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mercoledì, luglio 03, 2024

Il nuovo piano sanitario regionale

 Il nuovo piano sanitario regionale

 

Questo convegno dimostra, ove ce ne fosse bisogno, ancora una volta la realtà che spesso diventa drammatica nell’assistenza sanitaria. Il tempo a disposizione è breve e non consente una disamina accurata dei problemi trattati. Però, avvalendomi dell’esperienza di vita vissuta, nel senso che opero nell’ospedale di Atessa, mi sono reso conto che l’obiettivo di ogni piano sanitario nazionale regionale, e questo è il nostro caso, è quello di dare ad ogni cittadino uguale diritto alla salute in ogni angolo della regione. Veramente uguale dalle zone di Chieti e Pescara ai paesi dell’entroterra, senza materialmente dare di più a chi ha già qualcosa e dare niente a chi qualcosa non ha. E allora vi chiedo: Qual è la realtà oggi?

Balza evidente agli occhi di tutti quanto di assurdo e anacronistico c’è nella erogazione dei servizi e come di fronte a questo stato di cose il piano sanitario regionale si appalesi insoddisfacente e per certi aspetti incapace, comunque sfasato rispetto alla realtà. Esso sconvolge di fatto l’assetto sanitario che ha fondamento storico e sociale nei bisogni della collettività e basa un presunto risparmio di risorse sulla falcidia dei posti letto ospedalieri delle nostre zone e addirittura l’accorpamento di ospedali senza padrini politici.

Lungi da me ogni pregiudizio contro l’assessore alla Sanità. Anzi, invoco su di lui l’indulgenza che si deve a chi si cimenta con le migliori intenzioni in un mestiere a lui nuovo, quello del programmatore, ma il piano sanitario così com’è è carente di strumenti di conoscenza e di intervento. In altre parole, per sviluppare un piano sanitario regionale non bastano le ricerche di tipo retrospettivo che sono sostanzialmente povere di significato e prive di efficacia ma è necessario prevedere un sistema integrato e coerente dove devono avere il necessario rilievo anche elementi di altra indole: dall’assetto del territorio, alla distribuzione degli insediamenti urbani, alle industrie, alla struttura demografica, alla disponibilità di risorse finanziarie, alla mobilità della popolazione e altre ancora. Il problema è di una certa complessità ma non è dissimile da altri problemi gestionali complessi e passa per la costruzione di un modello matematico con programmi di simulazione per adattamento dei dati fittizi e provvisori a quelli reali, fino a raggiungere l’esercizio per fini di gestione e sviluppo. Quando il modello ha raggiunto questa fase di elaborazione e collaudo diventa lo strumento più potente e più nuovo di cui l’autorità sanitaria possa disporre: permetterà di ottimizzare la distribuzione delle risorse possibili, di prevedere la ripercussione sul sistema sanitario di determinati fattori (flusso migratorio, costruzione di nuovi ospedali, apertura di nuove strade, disponibilità di centri diagnostici, ecc.).

Questa che ho indicato naturalmente è una strada difficile e lunga ma una strada obbligata e noi dobbiamo fin da oggi muovere i primi passi malgrado il piano sanitario regionale. Dalla lettura di quest’ultimo invece si evince che c’è un disinvestimento del sistema pubblico per favorire il privato o il privato convenzionato, oltre ad una genericità e superficialità sugli obiettivi e le risorse e una povertà di mezzi e di tecnologie, con un tentativo neanche troppo nascosto di favorire gli ospedali più grandi a scapito di quelli più piccoli.

Il primo scopo che doveva proporsi la riforma era quello di ridurre il distacco e la incomunicabilità tra l’organismo gestore dei servizi e l’utente, fra le preoccupazioni formalistiche dell’apparato amministrativo e il contenuto profondamente umano di un bisogno sanitario, invece la diseguaglianza tra i cittadini di zone diverse crescerà e i grossi ospedali continueranno a fare il vuoto intorno a loro costringendo alla sottoqualificazione, quando non all’asfissia, i presidi ospedalieri minori agendo in termini concorrenziali e di centri di potere, scardinando ogni corretto disegno di distribuzione territoriale soprattutto nelle zone di più basso livello socio-economico della Regione. Ma noi siamo fedeli e gelosi della nostra identità, senza coltivare l’orgoglio della solitudine. Ci auguriamo che la ULS valorizzi e riconosca come ricchezze le strutture locali e che vengano considerate al centro non secondo schemi contrappositivi o legati ad egoismi geografici, ma come opportunità solidali e relazionali.

Con questo spirito mi piace comunicare a voi signori sindaci e a tutto l’uditorio che nel 1993 l’Ospedale Civile di Atessa ha avuto 8.000 ricoveri, 246.000 prestazioni esterne, 60.000 giornate di degenza pur con i limiti imposti dalle contingenze politiche ed economiche, in carenza di personale medico e infermieristico, con deficit di mezzi tecnologici e povertà di sovvenzioni. Nonostante queste congiunture sfavorevoli l’ospedale ha prodotto in questi anni prestazioni di buon livello quantitativo e qualitativo e una utilizzazione dei posti letto sovrapponibile e in alcuni casi superiore a quella degli ospedali limitrofi. Questa enorme mole di lavoro si deve all’enorme patrimonio di esperienze di tutto il personale al quale va il mio ringraziamento, alla fiducia del cittadino che speriamo di non tradire mai, alla capacità di crescita di integrazione culturale, di lavoro interdisciplinare di tutte le componenti sanitarie, amministrative e tecniche dell’ospedale.

Certo, se il nostro è rimasto relegato al ruolo di ospedale di zona si deve al fatto che è stato considerato sempre “periferia” con tutto ciò che ne consegue sotto il profilo dei finanziamenti, delle assegnazioni dei reparti, e dei fondi. Pensiamo quindi che un rilancio atteso anche dalle popolazioni non possa prescindere da una modernizzazione di attrezzature e metodiche che può aversi solo con l’autonomia gestionale, economica e finanziaria. E mi avvio alla conclusione consapevole come tutti voi che l’intervento sanitario ospedaliero non rappresenta che un momento di attuazione di tutto il sistema di sicurezza sociale.

Siamo altresì certi che i bisogni sanitari espressi dalla comunità trovano un punto di forza nell’ospedale. Ma l’ospedale deve essere a misura d’uomo. Né piccolo, né grande, né policlinico, né infermeria, né fusi, né concentrati, perché in questo caso in qualsiasi modo verranno fatti diventeranno elemento di contrasto, di beghe di partiti o raggruppamenti di partiti, saranno creature morte che non costituiranno niente. Perciò, per concludere, vorrei dire all’Amministratore Straordinario che con equilibrio e prudenza gestisce i tre nosocomi e soprattutto al Senatore Staniscia, che ringrazio per la magnifica ospitalità, che la città di Atessa e spero anche il circondario difficilmente accetteranno a proposito dell’ospedale il consiglio per gli acquisti: paghi uno e ne prendi tre. Grazie.


Vittorio Giuseppe Bottone

Atessa. (Data incerta, probabilmente 1994).

lunedì, dicembre 04, 2023

Il proprio pensionamento

Ho poco da dire a chi ha acquisito una esperienza sul campo, tra gli ammalati ascoltando le loro storie, i loro bisogni, le loro lamentele, condividendo i loro disagi e le loro ansie per la paura della malattia. Una realtà osservata fatta da essere umano per altri esseri umani; parlare con il cuore di cose vere, che nascono dalla vita. In ogni cosa il fare dipende dal capire e il capire dipende dall’ascoltare, vedere, conoscere. Queste mie parole possano essere utili ai più giovani, perché anche loro andranno in pensione e il confrontarsi con i problemi della pensione e il conoscerli, quando sarà il loro turno, sarà sicuramente comodo.

