Visualizzazione post con etichetta Gulisano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gulisano. Mostra tutti i post

lunedì, dicembre 26, 2022

Almeno per un giorno, lasciamoci cullare da Dickens e dal suo “Canto di Natale”

La cultura dominante non sopporta il Natale, e non è difficile comprenderne i motivi: si celebra la nascita di Gesù, il Figlio di Dio che viene nel mondo per salvarci dal male. Ciò è evidentemente insopportabile per chi non vuole riconoscere l’esistenza del problema del male e tanto meno che Dio possa essere la risposta. Il Natale viene dunque avversato in molti modi, e dopo gli episodi degli scorsi anni di avversione manifesta, con divieto di Presepi e benedizioni, ora questa cultura si è fatta più furba: non l’eliminazione del Presepe, ma la sua manipolazione, realizzando delle parodie di presepi. Per non dire degli altri Natali, quelli consumistici, che ormai da anni ci tediano con lustrini televisivi e proposte per gli acquisti.

Insomma, lo abbiamo capito, il Natale deve essere svuotato della sua ricchezza spirituale e deve essere visto – anche per non offendere chi cristiano non è – solo come una sorta di festa della bontà. A Natale si è tutti più buoni, no? In realtà si è solo un po’ più buonisti, e quindi ipocriti. Come celebrare la Bontà vera, dunque? In particolare, se uno – nonostante tutto – proprio non è cristiano. Un modo c’è. C’è un Natale autentico, laico ma non laicista, buono ma non buonista, ed è quello raccontato dal grande Charles Dickens.

Nelle programmazioni televisive ancora si può trovare qualche versione di un vero e proprio mito. C’è solo l’imbarazzo della scelta, poiché sono venti i film e cinquanta gli sceneggiati televisivi tratti dal meraviglioso Canto di Natale di Dickens. Un’opera che nel mondo anglosassone riveste un valore di riferimento archetipico, prima ancora che simbolico.

L’autore del Circolo Pickwick, di Oliver Twist e altri romanzi di grandissimo successo fu una delle voci più significative dell’epoca vittoriana, la voce della coscienza profonda dell’Inghilterra tetra, cinica e industrializzata, che diede espressione ai drammi della gente comune più che alle glorie imperiali. Dickens era figlio di una famiglia povera e schiacciata dai debiti, costretto a lavorare in fabbrica fin da ragazzo per sopravvivere e mantenere la famiglia.

La sensibilità non comune al lacerante dramma della giovinezza violata, e la capacità altrettanto sorprendente di esporre tanto dolore mediante una scrittura snella e talora umoristica, consacrarono già la sua opera prima, Il circolo Pickwick, alla popolarità e al plauso di una società non meno schiacciata dal lavoro e dalla povertà.

Dickens realizzò, col Canto di Natale, un’opera piena di umanità e magia buona, che ne fa un piccolo capolavoro insuperato nel suo genere, un racconto scritto nell’inverno del 1843, con l’urgenza di inviare “qualcosa” all’editore, con poco tempo a disposizione, per poter trascorrere un Natale decente. Ne nacque un libro che scosse profondamente i lettori dell’Inghilterra industrializzata, impegnata a produrre con la maggior velocità possibile e che non aveva più il tempo né la voglia di entusiasmarsi per una festività, quella del 25 dicembre, che non era in fondo niente più che un momento importante del tempo liturgico cattolico, nonché un giorno di sospensione per la catena di produzione.

Il Canto di Natale non è, come erroneamente molti pensano, un raccontino natalizio sentimentale e buonista, ma un’opera semplice e dotta allo stesso tempo, ricca di spunti e riferimenti, tratti tanto dalla Bibbia, quanto dall’Amleto, passando per la Divina Commedia.

Dickens in questo racconto inventò anche un’espressione destinata a diventare tradizionale: “Buon Natale”. Egli fu il primo ad accostare l’aggettivo “buono” alla parola “Natale” e di conseguenza è anche colui al quale il mondo deve l’augurio più famoso dell’anno.

