giovedì, ottobre 23, 2014

Così Giovanni Reale svelava tutti gli enigmi del Simposio

Così Giovanni Reale svelava tutti gli enigmi del Simposio:

È scomparso Giovanni Reale. Per ricordarlo pubblichiamo una sua intervista con Giancarlo Bosetti uscita su Repubblica nel febbraio del 2005.

Diceva Werner Jaeger, il grande grecista tedesco, che nessuna parola umana e nessuna analisi critica possono rendere giustizia alla suprema perfezione artistica del Simposio. Ma questo non ha mai spaventato Giovanni Reale che su quelle pagine di Platone è tornato tante volte nella sua vita, traducendole, commentandole, portandole in teatro, disseminando per ogni genere di collezione, tascabile o accademica, i suoi saggi e le sue annotazioni alle parole del filosofo.

L’amore è un enigma per tutti i mortali, ma nel Simposio, bestseller più che bimillenario (fu scritto in un anno imprecisato intorno al 370 a.C.), l’enigma diventa un labirinto giocoso di enigmi, popolato di maschere, di messaggi cifrati, di allusioni, di scambi di ruolo, di teorie false presentate per vere e di vere camuffate da false. C’è da perdersi come in un ballo in maschera in cui non si sa più chi è chi e che cosa, se non si dispone di una guida come Giovanni Reale; il quale nel labirinto abita stabilmente con la dimestichezza di un giardiniere che si occupi della manutenzione delle siepi e ne conosca tutti gli angoli. Con il suo aiuto allora vediamo di sciogliere una manciata di enigmi e di togliere la maschera a qualcuno dei personaggi. Chi voglia fare una visita completa dovrà andarlo a sentire in teatro oppure leggere il suo Eros dèmone mediatore (Rizzoli), dove ognuno dei personaggi del banchetto viene smascherato nella sua funzione scenica, poetica e filosofica.

Togliamo una prima maschera, Reale, quella di Pausania, il politico, quello che distingue tra Afrodite celeste e Afrodite terrestre, amore nobile e amore volgare, amore per gli uomini e per le donne.

«È il retore sofista alla moda, colui che spiega le regole della Atene-bene per l’amore comme il faut, formula per esteso il bon ton del corteggiamento, teorizza l’amore pederastico, che è alla base della cultura ateniese dell’epoca, quasi come una legge dello scambio: i favori della bellezza contro la sapienza e la virtù; il giovane conceda i suoi favori per diventare migliore. Ma gli risponderà alla fine del dialogo la scena d’amore (non consumato) tra Socrate e Alcibiade. Il secondo, bellissimo, giovane e potente, voleva. Il primo, sapiente e bruttissimo, no, si nega, e spiega: “Caro Alcibiade, se credevi di scambiare la bellezza straordinaria che vedi in me con la tua avvenenza fisica, tu pensavi di trarre vantaggio ai miei danni. In cambio dell’apparenza del bello, tu cerchi di guadagnarti la verità del bello, e veramente pensi di scambiare armi d’oro con armi di bronzo”.»

Le tesi di Pausania sono dunque ben presentate ma non accolte da Platone.

«Per Platone Eros e sapienza vanno congiunte ma in un modo differente. Pausania vuol mediare cose non mediabili in quel modo, perché l’Eros sessuale è solo il primo gradino della scala d’amore; l’Eros filosofico va molto più in alto fino a congiungersi con il Bello assoluto.»

E sciogliamo adesso un enigma. Perché Socrate arriva in ritardo al banchetto al punto che devono cominciare senza di lui?

«Socrate si ferma fuori della casa di Agatone perché riceve una ispirazione divina; arriverà a metà della cena, così come il suo discorso arriverà a metà delle pagine del Simposio. E l’ispirazione era indispensabile – andava rimarcata con il ritardo – perché in questo modo non è lui a confutare direttamente gli altri, distruggendone le idee. Potrà fingere di essere stato confutato lui stesso dalle idee che ha ricevuto attraverso l’ispirazione. Non è solo una questione di eleganza. Un contrasto così forte sarebbe stato dissacratore della sacralità del simposio, avrebbe introdotto una dialettica distruttiva, mentre il simposio deve essere una sinfonia.»