Questo, infatti, non è un evento facoltativo della nostra vita ma una sicura realtà anche se quando si domanda ai più giovani che pensano di tale fase della vita rispondono: “Non ci penso". E questo per non accettare un evento ritenuto scomodo, lo si ignora. Il pensionamento produce un drastico cambiamento nello stile di vita. La festa, il brindisi, il regalo sono momenti piacevoli. Ma “passata la festa” fuori da quel mondo dove si è trascorsa una vita, cosa ti attende? Finito il rito della timbratura del cartellino e svuotati i cassetti dell’armadietto ... La vita è spesso perdita, abbandono di qualcosa, di persone, cose ... La nostra vita è fatta di partenze: partire è un po’ morire. La perdita di una persona amata toglie a chi resta la voglia di vivere. Restare soli mette l’individuo nella necessità di riorganizzare le proprie risorse interne ed esterne per far fronte alle difficoltà del cambiamento. Ma non è facile reagire, specie se si deve consumare il dolore in solitudine. La stanchezza, fisica e psichica, i dolori e le delusioni, lasciano segni e per cancellarli occorre molto tempo. E certi dolori lasciano impronta per sempre, ben sapendo che qualsiasi proseguire non è mai un dono, ma una conquista, quasi sempre anche scomoda.

Il pensionamento non deve essere vissuto come un aborrito traguardo ma come un punto di partenza trasformandolo in occasione di rinnovamento, di recupero di vecchi interessi e di aspirazioni. Certo, tutti ci sentiamo ad una certa età abbandonati negli affetti e tutti vorremmo sentirci amati semplicemente girando un interruttore sempre disponibile. Ma questo non è possibile. Né si deve calare mai definitivamente il sipario. Ognuno di noi ha un mandato d’amore e può viverlo anche al meriggio. Forse il sole del tramonto è meno bello di quello dell’aurora? La nostra tristezza dipende anche da noi, non è proficuo fare un pacco di tutte le cose che ci sono andate storte e portarlo sempre con noi per aprirlo in ogni occasione. Anche uno stato d’animo di piccole cose, un po’ di calore umano, un sorriso, un raggio di sole fanno ritrovare la gioia di vivere. Ma nei nostri rapporti interpersonali quotidiani poche volte ci è capitato di incontrare individui che hanno costruito se stessi nei valori della humanitas e della pietas e quindi sanno leggere la propria vita e quella degli altri per sintonizzarsi con se stessi e con il prossimo. Che hanno acquisito umanità, che hanno imparato ad accettare gli eventi, a metabolizzare il dolore. Con il proprio carattere, con la propria storia, con i propri limiti, hanno cercato di andare avanti.

Tutta la vita è cammino e se si vuole entrare nel mondo e negli altri bisogna lasciare la porta aperta a chi ha bisogno di aiuto. Tutti possiamo essere portatori di speranza. Dedicarsi agli altri non è sempre gratificante. A volte è faticoso, talora persino frustrante quando si incontrano indifferenza e ingratitudine. Ma non c’è piacere più grande che accendere un sorriso, togliere un po’ di dolore perché scaldando il cuore degli altri si riscalderà anche il proprio.

 

Vittorio Giuseppe Bottone

31 luglio 2000

domenica, luglio 30, 2023

Anziani e qualità della vita

 



Atessa, 1996


Mi presento qui, come profano, in una cerchia di qualificati maestri ai quali mi sento legato da rapporti di amicizia e cordialità. Purtroppo, però, non si verifica ciò che ci si potrebbe augurare da un simile vicinato. A questo proposito mi richiamo a Socrate che fu invitato ad una festa in onore di un poeta tragico, un certo Agatone. A questa cena Socrate siede tra Agatone e il celebre commediografo Aristofane e afferma: “Sarebbe una bella cosa se la sapienza potesse scorrere come l’acqua che passa da un vaso all’altro attraverso un filo di lana. In tal modo potrei apprendere molto dai miei amici.” Come già Socrate ha rilevato, purtroppo questo non accade, per cui nonostante i rapporti di buon vicinato, io mi trovo in imbarazzo. In imbarazzo per il timore di proiettare, sull’argomento che tratterò, le mie paure personali. In imbarazzo perché ho poco da dire a chi come voi ha grande esperienza sugli anziani, ha ascoltato le loro storie, le loro domande, quelle vere, che abbiamo spesso soffocato con l’idea di riproporcele quando anche noi saremo vecchi, quando avremo il tempo di porre a noi stessi le stesse domande.

Prima di parlarvi su “Anziani e qualità della vita” mi piace ringraziare il sindaco di Atessa, nella persona dell’Ass. Dott. Nicoletta Fini che ha voluto ospitarci in questo splendido teatro. Gesto di attenzione speciale per tutti noi, ma soprattutto grande considerazione per gli anziani di questa Città, di questa regione ai cui valori, alla cui solidarietà, egli da sempre rivolge il suo impegno generoso. So che questa Amministrazione intende promuovere una più efficace tutela delle persone deboli. So che da tempo ha avviato una riflessione sistematica sulle politiche sociali. So che i risultati, le esperienze di questa cultura solidale, costituiscono ormai una risorsa preziosa e accessibile anche per operatori, educatori e volontari di altri Comuni e altre Regioni. E questo è per l’Amministrazione e per noi, motivo di orgoglio ma anche stimolo a portare avanti una cultura della solidarietà e dell’accoglienza.

Al Direttore Generale ing. Domenico Recchione che ha voluto dare il patrocinio della USL a questo convegno, dico grazie per la sua partecipazione e della partecipazione del direttore amministrativo Dott. Lanci. Mi rendo conto che noi parliamo dell’anziano e lui è ancora così giovane da poter esorcizzare tale età della vita, ma tra gioventù e vecchiaia non c’è soluzione di continuità e quest’ultima non è un periodo facoltativo della nostra esistenza ma una sicura realtà. Realtà che presuppone servizi sempre più efficienti ed integrati, in grado di soddisfare i bisogni delle persone avanti in età e anche delle rispettive famiglie. Questo significa che il problema anziani costituirà sempre più un problema sanitario e sociale di rilievo. Sono certo che anche dopo questo convegno la USL orienterà ancora di più il suo impegno verso la promozione dell’uomo in età avanzata. Io mi auguro che a seguito delle iniziative della USL ogni anziano sia debitore di un grande arricchimento fisico e spirituale e possa sperimentare una esperienza nuova esaltante, forse irripetibile.

Anziani: una società amareggiata e delusa. Una società che non crede più in se stessa. Una società che non crede nella patria, nella nazione. Che non crede nel futuro, non crede nemmeno nella religione tradizionale. Una società senza l’uragano delle illusioni, dove anche i giovani si sentono vecchi. Anziani: molte parole e pochi fatti. In Italia la percentuale degli ultrasessantenni all’inizio del secolo era del 6,5%. Attualmente è del 16% e nel 2000 sarà del 20%. Ciò significa che le cosiddette terza e quarta età costituiscono un popolo di 12 milioni di persone e per la prima volta, l’anziano esercita una sua forza politica, non solo, ma ha una aspettativa di vita senza precedenti nella storia. Ciò comporta in primo luogo la necessità di garantire assistenza ad un numero maggiore di anziani; di decidere i criteri perché ad un anziano spetti o meno un’assistenza di alto livello tecnologico, che sarà sempre più preziosa (parlo di trapianti di organo, di organi artificiali, ecc.). Da definire in base a quali criteri si utilizzeranno i sofisticati attrezzi artificiali di supporto alla vita.

