«La televisione ha dato un grande contributo alla mia elevazione culturale. Ogni volta che qualcuno l'accende, vado di là e leggo un libro». Grucho Marx
Verissimo. Abbiamo un televisore nell'appartamento ma il più delle volte è sintonizzato su soap opera e così raramente mi intrattengo in sala da pranzo, se non per chiacchierare.
Nel mese di ottobre avrò visto meno di un'ora di TV e non mi lamento perché sono stato a teatro diverse volte, al cinema, e ho letto.
Questi i libri che ho letto, non tutti interamente, nel mese si ottobre:
Gerald Graff Beyond the Culture Wars
Cornelio Fabro Riflessioni sulla libertà
Roberta De Monticelli La fenomenologia
Frank Duff Can we be saint?
Allan Bloom The Closing of the American Mind
Bill Readings The University in Ruins
Dermot Moran Introduction to Phenomenology
Dermot Moran The Phenomenology A Reader
Enrico Berti Ermeneutica e metafisica in Aristotele
Ian Ker The Catholic Revival in English Literature
Martin Heidegger Being and Time
Paul Ricoeur Ricordare, dimenticare, perdonare.
Paul Ricoeur Dal testo all’azione
Philip Jenkins The New Anti-Catholicism
Stephen Mulhall Routledge philosophy guidebook to Heidegger and "Being and time"
Theodore Kisiel The Genesis of Heidegger’s Being & Time
Forse si noterà un nome che ricorre più volte: Heidegger.
Non ho mai sopportato Martin Heidegger, non tanto per i trascorsi nazisti ma per quello stile oscuro e complicato.
L’ho dovuto studiare, è un classico, ma lo odiavo.
Quest'anno ho cominciato a frequentare le lezioni di Dermot Moran, uno dei migliori professori che abbia mai avuto, proprio su Husserl e Heidegger e così sono tornato ad approfondire questa figura.
Una svolta.
E’ molto meno difficile di quanto ricordavo, o sarà perché 10 anni di studi cominciano a dare qualche frutto, e, surprise surprise, mi piace. Leggerlo è un godimento intellettuale, veramente un piacere.
In tutto questo la cosa più paradossale è che un mio nuovo cliente, un medico, mi ha chiesto proprio di leggere e spiegargli Essere e Tempo. Per cui ora passo mediamente 8 ore a settimana a commentare Heidegger, in classe o quando insegno.
Che svolta!
giovedì, novembre 11, 2004
mercoledì, novembre 10, 2004
Fogli, non pezzi di carta
Noi svolgiamo un nostro discorso pubblico, testimoniato dalle annate del giornale e anche dalla nostra formazione plurale (da noi ci sono cattolici, islamici, straussiani, laici di ogni variante, ma nessun devoto); è un discorso pubblico che riguarda anche la religione, che per i laicisti miopi è un residuo spirituale incomprensibile da esorcizzare, per noi è una componente decisiva della vita e del mondo moderno. ... Pensiamo semplicemente che il pensiero debole sia debole (se ne è accorto anche Massimo Cacciari), che fuori del linguaggio esiste la realtà. Per questo riteniamo un monsignor Carlo Caffarra più interessante di un filosofo come Jacques Derrida, e devotamente ci consacriamo a riflettere e battagliare sui temi importanti del nostro tempo. Solo questo.
Giuliano Ferrara, Il Foglio, 9 novembre 2004.
Giuliano Ferrara, Il Foglio, 9 novembre 2004.
Butt
Fino a qualche settimana fa, dal punto di vista politico Rocco Buttiglione era un modesto ministro italiano, senza grandi meriti.
L'essere stato sacrificato sugli altari della 'correttezza politica' lo ha fatto diventare un personaggio internazionale. Qui in Irlanda ormai tutti lo conoscono, anche se non riescono a pronunciarne il nome.
Ora me lo ritrovo dovunque, qualche giorno fa sul Washington Times, poi sull'edizione europea del Wall Street Journal Europe, che già in passato lo aveva difeso, e oggi addirittura c'è un suo articolo sull'edizione americana.
Stai a vedere che tra poco lo vedremo in compagnia di Bush.
Ah, l'eterogenesi dei fini ....
