lunedì, marzo 31, 2008




Elezioni 2008. Io sono qui. E tu dove sei?

giovedì, marzo 27, 2008

Incontro con gli elettori italiani a Dublino

Incontro con gli elettori italiani a Dublino.

Partecipano: Ronan Mullen, senatore irlandese, Franco Narducci, candidato del Partito Democratico alla Camera dei Deputati nella Ripartizione Europa e Raffaele Fantetti, candidato al Senato per il Popolo della Libertà nella Ripartizione Europa.
Modera: Angelo Bottone.

Mercoledi 2 Aprile h. 20.00
The Church
Café, Restaurant & Bar
Junction of Mary St. & Jervis St.
Dublin 1

Ingresso libero
Informazioni: www.irlandiani.com

domenica, marzo 23, 2008

Capelli spaccati in quattro

Tra i piccoli, e non molti, gioielli della biblioteca di famiglia c’è una raccolta di numeri della rivista culturale fiorentina Il Frontespizio. Sfogliandoli ho scoperto che contengono un buon numero di articoli del mio amato Chesterton. In occasione della Pasqua ne offro uno come regalo ai cari miei lettori. Auguri!




Capelli spaccati in quattro

Le discussioni teologiche sono sottili ma non magre. In tutta la confusione della spensieratezza moderna, che vuol chiamarsi pensiero moderno, non c’è nulla forse di così stupendamente stupido quanto il detto comune: “La religione non può mai dipendere da minuziose dispute di dottrina”. Sarebbe lo stesso affermare che la vita umana non può mai dipendere da minuziose dispute di medicina.
L’uomo che si compiace dicendo: “Non vogliamo teologi che spacchino capelli in quattro”, sarebbe forse d’avviso di aggiungere: “e non vogliamo dei chirurghi che dividano filamenti ancora più sottili”.
È un fatto che molti individui oggi sarebbero morti se i loro medici non si fossero soffermati sulle minime sfumature della propria scienza: ed è altrettanto un fatto che la civiltà europea oggi sarebbe morta se i suoi dottori di teologia non avessero argomentato sulle più sottili distinzioni di dottrina. Nessuno scriverà mai una Storia d’Europa un po’ logica finché non riconoscerà il valore dei Concili, della Chiesa, quelle collaborazioni vaste e competenti che ebbero per scopo di investigare mille e mille pensieri diversi per trovare quello unico della Chiesa.
I grandi Concili religiosi sono di un’importanza pratica di gran lunga superiore a quella dei Trattati internazionali, perni sui quali si ha l’abitudine di far girare gli avvenimenti e le tendenze dei popoli. I nostri affari di oggi stesso, infatti, sono ben più influenzati da Picea ed Efeso, da Trento e Basilea, che da Utrecht o Amiens o, Versailles. In quasi tutti i casi vediamo che la pace politica ebbe per base un compromesso: la pace religiosa invece si fondava su di una distinzione. Non fu affatto un compromesso dire che Gesù Cristo era vero Dio e vero Uomo, come fu invece un compromesso la decisione che Danzica sarebbe stata in parte polacca ed in parte tedesca: era bensì la dichiarazione di un principio la cui perfetta pienezza lo distingueva sia dalla teoria ariana, sia da quella monofisita. E questo principio ha influito e influisce tuttora sulla mentalità di Europei, da ammiragli a fruttivendole, che pensano (sia pure vagamente) a Cristo come a qualcosa di Umano e Divino nello stesso tempo. Mentre il domandare alla fruttivendola quali siano per lei le conseguenze pratiche del Trattato di Utrecht, sarebbe meno che fruttuoso.
