i panni sporchi si lavano in casa. Trasparenza non significa che tutto debba essere messo in piazza. Non solo le persone, ma anche le istituzioni hanno diritto a una loro privacy (lo Stato non ha forse i suoi “segreti”?).

2. La consapevolezza della nostra indegnità e delle nostre miserie non può paralizzarci e impedirci di svolgere la missione che ci è stata affidata. Se aspettiamo di diventare santi, per iniziare a evangelizzare, il Vangelo rischia di rimanere sigillato per qualche millennio. Il tesoro che ci è stato affidato non ci appartiene e non abbiamo alcun diritto di sotterrarlo. Il suo valore e la sua efficacia non dipendono da noi. Anzi, la nostra inadeguatezza non fa che mettere in risalto la grandezza del dono di cui siamo portatori: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor 12:9).
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martedì, febbraio 09, 2010

Bernard-Henri Lévy makes a mistake about the sex life of Immanuel Kant

Bernard-Henri Lévy makes a mistake about the sex life of Immanuel Kant: "No one seems to be feeling sorry for the vain media star and philosopher Bernard Henri-Lévy. He managed to mistake a spoof book for the real thing. Citing a book by the fictional philosopher 'Botul' (founder of the 'Botulism' movement) about Kant's sex life was not a good idea (presumably Kant's sex life involved asking the question 'What if everyone did that' at crucial moments). More interesting, though, is the question of whether BHL (or BHV as some people dub him - after the French department store - because he's always selling himself) is actually a cleverly created fiction himself. His glamorous lifestyle, his beautiful homes, his hair, his open necked shirts (never wears a tie, but has special shirts handmade so they stay open just so)...it all seems like an image...But is there anything behind the façade? Apparently not much rigour. But you have to admire the damage limitation he's been doing in the media since his exposé. Take a look at the bio page of his website if you think Brian Leiter is exaggerating in calling him a poseur."

lunedì, febbraio 08, 2010

"With Just Enough of Learning to Misquote..."

"With Just Enough of Learning to Misquote...": "From G.K. Chesterton by Christopher Hollis (1950):

Chesterton, with a prodigious memory but a constitutional contempt for accuracy that he carried often to unpardonable lengths, quoted Browning copiously, but he quoted him always from memory and often with verbal inacurracy.

I can't agree with Hollis here (though I should add that I'm not sure just how far Chesterton did carry his 'contempt for accuracy!'). Chesterton's willingness both to misquote, and also to defend his misquoting, is one of his most endearing characteristics. As he says somewhere, 'Misquotation shows that a writer's work has become part of the reader'. (Well, something like that.)

Through my own work in a university library, I've witnessed the almost neurotic concern that students (and academics) develop with 'references'. This might lead them to scouring through some massive volume-- or several massive volumes-- to hunt down that one sentence they remember reading, and making sure they have the comma in the right place.

While such meticulous accuracy is highly commendable in engineers and doctors-- we don't want bridges falling down or surgeons taking out the wrong bit-- it seems contrary to the whole atmosphere of liberal education. A layman who flicks through any academic journal printed in the last thirty or forty years (at least) will almost certainly be struck by the pedantry and plodding earnestness of the writing. Chesterton was never more right than when he was struggling against that sort of thing. I think Shakespeare put it best: 'Who cares where the comma goes, dude'?
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martedì, febbraio 02, 2010

Il Tempo del 1 Febbraio 2010 parla di Chesterton, cioè di Uomovivo

Il Tempo del 1 Febbraio 2010 parla di Chesterton, cioè di Uomovivo: "
La vendetta di Chesterton Il paradosso sale in cattedra
Con «Uomovivo» l'editoria riscopre l'autore inglese

«Uomovivo» di G. K. Chesterton (libro del 1912, da poco ritradotto da Morganti Editori) cattura e innamora per l'enormità carnale e paradossale del suo protagonista Innocent Smith, una specie di Falstaff più libero e lieto, estremamente sciolto nel suo fisico debordante, capace come pochi personaggi del romanzo moderno di risvegliare in noi il senso sacro dell'allegria, l'esultanza degli attimi in cui il cuore 'levita', le vibrazioni di quella leggerezza che è forse la forma più alta della grazia. Tutto, in lui, è un inno al movimento, cioè alla vita, e nel corso del libro i suoi viaggi qua e là per il mondo hanno l'andamento a zigzag delle farfalle, l'irregolarità rapinosa di certi assoli di jazz, la velocità onirica delle comiche del muto. Dapprima, affascinati da questa esuberanza, ci limitiamo ad assaporarla nello scoppiettio delle sue scintille. Solo pian piano, attraverso una serie di lenti curve o di specchi deformanti con cui l'autore ci avvicina e allontana il suo personaggio, ce lo offre e sottrae fra mascherate, trappole e balletti, riusciamo a mettere a fuoco la sua autentica fisionomia: quella di un cristiano dei tempi nuovi, di un intrepido cercatore di verità. Poco importa che aspirare alla verità sia il più improbo dei compiti in una società inamidata in false certezze; Innocent non può rinunciare alla propria 'quête' perché ha capito che in gioco, in questa età cosiddetta moderna, è il senso stesso, primario del nostro essere uomini, cioè creature vive e dotate d'anima, non marionette o fantocci o larve. Filosofo della scuola ideale di Francesco d'Assisi, egli sa che il nocciolo di ogni rapporto religioso col creato è il sentimento dello stupore e della gratitudine per gli infiniti doni di Dio, e crede che, per salvare questo sentimento in un mondo che fa di tutto per soffocarlo, dobbiamo rimetterci senza tregua in cammino: gettarci nella mischia, cambiare i nostri punti di vista, farci avventurieri dei giorni. La sua 'rivoluzione' non ha niente di politico; si avvicina allo spirito più festoso, fanciullesco, giullaresco della poesia. Cambiare, infatti, non significa per lui calcolare equilibri o cercare compromessi ma esaltare, far fiorire, innalzare i calici alla gioia, danzare con le cose e i momenti. Votato a cogliere la magia dell'universo, Innocent è certo che si può - o meglio, si deve - giocare con tutto, perfino con la morte, perché la vita sia glorificata, perché gli uomini possano tornare a testimoniarne la bellezza, la luce, l'incanto. Ma questo è davvero troppo per una società imbalsamata nei luoghi comuni: così egli deve subire un processo - un lungo, tortuoso e mirabolante processo nel quale Chesterton mette in campo tutta la sua abilità di architetto di plot polizieschi, tutto il suo estro (tanto apprezzato da Borges) d'inventore di scene strambe, eccentriche, rocambolesche. Benché assolto, alla fine Innocent si eclissa d'improvviso dalla vista degli altri… Forse, ci sussurra Chesterton fra le righe, la verità ultima della leggerezza consiste nel suo sottrarsi, nel suo balenare come segno di ciò che nulla può trattenere ma il cui riverbero resiste come la luce del sole dopo il tramonto, come l'aureola di un sortilegio, di una speranza, di una poesia che non può, che non potrà morire.
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lunedì, febbraio 01, 2010

Aggressively, like, inarticulate, ya know?

Aggressively, like, inarticulate, ya know?: "



Typography from Ronnie Bruce on Vimeo.


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