Vi è oggi una forte spinta alla manipolabilità del corpo umano secondo il desiderio e le possibilità tecniche. Ciò apre di fatto la strada a distinzioni e a nuove emarginazioni, quando non addirittura a selezioni tra le persone in base alle loro condizioni fisiche. Si presenta forte allora, il rischio di smarrire i principi fondamentali sui quali si è fondata finora la nostra civiltà: quelli legati alla intangibilità assoluta dell’essere umano che è sempre anche intangibilità della sua realtà corporea. Il potere di intervenire sulla vita e sulla morte si è enormemente accresciuto, con strumenti diagnostici e terapeutici, sia nell’utilizzo di farmaci sempre più specifici, sia del mantenimento artificiale in vita e dell’uso dei trapianti. E ciò ha messo in crisi gli antichi valori (valore della sofferenza per la religione cristiana, senso della morte come passaggio, significato della vita, ecc.) che servivano come guida per il comportamento dei popoli. Ma anche se la vita si getta verso il nulla e sembra riempirla delle sue creazioni, questa longevità già misurabile e sicuramente prevedibile, può crescere oltre che in quantità, in qualità?

“Spensi all’uomo la vista della morte... Poi lo feci partecipe del fuoco” così il Prometeo di Eschilo descrive i due doni che egli ha offerto all’uomo: l’oblio dell’ora della morte dovuto a quel farmaco che è la speranza, che non vede e il fuoco che rappresenta il sapere tecnico che permetterà di sopravvivere e diventare il signore del pianeta. La vecchiaia: distillato di quanto di meglio esiste nella natura; compagna seducente e nemica affascinante. Ecco il cuore delle angosce e delle speranze, ecco il dialogo eterno della vita e della morte. “Come è caritatevole la natura!” dice Joseph Roth ne La cripta dei Cappuccini. “I malanni che essa regala sono una grazia. Oblio ci regala, sordità e occhi deboli.” Ma Cicerone non è d’accordo! “Nella vecchiezza questo io vedo di miserrimo, sentirsi in quella età di fastidio agli altri”. Dopo tante promesse di solidarietà: la solitudine delle relazioni umane, la limitazione delle risorse, la malattia, la povertà. In tale condizione, anche in questa terra che si compiace dei suoi primati industriali e turistici, l’anziano è straniero; fuori tempo e fuori posto e passa dalla anzianità alla inabilità, dalla inidoneità alla emarginazione.

Ma l’uomo non è mai solo. Se questo calvario di privazioni e di povertà ci indigna, se la ricerca vergognosa del profitto spinge fino all’egoismo secessionista di questi giorni, di converso, schiere di uomini e donne ad ogni età rispondono all’invito evangelico: “Chi spende, chi consuma la propria vita per gli altri, la ritrova moltiplicata per sé”. Ci sono esseri umani che amano fare del bene, che sanno venire in aiuto, occuparsi del decadimento fisico, che sanno trasformare gesti di aggressione in gesti del cuore. Uomini che di fronte all’angoscia degli altri hanno imparato ad accogliere ed amare.

Un giorno, nella quotidiana esercitazione al letto del malato, l’allieva infermiera che saluto insieme alla direttrice della scuola Suor Lorenza, fu invitata a incurvare braccia rigide e tese, quasi a formare un nido in modo che un po’ di tenerezza passasse nei gesti, e il calore del cuore arrivasse alle mani. Di lì a qualche tempo disse: “non sapevo che qui avrei scoperto la mia stessa umanità; che con il contatto della mano qualcuno mi sarebbe venuto incontro anche se non ci diciamo niente, siamo insieme. Ora so quanto ricevo, e tutto quello che imparo, da coloro che non possono fare più niente, tranne esserci. Ora so che è una vita intera ad essere in una stanza e non soltanto un corpo malato.”

E la nave va! E quest’uomo, ogni uomo, è stupito di ritrovarsi personaggio del film di Fellini e pare rivolga una domanda al grande Regista: “E tu hai avuto paura della morte?” La risposta arriva semplice ed enigmatica: “Lì ho incontrato sia la domanda, sia la risposta.” La parola e il silenzio. Il dolore e la gioia. È questa io credo la ricchezza più vera degli operatori sanitari e di quanti sono chiamati a rispondere alle domande che vengono da una società che invecchia: nei cronicari, negli ospedali e ovunque c’è un debito di salute, un debito di amicizia. Non c’è nella vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro cingendoti il collo, possa rialzarsi. Chi ha un gesto spontaneo di compassione non sa quanto bene fa all’altro.

Giovanni Papini vecchio e provato dalla cecità dettò un pensiero che suona come un comandamento: “Quando ero giovane, un uomo di cinquanta anni mi sembrava vecchio, uno di sessanta addirittura decrepito. Ora che ne ho più di settanta mi accorgo che a questa età si può ancora amare, imparare, creare, insomma vivere.” E proprio negli stadi avanzati dell’esistenza la persona umana consegue la migliore realizzazione delle sue capacità potenziali. Un poeta francese con molta efficacia diceva “ottanta anni, più occhi, più orecchi, più gambe, più fiato”. È incredibile come si arrivi a sorpassarli.

Bisogna allora dare un significato al sogno antico della umanità: longevità nella salute e nella efficienza. Le nascite, i matrimoni, i compleanni, le festività sacre e profane, e le magie, in ogni epoca e luogo, hanno cantato l’auspicio alla vita, alla “lunga vita”. E noi siamo qui a ripeterlo per tutti. A tutte le persone anziane che si sentono inutili e dimenticate vorrei gridare: la vostra vita è degna di significato, assaporatene ogni istante. Fermatevi ad ascoltarne il fruscio. Dispiegate tutte le risorse che dormono nei sotterranei dell’essere: la felicità arriva senza avvertire e la meraviglia è nell’istante. Molte cose possono ancora essere vissute. Al di là di noi stessi, al di là delle nostre certezze, al di là delle nostre menzogne c’è la vita, c’è la pienezza del destino compiuto. Perché ogni essere umano non si limita a ciò che vediamo o crediamo di vedere: è sempre infinitamente più grande di quanto lo si giudichi con i nostri criteri inadeguati; sempre in divenire, potenzialmente capace di realizzarsi, di trasformarsi attraverso le crisi e le tribolazioni.

E dagli archivi dell’essere cerco un nome: madre Teresa di Calcutta. Segni particolari: lineamenti, volto olivastro tagliato dalle rughe. L’anagrafe dice che è nata a Skopje in Macedonia nel 1910, ma sono molti a credere che una volta tanto le certificazioni ufficiali abbiano torto, perché forse viene da più lontano. Forse viene direttamente dalla Palestina e chissà ha accompagnato Cristo sulle viene della Galilea. Questa vecchia di 86 anni, per lo stato, per qualunque stato già in pensione, improduttiva a quella veneranda età, ancora oggi dà alla umanità una testimonianza d’amore per la creatura umana, per ogni debole, per ogni povero, per ogni persona nella solitudine. Ecco tutto quello di cui l’umanità ha bisogno. Qui, gli occhi, le mani, la vita stessa non sono considerate come proprietà personale da usare per se stessi, ma sono strumenti di amore e di donazione. Questo “perdere” un poco di se stessi, è un trovare. Qui la retorica si smorza, la verità si libera di ogni incrostazione e si svela nella sua luminosa essenzialità. Sin dai primi interventi di questo meeting si è percepito che la prima risorsa dell’uomo è l’uomo stesso e che il problema vero dell’anziano sta qui: non nelle tessere con lo sconto o nelle protesi, pure utili, ma nel bisogno di significato, trovato il quale sa anche accettare una vita più povera. Che fare allora?

“Bisogna vivere. Ed egli mi insegnò a vivere. Egli mi insegnò a sentire la vita, a sommergermi nell’anima della montagna, nell’anima del lago, nell’anima della gente del villaggio, a perderci in essa per restare in essa.” Così scrive il poeta spagnolo Miguel de Unamuno interpretando in termini di interiorità e solitudine la sua terra basca. Così scrivono con la loro vita, ogni giorno, i nostri anziani, quelli dei villaggi che circondano questa città, quelli del lago, quelli della montagna in un esistenzialismo quasi metafisico che non accetta il limite della morte e che dà significato al mondo. Il senso della vita è questo perdersi nella vita della gente, da parte di chi si sente uno con la natura e con le sue armonie. Il senso della vita è perdersi nella cultura dell’amore contro tutte le alienazioni della società contemporanea. Il senso della vita è capire che l’anziano ha nel suo cuore un progetto mirabile. il senso della vita è capire che davanti a lui, l’aurora e il tramonto si sono toccati e tutti gli uomini sono fratelli.

