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domenica, luglio 05, 2026

L'appuntamento della carità

Rieti, 12-2-’49

Caro Benigno,

come ho già scritto alla Direzione, io mi considero un Suo nemico; ciononostante La leggo sempre perché il neretto mi piace più del normale corpo 6 (attenzione, Direttore, e attenzione, proto! Ecco spiegato il successo di questi appuntamenti: nota di Benigno).

Ho aderito, in via del tutto eccezionale, a inviare una giornata del mio stipendio al Suo amico di Giano, ed ecco i conti: stipendio ed accessori L. 31.800, presenza L. 1.580; diviso per quattro persone, diviso per trentuno giorni = L. 270.

Per la mia diocesi, in questa settimana, l’on. Bernardinetti ha svolto un’interpellanza alla Camera per dimostrare che il regno della miseria è anche tra noi, più che altrove.

«Quando voi sacerdoti vi fate promotori di una maggiore giustizia sociale?».

Perché moglie e marito, senza figli, deputati, prendono L. 2.700 ecc. giornaliere? Perché tanta gente si diverte sempre ed altri non hanno neppure il pane? In Italia si balla e si gioca, e perché costoro non si professano come si deve a beneficio di opere assistenziali nell’ambito della provincia? Perché moglie e marito vivono alla stessa greppia e senza figli?

I poveri li abbiamo dappertutto e non sempre li vogliamo vedere, perché deve provvedere lo Stato; ciò può essere anche giusto. Ed allora, più tasse sui divertimenti e sulle cose voluttuarie e lasciare in pace la povera gente che mangia pane e sale, seppure.

Molti dicono che devono pagare i ricchi, ma purtroppo chi si diverte non sono sempre i ricchi, bensì giovani disoccupati ed altre categorie a cui piace vivere alla giornata, senza pensieri.

La giustizia sociale non c’è; nessun popolo, nessun governo l’ha mai attuata, non dico in pieno, ma almeno in parte. I poveri si comprendono, ma tanti che stanno bene non intendono queste cose.

Colgo l’occasione per salutarLa, assicurandoLa che ben difficilmente Le potrò dare ascolto un’altra volta.

CARLO ROSSI


Ho pubblicato per intero la lettera di Carlo Rossi, che ringrazio anche a nome del mio amico di Giano, parroco Sabato M. Corvino:

1° Per smentire una volta per tutte la voce ormai troppo diffusa che Benigno vesta l’abito sacerdotale. Magari, amici lettori, avessi la fortuna di vivere nella «grazia» perenne e fossi monsignore per giunta! Sono invece un borghesuccio che s’arrabatta a strappare la vita e un cristianuccio che s’arrampica, a fronte china, sui Tabernacoli per farsi perdonare i talenti spesi male...

2° Perché tutti prendano con le molle le contraddizioni che... distinguono il programma sociale enunciato dal Rossi, burbero benefico che fa la carità con una punta di rabbietta la quale minaccia di distruggere le buone intenzioni. Non vi sembra, infatti, che se la prenda coi mulini a vento, come Sancio, buon’anima?

3° Perché, dicendosi mio nemico, tutti sappiano che io lo considero fratello, come coloro i quali si credono — e non sono — nemici del clima in cui vive e respira il Corpo mistico di Cristo, ossia tutti i battezzati nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.

Quanto a promuovere una maggiore giustizia sociale, i sacerdoti la stanno predicando da... duemila anni in nome del Divino Maestro, che ammoniva:

«È più facile per un cammello entrare nella cruna d’un ago che ad un ricco nel Regno dei Cieli».

Del resto è il Rossi stesso a riconoscere che «chi si diverte non sono sempre i ricchi, ma gente cui piace vivere alla giornata». E qui il nostro burbero benefico ha toccato, forse, la piaga.

La giustizia sociale non c’è e non ci sarà... (e le rivoluzioni non faranno che spargere sangue innocente), finché l’umanità, cioè tutti gli uomini indistintamente, non attueranno gli insegnamenti di Chi si fece Uomo per redimerci.

E qui il discorso si fa lungo.

È significativo che i poveri — come dice Rossi — si comprendono. Perché? Lo dirò un’altra volta; ma è già evidente che senza dolore non c’è Carità.

Benigno

17 luglio 1949

domenica, giugno 28, 2026

L'appuntamento della carità

 

Ecco un altro caso che non abbisogna di garanzie parrocchiali o di segnalazioni pietose. Lo sto vivendo io stesso perché conosco da lungo tempo le disgrazie che devastano l’esistenza di PADRONI GIUSEPPINA – Via Marchesi, fabbricato B, Genio Civile – Parma.

Il marito, dopo aver preso parte alle dure vicende guerresche dell’ultimo ventennio, stabilitosi in Asmara, fu fatto prigioniero e trascinò per anni la vita nei campi di concentramento.

Rientrato in patria nel 1945, trovò la casa distrutta e la moglie con le due bambine, miracolosamente superstiti, ma prive di tutto. Le sofferenze gli avevano spossato il cuore. Con gli stenti cominciarono le malattie insidiose. Una bambina è colpita da paralisi infantile, la moglie da pleurite. Egli stesso, dopo aver lottato col male, giace dallo scorso dicembre in un letto d’ospedale per pleurite con versamento ed infiltrazione polmonare.

Amici lettori, voi capite dove si va a finire se non intervenite. La bambina ha assoluto bisogno di un busto ortopedico e i due coniugi di una costante supernutrizione. Intanto i debiti li soffocano: nessuno vuol più far credito a questi paria che si sono rivolti a me...

Ma che posso fare io senza di voi?

Farete voi morire d’inedia un buon soldato, due piccole infelici e una madre sventurata?

Io credo fermamente di no. Ed ho promesso che interverrete.

Benigno

10 luglio 1949

domenica, giugno 21, 2026

L'appuntamento della carità

 Signor Benigno,

il Suo Appuntamento della Carità, se fosse letto e meditato attentamente da tutti i cattolici d’Italia, risolverebbe tante ingiustizie sociali senza ricorrere a rivoluzioni inconcludenti. Il Vangelo è l’unica fonte di benessere per l’umanità.

Riferendomi ai casi da Lei segnalati, La informo che ho aperto un piccolo Villaggio del Fanciullo in Sannicandro di Bari, dove accoglierei con immensa gioia qualcuno dei ragazzi che si trova nelle condizioni più pietose.

Se vuole, può senz’altro scrivermi al seguente indirizzo:

Sacerdote Nicola Guglielmi
Sannicandro di Bari


Prendano subito contatto con Don Guglielmi tutti coloro che mi hanno scritto per sistemare in qualche filantropico Istituto bambini che non hanno padre.

Gli scriva il rag. Giuseppe Romano, che ha la moglie tubercolotica e i figli abbandonati — mi auguro — alla carità senza più «distinguo», ma semplicemente cristiana.

E gli scriva il reverendo Lorenzo Piras, parroco di Flussio (Nuoro), che mi chiede di sistemare i figli di una povera deficiente (Unali Giovanna, Franco e Civita) con una lettera che gronda lacrime e che mi riprometto di pubblicare per intero.

Quanto a «rivoluzioni inconcludenti», il pensiero di Don Guglielmi è il mio; e l’ho espresso e ribadito. Ma c’è chi ha interesse a provocarne a getto continuo.

BENIGNO

3 luglio 1949

domenica, giugno 14, 2026

L'appuntamento della carità

Per il caso del rag. GIUSEPPE ROMANO (Via Baglivo Uries, 42 - Napoli) ho raccolto un intero epistolario di anime buone, che va dal primo segnalatore Pietro Imperio (Napoli) al prof. Giovanni Blunda (Paceco, Trapani), a Demetrio Micozzi (Narni Scalo), a Luciano Barantini (Sanatorio Umberto I - Livorno), a Teresa Martinelli (Parma).

Merita di essere riportata, almeno in parte, la lettera del prof. Blunda, non perché sia più amara delle altre, ma perché l’egregio docente mette il dito sulla piaga:

«Per la S. Pasqua mi sono ricordato anche del rag. Giuseppe Romano. Ho ricevuto una lettera così accorata da farmi decidere a scriverLe la presente.

Quando ho letto il Suo “appuntamento” che segnalava il caso Romano, non mi è piaciuto l’accenno al suo passato di... epurato».

(Scusi: «epurato» è forse sinonimo di malfattore? — nota di Benigno).

«I fatti mi hanno dato ragione. Siamo stati solamente nove (ripeto: 9) a soccorrere quel povero disgraziato!

Come sono stato lieto dell’episodio gentile delle operaie di Lessona a favore del fratello D’Addario, così sono rimasto male nel constatare che coloro che possono hanno fatto distinzione di tessera.