Tutta la nostra civiltà risulta di queste vecchie decisioni morali, che molti credono insignificanti. Il giorno in cui furono portate a termine certe note contese di metafisica sul Destino e sulla Libertà, fu deciso anche se l’Austria dovesse o no somigliare all’Arabia, o se viaggiare in Ispagna dovesse essere lo stesso che viaggiare nel Marocco. Quando i dogmatici fecero una sottile distinzione fra la sorta di onore dovuto al matrimonio e quello dovuto alla verginità, stamparono la civiltà di un intero continente con un marchio di rosso e di bianco, marchio che non tutti rispettano, ma che tutti riconoscono, anche mentre l’oltraggiano.
Nello stesso modo, allorché si stabilì la differenza tra il prestito legale e l’usura, nacque una vera e propria coscienza umana storica, che anche nello spettacoloso trionfo dell’usura, nell’età materialistica, non si è potuto distruggere. Quando San Tommaso D’Aquino definì il diritto di proprietà e nello stesso tempo gli abusi della falsa proprietà, fondò la tradizione di una schiatta di uomini, riconoscibili allora e ora, nella politica collettiva di Melbourne e di Chicago: e ciò staccandosi dal comunismo coll’ammettere i diritti della proprietà, ma anche protestando, in pratica, contro la plutocrazia.
Le distinzioni più sottili hanno prodotto i cristiani comuni: coloro che credono giusto il bere e biasimevole l’ubriachezza; coloro che credono normale il matrimonio e anormale la poligamia; coloro che condannano chi colpisce per primo ma assolvono chi ferisce in propria difesa; coloro che credono ben fatto scolpire le statue e iniquo adorarle: tutte queste sono, quando ci si pensa, molto fini distinzioni teologiche.
Il caso delle statue è particolarmente importante in questo argomento. Il turista che visita Roma è colpito dalla ricchezza, quasi sovrabbondanza, di statue che vi si trovano, or bene, il fatto dell’importanza dei Concili diviene ancora più impressionante quando tutto l’avvenire artistico di una terra dipende da una sola distinzione, e la distinzione stessa da un solo Uomo. Fu il Papa, solo, che rilevò la differenza tra venerazione delle immagini e idolatria. Fu lui solo a salvare tutta la superficie artistica dell’Europa e di conseguenza l’intera carta geografica del mondo moderno, dall’essere nuda e priva dei rilievi dell’Arte. Nel difendere quest’idea, il Pontefice difendeva il San Giorgio di Donatello e il Mosè di Michelangiolo, e com’egli fu forte e deciso in Roma così il David sta gigantesco su Firenze, ed i graziosi putti dei Della Robbia sono apparsi come squarci di azzurro e nubi nel Palazzo di Perugia, e nelle celle di Assisi. Se dunque una tale distinzione teologica è un filo sottile, tutta la Storia dell’Occidente è sospesa a quel filo; se non è che un punto di affermazione, tutto il nostro passato è in equilibrio su di esso.

G. K. Chesterton
(Trad. dall’inglese di G. Sodi-Cosgrave)

Il Frontespizio ottobre 1934, annata XII, pp. 8-9.

martedì, marzo 18, 2008

La 194 non ha abolito gli aborti clandestini

La triste storia di Ermanno Rossi, oltre a generare una ovvia compassione per la sorte di un uomo, deve riaprire gli occhi almeno sull'applicazione della legge 194. Tra le tante cose che si potrebbero fare, ve n'è una che appare condivisibile per tutti: combattere l' aborto clandestino. Sì, perché se la 194 è nata in buona parte con quella scusa, è tragicamente vero che tale legge ha depenalizzato proprio l'aborto clandestino! Addirittura nella 194 le pene per chi cagiona l'aborto di una donna contro la sua volontà sono risibili, inferiori a quelle previste dal codice penale abrogato. Ma quanti erano gli aborti clandestini in Italia? In un precedente articolo ho cercato di dimostrare che le cifre su tale fenomeno sono state volutamente gonfiate, in tutto il mondo, dal fronte abortista, come ebbe a dire il dottor Nathanson: "Sapevamo che negli Stati Uniti ogni anno non si effettuavano più di centomila aborti clandestini, ma noi alla stampa dicevamo che erano un milione".

La stessa strategia venne usata in Inghilterra, dove la stampa pro choice sosteneva l'esistenza di 50.000, massimo 100.000 aborti clandestini annui, mentre l'unico lavoro scientifico in materia, del dott. C. B. Goodhart, apparso nel 1964 sulla Eugenics Review, proponeva come attendibile la cifra di 10.000. Ebbene, in Italia si arrivò a proporre come cifra veridica quella di 3 milioni di aborti clandestini: il triplo della cifra già gonfiata diffusa negli Usa, e 30 volte di più che in Gran Bretagna. Loris Fortuna, promotore della legge, si spinse sino a lanciare l'allarme: l'aborto può salvarci anche dalla terrificante esplosione demografica imminente! In verità Pier Giorgio Liverani, nel suo "Aborto, anno uno", uscito nel 1979, ci fornisce alcuni dati interessanti: dopo aver ricordato che il trend degli aborti è salito già nel corso del 1978, mese dopo mese, scrive che "nel novembre del 1978 si è tenuto a Milano il congresso delle Associazione ostetrici e ginecologi ospedalieri italiani (Aogoi), il cui presidente, prof. Corrado Colonfalonieri, ha rivelato che con 'l'entrata in vigore della 194 è aumentato in modo impressionante il numero degli incidenti connessi con le interruzioni di gravidanza' ". Liverani aggiunge poi che alla fine 1978 "per la prima volta nella nostra storia le regioni settentrionali d'Italia, nel loro complesso, registrano un saldo naturale negativo: cioè il numero dei nati è inferiore a quello dei morti".

Eppure la legge 194 è in vigore da solo 6 mesi, e il numero di aborti è ancora assai minore di quello che ci sarà negli anni successivi. Inoltre "nel 1978 l'indice di fecondità è sceso a 1,85 figli per ciascuna donna", dato che ha allarmato i demografi, e li allarma tuttora, se è vero che il tasso di abortività (aborti ogni 100 nati vivi) è oggi assai più alto che nel 1978, ed è tornato da pochi anni ai livelli di quello del 1979. In un modo o nell'altro, all'indomani della 194, nessuno più si occupò degli aborti clandestini, sebbene i procedimenti penali per delitti di cui alla legge 194 siano andati aumentando: 84 nel 1980, 125 nel 2001, 181 nel 2006! Ma vediamo qualche notizia interessante, lungo gli anni, su questo fenomeno. "Nei consultori pubblici troppe donne vengono convinte dai medici ad abortire in studio privatamente": così denunciava il ministro Conso, nel 1993, nella relazione ministeriale sull'applicazione della legge 194 (Avvenire, 18/3/1993); "Rivincita dell'aborto clandestino. Dal 1992 ad oggi un vero boom delle inchieste penali... negli ultimi quattro anni i procedimenti della magistratura sono più che triplicati, passando da 15-25 all'anno a 75-80. Tra i 240 indagati ben 90 sono medici, nessuno dei quali risulta obiettore, e undici paramedici" (Avvenire, 21/7/1996); "Aborti e minacce: la carriera lampo della dottoressa obbiettrice", che pratica aborti clandestini nel più grande ospedale del Molise: "c'erano le donne che a lei si affidavano per l' interruzione. Che veniva fatta passare per aborto spontaneo. Ottanta aborti spontanei negli ultimi sei sette mesi del 2005" (Corriere della sera, 4/2/2006); "Aborto anno zero. Per la prima volta aumentano le interruzioni di gravidanza. Mentre torna la piaga dell'aborto clandestino", e in cliniche compiacenti l'ivg viene "fatta passare per aborto spontaneo" (Espresso, 10 novembre 2005)... Che l'aborto clandestino proliferasse anche dopo la legalizzazione, era facile prevederlo. In Inghilterra nel 1974 uscì "Babies for burning. The abortion business": un libro sulla crescita dell'aborto clandestino nelle cliniche private, nell'epoca dell'aborto legale. Vi si raccontavano storie raccapriccianti di aborti oltre il limite legale, con una precisazione: "chi potrà mai esercitare controlli su qualcosa che è stato bruciato in un inceneritore?".

Chi potrà impedire, una volta che l'aborto è banalizzato, di retrodatare qualche gravidanza, eliminando così feti di 7 o 8 mesi? Situazioni di questo genere sono avvenute anche in Italia. Un solo esempio. Nel 2000 vi fu il caso della "clinica degli orrori" di Roma, Villa Gina, convenzionata con la Regione. In essa "i pezzi più grandi del feto venivano bruciati, mentre il resto veniva gettato nel water o nel lavabo". I dottori della Villa pretendevano anche 8-10 milioni per aborto, "in contanti"; e il prezzo era alto perché si uccidevano anche bimbi di 6-7-8 mesi. "Cento casi circa ogni anno". Non tutte le interruzioni erano "volontarie". Una donna, ad esempio, "era contraria, e quando arrivò in sala operatoria scoppiò a piangere gridando che non voleva abortire: Ilio Spallone (il medico ndr.) urlava e la colpiva sulle gambe, un altro la tratteneva, finchè l'anestesista non riuscì ad addormentarla..." (la Stampa, 12, 13, 15/4/2000; L'Espresso, in un articolo intitolato "Da Togliatti alla villa degli orrori", 27/4/2000; Avvenire, 11/4/2000, 10/6/2000; Repubblica 13/4/2000...).

Marialuisa Tezza, Francesco Agnoli, capolista lista Ferrara in Veneto

Il Foglio, 13/3/2007

sabato, marzo 15, 2008

'Voci Libere' sostiene la lista 'Aborto? No, grazie'.

SCHIAVI DI ABRUZZO - Il capogruppo della lista civica di centrodestra “Voci Libere” del comune di Schiavi di Abruzzo, Francesco Bottone, aderisce convintamene alla battaglia di civiltà pro-life promossa dal direttore de “Il Foglio” Giuliano Ferrara. Già autore di iniziative di sensibilizzazione sui temi etici, una fra tutte il volantinaggio in occasione del referendum sulla procreazione assistita, il consigliere Francesco Bottone rivolge un appello ai suoi elettori di centrodestra del comune montano e dell’intero Alto Vastese, ma anche ai cattolici orientati a sinistra, affinché facciano convergere il proprio voto sulla lista “Aborto? No grazie”, in occasione dell’imminente tornata elettorale di aprile.

“Invito i miei elettori e chiunque abbia a cuore le tematiche del rispetto della vita dal concepimento alla sua naturale conclusione a sostenere, con il voto, la lista di Giuliano Ferrara che propone, come scopo prioritario, una moratoria internazionale sull’aborto. – ha spiegato Francesco Bottone – La lista è presente in Abruzzo alla Camera dei Deputati e la candidata è Agnese Pellegrini, giornalista, esponente impegnata del mondo cattolico. Un voto per una lista di scopo, dunque, per far pesare in Parlamento le idee della sacralità della vita, contro la cultura del relativismo etico secondo la quale tutto è lecito. Destra e sinistra ignorano le questioni fondamentali della vita, con programmi simili, basati su una visione materialistica dell’esistenza, limitati all’economia e al contingente. Il vero voto utile, dunque, che non sia funzionale soltanto a far riconquistare gli odiosi privilegi parlamentari ai candidati imposti dalle segreterie dei partiti, è quello espresso pro-life, a sostegno della lista di Giuliano Ferrara”.

Ufficio stampa Voci Libere
Schiavi di Abruzzo

lunedì, marzo 03, 2008

Accaponare (Dizionario dell'Omo Salvatico)

Accapponare

Gentile espressione alla quale vengono sottoposti alcuni galletti fra i più rivoluzionari del pollaio, perché abbiano anch’essi, come chi li mangia, la nobile soddisfazione di diventare grassi e benpensanti fino a quel giorno che, raggiunti da una mano inevitabile, saranno strangolati, pelati e buttati in pentola.
Meditare profondamente sull’accapponatura e le sue conseguenze, per intendere molte cose umane e divine.