Ma il Canto va ben al di là di un raccontino a lieto fine per divenire una parabola, un elogio e una sorta di vero e proprio manifesto programmatico del prendersi cura. Un racconto che diventa un viaggio quasi dantesco alla scoperta, o meglio alla riscoperta, del valore del tempo e dello spazio dedicato a se stessi e agli altri, mediante il viaggio, simbolico ed esemplare, di Ebenezer Scrooge, attraverso una serie di incontri visionari che ricordano, oltre al viaggio di Dante con la guida di Virgilio, anche l’incontro tra Amleto e lo spettro del padre. Analogamente a Shakespeare, Dickens, ovunque ma qui con molta più evidenza, fonde la visione con la realtà quotidiana e mescola, come il maestro, il registro tragico a quello fiabesco e a quello comico.

Non per niente tra le tante versioni cinematografiche del racconto quella che è forse la più bella è Canto di Natale di Topolino, realizzato nel 1983 dalla Disney, cartoni animati non digitali, magnifica fiaba natalizia, con protagonista uno straordinario Paperone (e d’altra parte Scrooge Mc Duck è il nome originario dato dagli autori Disney al papero avaro), in una rappresentazione davvero fedele a Dickens. Si potrebbe anzi dire che il cartone animato è il genere cinematografico più spirituale, fantasmatico, visto che può fare a meno anche della presenza corporea degli attori. Ed è sempre stato in grado di generare stupore, che è esattamente quello che voleva suscitare nei lettori Dickens. Canto di Natale è un itinerario fantastico alla riscoperta del significato della propria esistenza.

Il ricco avaro e misantropo Ebenezer Scrooge, nella sua Londra bancaria e usuraia, in un mondo borghese, dove ciò che conta sono solo gli affari e il profitto, per una notte lascia la sua City: gli viene offerta la possibilità di un viaggio, una straordinaria e terribile avventura: un itinerario nel proprio passato, prima, e poi nel proprio futuro, e quindi nel presente che sarà infine rigenerato. C’è un po’ di horror, di gotico, in questa storia, che si trasfigura poi nella dimensione del fiabesco, della fiaba buona. Scrooge l’avaro, l’anaffettivo insensibile al dolore degli altri, viene trasformato, e salvato.

È dunque una fiaba laica, perché non c’è Cristo, non c’è la Natività, la Sacra Famiglia, ma è un racconto esemplare di una nascita, anzi, di una rinascita. La storia di una salvezza. Ancora Chesterton diceva: “La più enorme e originale delle idee alla base dell’Incarnazione è che una buona volontà s’incarni; che venga, cioè, messa in un corpo. Un regalo di Dio che può essere visto e toccato: se l’epigramma del credo cristiano ha un punto essenziale è questo. Lo stesso Cristo è stato un regalo di Natale.”

Dickens ci offre dunque una fiaba che è una stupenda allegoria del Natale, della venuta del Salvatore come dono. Una allegoria che è molto meglio di tutti i tentativi di manipolazione ideologica, che il grande Chesterton aveva profeticamente previsto: “la moderna teologia proverà a convincerci che il Bambino di Betlemme è solo un’astrazione che rappresenta la totalità dei bambini, e la Madre di Nazareth solo un simbolo metafisico della maternità. La verità è un’altra: la narrazione della Natività ha un valore pienamente universale proprio perché riguarda una sola madre e un solo figlio, singoli e concreti. Infatti, se Betlemme non fosse particolare, non sarebbe popolare”. Sotto l’albero, la notte di Natale, rileggiamoci ancora una volta il Canto di Dickens.

Paolo Gulisano

mercoledì, aprile 08, 2020

Covid e cultura di morte



L’attuale pandemia di Covid-19 si sta rivelando come una straordinaria opportunità per la diffusione di una cultura di morte. Un’occasione colta si potrebbe dire a livello mondiale. Negli Stati Uniti, incomprensibilmente colti “di sorpresa” dall’arrivo del virus, diversi Stati hanno già annunciato che le cure per il Coronavirus non saranno accessibili a tutti, e a farne le spese saranno nei prossimi giorni anzitutto le persone disabili: in Tennessee ad essere escluse saranno le persone affette da atrofia muscolare spinale, mentre in Minnesota la gamma dei malati che non avranno il diritto ad un respiratore si allarga alle persone affette da malattie polmonari, da scompensi cardiaci e addirittura da cirrosi epatica a togliere ai pazienti affetti da Covid-19 il diritto a un respiratore. 