La vera carità, la bontà e la fratellanza cristiana non fanno distinzioni, non usano i “distinguo” filosofici. L’esempio di chi sta in alto è veramente luminoso.

Vorrei scrivere ancora, ma temo di seccarLa. Scusi lo sfogo.

Mi creda l’aff.mo fratello in Cristo

GIOVANNI BLUNDA»

Cari amici lettori, la ramanzina del prof. Blunda (che, peraltro, dovrebbe dirmi a qual titolo, se non a quello di «perseguitato», avrei dovuto fare appello, fra tante atroci miserie, per segnalare il rag. Romano), la ramanzina — dicevo — calza proprio a pennello.

Dovrei, anzi, aggiungere una tiratina di quelle che lasciano il segno.

Non vi ho detto e ripetuto che la carità dei «distinguo», la generosità che indaga sulla tessera o la razza, si chiama, in parole non ermetiche, «carità pelosa»?

Dunque, vi sta bene il richiamo; e non cito Sant’Agostino, se no la sferzata sarebbe troppo dura.

Il «caso Romano» fa vergogna a noi tutti e il parroco Don Antonio Stella di Napoli avrà pensato male davvero degli «osservatoristi della domenica».

Dal povero «perseguitato» ho ricevuto una lettera che mi ha lasciato perplesso:

«Purtroppo, mio buon Benigno, penso che non farà a tempo a salvarmi. Mi perdoni Iddio e anche Lei; ma ormai sono stanco di questa lotta impari. Sono al bivio, ad un bivio mostruoso, ma esso salverà in un modo o nell’altro questi disgraziati che mi circondano.

Non mi si darà del vile. Una madre tubercolotica e i suoi quattro figliuoli non debbono morire per denutrizione. No, non sarà mai.

Le autorità sono restate mute al mio grido di dolore. Che Iddio perdoni come perdono io».

Bisogna dunque far presto, rimediare con un plebiscito, amici miei!

E voi di Napoli, possibile che non ci sia il modo di far lavorare un galantuomo?

Io lo affido anche al grande cuore di Mons. Baldelli della P.C.A. Il rag. Romano abbisogna di tutto.

Interveniamo prima che sia troppo tardi.

BENIGNO

26 giugno 1949


domenica, giugno 07, 2026

L'appuntamento della carità

Un ricordo turbava i sonni del Padre Oreste Cerri, già cappellano militare, quando, tornato dopo l’ultima atroce guerra nel Varesotto, risentiva l’angosciosa supplica raccolta dalle labbra dei morenti sui campi di battaglia:

«Padre, Le raccomando i miei bambini!».

Più angosciosa diventava la preghiera se gli accadeva, per avventura, d’incontrarsi in uno di quei bimbi orfani, vittime innocenti della guerra, abbandonati per le strade, rimasti soli a lottare con la vita. E così, ogni volta che apriva un giornale, dove in cronache drammatiche o in commoventi vicende apparivano come protagonisti questi relitti di umanità, egli ricordava quella promessa. Aveva promesso, aveva dovuto promettere ai moribondi, ed ora l’assillava l’inderogabile imperativo di mantenere.

Sor­se così nel 1946, senza mezzi, senza programma, tra innumerevoli difficoltà, in una vecchia baracca militare, che a mala pena poteva ospitare i primi dieci bambini, la Casa dell’Orfano di Vergiate (Varese) — c.c.p. 18/32321.

Nel 1947 le prime sei stanze in muratura permisero di portare a venticinque il numero dei ricoverati, che andò sempre aumentando con la costruzione di un nuovo edificio, resa possibile per il largo credito concesso dalle ditte fornitrici e per la collaborazione degli stessi piccoli ospiti.

Ed ora?

«Si pensi — scrive Padre Cerri — che ben sei milioni di spese restano ancora da pagare, mentre si tratta di nutrire, vestire, istruire ben cinquanta bambini, giunti alla Casa col solo fardello delle loro sventure e per i quali non resta che la speranza nella solidarietà umana».

Non solo; sapeste quante piccole mani bussano alla porta, quante piccole bocche attendono di essere sfamate e implorano di entrare a far parte della famiglia! Ma per portare a termine la sua missione, Padre Cerri ha bisogno ancora di locali, arredi, servizi, materiale didattico, vestiario.

Egli rivolge un accorato appello alla generosità di quanti vorranno aiutarlo.

Accetta tutto, anche indumenti e mobili usati, biancheria, letti, utensili domestici. A proposito di letti, chi desidera onorare la memoria di un congiunto caduto in guerra può richiedere, mediante offerta, che venga intitolata al suo nome un’aula o un letto.

Siamo intesi: Padre Cerri aspetta...

BENIGNO

19 giugno 1949

domenica, maggio 31, 2026

L'appuntamento della carità

Cari amici, questa è vicenda che ho vissuto e sto vivendo io stesso. E voi potete fare a meno di domandarvi se l’appuntamento abbia veramente il volto angoscioso della verità o se qualche pietoso parroco, commosso da tanti spettacoli di incolmabile miseria, abbia «caricato» le tinte per raggiungere il benefico scopo.

Un sardo, un fierissimo sardo, rude come una tanca e incrollabile come un nuraghe, tutto fuoco e tutto gelo, a seconda che ami o che non ami, se ne andò volontario in Africa, ai tempi della riconquista della Libia, allora consentita ed oggi contesa alla gente nostra, ricca soltanto di cuore e di braccia.

Se ne andò felice di fare un po’ di largo alla Patria che adora e fece tutto il suo dovere, il che è più arduo, talvolta, dello stesso eroismo.

Una notte di battaglia la sua mitragliatrice scoppiò e una fiammata lo investì. Credette lì per lì di essere diventato cieco; ma dopo mesi durissimi di ospedale e di tormenti la vista, lentissimamente, tornò e, con la vista, la speranza.

Fedele a tutta prova alla sua missione di soldato, come sanno essere i sardi, tale rimase per lungo tempo, logorandosi di non poter più battersi in linea, dove si era meritato il segno del valore.

Congedato dopo aver servito «con fedeltà e onore» (oh, ambito certificato d’un’epoca di galantuomini!), si sposò con una brava figliola del suo paese, che presto gli diede due figli; due candidati alla fame.

Fece il falegname, il manovale, l’uomo di fatica, il rivendugliolo. Impoverito anche nella vista, vede sempre con terrore avvicinarsi la sera. (Quante volte l’ho incontrato per via, disperato di non poter continuare da solo il cammino, e l’ho accompagnato fino a casa!).

Attualmente è disoccupato da oltre un anno ed è ridotto in condizioni pietose. Frattanto, costretta dal bisogno, la famiglia si è disgregata, dispersa. Un bambino è in Sardegna presso un parente; la moglie è al servizio in una famiglia che ospita anche l’altro figliuolo.

Lui — SALVATORE COGHE, Via Santa Maura 72, scala B, int. 8 - Roma — si sfama, quando ne ha la possibilità, con le minestre dei reduci.

Così la Patria ricompensa il valore e il sacrificio dei suoi figli?

So che il più delle volte non è la Patria ad essere ingrata, ma gli uomini, gli eventi; e so pure che Coghe farebbe il più umile dei servizi per ricostruire la sua famigliola, per vivere con la sua sposa e i suoi piccoli.

Chi vorrà aiutarlo?

Chi non sa che Gesù — membro Egli stesso della Sacra Famiglia — volle consacrata al Suo nome questa cellula vitale dell’umano consorzio?

Amici, bisogna trovare pane e lavoro a questo soldato fedele e soccorrerlo, intanto, come il Signore vi ispira.

Darete una grande consolazione a

BENIGNO

domenica, maggio 24, 2026

L'appuntamento della carità

Un altro caro fratello nostro, ben noto ai lettori, GIUSEPPE D’ADDARIO (Via Sennino, 132-a - Bari) mi scrive:

«Lo faccia un nuovo appuntamento, caro Benigno: glielo domando un po’ per me, ma soprattutto per la mia povera madre.

Lei non può immaginare che tragedia, che calvario è la nostra vita. La mamma è tanto malata: per la magrezza dovuta alle lunghe e continue privazioni s’è tutta curvata su di un fianco. Dall’anno scorso ha avuto diversi spurghi di sangue.

Povera mamma mia, che triste vecchiaia le è riservata, dopo tutta una vita dedicata alla famiglia! E quanti dolori! La morte di mio fratello maggiore (già dottore in medicina) ed ora dover assistere al mio calvario, oltre a sopportare tante sue pene.

Di me non Le parlo. Solo Le dico che il mio corpo non ha più un’oncia di carne. La mia pelle, per l’assoluta mancanza di grassi, è diventata come una suola. Ho il corpo e le gambe martoriate dalle punture delle siringhe che devo fare anche da solo...».