Signore e signori, vi chiedo scusa se ho abusato della vostra pazienza. Da qualche tempo ho imparato la scienza degli addii, ma oggi mi ha ingannato quella forma volatile e inafferrabile che i dotti considerano il sublime dell’artificio e forse è l’anima del mondo: la poesia.

“Ognuno sta solo nel cuore della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.“

Così Montale con un linguaggio che evoca la purezza dei graffiti. Ma è possibile seminare ancora un sogno, una luce tra questi versi, queste pietre che ha artigliano in profondità il senso della vita? Sul sentiero di ognuno giunge l’autunno e ogni albero lascia cadere lievemente la sua lluvia de alas, la sua “pioggia di ali” mentre continua a vivere nella gioia della profezia e dell’imprevedibile. Anche io avanzo nella notte della vita come Abramo, guidato da quella dolce figlia dell’ignoranza che ha nome speranza.


Vittorio Giuseppe Bottone

lunedì, luglio 03, 2023

Vittorio Giuseppe Bottone - Discorsi



Oggi mio padre avrebbe compiuto novanta anni. Per ricordarlo, ho raccolto in un volume diversi suoi discorsi, presentati in varie occasioni, che si può scaricare a questo indirizzo:

https://odysee.com/@InItaliano:0/VittorioGiuseppeBottone-Discorsi:e


venerdì, giugno 16, 2023

Terza età e qualità della vita



Terza età e qualità della vita

 

Il grido che Faust lanciò all’attimo fuggente: “Fermati! Sei bello!” torna di attualità e mi dà l’occasione di salutare tutti voi, autorità, amministratori, qualificati esponenti della medicina e dell’assistenza sociale, responsabili della istituzione sanitaria, con funzionari ed esperti.

Signor amministratore dott. Benigno D’Orazio, grazie della Sua partecipazione; mi rendo conto, noi parliamo dell’anziano e lei è così giovane da poter esorcizzare tale età della vita, ma tra gioventù e vecchiaia non c’è soluzione di continuità e quest’ultima non è un periodo facoltativo della nostra esistenza ma una sicura realtà. Questa realtà investe anche aspetti organizzativi che attengono alle sue responsabilità al vertice della ULS per la promozione dell’uomo in età avanzata. Io le auguro che a seguito delle sue iniziative ogni anziano le sia debitore di un grande arricchimento umano, etico e spirituale e con loro Ella possa sperimentare una esperienza nuova, forse irripetibile.

Il tema del mio intervento: “terza età e qualità della vita” è speculare di una esigenza che nell’odierna società tutti avvertono a motivo della rapida trasformazione in atto nelle condizioni di vita e nella qualità della vita dell’anziano. Per secoli il riferimento è stato alla quantità degli anni, oggi cade quasi esclusivamente sulla qualità.

Nei giorni scorsi l’ISTAT ha presentato un quadro statistico sulla terza e quarta età da cui si evince che attualmente ogni 100 individui con meno di 15 anni, ve ne sono 91 con più di 65 anni e in questa classifica come in quella sul calo delle nascite, l’Italia è al primo posto. Nel 2000 il 23% della nostra popolazione avrà più di 60 anni e quando gli anziani arriveranno 40-45% della popolazione si porranno problemi e interrogativi per il governo del cambiamento che investe la nostra vita personale e collettiva. Bisognerà garantire l’assistenza, già oggi così precaria, ad un numero maggiore di anziani. Bisognerà decidere perché ad un anziano spetti o meno una assistenza ad alto livello tecnologico (trapianti d’organo, artificiali, ecc.) che sarà sempre più costosa. Si dovrà stabilire in base a quale criterio si utilizzeranno sempre più sofisticati attrezzi artificiali di supporto alla vita e chi deciderà della vita e della morte dell’ammalato. Oggi una mentalità produttivistica e per ciò stesso conservatrice, epigono di una “civiltà industriale” per fortuna sulla via del tramonto, ritiene una iattura il sogno antico dell’umanità: longevità nella salute e nell’efficienza.

“Fermati! Sei bello!” fa eco a una delle più profonde aspirazioni dell’umanità. Le nascite, i matrimoni, i compleanni, le festività sacre e profane, i riti e le magie di ogni epoca e luogo, hanno cantato l’auspicio alla vita, alla “lunga vita". E noi siamo qui a ripeterlo giacché l’allungamento della vita e l’aumento delle persone anziane è quella condizione nella quale tutti vorremmo venire a trovarci.

“Fermati! Sei bello!” perché la vita è la vita, perché crediamo nella continuità del valore della vita, perché la vita vive e più la vita è viva e più cresce di valore.

Egli invecchiava imparando qualcosa di più ogni giorno.

“Il vecchio non fa le cose che fanno i giovani ma in realtà ne fa di molte maggiori e migliori. Non con le forze o con la velocità o con l’agilità del corpo si fanno le cose grandi, ma col senno, con l’autorità, col far valere le proprie opinioni e di tutto ciò per solito la vecchiezza non è privata ma arricchita.” (De Senectute, Cicerone)

Allora il passar degli anni non è perdere un po’ di vita ogni giorno, morire un poco ogni giorno, ma conquistare nuova vita ogni giorno. “Voi”, dice Giovanni Paolo II, “che siete avanti in età siete cittadini maggiori. Voi cittadini maggiori perché ricapitolate in voi stessi tutta la scala dei ruoli familiari. Voi cittadini maggiori perché testimoniate ogni livello di esperienza che figli e nipoti devono ancora vivere. Voi cittadini maggiori perché svolgete la missione di testimoni del passato e ispiratori di speranza a venire”. Malgrado ciò la nostra società non sembra accogliere questo invito. Eppure, gli esempi non mancano. In Francia, come riferiva il prof. Bompiani gli anziani vanno nelle scuole a raccontare la loro vita, a trasmettere il messaggio della propria vita con le sue vittorie e le sue sconfitte. In Cina addirittura le strutture sono polivalenti, c’è l’asilo infantile e di fronte all’asilo c’è il centro sociale per gli anziani. Così si ritrovano insieme, per partecipare gli uni la gaiezza della prima età, gli altri la saggezza della canizie. Da noi è vietato all’anziano essere profeta del nuovo, maestro del passato.

“Nella vecchiezza questo io vedo di miserrimo, sentirsi in quella età di fastidio agli altri” (Cicerone). Si passa dalla definizione rispettosa di “anziano” a quella dispregiativa di “vecchio". Dalla anzianità alla inabilità e quindi alla incapacità, dalla inidoneità alla emarginazione e quindi alla vera e propria dichiarazione di “morte sociale".

Faust al tempo: “Fermati!” e all’improvviso il tempo si ferma. L’anziano si sente in un mondo senza tempo. Per lui il tempo è un ricordo dei tempi andati mentre per gli altri il tempo è moneta, misura di ogni attività. Anche lo spazio fisico e quello esistenziale sono ridotti, obbligati, quasi un isolamento imposto dalla crudezza della realtà e dalla diversità di interessi tra le generazioni. Egli si sente fuori dal tempo e fuori posto, escluso da un dialogo che ormai si svolge in una lingua per lui diversa. Estraneo alla cronaca di ogni giorno, isolato nel grande respiro della meditazione, avvolto nella solitudine delle relazioni umane e degli antichi interessi ormai scomparsi. Siamo all’isolamento, siamo all’alienazione. È l’aspetto alienante della vecchiaia.