L'essere stato sacrificato sugli altari della 'correttezza politica' lo ha fatto diventare un personaggio internazionale. Qui in Irlanda ormai tutti lo conoscono, anche se non riescono a pronunciarne il nome.
Ora me lo ritrovo dovunque, qualche giorno fa sul Washington Times, poi sull'edizione europea del Wall Street Journal Europe, che già in passato lo aveva difeso, e oggi addirittura c'è un suo articolo sull'edizione americana.
Stai a vedere che tra poco lo vedremo in compagnia di Bush.
Ah, l'eterogenesi dei fini ....
martedì, novembre 09, 2004
American Jesus
i don't need to be a global citizen
because i'm blessed by nationality
i'm member of a growing populace
we enforce our popularity
there are things that
seem to pull us under
and there are things
that drag us down
but there's a power
and a vital presence
thats lurking all around
we've got the american Jesus
see him on the interstate
we've got the american Jesus
he helped build the
president's estate
i feel sorry
for the earth's population
'cuz so few
live in the U.S.A.
at least the foreigners
can copy our morality
they can visit but they cannot stay
only precious few
can garner the prosperity
it makes us walk
with renewed confidence
we've got a place to go when we die
and the architect resides right here
we've got the american Jesus
overwhelming millions every day
(exercising his authority)
he's the farmers barren fields
the force the army wields
the expession in the faces
of the starving children
the power of the man
he's the fuel that drives the clan
he's the motive and conscience
of the murderer
he's the preacher on t.v.
the false sincerity
the form letter that's written
by the big computers
he's the nuclear bombs
and the kids with no moms
and i'm fearful that
he's inside me
because i'm blessed by nationality
i'm member of a growing populace
we enforce our popularity
there are things that
seem to pull us under
and there are things
that drag us down
but there's a power
and a vital presence
thats lurking all around
we've got the american Jesus
see him on the interstate
we've got the american Jesus
he helped build the
president's estate
i feel sorry
for the earth's population
'cuz so few
live in the U.S.A.
at least the foreigners
can copy our morality
they can visit but they cannot stay
only precious few
can garner the prosperity
it makes us walk
with renewed confidence
we've got a place to go when we die
and the architect resides right here
we've got the american Jesus
overwhelming millions every day
(exercising his authority)
he's the farmers barren fields
the force the army wields
the expession in the faces
of the starving children
the power of the man
he's the fuel that drives the clan
he's the motive and conscience
of the murderer
he's the preacher on t.v.
the false sincerity
the form letter that's written
by the big computers
he's the nuclear bombs
and the kids with no moms
and i'm fearful that
he's inside me
Gourmet Report
Il Philosophical Gourmet Report, la classifica dei dipartimenti di filosofia di lingua inglese, è pronto e uscirà far giorni.
Intanto Brian Leiter, il curatore, ci dà qualche anticipazione.
Nel Report precedente il mio dipartimento compariva soltanto nella categoria 20th Century Continental Philosophy (incl. phenomenology, existentialism, critical theory, hermeneutics, Foucault) ed era stato valutato GOOD, come la Cambridge University.
Sarebbe interessante fare qualcosa del genere con i dipartimenti italiani.
Comunque, questa è la classifica statunitense di quest'anno:
1. New York University
2. Rutgers University, New Brunswick
3. Princeton University
4. University of Michigan, Ann Arbor
4. University of Pittsburgh
6. Columbia University
6. Harvard University
6. Massachussetts Institute of Technology
6. Stanford University
6. University of California, Los Angeles
11. Cornell University
11. University of North Carolina, Chapel Hill
11. University of Notre Dame
11. University of Texas, Austin
15. University of California, Berkeley
Intanto Brian Leiter, il curatore, ci dà qualche anticipazione.
Nel Report precedente il mio dipartimento compariva soltanto nella categoria 20th Century Continental Philosophy (incl. phenomenology, existentialism, critical theory, hermeneutics, Foucault) ed era stato valutato GOOD, come la Cambridge University.
Sarebbe interessante fare qualcosa del genere con i dipartimenti italiani.
Comunque, questa è la classifica statunitense di quest'anno:
1. New York University
2. Rutgers University, New Brunswick
3. Princeton University
4. University of Michigan, Ann Arbor
4. University of Pittsburgh
6. Columbia University
6. Harvard University
6. Massachussetts Institute of Technology
6. Stanford University
6. University of California, Los Angeles
11. Cornell University
11. University of North Carolina, Chapel Hill
11. University of Notre Dame
11. University of Texas, Austin
15. University of California, Berkeley
lunedì, novembre 08, 2004
Napoli è una grande nave, non fatela affondare
Napoli è una grande nave, non fatela affondare
Quello che accade a Napoli, il progressivo deteriorarsi della civile convivenza di cui parlano i giornali, io non lo vivo in diretta, sulla mia pelle e sul mio stato d’animo, perché è ormai mezzo secolo, più della metà della mia vita, che io vivo in un’altra città, a Roma. E dunque ho un certo pudore a parlare di cose che mi toccano da vicino ma che accadono lontane da me. Credo che questa mancanza di esperienza diretta si senta anche se io ne scrivo, ma non mi sottraggo alla richiesta di parlarne. Vorrei introdurre in modo lieve il mio discorso, anche perché nonostante quel che oggi dicono i giornali, la levità non manca a Napoli, e fa parte della sua civiltà, quella di ogni grande capitale europea, quello spirito che si trova a Vienna, a Berlino, a Parigi, e via dicendo.
Dunque: Tre giovani salgono su un autobus e gridano: Fermi tutti, è una rapina! Due vecchiette in fondo alla vettura confabulano a bassa voce: «Mi son presa una paura! Mi credevo che era il controllore!». Farà ridere, ma non tanto se si pensa a quel che rivela. È vero, a Napoli il rappresentante dell’istituzione e dell’ordine pubblico (il controllore) non gode del favore del popolino, è visto con timore e soggezione, quasi come un oppressore. Il criminale in fondo cosa può togliere a chi non ha niente? Non è la prima volta che in un vicolo se un criminale viene arrestato la gente, il popolino, si rivolta contro i poliziotti e cerca di liberarlo. Quel criminale, quel ladro, istintivamente pensano, è uno di loro che è stato ridotto alla disperazione, e ha fatto un salto nell’illegalità. Credo che per questo si sentano più vicini a chi commette il reato che a chi lo punisce. E bisogna vedere di persona come vive certa gente nei vicoli di Napoli prima di dire che ho esagerato.
Ma anche ammesso che io abbia esagerato, vogliamo domandarci quali garanzie ha dato l’Istituzione per far nascere nella gente la fiducia nell’autorità? E qui ritorna il solito discorso sulla borghesia che negli anni e nei secoli è venuta meno al suo ruolo di classe dirigente. È questa mancanza che ha creato un vuoto di valori spaventoso, e lì in quel vuoto accade quel che accade. Quando l’Istituzione è debole nasce naturalmente un secondo stato occulto che cerca di sostituirsi al primo, offrendo disponibilità, posti di lavoro, assistenza di tutti i tipi, compresa quella sanitaria. Tra l’altro a Napoli questo secondo stato non è neppure occulto, la camorra napoletana non è segreta come la mafia siciliana, si conoscono i nomi di tutti i camorristi, le zone in cui esercitano il loro potere.
Questo giornale porta la cartina coi nomi delle famiglie e del loro «territorio». La loro posizione rispetto all’autorità dello Stato - spero di non esagerare ancora - è simile a quella dei vassalli e valvassori quando si ribellavano all’autorità del re.
Gli episodi criminosi che hanno portato a un livello così basso la vivibilità a Napoli sono dovuti alla frantumazione delle grandi organizzazioni criminali. Finiti in galera i capi-famiglia (i vassalli) sono rimasti i gregari (i valvassori) che lottano per la successione, si sparano nelle strade della città e le insanguinano. Per dire fino a che punto è arrivata la situazione si pensi che i «disoccupati organizzati» (dietro i quali c’è la mano della camorra) hanno occupato un giorno il primo piano di uno dei più lussuosi alberghi di Napoli, terrorizzando i clienti e dimostrando affacciati ai balconi. Tutto questo non è più tollerabile, ma non sono sufficienti soltanto le forze di polizia per impedirlo. Come tutti sanno i rimedi devono essere trovati più in profondità, devono essere trovati dalle autorità cittadine, dai napoletani stessi; ma anche dall’Italia che dopotutto è una nazione di cui fa parte anche Napoli, e devono essere trovati in sede europea.
Io non li conosco questi rimedi, lo dico subito. Ma so che l’industrializzazione, la Cassa del Mezzogiorno, le leggi speciali, sono finiti in un buco nero in fondo al quale c’era anche la melma della corruzione. E so che una società civile borghese che oggi non riesce a distinguere bene il confine che la separa dalla società criminale - con cui, anche senza saperlo, fa affari, ed è quasi obbligata ad incontrarsi - difficilmente potrà trovare quei rimedi se viene abbandonata a se stessa. Se l’unico rimedio è quello proposto (spero polemicamente) da Giorgio Bocca di bombardare Napoli e raderla al suolo, certo non si va molto avanti. Però se Napoli va a fondo e viene lasciata nelle mani dei camorristi si può creare uno squilibrio pericoloso per tutti.
Napoli è come una grande nave che se affonda si porta dietro nel gorgo e per un vasto raggio tutto ciò che le galleggia intorno. Perciò non conviene a nessuno disinteressarsi di Napoli e dire «è un affare loro». Già fu fatto questo più volte, e i napoletani, proprio il popolino, i più poveri, risolsero il problema partendo a migliaia per terre assai lontane e in condizioni molto simili a quelle degli immigrati che oggi arrivano sulle nostre sponde. Questo dramma avvenne nella suprema indifferenza della nazione, tant’è vero che non ci fu un’epopea a ricordarlo, solo qualche patetica canzone in dialetto, un racconto di De Amicis, e cos’altro?
Ma non vorrei star qui a ripetere queste cose, so che la prima reazione di una certa Italia è: «il solito piagnisteo». Dunque niente piagnisteo. Facciamo qualcosa. Dopotutto in Irlanda c’erano condizioni simili a quelle del nostro Sud. Loro ce l’hanno fatta. Perché come alternativa al bombardamento non potremmo sperare di imitarli?
RAFFAELE LA CAPRIA, Corriere della Sera, 08 Novembre 2004
Quello che accade a Napoli, il progressivo deteriorarsi della civile convivenza di cui parlano i giornali, io non lo vivo in diretta, sulla mia pelle e sul mio stato d’animo, perché è ormai mezzo secolo, più della metà della mia vita, che io vivo in un’altra città, a Roma. E dunque ho un certo pudore a parlare di cose che mi toccano da vicino ma che accadono lontane da me. Credo che questa mancanza di esperienza diretta si senta anche se io ne scrivo, ma non mi sottraggo alla richiesta di parlarne. Vorrei introdurre in modo lieve il mio discorso, anche perché nonostante quel che oggi dicono i giornali, la levità non manca a Napoli, e fa parte della sua civiltà, quella di ogni grande capitale europea, quello spirito che si trova a Vienna, a Berlino, a Parigi, e via dicendo.
Dunque: Tre giovani salgono su un autobus e gridano: Fermi tutti, è una rapina! Due vecchiette in fondo alla vettura confabulano a bassa voce: «Mi son presa una paura! Mi credevo che era il controllore!». Farà ridere, ma non tanto se si pensa a quel che rivela. È vero, a Napoli il rappresentante dell’istituzione e dell’ordine pubblico (il controllore) non gode del favore del popolino, è visto con timore e soggezione, quasi come un oppressore. Il criminale in fondo cosa può togliere a chi non ha niente? Non è la prima volta che in un vicolo se un criminale viene arrestato la gente, il popolino, si rivolta contro i poliziotti e cerca di liberarlo. Quel criminale, quel ladro, istintivamente pensano, è uno di loro che è stato ridotto alla disperazione, e ha fatto un salto nell’illegalità. Credo che per questo si sentano più vicini a chi commette il reato che a chi lo punisce. E bisogna vedere di persona come vive certa gente nei vicoli di Napoli prima di dire che ho esagerato.
Ma anche ammesso che io abbia esagerato, vogliamo domandarci quali garanzie ha dato l’Istituzione per far nascere nella gente la fiducia nell’autorità? E qui ritorna il solito discorso sulla borghesia che negli anni e nei secoli è venuta meno al suo ruolo di classe dirigente. È questa mancanza che ha creato un vuoto di valori spaventoso, e lì in quel vuoto accade quel che accade. Quando l’Istituzione è debole nasce naturalmente un secondo stato occulto che cerca di sostituirsi al primo, offrendo disponibilità, posti di lavoro, assistenza di tutti i tipi, compresa quella sanitaria. Tra l’altro a Napoli questo secondo stato non è neppure occulto, la camorra napoletana non è segreta come la mafia siciliana, si conoscono i nomi di tutti i camorristi, le zone in cui esercitano il loro potere.
Questo giornale porta la cartina coi nomi delle famiglie e del loro «territorio». La loro posizione rispetto all’autorità dello Stato - spero di non esagerare ancora - è simile a quella dei vassalli e valvassori quando si ribellavano all’autorità del re.
Gli episodi criminosi che hanno portato a un livello così basso la vivibilità a Napoli sono dovuti alla frantumazione delle grandi organizzazioni criminali. Finiti in galera i capi-famiglia (i vassalli) sono rimasti i gregari (i valvassori) che lottano per la successione, si sparano nelle strade della città e le insanguinano. Per dire fino a che punto è arrivata la situazione si pensi che i «disoccupati organizzati» (dietro i quali c’è la mano della camorra) hanno occupato un giorno il primo piano di uno dei più lussuosi alberghi di Napoli, terrorizzando i clienti e dimostrando affacciati ai balconi. Tutto questo non è più tollerabile, ma non sono sufficienti soltanto le forze di polizia per impedirlo. Come tutti sanno i rimedi devono essere trovati più in profondità, devono essere trovati dalle autorità cittadine, dai napoletani stessi; ma anche dall’Italia che dopotutto è una nazione di cui fa parte anche Napoli, e devono essere trovati in sede europea.
Io non li conosco questi rimedi, lo dico subito. Ma so che l’industrializzazione, la Cassa del Mezzogiorno, le leggi speciali, sono finiti in un buco nero in fondo al quale c’era anche la melma della corruzione. E so che una società civile borghese che oggi non riesce a distinguere bene il confine che la separa dalla società criminale - con cui, anche senza saperlo, fa affari, ed è quasi obbligata ad incontrarsi - difficilmente potrà trovare quei rimedi se viene abbandonata a se stessa. Se l’unico rimedio è quello proposto (spero polemicamente) da Giorgio Bocca di bombardare Napoli e raderla al suolo, certo non si va molto avanti. Però se Napoli va a fondo e viene lasciata nelle mani dei camorristi si può creare uno squilibrio pericoloso per tutti.
Napoli è come una grande nave che se affonda si porta dietro nel gorgo e per un vasto raggio tutto ciò che le galleggia intorno. Perciò non conviene a nessuno disinteressarsi di Napoli e dire «è un affare loro». Già fu fatto questo più volte, e i napoletani, proprio il popolino, i più poveri, risolsero il problema partendo a migliaia per terre assai lontane e in condizioni molto simili a quelle degli immigrati che oggi arrivano sulle nostre sponde. Questo dramma avvenne nella suprema indifferenza della nazione, tant’è vero che non ci fu un’epopea a ricordarlo, solo qualche patetica canzone in dialetto, un racconto di De Amicis, e cos’altro?
Ma non vorrei star qui a ripetere queste cose, so che la prima reazione di una certa Italia è: «il solito piagnisteo». Dunque niente piagnisteo. Facciamo qualcosa. Dopotutto in Irlanda c’erano condizioni simili a quelle del nostro Sud. Loro ce l’hanno fatta. Perché come alternativa al bombardamento non potremmo sperare di imitarli?
RAFFAELE LA CAPRIA, Corriere della Sera, 08 Novembre 2004
sabato, novembre 06, 2004
venerdì, novembre 05, 2004
Flavia D.
Grazie a questo blog mi ha rintracciato un'amica di cui avevo perso le tracce da anni.
Che sorpresa!
Flavia, ti ho risposto ma l'indirizzo 'modello.com' mi è tornato indietro. Dimmi se almeno quello di libero.it ha funzionato.
Che sorpresa!
Flavia, ti ho risposto ma l'indirizzo 'modello.com' mi è tornato indietro. Dimmi se almeno quello di libero.it ha funzionato.
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