Questo è più Platone che Socrate.

«È infatti un Socrate ricreato; quello vero invece si faceva anche picchiare, per come era a volte urtante, ma Platone vuole che il simposio sia armonioso e che le sue idee passino attraverso mezzi poetici e delicati. E dunque impone a Socrate una doppia maschera.»

Perché doppia? Che cosa deve rappresentare Socrate?

«Socrate finge di fare sue le posizioni di Agatone, il poeta tragico, padrone di casa, reduce da una grande trionfo teatrale che il simposio ha appunto lo scopo di festeggiare. Il discorso di Agatone è purissima musica di parole, Eros è il più bello, il più felice, il più buono degli dèi, e reca una infinità di doni agli uomini, è una guida bellissima e bravissima che tutti devono seguire. Quando poi prenderà la parola Socrate, raccontando il suo incontro con la sacerdotessa Diotima di Mantinea, il gioco teatrale delle maschere farà sì che questa gli parli come se lui fosse Agatone. Ma lui a sua volta si rivolge ad Agatone come se fosse Diotima, mettendosi dunque questa seconda maschera. Per far passare, e trionfare, il suo celebre discorso (quello di Diotima) finge di essere stato confutato, si finge ambasciatore delle confutazioni.»

E il rovesciamento delle tesi di Agatone (come degli altri che spiegano quel che «l’amore non è») lascia il posto al celebre discorso di Socrate-Diotima sul quello che «l’amore è».

«Con la confutazione di Agatone, presentata come il discorso di una veggente, si entra un clima nuovo, si apre il sipario alla presentazione della Verità, veniamo iniziati ai misteri dell’amore, facciamo la conoscenza di Eros come dèmone mediatore, come quello che connette le cose e rende unitario l’essere. Non la bellezza ma la mancanza della bellezza, perché si ama e si desidera ciò che ci manca. Ed è un mito a spiegare la natura di Eros, figlio di Penia e di Poros, della povertà e dell’astuzia, un figlio “ruvido e irsuto e scalzo e senza asilo, che si sdraia sempre per terra, senza coperte, dorme a cielo scoperto davanti alle porte e sulle strade” per parte di madre; e “mirabile cacciatore, che intreccia sempre astuzie” per parte di padre.»

Abbiamo lasciato da parte un altro enigma, quello di Aristofane, uno dei banchettanti. Il suo discorso è quello del mito delle due metà, separate da Zeus. Perché un comico fa un discorso tanto importante nell’equilibrio del dialogo?

«Perché Platone così, ridendo, riesce a dire cose in cui credeva, evitando di essere deriso, perché protetto dalla maschera di Aristofane, la maschera del comico. Forse è questo il momento più magico del dialogo, quello in cui si spiega l’amore come il desiderio di ricongiungersi con l’altra metà. Gli esseri umani erano una unità androgina, che fu divisa in due da Zeus per punirla dei tentativi di assalire gli dèi. Il male nasce dalla divisione, dalla diade e il bene consiste nel cercare di superarla, di fare di due uno. L’amore è nostalgia dell’unità perduta.»

L’altra metà, una tesi anche molto romantica e moderna.