“Passare dalla salute al nulla. La cosa peggiore è non avere nulla da fare. Aspettando la morte. Ho paura di tutto. Sono segregata nella mia stessa casa. Io sono spazzatura. Il mio posto è il bidone dei rifiuti. Non ho più nessuno. Non ho mai interessato nessuno. Nessuno.”

Scrive Bachtin: “Il futuro non esiste più”. È morte. Finiscono i grandi esiliati della società moderna: gli anziani. Dietro tante promesse di solidarietà si cela la progressiva marginalizzazione delle parti più deboli della società. Mi sgomenta, nelle nostre comunità l’aumento dei suicidi degli anziani. Una umanità che si sente sospinta, stretta al muro della propria condizione di sofferenza e fragilità, per l’abbandono, la limitazione delle risorse, le malattie, la povertà, tutte maglie di una catena di smontaggio antropologico. Mi sgomenta la morte di anziani lasciati soli, tanto drammaticamente soli da non accorgersi più della loro ultima dipartita se non dopo settimane e mesi. Chi è solo non trova più neanche chi lo raccolga! Respinto, ignorato da una società, da una sanità disumanizzata e disumanizzante, dove il soggetto della struttura sanitaria, cioè l’ammalato, colui per il quale sono stati creati i servizi, è diventato invece l’oggetto di un mondo che intesse le sue lotte e costruisce le sue fortune. Vedi la battaglia per la nuova localizzazione delle ULS oggetto quasi tutte di inchieste penali per corruzione, clientelismo, lottizzazione, caos ma pur sempre concepite come potere, sicché non è da meravigliarsi se le trattative per ridurle da 16 a 4 durino all’infinito senza che si scorga chi la spunterà.

In questa condizione, anche in questa nostra terra che si compiace dei suoi primati industriali e turistici, l’anziano è straniero. Pure, secondo l’ISTAT, quell’anziano siamo tutti noi, il nostro paese, la nostra provincia, la nostra regione. Risuona ancora nelle mie orecchie grido di dolore del vescovo di Trivento al convegno sugli anziani di qualche mese fa, quando Mons. Santucci denunciava lo spopolamento di paesi ove è rimasto solo qualche vecchio. L’ultima immagine viva di centri spogliati dall’emigrazione, dalla denatalità e ora purtroppo anche dalla chiusura delle scuole. Il vecchio, attaccato al suo paese, rimasto a testimoniare una presenza di vita, una risposta, quasi una sfida ai fantasmi della desolazione che aleggia in quella zona e non solo in quella, al pari di tanti altri luoghi della nostra montagna. È l’anziano che resta per mantenere lassù a tutti i costi il simbolo della vita dove è rimasto l’ultimo abitante. Lassù egli ha sperimentato il sorgere e il tramontar del sole. Lassù ha appreso la grande lezione della vita. Lassù si sente uno con la natura e le sue armonie. Lassù ha capito che ha nel suo cuore un progetto mirabile. Lassù ha capito che gli altri uomini sono fratelli. Ma l’uomo non è mai solo.

Se questo calvario di privazioni e di povertà ci indigna, se l’accumulo vergognoso di ricchezze accontenta solo l’egoismo di pochi e irrita la coscienza morale di tanti, di converso schiere di uomini e donne ad ogni età e ad ogni stadio dell’esistenza rispondono all’invito evangelico: Chi spende, chi consuma la propria vita per gli altri, la ritrova moltiplicata per sé. E proprio negli stadi avanzati dell’esistenza la persona umana consegue la migliore realizzazione delle proprie capacità potenziali.

Giovanni Papini vecchio e provato dalla cecità dettò un pensiero che suona come un comandamento: Quando ero giovane, un uomo di cinquanta anni mi sembrava vecchio, uno di sessanta addirittura decrepito, ora che ne ho più di settanta mi accorgo che a questa età si può ancora amare, imparare, creare insomma vivere. E passando ai giorni nostri ci domandiamo quanti anni ha Madre Teresa di Calcutta. Questa suorina col volto olivastro tagliato dalle rughe. L’anagrafe ci dice che è nata a Skopje in Macedonia nel 1910 ma sono molti a credere che una volta tanto le certificazioni ufficiali abbiano torto, forse viene da più lontano. Forse viene direttamente dalla Palestina e ha accompagnato Cristo sulle vie della Galilea e, chissà, ha pregato quando all’ora nona le Tenebre coprirono il Golgota. Questa vecchia di ottantatré anni per lo Stato, per qualunque Stato già in pensione, improduttiva, a quella veneranda età ancora oggi dà alla umanità una testimonianza di amore per la creatura umana, per ogni debole, per ogni indifeso, per ogni povero, per ogni persona nella solitudine. “Una volta ho preso un uomo dalla strada, il suo corpo era pieno di vermi, nessuno poteva stargli vicino e io l’ho lavato. Poi lui mi ha chiesto: Perché lo fai? Gli ho risposto: Ti amo. E lui: È la prima volta nella mia vita che qualcuno guarda diritto dei miei occhi e mi ama.”

Ecco tutto quello di cui l’umanità ha bisogno. Qui gli occhi, le mani, la vita stessa non sono considerati come proprietà personale da usare per se stessi, ma sono strumenti di amore e di donazione. Questo “perdere" un poco di se stessi è un “trovare". Qui la retorica si smorza, la verità si libera di ogni incrostazione e si svela nella sua luminosa essenzialità.

La storia di questi due millenni dell’era nuova è lì a dimostrare la fecondità di questi gesti ma l’uomo del nostro tempo conserva ancora intatta nel cuore l’antica ferocia. E la sua “scienza esatta" gli consente di approntare nuovi strumenti di morte di cui egli si serve per sfogare la sua cieca furia omicida. È di questi giorni la notizia di una umanità in provetta programmata dall’arbitrio di uomini folli. Tutti voi avrete sentito una parola nuova: Clonazione, dal greco klon - rametto. Rametto staccato dall’embrione primitivo che consente di produrre, intendete bene, più individui geneticamente uguali, uomini fotocopia, uomini di scorta, uomini conservati in una bara di ghiaccio, con i connotati di un allevamento di bestie.

“Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora ...”

C’è in questi versi di Quasimodo una disperata invocazione perché l’uomo soffochi nel suo cuore l’odio e ritorni al sentimento dell’amore. C’è in questi versi il grido dell’anima contro l’arte di Caino che non arretra dal colpire il fratello. Finora c’era l’angoscia della morte, del finire della vita, ora si apre d’improvviso il baratro del prima del nostro esistere, del salto originario dal nulla al nulla. Così ci avviamo verso il 2000, ciascuno per conto suo nella indifferenza, approdo ultimo della follia. Ma non siamo alla sera del mondo. Il balzo immenso compiuto nella conoscenza della trama sottile della vita non può essere un varco per ogni dubbio, per ogni permissione a far scomparire la dignità della persona alla vita. Anche la piena conoscenza di tutte le parti che compongono il nostro organismo non ci garantisce alcuna possibilità di predizione precisa del suo funzionamento. Sì, le tappe della nostra vita sono già scritte nel codice genetico ma la velocità di percorso e le diverse posizioni nello spazio sono sotto il dominio della storia di ogni soggetto: traumi, infezioni, stress, abitudini di vita si intersecano con l’individualità genetica e contribuiranno di volta in volta a creare piccole o grosse variazioni della nostra traiettoria ideale di salute.

D’altra parte, la conoscenza di tutte le componenti dell’organismo non assicura la previsione decisa del suo funzionamento. Né per ogni alterazione, per ogni patologia è bastevole un farmaco, poiché la patologia (e poi la morte) sono il risultato di cambiamenti progressivi. In ciò probabilmente c’è un libro tutto da scrivere; io non mi azzardo a proporre neanche un indice incompleto.