In altri Stati come New York, Michigan, Washington, Alabama, Utah, Colorado e Oregon, i medici devono valutare il livello di abilità fisica e intellettiva prima di intervenire, o meno, per salvare una vita. Il motivo di queste decisioni? Non ci sono mezzi e attrezzature per tutti. c’è da chiedersi come sia  possibile che gli Stati uniti, dopo aver assistito fin dai primi di gennaio al dilagare di questa pandemia, non si siano attrezzati adeguatamente aumentando la produzione di respiratori e di altri mezzi tecnici adatti, e predisponendo gli ospedali in modo di non far mancare l’assistenza ad alcun cittadino. 
Se da una parte sembra che quasi ogni Paese al mondo, con pochissime eccezioni, non avesse predisposto un valido Piano Pandemico nazionale, come suggerito fin dal 2009 dell’OMS, dall’altra non ci si è fatti trovare impreparati per quanto riguarda i provvedimenti eugenetici da applicare nei confronti delle persone più fragili, destinate ad essere le principali vittime della Pandemia. Vittime niente affatto inevitabili, perché tra coloro che sembrano non poter godere di un diritto all’assistenza, non figurano solo i grandi anziani, gli ottuagenari, ma anche persone più giovani che tuttavia possono essere “sacrificate”. 
Lo Stato dell’Alabama ha emanato delle direttive, un documento intitolato  è il caso più eclatante. Nel suo documento intitolato “Scarce Resource Management”, che prevede che i “disabili psichici sono candidati improbabili per il supporto alla respirazione”. Un modo elegante per dire che potrebbe esserci l’abbandono terapeutico- e quindi la morte- per disabili psichici, una classificazione in cui potrebbero rientrare moltissime persone, dai Down a persone con ritardi mentali. Un criterio eutanasico che ricorda i progetti nazisti di eliminazione degli “esseri inferiori”.                                                           
Anche in Europa la cultura della morte sta cercando di cogliere le opportunità offerte dall’epidemia di Covid-19: in Olanda al fine di evitare il sovraffollamento degli ospedali già visto in Italia e altri Paesi, le autorità sanitarie hanno dato disposizioni ai medici di base di contattare i loro assistiti anziani invitandoli ad esprimere le loro volontà anticipate di trattamento rispetto alle cure intensive. Si fa capire che devono optare se essere curati con i respiratori, oppure- nel caso prendano in considerazione il fatto che in fondo hanno vissuto abbastanza a lungo e che non ci sono risorse sufficienti per tutti, “spontaneamente” rinuncino a farsi curare e si facciano accompagnare dolcemente verso la morte.
C’è poi il caso dell’Italia, che non ha dichiarato apertamente le proprie intenzioni eugenetiche, ma dove le testimonianze che vengono dagli ospedali dicono di una pratica adottata fin dai primi giorni dell’epidemia: quella di non curare tutti, ma solo le persone al di sotto dei 75 anni. Gli ospedali, specie quelli del nord, sono arrivati nel giro di pochi giorni  al limite della possibilità di accoglienza, a causa del numero alto di casi e la scarsa disponibilità di posti di terapia intensiva.  Pertanto, è stato fatto intendere che queste morti – magari evitabili- erano necessarie per un “bene comune”. 
Forti dosi di nazionalismo, di presunto senso civico, hanno fatto in modo di rendere accettabile questa idea: un’eutanasia condizionata e motivata “socialmente”, per cui sarebbe sbagliato pretendere per sé il respiratore quando potrebbe servire a qualcuno con molti più anni di vita davanti. Ma non si tratta solo di respiratore, bensì anche di altre cure, sostituite dall’accompagnamento “compassionevole” alla morte. L’abbandono terapeutico, da atto immorale, diventa così un gesto di “generosità”, quasi un atto dovuto. Una realtà sulla quale è doveroso far luce.