Ora io mi domando come le autorità di Bari possano permettere che un giovane finisca di consunzione con la sua vecchia madre senza che si provveda a sollevarlo da tanta miseria.

Mi domando come quella tale Banca presso la quale, da valido, egli prestò l’opera sua, possa rimanere indifferente dinanzi al quadro angoscioso di questo dipendente che, abbandonato da tutti, muore d’inedia mentre avrebbe bisogno di cure, supernutrizione, conforto di ogni genere.

Che Iddio mi perdoni, ma i più prossimi a lui come possono vivere in pace? E, in verità, chi può augurar loro la pace cristiana quando dimostrano tanta durezza di cuore?

I miei lettori han risposto e risponderanno ancora, sono certo; ma situazioni come questa non si risolvono con i palliativi. Si muova, si muova chi deve, prima che sia troppo tardi, prima che una povera vecchia madre, esaurita ogni speranza, si penta di aver dato la vita — il più alto dono di Dio — a un infelice.

POSTA DI BENIGNO

Assicuro al ring. CARLO NOCELLI (Collegio Don Bosco - Varazze) che le lire 1000 (quota di novembre) sono state spedite al rag. Giuseppe Romano (Via Baglivo Uries, 42 - Napoli) e il foglio è stato trasmesso alla P.C.A. tramite il nostro Direttore. Quanto alla proposta, è inattuabile. Mi salterebbero addosso a migliaia!

GIOVANNI DELL’ISOLA (Vietri sul Mare) ringrazia tutti i benefattori noti ed ignoti che gli permetteranno di acquistare altra streptomicina per il figlio. Ma ne occorrono ancora 100 grammi! Come si fa?

SIMONETTI BRUNA (Piazza Cocomeri, 4 - Lucca), il caso del rag. Romano è veramente pietoso e controllatissimo. Se Lei potrà fare qualcosa per trovargli lavoro sarà davvero benemerita. Chi non ambirebbe avere alle proprie dipendenze un galantuomo con quella scrittura che sembra stampa?

OLGA ZAMPA (Via Garibaldi, 8 - Valdagno). La ringrazio per quanto ha fatto e promette di fare per il rag. Romano, uno dei casi più pietosi fra i pietosi. Certa indifferenza e incomprensione mi ha fatto andare fuor dei gangheri.

MASSA (Apuania). — Ricevuto e spedito fin dal 17 al rag. Giuseppe Romano.

*** N. N. da Lecco. — Ricevuto lettera e soldi.

*** N. N. da Reggio Emilia. — Le 700 lire sono state spedite al rag. Romano.

domenica, maggio 17, 2026

L'appuntamento della carità

 APPUNTAMENTO DELLA CARITÀ


Acquaviva Platani (Caltanissetta), 22 gennaio 1949

Caro Benigno,

c’è al mio paese un mendicante, certo Totò Sapia — Acquaviva Platani (Caltanissetta), Via Garibaldi, 107 — che strappa le lacrime a vederlo: vermis et non homo. Avrà 25 anni.

Affetto da paralisi infantile, ha le gambe e il braccio sinistro atrofizzati. È storpio, non può reggersi in piedi e cammina strisciando, aiutandosi faticosamente con la destra. Stracciato, infangato, percorre come un serpente le vie erte e pietrose e ogni domenica attende alla porta della chiesa la carità dei fedeli.

È tanto buono. Bisogna vederlo pregare e accostarsi alla S. Comunione con un sorriso che lo illumina e fa tremare di commozione. Ha una matrigna mezzo scema e un padre poverissimo, e per giunta ubriacone.

Ho scritto, ho parlato ad amici per farlo ricoverare. Sarà possibile? Se qualche anima buona volesse aiutarlo, non farebbe opera santa e altamente umanitaria? Penso che Gesù ne sarà contento.

Prof. GIANNI GIANNINO

Castellammare di Stabia, 25 gennaio 1949


Carissimo Benigno,

un mio fratello ha un figlio di 15 anni che fa il ginnasio presso i Padri Passionisti a Calvi Risorta (Caserta) e, trovandosi come me disoccupato, non può pagare la retta mensile.

È venuto più d’una volta nella decisione di riprendere il ragazzo, ma poi, visto che è studioso e — come dicono i Padri — dimostra veramente di avere la vocazione, ha sempre rimandato. Senonché, se entro il corrente mese (!) non farà pervenire l’occorrente per un vestito nuovo, l’Istituto si vedrà costretto a rimandarlo, non potendo provvedere a tutto.

Vedi tu... Si tratta di non fare andare perduta una vocazione, ed io credo che anche questa è carità, anzi quella che maggiormente il Signore compenserà.

Il ragazzo si chiama:

ANDREA SCAFARTO
Scuola Apostolica
Calvi Risorta (Caserta)

NICOLA SCARFATO

Via Privata 25


Commenti? Superflui.

Dissertare sulla molta messe e sui pochi operai? I miei amici guardino le date delle due lettere: sono più eloquenti di qualsiasi monito.

N.B. — Corrado Genovesi da Pachino ringrazia tutti i benefattori che, anche dalla Svizzera, hanno risposto al suo appello.

Il parroco Sabato M. Corvino (Casa della Carità per i poveri vecchierelli), Siano (Salerno), mi comunica che ogni martedì fa celebrare una Messa secondo le intenzioni dei benefattori e li benedice.

domenica, maggio 10, 2026

L'appuntamento della carità

Non posso seguire un turno in questi fecondi appuntamenti, ma una precedenza di gravità. E la lotta con lo spazio mi obbliga a tenere spesso il broncio al direttore, che non sa proprio dove trovarlo. Mai come in questa mia vicenda di… soccorritore lo spazio mi è sembrato più despota. Chi attende, dunque, mi perdoni se il cuore non regge al pensiero di chi, morente, invoca l’aiuto dei fratelli in questo mondo in cui la dilagante genìa degli «indifferenti» (ah, personaggi di non troppo noto romanzo di Alberto Moravia!) fa più male, talvolta, che non la stessa criminalità.

Ecco due casi confermati da parroci e constatati de visu:

1.
Il giovane Dell’Isola Giovanni, Vietri sul Mare (Salerno), via C. Colombo 15, trovasi affetto dalla più grave malattia, senza poterla curare. Egli, nel maggio 1947, subì l’asportazione di un rene; però la ferita non si è rimarginata, dando luogo alla formazione di una fistola nella regione renale destra, con pregressa nefrectomia per T.B.C.

Le condizioni dell’infermo sono gravi; tuttavia il male potrebbe essere superato mercé il rapido impiego della streptomicina, cui la famiglia del degente non può far fronte. Si è bussato a varie porte, ricavandone poco o nulla. Il malefico bacillo, intanto, continua inesorabile il suo deleterio cammino, rendendo sempre più atroci le sofferenze fisiche e morali della povera vittima.

Domenico Gargano, Segretario         
Sezione D.C. - Vietri sul Mare

2.
«Mi occorrerebbero dai 20 ai 30 grammi di streptomicina, ma non ho un soldo e la mia famiglia langue nella miseria. Avrei anche bisogno di scarpe, vestito e biancheria personale, ma devo rinunciare a tutto. Non ho trovato finora nessuna anima buona che si sia commossa, all’infuori di lei. Poveri noi T.B.C.! Vogliono la nostra fine per forza. Ma il Signore vede e sono sicuro che non mi abbandonerà. Sia benedetto chi mi porgerà la mano».

Roberto Bonfiglioli    
Ospedale dei Cappuccini - Volterra (Pisa)

3.
Scrivo a nome di Anna Maria Duranti, di anni 4, affetta da grave rachitismo e priva della protezione e dell’aiuto del padre; sostentata solo dal lavoro della mamma, troppo povera per avere la possibilità di comprare le scarpe ortopediche prescritte, data la deformazione delle ossa.

La povera madre lavora da mattina a sera, adattandosi alle fatiche più pesanti pur di provvedere ai numerosi medicinali e al vitto della sua bambina; ma di fronte a questa enorme spesa è avvilita, non sopportando il pensiero che la piccola sarà zoppa a causa della miseria che la priva di questo indispensabile rimedio.

Duranti Anna Maria  
Piazza di Spagna, 35 – Roma 
(presso Bianchi, portineria)

 

Si può resistere a queste grida di dolore?

N.B. — Farà opera santa chi potrà trovare una qualsiasi occupazione a Umberto Perelli, Civitaretenga (L’Aquila). Ha sofferto tutto: un’odissea da romanzo — guerra, ferite, congelamento, deportazione, fame. Possiede licenza industriale e ottime referenze. Padre morto; madre pressoché settantenne, inferma e quasi cieca, non può più attendere al suo mestiere di sarta.