Ieri per un disguido postale mi è giunta una cartolina, una delle tante centinaia di cartoline inviate al Presidente della Giunta Regionale con la quale gli si ricorda che “una società che non rispetta gli anziani non è degna di definirsi civile". Qui questo assunto è superfluo. Questa Casa Albergo è accogliente, qualificata, luogo di attenzione e di cura umana e sanitaria. Qui si è ricreato un clima di famiglia per chi in famiglia non può più stare e anche il singolo o la coppia possono in qualche modo vivervi come a casa. Qui si è compreso che chi ha vissuto una lunga vita ha diritto alla dignità, alla libertà, alla salute. Qui si è compreso che amare il prossimo e servirlo, è l’immancabile prerogativa delle persone migliori.

Se in un momento di stanchezza vi chiedeste: che me ne viene? Tagore vi risponderebbe: “dormivo e sognavo che la vita è gioia! Mi svegliai e vidi che la vita è servizio. Volli servire e vidi che servire è gioia." E voi il vostro impegno di lavoro lo compite con gioia poiché: “ciò che rende lieta la vita non è fare le cose che ci piacciono, ma trovar piacere in ciò che dobbiamo fare”. (Goethe)

Quella cartolina già da alcuni anni ha trovato concreto riscontro nella attività della Cooperativa Socialtur che “ha guardato ai bisogni veri degli uomini", come è scritto nella locandina, e opera per arricchirne l’esistenza, nella quale il succedersi degli anni è crescita e maturità di vita.

Se la vita è come un grande libro da scorrere con le pagine più belle verso la fine (Saggio di Montaigne), allora una di queste pagine sarà senz’altro quella vissuta oggi 29 ottobre dagli anziani di questa Casa Albergo. Un’intera ed unica prima giornata per loro. Una festa che sta portando in superficie gli autentici valori della convivenza nella solidarietà e nell’amicizia. Meeting sulla Terza Età, l’ha chiamata la direttrice Rosaria Nelli, impareggiabile animatrice della manifestazione, coadiuvata dalle sue esperte collaboratrici e dal personale tutto. Io direi occasione di incontro e motivo di riflessione e di stimolo. Soprattutto gesto di attenzione ispirato alla celebrazione dell’anno dell’anziano per dire anche alla Regione, dott. Strobbia, e senza cartolina, che gli anziani non vanno dimenticati.

Ma il vero significato di questa giornata, il più credibile, sta nell'aver voluto tanti anziani tutti insieme, non per dir loro che sono una categoria, ma per farli sentire ancora vivi, parte di una comunità dove la loro presenza conta. Commovente è la dignità mostrata da tante facce rugose, spesso devastate dagli anni e dagli acciacchi, ma con occhi ancora lucenti, colmi di significato e nel cuore tanta voglia di amare e tanto bisogno di essere amati.

Sin dai primi interventi di questo meeting si è percepito, quasi assaporato, che la prima risorsa dell’uomo è l’uomo stesso. Si tratta di una risorsa, di una ricchezza che ognuno può verificare rivolgendo lo sguardo verso l’interno di sé, dove scoprirà la grandezza di essere immagine visibile di un Altro invisibile. È a questa grandezza dell’uomo che si attacca l’unica radice capace di far nascere l’albero della pace. Non con parole facili ma con l’esaltazione di una grande passione per l’uomo e una profonda obbedienza alla verità.

Cari anziani, voi siete la cattedra di questo meeting e ci insegnate che ci sono giovani che hanno già dimora nella tomba e vecchi che hanno in sé la freschezza della palma e del cedro cantati dal Salmo 92: “nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi.”

“Se siete cechi e sordi -dice il Profeta- questo è un bene. Il velo che vi offusca gli occhi cadrà per mano del suo tessitore. E la creta che vi mura le orecchie, sarà bucata dalle dita che l’hanno impastata. E voi vedrete. E voi udrete. E non rimpiangerete di essere stati sordi e ciechi, giacché conoscerete in quel giorno la ragione occulta di ogni cosa. È così benedirete l’ombra come avreste benedetto la luce.” (Il Profeta, K. Gibran)

Voi sapete che “Non si diventa vecchi perché ci è caduto addosso un certo numero di anni: si diventa vecchi perché si sono abbandonati i propri ideali. Gli anni solcano la pelle, rinunciare al proprio ideale solca l’anima. ... Giovane è colui che è capace di stupore e meraviglia. Come il bambino insaziabile egli si domanda: e poi? ... Voi siete giovani quanto lo è la vostra fede, vecchi come il vostro dubbio. Giovani come la vostra speranza, vecchi quanto il vostro abbattimento.” (Douglas Adams)

In fondo alle vostre speranze e ai vostri desideri sta la muta conoscenza di ciò che è oltre la vita perché la speranza dell’amore è l’eternità. Perciò vi dico: la vostra vita al limite del tempo brilli ancora come la rugiada sulla punta della foglia. Perciò vi grido: “Amare qualcuno è dirgli non morirai mai”.


Vittorio Giuseppe Bottone


Meeting sulla terza età. “La vecchiaia è un cammino verso la vita che non prelude alla morte.”

Bomba, 29 ottobre 1993.

 



venerdì, marzo 03, 2023

“Anziani, valori, creatività e qualità della vita”




“Anziani, valori, creatività e qualità della vita”

“Il passato è solo un avvenire invecchiato” dice Cocteau. Noi viviamo nel punto di divisione tra passato e futuro. Questo punto si sposta e ci trasporta inevitabilmente con sé verso il futuro. E ognuno di noi sa tacitamente, senza neppure pensarvi, di invecchiare. Vivere vuol dire invecchiare. Invecchiare allora è l’unico mezzo che abbiamo trovato, di vivere a lungo.

Illustri Signore e Signori, sono lieto di questo incontro; esso mi consente di avvicinare tanti qualificati Maestri della Medicina, primo fra tutti il prof. Abate, titolare della Cattedra di Geriatria dell’Università di Chieti; la Dott.ssa Bartorelli, Primario al San Eugenio di Roma; il Dott. Falconio, Dirigente del Servizio Medico dello Sport; il Dott. Guizzardi, Primario Geriatria di Città S. Angelo; il Dott. Viscanti, Primario Geriatria dell’O.C. di Lanciano e Segretario della Sezione Abruzzo della S. I. G. O. Saluto tutti gli altri Colleghi della cui presenza siamo onorati.

Al Dottor Angelo Pace, coordinatore sanitario, dico grazie della sua partecipazione. Egli è ancora tanto giovane da poter esorcizzare tale età della vita, ma tra maturità e vecchiaia non c’è soluzione di continuità e quest’ultima non è un periodo facoltativo della nostra esistenza ma una sicura realtà. Sono certo che anche dopo questo Convegno che cade nell’anno europeo dell’anziano, egli orienterà il suo impegno, ai vertici della ULSS, verso la promozione dell’uomo in età avanzata.

Io mi auguro che a seguito delle sue iniziative, ogni anziano possa dire quello che un poeta francese esprimeva così con molta efficacia: “80 anni, più occhi, più orecchi, più gambe, più fiato. Ed è incredibile come si arrivi a sorpassarli”.

Quando il Prof. Palmieri impeccabile animatore di questo convegno mi ha proposto di parlare degli anziani io mi sono sentito subito a disagio. Innanzitutto, per la tensione che tale impegno sempre comporta; in secondo luogo, per il timore di proiettare sull’argomento le mie personali paure e al limite le mie angosce e poi perché ho poco da dire a chi, come voi, ha acquisito una esperienza sul campo, tra gli anziani, ascoltando le loro storie e i loro disagi, la loro ansia per la perdita del ruolo e la paura della malattia e della morte. Mi limiterò ad alcune annotazioni per gli ospiti di questa stupenda Residenza per Anziani, “Piccolo Rifugio La Cicala” illeggiadrita dalla direzione di Luisella e Valeria Palmieri, così ricche di esperienza umana e di sapienza professionale.