Paolo Gulisano

lunedì, marzo 02, 2020

Dall’epidemia alla Cyberchiesa

Nei giorni scorsi, di fronte alle ordinanze ministeriali e prefettizie che vietavano manifestazioni pubbliche di vario tipo, comprese quelle definite “religiose”, i vescovi di quasi tutte le diocesi del Nord non hanno avuto dubbi: sospensione immediata e a tempo indeterminato delle Sante Messe, oltre che chiusure di oratori, annullamento di attività catechistiche, culturali, formative, ludiche. Una Chiesa in piena ritirata, dunque.  Prima di giungere alla serrata, alcuni pastori avevano già preso diverse decisioni di carattere igienico-sanitario: chi aveva disposto di non usare le acquasantiere, altri di prendere la comunione esclusivamente sulla mano.  Alla fine, la sospensione delle Messe, un fatto che non si era mai verificato, nemmeno durante le due guerre mondiali, nemmeno nelle ore più terribili della storia di questo Paese, in occasione di disastri, inondazioni, terremoti. La Chiesa è sempre stata vicina alla gente, a chi soffriva, a chi aveva bisogno di un conforto.  Magari non c’era la retorica della “Chiesa in uscita”, ma la Chiesa era sempre lì, china sulle ferite delle persone. Adesso invece l’“ospedale da campo”, come qualcuno ha voluto ridefinire la Chiesa, è deserto. Chiuso per profilassi igienico-sanitaria. Eppure, la Sposa di Cristo non ha mai avuto paura di virus e batteri: molti grandi santi del passato si prodigarono nell’assistere i malati, compresi quelli con malattie infettive molto più terribili dell’attuale virus polmonare.
Per la prossima domenica, che segna l’inizio della quaresima, l’arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini ha avuto un’idea: tutti a casa, al sicuro, lontani da quei luoghi di aggregazione che sono le chiese, desertificate per sicurezza mentre i supermercati e i centri commerciali traboccano di folla, e tutti davanti al televisore. L’arcivescovo successore di san Carlo Borromeo (che non aveva fatto mai mancare la sua presenza tra gli appestati) celebrerà da solo una Messa alle ore 11 che verrà trasmessa da Raitre. Tutti i fedeli della diocesi ambrosiana sono invitati a porsi alla visione del programma, espletando in tal modo l’obbligo liturgico domenicale.
Per certi versi, questa Messa unica per i cinque milioni di fedeli della grande arcidiocesi sembra aprire – magari involontariamente – prospettive e suggestioni che ci richiamano agli scenari distopici di un futuro prossimo venturo. In fondo, una Messa di questo tipo sarebbe una soluzione radicale al problema della carenza di sacerdoti, un vuoto che la parte più progressista della Chiesa pensava di poter colmare con la fine del celibato sacerdotale, con l’ordinazione di viri probati e con qualche altra trovata creativa che avrebbe dovuto essere introdotta dopo il sinodo amazzonico. Come sappiamo, anche grazie al provvidenziale libro scritto dal cardinale Sarah e da Benedetto XVI, il colpo di mano non è riuscito, e quindi per adesso l’idea di rimpolpare con questa modalità le magre fila del clero è stata messa da parte in attesa di tempi migliori (dal punto di vista progressista). E allora perché non percorrere altre vie? Le vie di una Chiesa virtuale, smaterializzata, da seguire in televisione oppure su tablet e smartphone. Un sacerdote solo, magari un vescovo, potrebbe essere sufficiente per migliaia di fedeli. Fantascienza? Forse. Però in questi giorni mi è tornato in mente un libro che ho letto anni fa. Il titolo è Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete. Autore: padre Antonio Spadaro S.J. Un libro intrigante, scritto da colui che un anno dopo sarebbe diventato uno dei più influenti consiglieri del nuovo pontefice e che in questa opera parla di motori di ricerca, smartphone, applicazioni, social network, insomma tutte le più recenti tecnologie digitali entrate prepotentemente nella nostra vita quotidiana. Il gesuita siciliano mette in evidenza che tutto ciò non deve essere visto solo come un insieme di strumenti esterni, da usare per semplificare la comunicazione e il rapporto con il mondo, ma anche come uno spazio antropologico nuovo in grado di cambiare il nostro modo di pensare, di conoscere la realtà e di intrattenere le relazioni umane. Ora, si chiede padre Spadaro, la rivoluzione digitale tocca in qualche modo la fede? Non si deve forse cominciare a riflettere su come il cristianesimo deve pensarsi e dirsi in questo nuovo paesaggio umano? Forse, risponde, è giunto il momento di considerare la possibilità di una “cyberteologia”, intesa come comprensione della fede al tempo della rete.
Per ora, con la Messa televisiva dell’arcivescovo Delpini, non siamo ancora entrati negli scenari futuribili prospettati da padre Spadaro. Siamo ancora a uno strumento ormai un po’ antiquato come la televisione generalista, dove la trasmissione della Messa domenicale è presente nei palinsesti da molti anni ed è pensata soprattutto per i malati, per coloro che non possono fisicamente presenziare alla liturgia. Uno strumento nazionalpopolare, lo stesso che per tanti anni ha portato nelle case la voce dei pontefici, i loro Angelus, le loro benedizioni natalizie e pasquali. Insomma, uno strumento benemerito, di supporto. Ora invece si intravede – e scusate se sembriamo pessimisti – l’ombra di un surrogato, di una sostituzione. Che potrebbe preludere alle cybernovità anticipate da Spadaro. Una Chiesa che al momento sembra essere passata dallo stato solido a quello liquido, e che in futuro potrebbe fare l’ulteriore evoluzione a quello aereo, gassoso.  Dove non c’è più comunità, con i fedeli atomizzati, chiusi nelle loro case o chini sui loro strumenti tecnologici, con adorazioni eucaristiche fatte grazie a YouTube e magari pure confessioni via WhatsApp, visto che in questi giorni si è saputo pure di confessionali chiusi, senza possibilità per i peccatori di confessarsi, nemmeno con mascherina e inondati di amuchina. Una Chiesa tutta messaggio e niente Presenza Reale. Una Chiesa senza sacramenti, che è un incubo peggiore di quello di qualunque virus.
Paolo Gulisano