«E che spiega il desiderio di unità e fusione che c’è nella relazione amorosa, spiega come l’incontro degli amanti corrisponda al ritorno a qualche cosa di antico. Ma la forza della poesia filosofica consiste qui nel fatto che Platone allude in modo cifrato alle dottrine interne dell’Accademia, non segrete ma riservate alle comunicazioni verbali, non scritte: l’Uno causa del Bene, la Diade causa del Male. Platone ha due linguaggi: uno per tutti, e uno soltanto per quelli che seguivano le sue lezioni; quando in qualche occasione accettò di esporre a un grosso pubblico la sua dottrina dell’Essere tutti si aspettavano che, arrivato al nocciolo, dicesse che il bene è la bellezza e cose simili. Quando gli sentirono dire che il Bene è l’Uno – ce lo racconta Aristotele – raccolse reazioni di scherno. Quelle idee non sarebbero state bene accolte per molto tempo, fino a Plotino. Il gioco poetico delle maschere era dunque necessario a Platone e gli consentiva di rivelarsi attraverso il sublime, in un linguaggio che riesce a parlare anche agli innamorati di oggi.»

La nostalgia dell’unità perduta nel discorso di Aristofane produce un altro enigma. L’anima degli amanti, dice, parla per enigmi.

«Quando le due metà si ritrovano sono sopraffatte dall’intimità, dall’affetto, dall’amore, e non vogliono più separarsi l’uno dall’altro, neanche per un momento. Questa situazione si presenta come un grande interrogativo. Perché accade? Questo slancio così grande non si può spiegare con un infinito riproporsi dei piaceri amorosi. Spiega Aristofane-Platone: “È evidente che l’anima di ciascuno di essi desidera qualche altra cosa che non sa dire, eppure presagisce ciò che vuole e lo dice in forma di enigmi”. L’inseguimento dell’intero perduto continua indefinitamente, e guarda verso l’ulteriore, l’al di là, il trascendente. Eros porta con sé quest’altra domanda e insieme anche la speranza di un ricongiungimento, che ricostituisca la nostra natura antica e ci renda beati e felici. La sua natura di demone, di intermedio, dà a Eros la sua forza creatrice, lo spinge ad entrare in possesso del Bene per sempre.»

Ultimi due enigmi, almeno per il momento: quello che apre il Simposio e quello che lo chiude. L’inizio: il Simposio è un racconto di terza mano. Apollodoro, che al banchetto leggendario non c’è mai stato, racconta a un compagno di viaggio, Glaucone, quel che ha saputo anni prima da un vecchio amico di Socrate, Aristodemo, che c’era.

«Il significato è chiaro: le dottrine non scritte rischiano di essere tradite nella catena della trasmissione orale. Dunque Platone dice ai suoi: fate attenzione, i racconti vanno controllati, facendo delle verifiche, perché girano versioni lacunose e sbagliate persino su chi c’era e chi no. E poi il simposio viene collocato così in una dimensione leggendaria, come leggendaria è la figura del vincitore della competizione intellettuale: Socrate. Chi lo racconta era bambino all’epoca dei fatti. In questo modo Platone non inventa il banchetto ma lo ricrea trasfigurando qualche cosa di realmente avvenuto.»

E infine quella che lei chiama la «firma d’autore» nelle ultime righe.

«Socrate trionfante a notte fonda costringe Agatone, poeta tragico, e Aristofane, comico, ad ammettere che “è proprio dello stesso uomo il saper comporre commedie e tragedie, e che chi è poeta tragico per arte per arte è anche poeta comico”. I due ciondolavano la testa e crollarono per il sonno. Palesemente nessuno di loro sapeva fare entrambe le cose, uno solo comico, l’altro solo tragico. Con eleganza squisita, senza dirlo, Platone parlava della sua propria arte, della poesia filosofia fondata sul vero. O, se preferite, della vittoria di Apollo su Dioniso.»

lunedì, ottobre 20, 2014

Cristiada, un'epopea che riaffiora - di Paolo Gulisano (da Il Sussidiario)

Cristiada, un'epopea che riaffiora - di Paolo Gulisano (da Il Sussidiario):



