lunedì, marzo 20, 2006

‘Ho comperato il kit’

Dalla newsletter di Stefano Borselli.


Che Corrado Augias informi i suoi lettori (La Repubblica 10.3.2006) dell'acquisto di un kit per l'eutanasia non fa specie; siamo abituati a confessioni-sfida sul darsi la morte (non remoto l'intervento di Franco Debenedetti sul Riformista del 8.10.2005). Gli argomenti di Augias vogliono comunque un commento.
La loro sequenza è quella consueta. Dal trauma della "infamia di una morte [altrui] troppo a lungo rimandata", alla richiesta per se stesso di morire con "dignità". Dall'esortazione a non temere la morte (purché non "lenta"), all'istanza duplice (e consuntiva) "di restare padroni di sé, di congedarsi dalla vita senza doversi vergognare". Partiamo dall'ultima notazione. Ha ricordato Martha Nussbaum nel bel saggio Nascondere l'umanità che stigmatizzazione e vergogna, nel loro legame con imbarazzo e umiliazione, convergono. Augias evidentemente pensa che la condizione di un malato devastato dal suo male porti in sé uno stigma. Quale? Certo, numerose culture hanno segnato la malattia come colpa. Ma non l'Occidente cristiano. Chi, anche solo "non potendo non dirsi cristiano", si china sulle piaghe altrui non intende rimuovere nell'altro la vergogna, ma si oppone a quel male e scruta nel soffrire, e nella deformazione patologica, l'altro per eccellenza e il mistero. Sempre. Anche il professionista ospedaliero più sperimentato e incallito.
In ogni malato può esservi vergogna per la propria dipendenza, per il proprio aspetto, per il peso ch'egli fa gravare sugli altri. Ma questo è vero per ogni condizione carente e patologica, e sappiamo di dover contrastare tale autostigmatizzazione. O forniremo un kit per l'eutanasia ad ogni essere umano che si "vergognerà" della propria impotenza?
La padronanza di sé c'entra poi veramente? In realtà colui che non è padrone di sé non si "vergognerà" del proprio stato e non avrà ragione di darsi la morte, né potrebbe. Il paradosso è che a predisporre gli strumenti della propria morte deve essere chi è (ancora) padrone di sé, per una fragile ragione: egli suppone che si vergognerà quando non lo sarà più. Ma o si darà la morte quando è ancora padrone di sé ? senza ragione dunque ? o assegnerà questo compito ad un altro. E l'altro ucciderà in lui un uomo che non prova "vergogna" per ciò che ha.
E che c'entra la morte la morte "veloce e imprevista"? Quella morte che molti si auspicano, Augias compreso, non esalta la padronanza di sé, semplicemente vi pone fine. Né potrò esibire alcuna padronanza di me dopo. Senza contare che alcune morti improvvise (molti desiderano di essere colti nel sonno) non sono per definizione un morire "nella padronanza" di se stessi. Contro l'opinione di Augias sta qui la vera paura della morte, nella speranza che morire della "morte meno attesa" ci impedirà di pensare alla morte e di prepararci a morire, come avviene quando la morte assume corpo e imminenza.
Ma non sono in gioco solo fallacie logiche. La condizione di prolungata sofferenza e di non padronanza di sé appare in Augias (e in ogni altra argomentazione simile) motivo di vergogna di e per quel sofferente, perché egli soffrirebbe "senza dignità". La dignità è associata così all'umanità integra, e quest'ultima non sarebbe altro che "il controllo di sé (…), la possibilità di comunicare con i nostri simili, quell'attività cerebrale anche minima (…)". Non so se Augias si renda conto di cosa afferma veramente. In sede civile egli certamente milita per la dignità e la vita di ogni essere umano non integro; eppure dichiara di non voler per sé la condizione senza dignità di un tale essere.
È in buona compagnia in questa contraddizione, ed è fatto sintomatico. La tutela pubblica dei carenti e dei sofferenti attraverso le leggi è, in effetti, una vernice che facilmente si scrosta quando ricopre esseri senza speranza o senza difesa; sotto il PC (il politicamente corretto, la sigla è di Eco) la vera concezione del patologico, quella conforme alla modernità pragmatista e sensista, è quella di una meno o non umanità. Non vorrei mai questo per me e mi premunisco, allora, di un kit da circa cento euro. Ma finirò col non volerlo neppure per gli altri, e non perché la loro dignità mi preoccupi (altrimenti la garantirei in quel vivente e non la proietterei, invano, in lui non più vivo), ma perché gli altri irreversibilmente sofferenti anticipano empaticamente in me l’Infermità. Le biopolitiche di tutela della salute sono infestate dalla buona morte. Ho scritto qualcosa 'sul far morire per limitare la nostra sofferenza' (attuale, di sani). Il titolo va integrato così: e sul preparare la nostra eutanasia per esorcizzare la paura; che, in profondità, è la paura dell'altro chino su di noi.
Curare la "vergogna" del malato con la sua morte è affidare la dignità alla “liquidità” di una condizione integra di rischiosa definizione. Non si dica che il kit sana l'irreparabile; nell'orizzonte senza criteri che si intravede dalle poche righe di Augias la soglia dell'irreparabile è alla nostra mercé. Il buon Samaritano viaggia qui sempre con il kit per l'eutanasia. Questo ossimoro, caro a chi si pensa "compassionevole", è l'icona della distruzione dei fondamenti (cristiani) della dignità. Per fortuna dell'uomo, non è cosa che siamo disposti ad accettare che avvenga.

Pietro De Marco