lunedì, febbraio 17, 2020

Coronavirus, il vero problema è il regime cinese


Xi Jinping, con un proclama in stile maoista, annuncia la “guerra di popolo” al Coronavirus, per impressionare l’opinione pubblica internazionale. Le autorità cinesi tirano fuori che il contagio possa passare attraverso le banconote: roba da romanzi distopici. E che pure serve al Partito comunista, insieme ad altri artifici, per usare mezzi brutali. L’Occidente non ha nulla da eccepire?
Come sconfiggere il diffondersi costante dei casi di polmonite da Coronavirus? Il presidente cinese Xi Jinping non ha dubbi: con la guerra. Anzi: con la “guerra di popolo”. Sembra di essere tornati ai tempi dei proclami maoisti: il leader comunista cinese ha chiamato il Paese a una grande mobilitazione popolare, e ha messo in moto tutta la macchina dello Stato, da quella sanitaria a quella militare alle strutture del Partito Unico per sconfiggere la minaccia del virus.
Un’ostentazione muscolare diretta soprattutto ad impressionare l’opinione pubblica internazionale, che guarda con crescente preoccupazione ai numeri dei contagiati e soprattutto dei morti, in costante ascesa. Per ora, come sappiamo, i casi della nuova polmonite fuori dalla Cina restano sporadici, legati esclusivamente ai movimenti fuori dai confini di persone cinesi portatrici del virus.
Tuttavia, secondo le autorità cinesi, ci potrebbe essere una modalità di contagio che non prevede il contatto diretto tra persone: le banconote. Da parte del vicegovernatore della Banca Centrale, Fan Yifei, è stato annunciato che le banconote verranno messe in quarantena per 10-14 giorni e disinfettate: i biglietti saranno ripuliti con raggi ultravioletti e alte temperature e poi sigillati. Dopo il periodo di “quarantena”, la cui durata dipenderà dalla gravità dell’epidemia, i biglietti potranno essere rimessi in circolazione. Nel Paese, in molti già stanno optando per gli acquisti online.
Per molti aspetti, questa notizia è davvero interessante. Le banconote – che passano di mano in mano, e che possono effettivamente essere un ricettacolo di microrganismi – non sono mai state oggetto di attenzioni mediche e non sono mai state considerate un mezzo di trasmissione di malattie se non in un suggestivo romanzo di fantascienza dello scrittore americano Frank Herbert (autore del celebre Dune).
In questo romanzo, intitolato Il morbo bianco, uno scienziato americano di origine irlandese, John O’Neill, che ha visto la sua famiglia interamente uccisa in un attacco terroristico, decide di vendicarsi della folle crudeltà dell’umanità diffondendo un virus letale proprio attraverso delle banconote da lui contaminate. Un’idea terribilmente efficace, perché nulla circola diffusamente e rapidamente quanto le banconote. I cinesi ora sembrano prendere sul serio l’ipotesi contenuta in questo romanzo di fantascienza, ma gli esiti potrebbero essere altrettanto degni di scenari di narrativa distopica: un sequestro di massa di denaro, un controllo totale e assoluto delle spese e dei consumi attraverso la tracciabilità del denaro virtuale, e magari, con pretesti igienico-sanitari, l’eliminazione definitiva della valuta cartacea.
Anche questo potrebbe essere parte della cosiddetta “guerra” dichiarata al Coronavirus dal Partito e dallo Stato cinese. I mezzi che si stanno utilizzando, del resto, sono già molto drastici: l’intera provincia dell’Hubei, l’epicentro dell’epidemia, è stretta in una sacca controllata militarmente con l’uso della forza autorizzato e praticato nei confronti di chiunque vi si opponga.