Da oggi in Italia è finalmente distribuito il film Cristiada. Una lunga  inspiegabile attesa ha termine, e finalmente sarà possibile vedere sul grande schermo questo film che rievoca una delle pagine più drammatiche e commoventi della storia del Ventesimo secolo: l'epopea dei Cristeros, i martiri messicani uccisi per la fede negli anni 20 e 30 dello scorso secolo. Un film a sua volta epico, commovente, con grandi interpreti come Andy Garcia e un intensissimo Peter O'Toole, con il grande attore irlandese recentemente scomparso alla sua ultima interpretazione.  Come spiegare il lungo boicottaggio subito da questo film, che ha tutti gli ingredienti per avere successo: spettacolarità, plot narrativo avvincente, grandi interpreti? Cosa disturba di questa storia di martirio di un popolo?  Occorre anzitutto partire da una premessa ineludibile: La storia viene scritta dai vincitori: tale affermazione è comunemente  e largamente accettata. Gli stessi vinti hanno imparato a leggere tra le righe di quanto viene detto sulle loro vicende. Spesso dalle versioni ufficiali prendono vita le contro- storie, i tentativi -magari ostacolati anche duramente - di proporre ipotesi diverse, di far sentire altre voci, di cercare altre ragioni. Il dramma è quando la storia non viene scritta. 
Peggio della damnatio memoriae non c'è che l'assenza di memoria: dimenticare, come se nulla fosse accaduto, o far finta di non ricordare, che comunque dà il medesimo esito: la relegazione nell'oblio. Tale operazione - sempre e comunque scorretta - appare addirittura paradossale in un 'epoca come la nostra che si avvale di numerosissimi strumenti di lavoro per gli storici nonchè possibilità di comunicazione e accesso all'informazione. Nel corso del Ventesimo secolo, dolorosamente percorso da immani tragedie, risultato non solo dei diversi totalitarismi ma soprattutto del clima ideologico e culturale venutosi a determinare dopo duecento anni di sogni (o sarebbe meglio dire incubi) della ragione, che ha voluto violentare la natura e l'uomo in forza delle pretese dell'utopia e delle sue realizzazioni pratiche, si è verificato un evento di considerevole importanza e che incredibilmente è stato soggetto ad una lunga censura storiografica, la rivolta dei Cristeros. Si trattò di una grande insurrezione, di una guerra civile che ebbe luogo in un paese importante come il Messico,  che durò tre anni e che si trascinò poi per moltissimo tempo, lasciando effetti duraturi sulla struttura politica e sociale del paese, e determinando in maniera  irreversibile il destino non solo messicano, ma forse dell'intero sub-continente latino- americano. Fu un conflitto che si determinò con caratteristiche che pure dovrebbero attirare l'attenzione degli studiosi ,  in primo luogo, ma anche di chi abbia a cuore valori come la libertà, i diritti umani, la giustizia sociale: la rivolta dei cristeros fu infatti il più importante moto autonomo contadino avvenuto nell'America Latina in tutto il ventesimo secolo, e certamente uno dei principali a livello mondiale. La rivolta fu soprattutto la reazione di una società contadina, tradizionale, cattolica, all'aggressione perpetrata dallo stato autoritario uscito dalla rivoluzione degli anni Dieci, uno stato formalmente espressione della rivoluzionaria volontà popolare, ma in realtà profondamente estraneo al popolo "vero", quello che viveva nei barrios delle grandi città come quello delle campagne, come gli indios delle foreste.
Una rivoluzione, quella messicana, che ha goduto altresì, rispetto ai cristeros, di ottima ( e immeritata) fama, di vasta pubblicistica, persino dell'onore di essere considerata - sino alla rivoluzione cubana di Fidel Castro- il più importante rivolgimento dell'ordine politico e sociale avvenuto nell'America Latina, in grado di produrre, a differenza degli infiniti "pronunciamientos" succedutisi in precedenza nel continente- una reale e radicale trasformazione. Non eviteremo, in queste pagine, di rivisitare criticamente anche questo mito, consolidatosi comunemente ormai come realtà all'attenzione dell'opinione pubblica.