Mi rivolgerò al Personale di questa Casa che sa così facilmente sintonizzarsi con il prossimo e dedicarsi agli altri. Per il quale lavorare tra queste mura significa accostarsi a valori in generale poco promossi e a volte persino frustranti. Ma per il quale non c’è piacere più grande che accendere un sorriso e togliere un po’ di tristezza.

Parlerò ai giovani, a questi giovani della Scuola Infermieri Professionali di Atessa e alla loro direttrice Suor Lorenza per dir loro che giovinezza è speranza e conquista e realizzazione di sogni. Ma anche la longevità è speranza e conquista di significati ed interessi.

Un saluto particolare va poi a tutte le persone anziane che si sentono messe da parte come inutili e dimenticate. A loro vorrei gridare: riempite la casa della vostra presenza, affinate le risorse corporali e spirituali. Se l’aspetto fisico si deteriora, l’aspetto spirituale cresce. Lottare contro la solitudine, evitare il conformismo e la routine. Rimanete gradevoli. La vostra vita è degna di significato. Sentitevi capaci di recitare l’atto più lungo della Commedia Umana. Vi è ancora spazio alla speranza, alla fede, alla carità che non sono soltanto virtù cristiane, ma luoghi di forza del nostro essere uomini.

Ma parlo anche all’uomo nella più larga eccezione del termine. Parlo all’anziano che non è l’uomo dei filosofi, che non mi interessa, che non è l’uomo della razza, che non è l’uomo della mia nazione, che non è l’uomo della mia fede. Parlo all’uomo reale, l’uomo vero, in carne e ossa, quello che posso toccare, quello che giace nei letti del mio ospedale pieno di gente morente che spesso soffre di avanzate malattie di cuore, di cancro, di paralisi, di forme demenziali e al quale ho ben poco da offrire dal punto di vista medico. E quest’uomo che chiede pietà, sono io stesso. Siamo ciascuno di noi “quando i fili dell’ordito sono per essere tagliati e ci avviciniamo come il tessitore al termine del rotolo della vita”.

Siamo ciascuno di noi quando la società sopravvaluta la giovinezza e scarta i vecchi.

Povero è l’uomo. Ogni uomo.

“He is a has-been” “Egli è uno che è stato”. L’espressione americana schiaccia il senso autentico della vita nella materialità, e il cuore dell’uomo in un’aritmetica del profitto. Secondo questa concezione purtroppo dominante non è la coscienza che fa l’uomo e l’ambiente ma è l’ambiente che fa la coscienza (e per stare ai tempi, fa Tangentopoli). In sostanza “siamo ciò che la società ci fa essere” e quando abbandoniamo il ruolo che prima ricoprivano, noi siamo finiti. Ecco perché una persona anziana soffre soprattutto nel sentirsi inutile, nel non essere più richiesta di niente, sentirsi sopportata. Ma allora essere anziani, sempre meno efficienti, sempre meno forti, sempre meno produttivi, sempre meno importanti, è una condanna?

“Ogni vita umana è una nuova vita in crescita

Voi contate molto per tutti

La società ha bisogno di voi.”

Così Giovanni Paolo II agli anziani del Canada. Vita in crescita, dunque, quando siamo in condizione di malattia. Vita in crescita in condizione di pluripatologia perché il declino di una parte di una persona non è il declino di tutta la persona. Vita in crescita nella fatica dell’esistere e nel freddo della sofferenza perché l’uomo non è soltanto lui stesso, è il punto unico dove i fenomeni del mondo si incrociano una sola volta senza ripetersi.

Mi rendo conto che la concezione della vita come una linea che sale e che può diventare spoglia di tutto fino a farci dire “tu non sei più vita” ed invece continua ad esserlo; questa concezione è a rischio e passa assai alto rispetto a noi sino a ribaltare la nostra moda culturale. Sinora abbiamo guardato l’anziano per porgergli un aiuto; secondo questa concezione invece l’essere anziani comporta non solo le molte cose già dette dal geriatra e dal politico, cioè attenzioni, provvidenze e interventi sulla condizione com’è, ma comporta un valore. Un valore che prima non c’era nell’umano e che non ci sarebbe se non esistesse la fase anziana dell’essere uomini. E questo non perché prima o poi faremo tutti il nostro ingresso nell’anzianità, ma perché crediamo nella continuità del valore della vita stessa in tutte le sue stagioni: si può dire, anzi, che più la vita è vita, vive, più cresce valore. Giovanni Testori diceva “La vita è la vita”. Cresce di valore maturando un diverso significato della vecchiaia che si libera di alcune sue caratteristiche peculiari di ineluttabilità per disvelarne altre ancora sepolte nella possibilità (arriveremo a 130 anni?). Cresce il valore perché ha vissuto tutta la scala dei valori familiari a lui consentita e ora ci invita a guardare lontano. Cresce di valore perché ricapitola in sé, nel suo passato, livelli di esperienza che noi dobbiamo ancora vivere. Cresce di valore perché nella prima volta nella storia, la figura dell’anziano esce dall’immaginario popolare per diventare una figura concreta e reale raggiungibile dalla maggior parte delle nuove generazioni in un contesto caratterizzato dalla effettiva coesistenza di tre e spesso di quattro generazioni.

Queste considerazioni non esistono nella nostra cultura e il problema consiste nel cambiare mentalità. Certo, non so quanti anziani, al di là del fatto che lo vivano personalmente, siano disposti ad affermare che l’anzianità è un valore profondo della vita e quindi non hanno solo bisogno di infermieri che si chinino su di loro (è ovvio che non mi riferisco agli infermieri di professione) ma hanno bisogno di ammiratori che guardino per imparare, o di ammiratrici come la Dott. Bartorelli che con un bellissimo articolo su Geriatria ci insegna che “la qualità della vita dipende, sì dalla salute della persona, dal suo stato funzionale, dal benessere psichico e sociale, entità in qualche modo misurabile, ma anche dall’ineffabile proprietà dell’essere che sfugge a qualsiasi misura”.

E ancora la Bartorelli descrive due anziane signore attive e creative che si muovono come farfalle in una vita di provincia ricca di qualità da cui il film “Caccia di farfalle”.

L’umile immagine della farfalla in una società impazzita, insaziabile di beni e di danari.

La farfalla, in greco: Psiukè.

L’anima, in greco: Psiukè.

L’ineffabile proprietà dell’essere in un corpo che ha intatta la sua umanità e dignità e che continua ad essere una cellula viva della comunità magari insidiata dal progresso.

Tutto ciò che possiamo dire l’ha detto tanto tempo fa Dante nel decimo canto del Purgatorio:

“Non v’accorgete voi che noi siam vermi

nati a formar l’angelica farfalla

che vola a la giustizia sanza schermi?”

“Nessuna sofferenza, nessuna umiliazione ha il potere di spegnere la gioia essenziale che è in noi”, ha scritto Claudel.

Quella gioia, affine all’amore, che non può essere uccisa neppure dal suo antidoto: il dolore.

Riflettori puntati per tutto il ’93 sull’anziano, dunque, che non significa solo e per sempre “assistito, non autosufficiente, bisognoso di aiuto”. Tale rappresentazione sociale dell’anziano coincide sempre meno con la realtà, dal momento che crescenti fasce di popolazione anziana presentano stili di vita, di consumo, di movimento fortemente autonomi.