I famosi ospedali costruiti nel giro di pochi giorni, di cui il regime si è vantato con il mondo (e qualcuno anche da noi ha pure espresso ammirazione per l’”efficienza cinese”), si stanno rivelando, grazie alle comunicazioni di osservatori neutrali, come qualcosa di tremendo, che fa impallidire il ricordo degli antichi lazzaretti degli appestati. Se infatti non è impossibile, grazie al lavoro quasi forzato di migliaia di lavoratori, realizzare in pochi giorni degli edifici, perché questi diventino ospedali occorre ben altro: attrezzature, apparecchiature mediche, e soprattutto personale medico e infermieristico a sua volta attrezzato. Tutto questo non è accaduto, e questi ospedali, secondo quanto segnala lo scienziato Steven Mosher – presidente del Population Research Institute, che sta tenendo monitorata con grande attenzione l’epidemia cinese – sono dei grandi depositi di ammalati sistemati su brandine.
In questo, dunque, consisterebbero le misure di isolamento atte a contenere l’epidemia: misure brutali, disumane. Motivate dalla pragmatica visione comunista del “bene collettivo” che prevale su quello individuale. Ciò spiegherebbe il perché dell’impennata della curva di mortalità degli ultimi giorni: non potendo in realtà vincere la “guerra” con mezzi farmaceutici per ora inefficaci, la soluzione è l’isolamento dei malati. Come si faceva in Europa, nel tanto vituperato Medioevo, con gli appestati.
L’Occidente non sembra aver nulla da eccepire nei confronti di queste misure coercitive: la paura che un virus – intorno al quale si sta costruendo un panico diffuso pur non sapendo ancora quanto contagioso possa essere, e con una mortalità che continua ad attestarsi sul 2% – possa diffondersi anche in Europa o in altri continenti, sembra far chiudere gli occhi su quello che il Partito Comunista cinese va praticando. La grande paura è che il virus non trovi ostacoli sul suo cammino.
Per questo l’opinione pubblica occidentale, pilotata da media compiacenti, sembra non preoccuparsi dei mezzi con i quali il regime cinese sta facendo la sua guerra al Coronavirus, pur di raggiungere il fine del successo. E tutto questo potrebbe anche rivelarsi una grande operazione propagandistica: la Cina mostrerà al mondo che è in grado di sconfiggere anche le più minacciose epidemie, e addirittura potrà vantarsi di aver vegliato efficacemente sulla sicurezza mondiale. Il regime comunista riceverà ringraziamenti e congratulazioni, e magari l’OMS proporrà il “modello cinese” come esempio da seguire. Altrove ci si compiacerà di successi collaterali, magari promettendo la realizzazione di vaccini che impediranno altre future paure.
Al di là di ipotesi, sospetti, congetture e scenari immaginari o, meglio, prossimi venturi, se – come probabile – questa epidemia si rivelerà di carattere stagionale, e cesserà con il rialzo delle temperature e l’avvento della primavera, resta il fatto che tutta l’operazione Coronavirus sta coinvolgendo ingentissime risorse economiche, scientifiche, umane. Risorse che sicuramente sarebbe meglio investire per prevenire e curare quelle epidemie che già esistono, che fanno ogni anno un numero impressionante e vergognoso di vittime, ma che non fanno notizia, che non sono sulle prime pagine, che non evocano scenari da fantascienza, ma che sono una tragica realtà per milioni di esseri umani sofferenti.
Le vere sfide per l’epidemiologia, per la medicina, non vengono dalle pandemie potenziali, ma da quelle attuali, che peraltro hanno alle spalle una lunga storia: sfide nuove e allo stesso tempo antiche, battaglie ancora non vinte, anche se avrebbero dovuto esserlo da tempo.
Paolo Gulisano

lunedì, febbraio 03, 2020

Coronavirus, la vera epidemia è di panico

11.000 morti per polmonite; 5.000 morti per complicazioni dell’influenza. È il bilancio dell’epidemia del Coronavirus cinese? No: è il quadro epidemiologico del nostro Paese. Ogni anno questo è il numero dei morti per queste due patologie. È un dato che dovrebbe far riflettere su quello che sta accadendo. L’epidemia che sta scoppiando  è infatti una epidemia da panico, da paura ingiustificata delle malattie infettive.
La nuova minaccia fantasma si chiama Coronavirus. Certo: come abbiamo già scritto i casi esistono, e per certi versi il loro numero crescente sta a significare che il sistema cinese di prevenzione non sta funzionando, esattamente come accadde nel 2003 con la SARS, come la NBQ ha ricordato negli scorsi giorni. La vicenda del Coronavirus sta mostrando quanto sia fragile il gigante cinese, quel modello fatto di un mix micidiale di Comunismo e Turbocapitalismo che tanto piace in Occidente, e persino nei Sacri Palazzi Vaticani. Esaltato fino a pochi giorni fa per i suoi risultati economici e per la sua potenza militare e politica, questo modello  si trova ora a fronteggiare con scarsa efficacia una epidemia che a causa degli spostamenti dei cittadini cinesi nel mondo si sta globalizzando.
Tuttavia parliamo di una malattia che ha un tasso di mortalità del 3%. Ciò significa che su 100 persone che si ammalano 97 guariscono senza problemi. Inoltre, i dati che cominciano ad essere accessibili, rivelano che i morti sono persone anziane, malati cronici, immunodepressi. Insomma, col nuovo Coronavirus sta accadendo la stessa cosa che avviene con i nostri virus influenzali. Tra parentesi, nei giorni scorsi veniva proprio annunciato come imminente il picco dell’epidemia influenzale in Italia. Ora non se ne parla più: tutta l’attenzione è monopolizzata dal pericolo giallo.
E sul fattore paura nascono e proliferano strane narrazioni. C’è chi ha parlato di numeri di morti altissimi e tenuti nascosti; chi di un microrganismo killer sfuggito ai laboratori militari preposti alla produzione di armi batteriologiche. Questa ipotesi è stata alimentata dalla presenza nei centri più colpiti di medici militari. In realtà è normale prassi del regime cinese intervenire con metodi tipici da regime dittatoriale, e non certo con gli specialisti e i protocolli tipici della Sanità occidentale. Ma anche queste centinaia di medici-soldati possono fare ben poco: mancano infatti tute protettive, occhiali di salvataggio, mascherine igieniche,  strumentazioni e test-kit per scoprire la malattia nelle decine di migliaia di pazienti che affollano i corridoi degli ospedali. 
La poca efficacia dipende anche dalla mancanza di informazioni e dal silenzio tenuto per troppo tempo prima di lanciare l'allarme. Secondo uno dei più autorevoli mezzi di informazione medica, il britannico The Lancet, i primi casi di coronavirus, ufficialmente denunciati il 31 dicembre, si sarebbero in realtà verificati dai primi di dicembre. 
Accanto a queste ipotesi di guerra batteriologica decisamente fantasiose, esistono poi prese di posizione che colgono l’occasione per fare sentire la loro voce. Tra questi il virologo del San Raffaele Roberto Burioni, il campione del "vacciniamo ad oltranza", che sostiene che ai dati che vengono dalla Cina devono essere aggiunti parecchi zeri. Per il professore insomma saremmo di fronte ad una emergenza sanitaria. Tuttavia, ha l’onestà e il realismo di dire che non c'è in vista alcun vaccino per il Coronavirus.
D’altra parte, pur essendo questi virus studiati da anni, e avendo avuto l’epidemia di SARS nel 2003, in tutti questi anni non si è arrivati a produrre alcun tipo di vaccino per alcun Coronavirus. Difficile quindi affermare che lo si possa fare oggi, magari nel giro di poche settimane. Eppure c’è chi lo fa, e queste intemerate di ricercatori possono portare su di loro l’attenzione dei media, o meglio ancora lucrosi finanziamenti e financo il rialzo dei titoli di borse di società quotate.
C’è poi chi ha buttato ulteriore benzina sul fuoco dell’allarmismo.  In una intervista rilasciata nei giorni scorsi, Walter Ricciardi, presidente della World Federation of Public Health Association (Wfpha), ed ex Direttore dell’Istituto Superiore di Sanità, carica dalla quale si era dimesso per protesta contro la presenza nel primo governo Conte di Matteo Salvini, ha dichiarato che l’Italia è una “bomba microbiologica”. 
Cosa farebbe del nostro Paese una realtà ad altissimo rischio epidemico, quali la stessa Cina o Paesi in via di sviluppo?  Secondo Ricciardi  i rischi che si paventano con la diffusione del coronavirus sono «piccole avvisaglie». Il vero problema è che «purtroppo, la mancanza di conoscenze scientifiche e di fiducia nei confronti della scienza e quindi dei vaccini sta determinando una grande vulnerabilità e il nostro Paese in questo contesto è uno dei più deboli». Una affermazione decisamente sorprendente.
Le coperture vaccinali italiane sono perfettamente in linea con quelle degli altri Paesi europei. Non si riscontrano focolai epidemici: l’andamento delle principali malattie infettive è normale. Perché allora cogliere l’occasione della paura del Coronavirus per lanciare questo tipo di messaggi allarmistici? E ancora: perché diffondere l’illusione della immediata realizzazione di un vaccino per un virus individuato da un mese, quando sappiamo bene che per preparare un vaccino servono molti anni di studi e ricerche, occorrono test  clinici in vitro o in vivo su animale e poi su uomo, e gli studi e i risultati poi vanno attentamente valutati? Infine, non si comprende perché quella della vaccinazione dovrebbe essere l’unica obbligata soluzione alle malattie infettive. E i farmaci antivirali? E le misure igieniche di isolamento, profilassi, e soprattutto di stili di vita sani? Perché trascurarli?

In sintesi:  non bisogna farsi condizionare dal Fattore P, il fattore paura, che magari è funzionale a distrarre l’opinione pubblica da quelli che sono i veri problemi, sanitari e non solo.  
Paolo Gulisano