Il martirio del Messico, dove andò al potere agli inizi degli anni '20 un potere massonico ferocemente antireligioso che si proponeva di sradicare il Cristianesimo dal Messico, è un esempio paradigmatico di  storia negata.
I cristeros combatterono, soffrirono e morirono per la loro fede, per difendere la libertà religiosa, ossia, -detto in termini pratici, la possibilità  stessa di accedere ai sacramenti. di avere, per sè e i propri figli un'istruzione cristiana , di poter trasmettere e comunicare liberamente la fede stessa. Questo sacrificio di sangue che settant'anni fa vide una intera nazione cattolica brutalizzata da un governo che si era prefisso di estirpare dal popolo ogni radice di religiosità, è senz'altro meritevole di giungere ad interpellare e, perchè no?, a scuotere e a commuovere gli animi e le coscienze spesso pigri, intorpiditi dei credenti  Quello dei Cristeros è stato il martirio tipico del XX secolo, epoca caratterizzata  dai reiterati tentativi di costruire, oltre che nuove società, "uomini nuovi". 
Questi tentativi hanno tutti lasciato dietro di sè una spaventosa scia di sangue. La rivoluzione messicana fa parte, a  buon diritto, della schiera di questi "esperimenti" poligenetici, e analogamente agli altri scatenò la furia rabbiosa  della persecuzione contro la religione, contro ciò  che costituiva l'anima della nazione messicana, il suo tessuto connettivo, il fondamento stesso dell'ordine civile e umano. In una rivoluzione, in ogni tentativo di esercizio arbitrario e totalitario del potere, è necessario colpire  anzitutto la Libertas Ecclesiae. Laddove infatti la Chiesa è libera nell'adempimento della sua missione, cioè andare con Cristo incontro agli uomini, laddove c'è libertà per la Chiesa, c'è inevitabilmente libertà per l'uomo: "la Verità vi farà liberi". Per questo motivo nel nostro secolo le guerre sono state, soprattutto, guerre contro la religione. Ogni progetto di nuovo ordine e di uomo nuovo è stato impegnato in primo luogo nello sbarazzarsi, ideologicamente e materialmente, della ingombrante presenza di chi ha avuto la pretesa di definirsi Via, Verità e Vita.
I Cristeros, da Padre Vega al generale Goroztieta fino all'ultimo dei volontari, fino al più piccolo, come il ragazzo-martire Josè Del Rio,  come ogni martire per la fede in tutta la storia della Chiesa, erano molto di più che degli avversari politici,  dei membri di una fazione avversa al potere di turno: erano  dei testimone di questa Verità e di questa Via, testimoni per mezzo di una vita intensa, credibile, affascinante, e per questo insopportabile per il nemico. 
Guardare alla storia tragica e splendida dei Cristeros significa comprendere cos'è il Cristianesimo, e perché valga la pena battersi per Cristo Re, anche quando è la Chiesa stessa ( o per meglio dire alcuni prelati) a tradire, per paura, per debolezza, per cercare di compiacere il mondo. I Cristeros, abbandonati dalle gerarchie, abbandonati dalla Curia romana, continuarono a restare aggrappati a Cristo, che non vollero tradire, che non vollero abbandonare. Una tragedia splendida che ci insegna molto per il presente e il futuro della Chiesa. 

Paolo Gulisano

domenica, ottobre 19, 2014

Paolo VI beato. Amava Chesterton e lo recensì

Paolo VI beato. Amava Chesterton e lo recensì:

In questo post e in quest'altro trovate la recensione di Ortodossia e quella del San Francesco a firma di Giovanni Battista Montini, papa Paolo  VI, oggi beato.

Gli scritti sono tratti rispettivamente dalle riviste Il Frontespizio e Studium e torniamo a dare atto che li dobbiamo alla pazienza e all'amore per le cose belle di Angelo Bottone che li riesumò alcuni anni fa. Sempre grati.

mercoledì, ottobre 15, 2014

Who Can Not Love This Guy?

Who Can Not Love This Guy?: