giovedì, giugno 12, 2008

In Irlanda c'è un mister No che minaccia di affondare l'Unione

Bruxelles. L’Unione europea è arrivata all’incognita paurosa, il referendum in Irlanda sul Trattato di Lisbona. Oggi l’Europa rischia la quinta bocciatura popolare della sua storia e sarebbe la più grave dopo i “no” di francesi e olandesi. Unico stato membro a ratificare con un referendum le miniriforme adottate un anno fa, l’Irlanda è il paese che più ha beneficiato della sua appartenenza al club: dal 1973, Dublino ha ricevuto 40 miliardi di euro di contributi netti da Bruxelles. La “tigre celtica” è la success story economica del Vecchio continente, con tassi di crescita sopra il 5 per cento dalla metà degli anni ‘90, standard di vita che hanno raggiunto e superato quelli dell’Europa occidentale e migliaia di imprese straniere attratte dalla flat tax al 12,5 per cento. Eppure, venerdì, un sondaggio dell’Irish Times ha predetto lo scenario più temuto da Bruxelles: i “no” in testa di cinque punti. Domenica, secondo il Sunday Business Post, il campo del “sì” è tornato in vantaggio, 42 a 39 per cento. Saranno gli incerti e il tasso di partecipazione a determinare il destino di riforme che coinvolgono 495 milioni di persone. “Il Piano B non c’è”, ha ricordato il presidente della commissione europea, José Manuel Barroso: Lisbona è già il “ripieghino” del trattato costituzionale. Sette anni di dibattiti e negoziati, le nuove istituzioni, il presidente stabile dell’Ue e la diplomazia comune potrebbero finire nel cestino.
Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, e la cancelliera tedesca, Angela Merkel, hanno annunciato una “iniziativa franco-tedesca” in caso di bocciatura di Lisbona. La Francia teme che un “no” dell’Irlanda blocchi i progetti della sua presidenza di turno. E’ impossibile rinegoziare il Trattato, perché il premier britannico, Gordon Brown, non ha intenzione di finire nel mirino della stampa euroscettica. E’improbabile ripetere la sceneggiatura del 2001 quando, contro tutte le previsioni, il 53,9 per cento degli irlandesi si pronunciò contro l’Ue. Allora l’orgoglio dell’Irlanda venne placato con un escamotage: un protocollo aggiuntivo al Trattato di Nizza per garantire la neutralità diplomatico-militare e gli elettori richiamati alle urne per votare “nel modo giusto”. Oggi come allora il campo del “no” è una coalizione eteroclita, apparentemente senza obiettivo comune. I cattolici pregano contro il Trattato di Lisbona perché rischierebbe di importare aborto e eutanasia. I nazionalisti del Sinn Fein votano “no” perché Dublino perderà peso a Bruxelles. I pacifisti lanciano nuovi allarmi sulle minacce europee alla neutralità militare irlandese. I sindacati contestano l’invasione di lavoratori arrivati dall’Est-europeo dopo l’allargamento. Gli agricoltori temono la liberalizzazione. I no-global dicono “no” all’Europa troppo liberale, alcuni imprenditori si oppongono all’Ue troppo poco liberale e molto burocratica.
Dublino e Bruxelles fanno tutto il possibile per scongiurare un’altra bocciatura. L’ex Taoiseach Bertie Ahern, primo ministro per oltre un decennio, si è dimesso il 7 maggio per evitare che uno scandalo di corruzione potesse catalizzare lo scontento popolare su Lisbona. Il nuovo Taoiseach, Brian Cowen, ha promesso agli agricoltori il veto a una liberalizzazione del settore. Il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, ha lanciato avvertimenti sulla “gigantesca incomprensione” che provocherebbe un “no” del popolo più sussidiato dall’Ue. La cancelliera Merkel si è impegnata personalmente nella campagna referendaria. La Commissione ha congelato tutti i dossier che rischiavano di influire sul voto. Negli ultimi giorni, l’eurocrazia ha offerto all’irlandese Mary Robinson di diventare presidente o ministra degli Esteri dell’Ue. Ma, nonostante il sostegno ufficiale dei grandi partiti, i sondaggi hanno mostrato una continua progressione del “no”. Complici il rischio di recessione globale (la disoccupazione è al 5,4 per cento, record dal 1999) e un misterioso “Mister No”: il miliardario, Declan Ganley, che ha finanziato la campagna contro l’Ue attraverso l’associazione Libertas. Nato a Londra 39 anni fa, Ganley ha fatto fortuna negli Stati Uniti con un’impresa di telecomunicazioni che ha contratti con il Pentagono. Vicino ai repubblicani e amico di Al Gore, è stato accusato di lavorare contro l’Ue per conto della Cia. Ma la sua forza è la debolezza stessa dell’Europa. Contrariamente al premier Cowen, che non ha letto il trattato “da cima a fondo”, Ganley è “The man who has read the Treaty”. “Vogliamo che l’Irlanda sia al cuore dell’Europa”, dice il nuovo simbolo dell’orgoglio irlandese, “ma vogliamo un’Europa democratica e responsabile e il Trattato di Lisbona è il contrario”.