Segnalo agli amici di Roma l’aggiustatore meccanico di precisione (sa fare tutto!) Lucido Giacomo, sfollato presso la Scuola Armando Diaz, via Acireale 14 - Roma (e non a Lequile, come fu erroneamente indicato). Ha subito gravi operazioni. Ora sta bene, ma non ha di che sfamare i suoi piccoli.

Attendo con ansia di conoscere che il bravo e onesto operaio è stato occupato.

BENIGNO

29 maggio 1949

domenica, maggio 03, 2026

L'appuntamento della carità

Ariano Irpino, 4 febbraio 1949

Sig. Benigno,

tra il bianco e il gelo della neve — siamo su un valico appenninico ad oltre 800 metri — abbiamo esequiato la salma di Lorenzo Miedico, muratore di 45 anni. Dopo cinque settimane di broncopolmonite, seguita da tifo, finito in peritonite con perforazione, egli lascia nella più cruda indigenza (miseria nera!) la vedova Maria Sciarriulo fu Francesco (Via Nazionale 36, Ariano Irpino - Avellino), con una nidiata di otto figli in tenera età, dalle due ventenni a Crescenzio, di un anno e mezzo.

Si pensi: tutte le volte che sono entrato in quel terraneo, diviso da un tramezzo, in parte occupato da una scala per il passaggio dei padroni di casa, illuminato da acetilene, ho costantemente osservato gli ultimi quattro piccoli stretti attorno a una brace semispenta, le ginocchia coperte da uno straccio destinato a mantenere quel poco di tepore, ma più ancora a sostituire scarpe, calze e calzoncini letteralmente assenti! Per tale ragione anche i più grandi non frequentavano la scuola, non venivano in chiesa e rinunciavano perfino alla minestra che avrebbero potuto trovare presso l’E.C.A. o il refettorio del Papa.

Il Direttore della locale clinica chirurgica, impietosito della situazione, nella estrema e debolissima speranza che restava, si offrì con assoluto disinteresse per l’intervento del caso. Il bravo Lorenzo lasciò fare. Aveva ricevuto Gesù-Viatico «con tutto il cuore», come «il primo Medico e la prima Medicina». Relativamente al corso del male aveva concluso: «Come vuole Lui!».

E Lui ha voluto che Lorenzo Gli andasse incontro, dopo aver compiuto un sacrificio tanto grande.

La situazione che ne deriva è di quelle che scandalizzano farisei e semicredenti: come la si può definire una cosa giusta?

Giusta non è, se dovesse durare così per colpa di noi tutti. La nostra scarsa, distratta e ristretta carità si dava forse una scusa fino a ieri: «Hanno un papà che lavora…». Oggi non più.

Prima della deposizione al tumulo, parroco e parrocchiani presenti hanno preso solenne impegno di considerare come parte integrante della propria famiglia i nove orfani (ivi compresa la vedova, che lo stesso giorno ha visto morire anche la povera madre sua!). Si farà di tutto per dare lavoro onorato ai grandi, ricovero educativo ai piccoli (anche questo non sarà senza strazio della mamma, che vorrebbe averli tutti e sempre con sé), un tetto non indegno di esseri umani. Oggi stesso sono stati fatti in tal senso i primi passi. Ma dai primi agli ultimi e definitivi spesso corrono mesi, e talora anni. È quanto si vorrebbe evitare anche con il concorso degli assidui ai tuoi «Appuntamenti».

Il «grazie» per l’efficacia dei tuoi «appuntamenti». Per il miglior benessere di quanti vi rispondono invocheranno il Cielo, oltre ai nove beneficati, i piccoli dell’asilo e della parrocchia.

Sac. Guido Casullo, prevosto 
Ariano Irpino (Avellino)

 

Reverendo Casullo, c’è un suo collega — il sacerdote Nicola Guglielmi, in Sannicandro di Bari — che accoglierebbe con gioia qualcuno dei ragazzi del povero Lorenzo Miedico. Gli scriva subito e prenda accordi.

No, Reverendo, la situazione derivata da «quella» morte non si può definire, dal punto di vista umano, una cosa giusta: essa è tale da scandalizzare farisei e miscredenti, i quali sogghignano… oh, lo so bene! Ma come possiamo noi pretendere di «misurare» i disegni di Dio? Giudicare noi, limitati come siamo nel tempo e nello spazio, l’Infinito? È duro, lo so, piegare il capo, pronunciare il fiat, ma i santi ci insegnano che nella Sua volontà è la Vita.

Quanto a colmare l’attesa fra i primi e gli ultimi passi, già sento battere il cuore dei miei lettori, i quali penseranno a dare anche la risposta a farisei e… titubanti.

BENIGNO

 

22 maggio 1949

domenica, aprile 26, 2026

L'appuntamento della carità

Fra i molti, troppi casi pietosi che attendono nella mia cartella degli appunti, ho scelto quelli disperati e mi son detto se non fosse il caso di farla in barba allo spazio tiranno, riunendoli in sintesi concrete. Sono così affiorate miserie che non danno requie a chi, come me, vorrebbe strafare e non può offrire che preghiere.

C’è chi sta morendo perché non può curarsi. Vi sono innocenti bambini, anche deformi, che vivono di elemosina. Ascoltiamoli:


«Sono affetto da grave forma di tubercolosi polmonare contratta durante il servizio militare. Ho moglie, anche lei in cattive condizioni di salute, e due bambini, uno di sei, l’altro di quattro anni. Non percepisco sussidi di nessun genere ed i miei piccoli sono costretti a bussare alla porta altrui per vivere. Vuoi venire incontro alla miseria dei miei figli?»

ZANNONI DOMENICO          
Padiglione 4°  
Ospedale S. Martino - Genova


«Mi trovo in sanatorio — scrive Vittorio Gozzolino al parroco Don Antonio Rossi di Terzigno, che mi ha girato la richiesta — in condizioni gravissime. Dato che Lei ha molte conoscenze, veda se Le è possibile farmi recapitare il “Pas Morgan” che l’ospedale non ha».

GOZZOLINO VITTORIO          
III Divisione - Reparto Cicconardi      
Ospedale Caldarelli - Napoli

E per oggi basta.

Cristo vi ha parlato per bocca dei suoi prediletti — i poverelli — dalle case del dolore: mette il vostro cuore alla prova del fuoco. Ma quanti, ma quanti aspettano il loro turno! Faremo in tempo a fermare quella Signora che dall’uomo è detta la Morte?

Dia chi può, generosamente. Saprà un giorno, «quel» giorno, che ha dato per l’anima sua.

BENIGNO

8 maggio 1949

domenica, aprile 19, 2026

Nostra morte

Nulla di più sereno e drammatico a un tempo.Il compagno morto, coperto da una di quelle coltri crociate che si usano nelle chiese nella Settimana di Passione; il mio letto diviso dal suo da un tramezzo rosso; la finestra aperta al sole di primavera.

Fuori un gorgheggio d’uccelli, una canzone di giovinezza, un motivo d’ocarina, i latrati lamentosi dei cani della clinica torturati da atroci incisioni. E dappertutto la presenza tranquilla di una morte ariosa, fatta di luce, di sorrisi, di gaudio, di perdono. Se fosse stato il mio turno, non mi sarei quasi accorto del trapasso, o sarei stato contento.

Strano vecchio. Il volto somigliava a quello di un frate esumato; i cerchietti d’oro alle orecchie gli conferivano un aspetto quasi di santità. Era rassegnato a morire, perché non aveva mai chiesto nulla alla vita, e poche ore prima l’avevo sentito mormorare le sue preghiere.

Mi aveva narrato la sua sventura con estrema semplicità.

Da Villa Santa Lucia era partito un mattino all’alba per la sede della «Fondiaria», dovendo effettuare il pagamento delle tasse, e il colpo omicida, sparatogli da una siepe, l’aveva steso a mezza strada.

Nel delirio ricostruiva la scena selvaggia, ripetendo le parole di rampogna che gli erano uscite di bocca cadendo, serene e ammonitrici come quelle di Cristo ai suoi nemici:

«Perché mi avete sparato? Che male vi ho fatto? Non avete sbagliato il colpo?».

Sì, forse avevano sbagliato. Come Cristo, egli non aveva peccati.

«Che male vi ho fatto? Siete venuti nella mia casa e v’ho accolti col bicchiere colmo, accanto al fuoco. Avevo una botte alta sette cubiti e l’ho aperta per voi. Ognuno che entrava dalla mia porta ne usciva con un po’ di pane del mio forno, un po’ di farina della mia madia».