La persona d’età, che abbia conservato la buona salute, ha spostato in avanti la sua “linea del Piave”; la resistenza al declino si affida ad esercizi di vitalità fino ad una generazione fa semplicemente impensabili: esercizi fisici (la ginnastica della terza età è orma un rispettabile business che interessa palestre, produttori e venditori di abbigliamento sportivi e ginnici, l’industria termale), esercizi psichici e mentali; dai centri di conferenze alle Università della terza età che si aprono un po’ dappertutto come risposta spontanea all’abbandono dell’attività produttiva per diventare poi una prospettiva antropologica. Siamo più giovani ad ogni età. L’esistenza ha compiuto un grande salto. La vecchiaia ha un altro volto. Non è più il limite tra il finire e il nulla, come diceva Chateaubriand, ma l’età più libera della vita. La durata della vita si è allungata e l’Italia in Europa è il Paese dove si invecchia di più. Nel 2000, per 100 giovani vi saranno 120 anziani. Ma la longevità è femmina. Nella nostra società ancora maschilista il nascere donna comporta un certo numero di svantaggi ma non quello della sopravvivenza. Infatti, la donna vive 7-8 anni più dell’uomo che come è scientificamente accertato è il vero sesso debole della specie sapiens-sapiens e tende a morire in percentuale più alta. Ma questa speranza di vita, più solida di quella un tempo concessa a chi ci ha preceduto nella difficile battaglia del vivere, permette una vita migliore? E questa longevità già misurabile e sicuramente prevedibile, può crescere oltre che in quantità, in qualità?

Non serve guadagnare anni di vita se si traducono solo in anni di malattia. E mi riferisco non soltanto alle patologie oggi dominanti, ma anche a quelle emergenti, ad esempio, i disturbi psichici che sono uno dei limiti della qualità della vita. Soltanto da poco tempo, dopo che si sono dati più anni alla vita si tende a dare più vita agli anni. Vivere più a lungo offre la possibilità di scoprire molte cose che prima non si erano viste o capite.

E non è vero che l’invecchiamento comporta un impoverimento psichico progressivo. E anche se qualche autore sostiene che dopo i quindici-vent’anni si perdono ogni giorno cinquantamila neuroni, il cervello ne ha miliardi di riserva.

Molti personaggi della cultura e dell’arte hanno continuato e continuano ad operare fino a tarda età. Tolstoi a settantuno anni terminò di scrivere Resurrezione, Goethe a ottantuno concluse il Faust, Michelangelo a ottantanove lavorava ancora alla Pietà. Pablo Picasso toccò il vertice della Pittura tra gli ottantadue e i novantadue anni. Nell’arte del passato come in quella contemporanea si trovano segni profondissimi di questo coraggio creativo che permette di esprimere la verità artistica nel modo più irrazionale e assoluto.

Certamente si tratta di personaggi che non hanno mai perso motivazioni e interessi. Non è infatti l'eventuale perdita di un neurone ogni minuto secondo a determinare il deficit psichico nell'anziano quanto la diminuzione degli stimoli che si ricevono dall'ambiente e che producono le risposte.

Saper invecchiare è quindi il risultato di una maturità psico-affettiva anche se non è facile liberarsi dagli stereotipi negativi che erroneamente identificano la vecchiaia con il passaggio dalla mobilità, dalla capacità all'incapacità, dall'indipendenza alla dipendenza, dall'appartenenza (alla famiglia, al gruppo) all'emarginazione. Non si dovrebbero mai contare gli anni. La malattia della vecchiaia è “credersi vecchi”. Il vecchio infatti si valuta come la società lo considera. Il termine “anziano" rappresenta per lo più una valutazione data dagli altri e c'è sempre una discrepanza tra il “concetto dell'altro” e il “concetto di sé”, tra quello che gli altri si aspettano dall'anziano e quello che lui vorrebbe e potrebbe fare. Ma proprio perché mi rendo conto di quanto sia difficile diventare una persona matura e di quanto non sia facile invecchiare bene, queste modeste riflessioni vogliono ricordare questo impegno prima di tutto a me stesso.

Ma il vecchietto dove lo metto?

C'è oggi un clima culturale che non rispetta la vita nascente, che trascura gli emarginati e abbandona gli anziani. C’è oggi nella gente un curioso atteggiamento: la medicina dovrebbe garantirci non solo contro tutte le malattie ma anche contro tutte “le realtà più crude della vita”.

Nelle discussioni sull'eutanasia affiora uno strano modo di pensare che opprime in nome dell'efficienza chi è anomalo, debole, vecchio. Sembra prevalere sempre più non la tragedia di chi sceglie di porre fine alla propria vita e al proprio dolore, ma l’igienismo sociale di chi vuole eliminare persone inutili e togliere di mezzo chi soffre. L’eutanasia appare sempre più come una resa, come una incapacità a rispondere ai bisogni dell’uomo e si chiede il permesso di ucciderlo. Si è fatto di tutto per privarlo delle ragioni di vivere, di soffrire, di amare, di lottare e di morire e all’uomo all’estremo della privazione che ho detto, si offre il rimedio della … morte.

La morte!

Gli uomini non sanno e non possono farsi una ragione dell'esistenza della morte, e della sua ineluttabilità. Nell’anziano poi, la progressiva scomparsa di coloro che lo circondano, e soprattutto lo sradicamento dalla propria casa con i significati simbolici di sicurezza e protezione, costringe a prendere ancor più coscienza dell’evento decisivo che si avvicina. E ciò che abitualmente spaventa di più è la paura di rimanere soli, senza una presenza amica a fianco, e soprattutto terrorizza l'idea che si possa morire senza che nessuno se ne accorga, con il rischio di essere trovati più o meno tardivamente sotto forma di un corpo in sfacelo senza la possibilità di lasciare di sé un’ultima immagine bella.

Joseph Roth con tenero pessimismo ne La Cripta dei Cappuccini scriveva: “Com'è caritatevole la natura! I malanni che essa regala alla vecchiaia sono una grazia. Oblio ci regala, sordità e occhi deboli, quando si diventa vecchi: un poco di confusione anche prima della morte. Le ombre da cui questa sì fa procedere sono fresche e caritatevoli.”

È la poesia della vita e della morte. È la giovinezza eterna che si sogna e si desidera mentre l’immortalità, vissuta come condizione terrena carica di pene e di sofferenze, è la peggiore delle condanne: quella che fa desiderare la morte stessa.

Se le cose stanno così e ogni attimo conferma la nostra condizione mortale, risuonano pietose le parole di Esopo:

- Una volta un vecchio che aveva fatto legna nel bosco se la caricò sulle spalle. La via era lunga. Il vecchio stremato posò la fascina e invocò la Morte. Apparve la morte e gli chiese: “Mi hai chiamato, che vuoi?”

“Dammi una mano”, il vecchio rispose.

Mi avvio a concludere queste poche note cosciente della loro insufficienza ma con una annotazione incoraggiante: gli avvenimenti di questi ultimi tempi non solo e non tanto hanno sorpreso per il travolgente ed imprevedibile succedersi al di là di ogni ottimistica previsione, per quanto il trascinante risveglio di quei valori che devono essere appannaggio di tutti gli uomini: l'onestà, la responsabilità, il rispetto del valore dell'uomo in qualsiasi situazione. In questi giorni sembra che siamo stati colpiti da una famosa maledizione cinese: “Che tu possa vivere in un momento interessante”. L’exit poll di questo scorcio di millennio ci porta verso il futuro e già comincia ad aprirsi uno spiraglio in questa straordinaria frontiera. È questo un momento molto importante, una stagione significativa dalla nostra società che ha in sé quei valori di passione e di fiducia che per l'anziano rappresentano una parola di conforto e di amore e che si traduce in un lampo di gioia ed in un sorriso di speranza. “La rugiada non calma forse il calore? Così come una parola vale più di un dono”, dice la Bibbia.

Una striscia di felicità, una lama di luce nella tenebra della vita che può coesistere con un’esistenza aspra e coniugarsi con la quotidianità amara come insegnano le Beatitudini, ma di fronte alla quale non possiamo che inchinarci.

 Dott. Vittorio Giuseppe Bottone

Convegno regionale di geriatria.  Atessa, 24 aprile 1993.