C’era qualcosa di solenne, di patriarcale in queste scene che io mi ricostruivo davanti alla vittima dell’odio anonimo: qualcosa di primordiale che mi accostava alla divina e umana realtà del mio sogno — tornare alle cose semplici, tornare alle opere buone, perdonare finalmente a chi ci offende, porgere l’altra guancia a chi ci percuote.

«Non per nulla, vecchio mio, la mia carne doveva soffrire nell’angustia di questo ospedale!».

Sentivo adesso la sua voce parlarmi così da presso che mi pareva giacessimo nello stesso letto, abolito ogni privilegio ed ogni comune miseria, soppresso ogni orgoglio, divinamente poveri e straricchi come il poeta di «Sora Acqua» e di «Frate Sole».

«Perché mi avete teso l’agguato? Ho aperto il solco conducendo fin tre paia di buoi; ho sparso il seme col ventilabro più capace; ho dato l’unico figlio alla guerra che Iddio non volle; ho mietuto dall’alba al tramonto fino a temere di non poter più rialzare la fronte, come fossi piegato in due. Quando stringevo la mano all’amico dovevo porgerle entrambe per sentirne il tepore, tanto la mia destra era callosa».

Ma forse non era soltanto rassegnato. Era stanco del suo caparbio lavoro, stanco per sé e per tutti gli avi, e sapeva che morire è riposarsi per sempre, rinascere nella vita eterna.

«Hanno arrestato un uomo: quegli che — si dice — m’abbia appostato. Io non l’ho visto e non posso accusarlo, e seppure…».

Non era delirio, era amore. E queste parole così traducevo per l’anima mia assetata:

«Non so chi m’abbia colpito, e mi duole, perché vorrei perdonargli. Se colui odia, vuol dire che più d’ogni altro abbisogna di misericordia».

Chi era? Un atomo disperso, un frammento incalcolabile dell’universo, un brandello d’umanità sanguinante, vittima del grande peccato originario — come me, come tanti che non vogliono ricordare che la vita terrena è soltanto un attimo d’eternità e che la morte può ricondurci sulla via maestra, se abbiamo camminato bene.

BENIGNO ASSUNTI


27 ottobre 1946


mercoledì, aprile 15, 2026

Il ramo d’ulivo

Siamo tornati alla vita passando sotto festoni di crisantemi lanciati fra un orizzonte e l’altro sopra campi sterminati di croci anonime. Qualcuno, fra noi, stampellando; altri torcendo le labbra a un sorriso diaccio, per smorzare il grido della carne piagata; i più sani marciando col passo dei fratelli ghermiti per aiutarli a salire le strade della montagna.

Nessuno ci ha preceduto — nessuno ci ha seguito — nessuno è venuto a incontrarci.

Abbiamo camminato sempre col cuore accelerato, senza fermarci mai. Abbiamo bevuto dentro le mani fangose l’acqua dei dossi verdastri, ci siamo spalmate le carni di un sole ardente, scoprendo le piaghe perché si scaldassero meglio.

Quelli tra noi che hanno gli occhi bendati e stroncate le braccia, si son fatti strappare dal compagno la benda per sentire il tepore sulle palpebre fredde e illuminarsene l’anima. Marciando coi piedi nella polvere e il capo assolato, la schiena premuta dal fagottino della biancheria e il fianco dal tascapane imbottito, ci siamo narrate le gesta:

«Eravamo rimasti io e lui nella caverna arroventata: il croato ferito dai nostri “lanciafiamme”, io dai suoi compagni d’agguato; lui colpito alla spalla da una pugnalata, io al fianco dalla mitragliatrice dell’imboccatura. Bruciavo dalla sete e facevo sforzi che mi spellavano la ferita per districare la cinghia della borraccia rimasta sotto il fianco sano. Il croato, che doveva crepar di sete anche lui, mi si avvicinò e mi fece intendere che mi avrebbe aiutato. Non soffriva. Certo aveva finto di morire perché lo risparmiassero. Districò il groviglio con disinvoltura, mi tolse la cinghia dal collo e, sordo alle mie urla d’assetato, “toccò il fondo” con avidità, fulminandomi con gli occhi iniettati d’odio e ridendo della mia impotenza. Poi si levò per andarsene e con forza mi scagliò addosso la borraccia. Sentii un gran male alle tempie e non vidi più...

Mi riebbi all’ospedale col fianco e la testa fasciati e gli occhi gonfi di terrore...

Pure, nelle azioni precedenti, quando si facevano prigionieri, avevo ricercato nelle loro file quelli che gli ufficiali miei chiamavano “jugoslavi” e con amore avevo spartito il mio sigaro e il mio pane. Gli ufficiali mi avevano insegnato ad amarli come popoli schiavi che volevano conquistarsi la libertà col nostro aiuto!».

Ognuno raccontò le sue vicende di guerra, marciando: anche quelli senz’occhi, premendo il gomito scarnito sul fianco del commilitone.

Le strade si allargavano adesso verso orizzonti più vasti. Qualcuno confuse il cielo di quel limite col mare del suo paese. Qualcuno scambiò un campanile con la guglia della sua «Piazza Maggiore» e si fermò ad ascoltare il canto delle monache lavandaie sotto un convento al limite della provincia alpina.

Quelli che ci incontravano si voltavano appena a guardare: carovanieri alpini o fluviali con gli occhi invasi da verdeggianti deserti e da campi di cielo stellato.

Uno dei nostri — il più sano — si fermò oltre un monte sventrato puntando il cielo:

«Questo è l’azzurro d’Italia». Non disse altro.

Era vero.

Lo avremmo riconosciuto fra una gamma di celeste, fra tutti i toni dell’azzurro. Era quello. Nessun altro gli somigliava.

L’avevamo tante volte toccato con la fronte salendo le cime più alte e i roccioni più vertiginosi. L’avevamo respirato tante volte aggrappandoci agli orli tremendi con mani d’artiglio. L’avevamo bevuto a sorsi sui picchi sverginati e mai c’era sembrato così pulito, così vergine come adesso che ci si spalancava sulla pianura infinita, fitta di case cittadine e villerecce.

Era quello l’azzurro “abitato”, l’azzurro che s’empiva di stelle così da inebriare gli specchi di tutti i paesi, ma solo per il paese d’Italia serbava intatta la veste del mattino intessuta da un reggimento d’arcangeli: l’azzurro che pareva ordito coi manti delle madonne più bionde, l’azzurro della patria era quello. Come non ce ne eravamo accorti prima?

Contro quel cristallo purissimo di cupola favolosa la terra sembrava riflettere il suo volto benefico, la sua anima turgida d’amore.

- Ecco, qui verranno a incontrarci!

I campanili rovesciavano le campane sulle piazze e sulle vie. Le finestre si guarnivano di verde, i tetti si coprivano d’oro, gli alberi offrivano bomboniere succulente, il vento svolgeva un disco di canzone frondosa. Uno scoppio di trombe riempiva le strade di fragore. Sui davanzali tornavano a sbattere i tricolori. Sulle terrazze tornavano a sventolare i fazzoletti dell’addio:

È l’ora delle mandolinate

a ritmo di bandiere

Tutti i treni del mondo a sportelli spalancati.

Tutti gli oceani solcati da strade maestre.

E i davanzali sanno di mammelle

e le soglie di piedi nudi

e i letti di bucato.

Tutte le case odorano d’aprile.

***

Sì, quelli dei borghi e dei casolari, i figli umili e grandi della vanga e della terra incinta, del bosco e dell’aia, dell’orto e del vigneto, si sono variati di cuore, al ritorno, baciando le guance carnose della donna amata e il tricolore appeso alla finestra paesana.

Forse per quell’attimo d’apoteosi il loro cuore d’artiere potrà dimenticare. Forse, entrando nelle case, loro stessi avranno appeso sotto la volta il ramo d’ulivo benedetto dal dio sterminatore. E verranno a patti, anche, perché nessuno strappi alla volta il simbolo divino.

A noi nessuno è venuto incontro.

Abbiamo passato la porta della città addormentata guardandoci le mani piccole e crudeli «vogliose di balocchi mortali» e più d’uno ha rimpianto la bomboniera thévenot e il pugnale affilato.

Entrando a casa abbiamo spezzato il ramo che mani fraterne avevano appeso alla cornice del letto.

Ci hanno guardato tremando.

Staccata la pistola dalla cintura, gli occhi hanno brillato di gioia guerriera. Dentro la canna c’erano ancora riflessi d’assalto e brividi di carne colpita in pieno.

«Glorioso sfiancato contadino, bruciato dall’arsura nella caverna alpigiana, tu dimentica, figlio del solco. Noi odieremo per te religiosamente il predone che t’assetò, l’odieremo fino alla danza del viatico per la salvezza del nostro cielo ordito coi manti delle madonne più bionde: fino a quando ognuno avrà la sua casa sotto il suo azzurro, lambita dal suo fedelissimo mare».

La nostra passione non ha potuto ardere nel cuore della folla, non ha potuto offrirsi sul tripode umano come il grano d’incenso o la foglia dell’oliveto.

L’aroma della resina e dell’olivo è ancora in noi sigillato nella fiala d’acciaio che ci siamo costruita lassù. E non ce la lasceremo frodare.

Partimmo col grido dell’odio sgorgato dalla gola della folla plaudente e torniamo con quel grido a stento rappreso fra le labbra insanguinate: un grido che somiglia stranamente a quello delle veneziane stuprate.

Nulla è cambiato di là del mare conteso. C’è chi s’è calata la maschera perché non riconoscessimo lo stupratore? Fa nulla. Lo abbiamo riconosciuto.

C’è da strappare quella maschera obliqua, c’è da lavar meglio una piaga marcata.

La mascherata dei domino gialli e dei domino neri s’indugia negli angiporti in attesa della «Danza del viatico» e insozza le nostre fontane e ci avvelena l’aria.

 

Auro d’Alba

(Il Popolo d’Italia, 12 febbraio 1919)

 

Il ramo d’ulivo esce il 12 febbraio 1919, in un momento di eccezionale tensione del primo dopoguerra italiano. Il conflitto si è concluso da pochi mesi ma il ritorno dei combattenti non coincide affatto con una pacificazione morale e civile. Al contrario, molti reduci avvertono uno scarto doloroso fra il sacrificio vissuto al fronte e la tiepida, talora distratta, accoglienza della società civile.

Il brano riflette inoltre il particolare profilo del suo autore. Auro d’Alba, già vicino al Futurismo prima del conflitto, combatté nella Grande Guerra come bersagliere, ottenendo una medaglia d’argento e una croce di guerra. L’esperienza del fronte segnò in modo profondo la sua scrittura. Il ramo d’ulivo appare così come un testo di soglia: da una parte conserva il pathos memoriale del combattente, dall’altra trasforma già l’esperienza della guerra in un dispositivo polemico e ideologico, in cui il reduce è presentato come depositario di una verità che la società del dopoguerra non sa o non vuole riconoscere.

Particolarmente significativo, in questo senso, è il gesto simbolico che dà titolo al pezzo: il ramo d’ulivo, tradizionale emblema di pace e riconciliazione, viene spezzato all’ingresso nella casa. Il rientro non scioglie l’esperienza della guerra ma la prolunga interiormente e politicamente. Per questo il testo non va letto soltanto come pagina di prosa lirica o come semplice memoriale: esso partecipa già di quel clima di nazionalismo e di sacralizzazione del conflitto che avrebbe alimentato nuovi linguaggi della mobilitazione politica. Il passaggio dalla sofferenza del reduce a una vera e propria “religione dell’odio” costituisce, da questo punto di vista, il nucleo storico più rivelatore del brano.

All’inizio domina il tema del ritorno dei reduci. Non c’è il trionfo ma una processione sofferente: uomini che avanzano fra croci anonime, stampelle, piaghe, fasciature. Il ritorno alla vita non è una rinascita serena ma un’uscita dal regno dei morti. L’immagine dei “festoni di crisantemi” lo dice subito: il passaggio dei soldati è quasi un attraversamento di cimiteri.

Immediatamente dopo emerge un secondo motivo decisivo: la solitudine del reduce. “Nessuno ci ha preceduto… nessuno è venuto a incontrarci.” Questa insistenza su “nessuno” è cruciale. Il reduce si sente abbandonato. Ha combattuto per la patria ma la patria concreta non lo accoglie. Da qui nasce una frattura: il ritorno non coincide con la pace, bensì con un senso di estraneità. Il soldato non rientra davvero nella vita comune: ne resta separato.

La sezione centrale del brano insiste sulla fisicità della guerra. Non è una guerra astratta o eroica in senso classico. È sete, ferita, sole sulle piaghe, fatica del camminare, corpi strappati. Anche il racconto del “croato” è significativo: non è solo un episodio di crudeltà individuale ma un piccolo dramma esemplare in cui il nemico appare come traditore, disumano, capace di negare perfino l’acqua a un ferito. Il particolare dei “jugoslavi”, che l’io narrante aveva imparato ad amare come popoli oppressi, rende il tradimento ancora più forte: il soldato dice di aver creduto a una fraternità possibile ma l’esperienza della guerra l’ha spezzata. Il risultato è una disillusione feroce.

Qui il brano compie un passaggio decisivo: dall’esperienza personale si scivola verso la generalizzazione ideologica. Il nemico non è più solo l’uomo della caverna; diventa un’intera presenza ostile, subdola, persistente. È il meccanismo tipico di molta letteratura nazionalista del dopoguerra: il trauma individuale viene trasformato in giustificazione morale dell’astio collettivo.

Molto bella, sul piano strettamente letterario, è la pagina sull’“azzurro d’Italia”. Uno dei soldati riconosce il cielo della patria e da quel momento il brano si innalza quasi in una sorta di estasi lirica. Il cielo italiano viene presentato come unico, inconfondibile, quasi sacro. Non è più solo un dato naturale: diventa un’epifania nazionale. L’azzurro è “abitato”, intessuto di angeli, vicino ai manti delle Madonne. Qui patria, religione e paesaggio si fondono. È una sacralizzazione della nazione: l’Italia non è semplicemente il paese di origine ma un’entità benedetta, distinta, quasi celeste.

Questo punto è centrale, perché spiega anche la violenza successiva. Se la patria è sacralizzata, allora il nemico non è solo un avversario politico o militare: diventa un profanatore. Per questo nel finale ricorrono immagini di contaminazione: fontane insozzate, aria avvelenata, maschere che si aggirano nei vicoli. Il lessico non è quello della semplice ostilità; è quello dell’impurità, dell’infezione, della minaccia nascosta.

C’è poi un passaggio molto interessante sul fantasma dell’accoglienza. I soldati immaginano campane, tricolori, terrazze, fazzoletti, case che odorano d’aprile. È quasi una visione di festa patriottica e popolare. Ma è una fantasia. Subito dopo arriva la smentita: “A noi nessuno è venuto incontro.” Questo contrasto è potentissimo. Prima l’aspettativa di apoteosi, poi il vuoto. Qui il brano tocca un nervo profondo del primo dopoguerra italiano: il sentimento che il sacrificio dei combattenti non sia stato veramente riconosciuto. In forma letteraria, è molto vicino al clima culturale della “vittoria mutilata” e del reducismo che alimentò vari nazionalismi del dopoguerra.

Da quel momento il testo si incupisce ancora di più. Il reduce non ritrova la pace domestica: entrando in casa, spezza il ramo d’ulivo. È un gesto simbolico fortissimo. L’ulivo è pace, riconciliazione, benedizione. Spezzarlo significa rifiutare la pacificazione. Il ritorno non guarisce il soldato; anzi, lo conferma nel proprio stato di guerra interiore. È come se dicesse: non posso accettare che la vita civile cancelli ciò che ho visto e sofferto.

Il passo successivo è il più inquietante. Il testo formula apertamente una sorta di religione dell’odio: “Noi odieremo per te religiosamente il predone...”. Qui l’odio non è più una passione spontanea ma un compito quasi sacro. La guerra genera un’etica rovesciata: non il perdono ma la fedeltà alla ferita; non la riconciliazione ma la custodia del rancore come missione. È questo, forse, il punto moralmente e politicamente più rivelatore dell’intero brano. Il dolore autentico del reduce viene piegato verso una nuova legittimazione dell’azione.

Anche l’ultima parte va letta in questa luce. I “domino gialli e neri” richiamano molto probabilmente i colori asburgici e quindi la presenza del vecchio nemico austro-ungarico, evocato come figura mascherata, clandestina, inquinante. In termini di significato, il nemico non sarebbe mai davvero sparito: si aggirerebbe ancora nei vicoli, pronto a riprendere la sua opera, sporcando le fontane e avvelenando l’aria, cioè corrompendo la vita nazionale dall’interno.

In questa tensione irrisolta fra ritorno e mancata riconciliazione, Il ramo d’ulivo si impone come una testimonianza esemplare del periodo appena succesivo alla Grande Guerra ed non illumina soltanto il percorso individuale di Auro d’Alba ma aiuta anche a comprendere una più ampia traiettoria storica: quella di un momento storico in cui il trauma del conflitto, il risentimento dei reduci e la sacralizzazione della patria prepararono il terreno ai linguaggi, ai miti e alle passioni politiche che avrebbero accompagnato l’avvento del fascismo.

domenica, aprile 12, 2026

L'appuntamento della carità

Caro Benigno,

credo che additare all’uomo esempi di vita vissuta e consumata cristianamente, in modo eroico, valga molto più di ragionamenti teologici e filosofici. Per questo, con il solo ideale di poter fare un poco di bene a qualcuno, narro per le tue colonne la vita e la morte di mio padre, tanto intimo della tua grande famiglia di lettori.

Si spegneva a 64 anni, la sera del 3 gennaio 1949, Speme Salvatore, ex guardia municipale e custode di un villino di nobile famiglia. Soffriva da anni pene grandi, addirittura ineffabili negli ultimi mesi: un cumulo di malattie, l’una più spaventosa dell’altra, ne ha consumato l’esistenza: scompenso cardio-renale progressivo, catarro bronchiale cronico, prostata con conseguente impedimento urinario, per cui era costretto a tenere il catetere in permanenza, e altri mali minori quasi a contorno. Fu due volte, per dodici mesi complessivi, in ospedale per operazione di epicistite, senza alcun risultato; ultimamente fu operato di ascesso per iniezione mal fatta. Un attacco finale di uremia, per disfunzionamento totale dei reni, lo ha condotto alla tomba.

In mezzo a così gravi mali, costretto continuamente a letto, non ha mai cacciato un lamento, non si è mai infastidito; ha conservato sempre una calma eroica, sciogliendo inni di fede e di grazie alla volontà di Dio e alla divina Provvidenza, tanto più ardenti quanto più incrudelivano i mali. Questa eroicità nel saper soffrire, soprattutto per non infastidire chi lo curava — la moglie e l’unico figlio —, e la sua stessa morte, che fu più un dormire che un morire, hanno meravigliato tutti: i medici curanti, gli infermieri, lo stesso sacerdote Don Giovanni Bandino, cappellano di ospedale.

Fino a pochi giorni prima di morire soffriva cantando; era la sua passione il canto della migliore lirica italiana e il canto sacro. Ma la più vera e alta passione era vivere integralmente il cristianesimo. Finché ha potuto, ogni mattina si è trascinato all’alba alla vicina cappella dell’Istituto Maria Ausiliatrice per servire la Santa Messa e comunicarsi. Comunicarsi e recitare il Rosario era il suo conforto, anche costretto a letto e fino nell’estrema agonia.

La notizia della morte meravigliò tutti. Nessuno poteva immaginare che morisse un uomo che non diceva mai di soffrire, che non accusava dolori, che scherzava e cantava. Ma appena si sparse la notizia fu un esercito di accattoni e di poverelli a venirlo a visitare. Erano i suoi veri amici.

Eppure egli era povero: pativa spesso la fame e non pochi benefattori hanno dovuto pensare alle esequie. Era povero, eppure beneficiava numerose istituzioni caritative: a venticinque di queste si è dovuta comunicare la sua morte. Era povero, eppure alla sua porta hanno ogni giorno bussato i poveri e sempre hanno ricevuto qualcosa. Quando non aveva letteralmente nulla, si mortificava e chiedeva scusa agli accattoni.

Quando il villino fu occupato dalle truppe americane, egli fu minacciato di licenziamento dal posto di custode perché entrava troppa gente “sospetta”. Erano i suoi poveri, che non lo hanno mai lasciato e che, con il loro pianto, gli hanno fatto la più bella corona.

Gli stessi proprietari del villino — eredi di una nobiltà boriosa e altera — lo maltrattarono quando, infermo, non poteva più esercitare la custodia, lo licenziarono e non lo retribuirono negli ultimi mesi; ma si inginocchiarono attorno alla sua salma e pregarono.

Grande dolore gli fu il non poter vedere l’unico suo figlio, Andrea, sacerdote. Ma anche questo sacrificio lo offrì con gioia al Signore. Ed ora quel figlio, a sedici mesi dal sacerdozio, ha giurato sul suo sepolcro che vorrà essere l’apostolo della sofferenza e della povertà.

Accolito Speme          
Seminario Arcivescovile di Napoli

 

Questo è un appuntamento per tutti.          
Sono stato in forse se segnalare questa morte bella, che ha il volto di Cristo, nell’atmosfera della Pasqua santa, o dare la precedenza ai tanti casi pietosi che attendono. Ma la carità è come una grande sinfonia, sinfonia d’amore, il più alto amore che mente umana possa concepire e cuore cristiano sentire. E le grandi sinfonie hanno bisogno di un intermezzo: un poco di tregua, di respiro, per alimentarsi e… spiccare altri voli: vero, amici lettori?

Eccoti dunque accontentato, fratello Andrea Speme. Questa vita e questa morte serviranno d’esempio; e se sono servite intanto a farti giurare che sarai l’apostolo della carità, benedette le sofferenze che accompagnarono il transito di tuo padre! Un altro “pazzo di Cristo” si è schierato alla destra di Dio.

BENIGNO

 

1 maggio 1949

venerdì, aprile 03, 2026

domenica, marzo 29, 2026

L'appuntamento della carità

NAPOLI, 16-1-’49

Caro Benigno,

scusami del tu cristiano e della carta… non epistolare.

Vivacemente, cristianamente ti prego di interessarti al caso pietosissimo di un ragioniere, epurato per motivi politici, oggi misero e derelitto. Ripudiato dalla vita civile dopo gli avvenimenti dell’aprile 1945, attende ogni giorno il pane per sé, sua moglie e i bambini. Religioso, pieno di fede, accetta in pudico silenzio la sua miseria.

Nulla più in suppellettili in casa. Nulla, alla lettera. Una pia suora, piangendo, mi ha raccontato il fatto. Io non posso proprio nulla; tanto è vero che ho scritto al Santo Padre per un impiego per me. Tuttavia cercherò di fare quel che posso, memore di ciò che sulla carità dice Sant’Agostino, come tu hai stampato sull’«Osservatore» domenicale.

Ha bisogno di tutto: medicine, viveri, denaro, biancheria. Prima di ridursi così ha venduto tutto per non disturbare nessuno.

«Dice San Carlo Borromeo che la migliore carità è quella di far lavorare».

Fa’ qualcosa di duraturo, continuativo per lui. Segnalalo alla Pontificia Commissione di Assistenza. «Inizia una sottoscrizione». Insomma, quel poverino attende qualcosa che lo sfami e gli dia un po’ di pace.

L’indirizzo è:

Rag. Giuseppe Romano         
Vico Baglivo Uries, 42 – Napoli.

Tanti ringraziamenti e saluti in Corde Jesu dal tuo fedele «osservatorista»

PIETRO IMPERIO       
Via Canale a Montecalvario, 42 – Napoli.

 

Questa supplica è regolarmente corredata dal certificato del parroco Antonio Stella (Parrocchia S. Giorgio dei Genovesi) e mi ha fatto ricordare il «qui si parrà la tua nobilitate» di dantesca memoria, che giro senz’altro agli amici lettori.

Ho già detto che la carità cristiana non ha mai chiesto al fratello la tessera o la razza. Dovrei anzi esprimere più ampiamente un mio modesto avviso in merito a «quegli» avvenimenti.

Oggi è estremamente pericoloso indagare sul colore e sui distintivi portati all’occhiello. Quel che conta è la buona fede. Comunque, da tempo m’interessa sapere se si tratta di galantuomini o di ribaldi.

Che ne dite, amici?

Giuseppe Romano è un galantuomo e perciò merita il vostro aiuto. Se poi la P. C. A. vuole intervenire, meglio ancora.

Amici di Napoli, nessuno di voi può offrire direttamente o indirettamente lavoro al povero diseredato? Coraggio! Sarebbe una gran gioia per me sapere un giorno che il fratello Romano ha trovato da sistemarsi.

Mi darete questa consolazione?

Io di duraturo non so offrire che le mie preghiere. La lettera, come vedete, è di vecchia data, e il caso è urgente.

BENIGNO

N.B. — Segnalo inoltre a chi ha la possibilità di sistemarlo Lucidi Giacomo, attualmente sfollato presso la Scuola Armando Diaz (Via Acireale, 14 – Lequile, Lecce) dopo una dolorosa odissea.

Si tratta di un aggiustatore meccanico di precisione, già in servizio nella Direzione di Artiglieria di Tripoli.

3 aprile 1949

domenica, marzo 22, 2026

L'appuntamento della carità

Da Vittoria (Sicilia), 18 dic. 1948

A Benigno dell’Osservatore Romano della Domenica.

Ora ho addensato le mie energie, lasciatemi libere dall’estenuante lavoro scolastico, in una popolazione studentesca tralignata, per far prosperare l’Istituto di cui v’è il titolo in questi fogli.

(Si tratta dell’«Istituto Cuore Immacolato di Maria per l’assistenza ai fanciulli della strada», Vittoria – Sicilia – Via Garibaldi, 273).

Una singolare giovane Suora, d’alta cultura e prodigiosa missionaria — Suor Maria Liliana Toselli, milanese, Madre Generale e fondatrice di una Congregazione d’Azione Cattolica — nel suo mirabile slancio di carità vuole dotare Vittoria di un Istituto atto ad elevare, con puri e generosi concetti cristiani e sociali, i fanciulli del popolo — tristemente travolto dall’indigenza e dalla semplicità — ed anche i fanciulli della classe media che abbiano più penosamente risentito quel collasso morale del dopoguerra, delle carenze fisiologiche determinate da privazioni e da povertà, e soprattutto dal turbamento spirituale e politico che sconvolge l’anima nazionale.

Attorno a questa mirabile Suora ci siamo serrati in gruppo volonteroso formando un Comitato organizzatore per appoggiare fervidamente la sua iniziativa.

Disponiamo già di un piccolo edificio antico, che dovrà divenire il nucleo dell’Istituto di assistenza pratica e spirituale.

Ci adoperiamo con ogni slancio fraterno, pietoso ed ansioso di bene per procacciare appoggi, aiuti, concorsi e solidarietà generosa e fidente.

A questo fine, a nome del Comitato, Le faccio istanza onde voglia concedere il Suo prezioso appoggio per dischiuderci e propiziarci concorsi e contributi tangibili di Enti, Ministeri, Opere caritative nazionali e straniere — specie di contributi parrocchiali di cattolici esteri — affinché il nostro compito arduo e massiccio possa ricevere un impulso rasserenante, largo, fraternamente gioioso.

Le nostre referenze si possono assumere presso S. E. l’Arcivescovo di Siracusa ed anche presso il Vicario Foraneo, Arciprete di Vittoria, R.mo Raffaele Cassibba.

La coadiutrice segretaria      
NERINA VICH

 

Oltre che rivolgermi al cuore degli amici lettori, richiamo l’attenzione particolare di quegli Enti nominati dall’ottima coadiutrice, che hanno il dovere di aiutare il nascente Istituto di Suor Maria Liliana Toselli, cui vanno indirizzate le offerte.

Bonificare l’infanzia — d’anima e di corpo — equivale a rinnovare l’umanità.

Il sogno è grandioso. Io non dubito che l’appello trovi buon terreno di semina e di fioritura.

BENIGNO

 

30 marzo 1949

domenica, marzo 15, 2026

L'appuntamento della carità

Caro Benigno,

ieri mi ha scritto da Pachino un mio conoscente: un giovane operaio che verso la fine del ’46 ha avuto un infortunio sul lavoro cadendo dal ponte di una casa in costruzione; ne uscì con una gamba malconcia.

In un primo tempo fu ricoverato all’ospedale civile di Siracusa. Dopo quattro mesi ne è uscito senza alcun miglioramento. In passato ha fatto anche delle cure, ma ora mi informa che le sue condizioni non migliorano; anzi, da cinque mesi è a letto perché non ha potuto fare la cura necessaria per mancanza di mezzi.

L’I.N.A.I.L. avrebbe potuto provvedere a tutto, ma non era assicurato e qualsiasi domanda di assistenza gli viene respinta. Così, nonché curarsi, non può sfamarsi neppure.

Intanto ha bisogno di streptomicina, calcio, vitamine e altro; deve invece assistere — impotente — a un lento processo di decalcificazione e di progressivo indebolimento, tanto da ridursi nel fondo di un letto.

È sposato con due figli in tenera età e con una sorella a carico. Si chiama GENOVESI CORRADO, abitante in Pachino (Siracusa), in via dei Medici, 16.

N.B. — Io che scrivo mi trovo in Seminario a Siracusa, alunno del terzo corso di teologia: mi è quindi impossibile, almeno per il momento, inviarLe la testimonianza del parroco che si trova a Pachino. Se vuole avere la bontà di crederci ugualmente e farne un «Appuntamento», gliene sarò grato, e molto più il beneficato, che potrà essere sollevato un poco dal suo dolore e dalla sua miseria.

Nel libro Sacerdoti e laici nel secolo XX del dott. Bruers ho letto questa frase, a proposito della carità:
«Iddio ha posto fra Sé e noi i poveri, per fare di noi dei beneficati».

Non so se la citazione sia esatta; ad ogni modo è sempre vero che chi dà riceve sempre, se non altro la gioia di avere aiutato un fratello (che non è un beneficio da poco). Lo dica ai lettori dei Suoi «Appuntamenti».

Accolito Giovanni Accetta

 

Caro Accetta,

come vedi io lo dico; ma tu mettimi in grado di raccomandare, con l’appoggio dei parroci, i casi davvero pietosi come questo dell’operaio Genovesi, che i buoni si faranno in quattro per sollevare dal suo letto di dolore.

Perché i nostri lettori, fedeli alla dottrina del Maestro, non chiederanno mai ai lavoratori che si valgono di queste colonne la tessera o la razza, ma un fiore meraviglioso che odora di paradiso, un fiore da cogliere nei giardini della carità e offrire al Dio Crocifisso.

Bruers se ne intende.

Stai certo dunque che Corrado Genovesi riceverà, attraverso i fratelli ignoti e lontani, la visita di Gesù. Io conosco il cuore dei miei lettori.


BENIGNO

13 marzo 1949

sabato, marzo 14, 2026

Buon compleanno ad Auro d'Alba, qui ritratto da Ivo Pannaggi su L'Almanacco Enciclopedico del Popolo d'Italia, 1928.



 

domenica, marzo 08, 2026

L'appuntamento della carità

È arrivato all’amministrazione del giornale, a mezzo c.c.p., un versamento di L. 5256, accompagnato dalla seguente causale: «Abbiamo letto sull’“Osservatore Romano della Domenica” n. 51 il pietoso caso dell’amico D'Addario. Con fraterno e cristiano affetto inviamo questa piccola somma unita alla assicurazione delle nostre preghiere per lo sventurato amico. »

p. Un piccolo gruppo di operaie Lessonesi – Zoccola Giannina vedova Grosso, Lessona Biellese.

Amici, sarò un sentimentalone impenitente (e Dio mi mantenga tale), ma questa breve nota, stilata alla buona, col cuore in mano, alla vigilia dell’Epifania, vale per me — e deve valere per tutti i fratelli in Cristo — come un inno sacro o una preghiera.

Ho ricostruito con l’immaginazione la scena ed ho visto Giannina correre di qua e di là per lo stabilimento col nostro giornale, e mostrarlo alle amiche buone. Certo, una giovinezza inerte come quella del povero D’Addario, con la vecchia mamma malata a carico, costretto a vivere nel fondo di un lettuccio misero, senza possibilità di curarsi, deve aver fatto battere di pietà il cuore generoso delle operaie di Cristo, le quali sanno che Marta fece bene, sì, ad occuparsi delle faccende di casa, ma meglio fece Maria, che non perse una parola del Maestro, feconda di Grazia. Fece meglio Maria, ché non è da credere, come credono molti, che trascurasse le cose di questo mondo. Gli è che di fronte alla presenza di Gesù ebbe così fine intuito da rimandarne il disbrigo. E il Maestro la lodò, mentre rimproverò dolcemente Marta.

Le brave operaie lessonesi han fatto qualcosa di più; hanno ascoltato le parole del Cristo: «Beati i misericordiosi» mentre accudivano al quotidiano lavoro, perché sanno che il lavoro eseguito in purità di spirito diventa preghiera: e la preghiera, a sua volta, è sempre ricca di opere di bene.

Ho pensato che un filo invisibile, un filo che parte dal dogma della «Comunione dei Santi» può completare il quadro evangelico di questa carità esercitata fra poveri, e però più che mai bene accetta al Signore.

Amici, ricordiamo ogni sera nelle nostre preghiere il piccolo gruppo delle operaie lessonesi perché siano di monito ed esempio ad eventuali «compagne» fuorviate.

«Ora et labora»: è questo un appuntamento cui presiede Gesù.

Tre avvertimenti:

  1. Gli amici lettori non mi addolorino chiedendomi... la luna, cioè la sistemazione di operai o intellettuali disoccupati.
  2. I beneficati ringrazino direttamente i benefattori. Fa sempre piacere sapere che all’appuntamento — ci si è effettivamente trovati in due.
  3. «Repetita iuvant»: spedire sempre le offerte direttamente ai fratelli da beneficare.

 

BENIGNO

27 febbraio 1949