mercoledì, maggio 19, 2010

martedì, maggio 18, 2010

Padre Brown contro Sherlock Holmes

Padre Brown contro Sherlock Holmes


Ponzio Pilato, navigato funzionario delle colonie dell’impero di Roma, era vissuto troppo tempo in Oriente per non essere diventato un po’ filosofo. I filosofi sono quelli che sanno le risposte alle domande che pongono, per questo Pilato non aspettò la risposta quando al profeta ebreo, che gli era stato consegnato dalla sua nazione e dai sommi sacerdoti, chiese: «Che cos’è la verità?». San Giovanni, buon testimone della scena, prosegue: «Detto questo, uscì» (Gv 18,38). Pilato, infatti, aveva formulato la domanda secondo la modalità insegnata dai filosofi, cioè ponendo il che cosa, il requisito d’identità che richiede una definizione. Ed era convinto, ponendola in questi termini, di non dovere aspettare una risposta.

Pilato era cieco; la verità gli era saltata agli occhi. Egli si chiedeva che cosa potesse essere, e l’aveva davanti a lui. Certo, egli vedeva solo un pezzente buono per la crocifissione. Siccome aveva occhi e non vedeva, era cieco. Se ci avesse visto veramente, avrebbe riconosciuto il Re della gloria, avrebbe visto Mosè ed Elia conversare con Lui e il compiacimento dell’Altissimo adombrarne il capo. Ma non ha visto nulla e ha posto la sua domanda idiota. Molti altri dopo di lui hanno fatto altrettanto al punto da trasformare in stupidario la storia del pensiero e da presentare Bouvard e Pécuchet che non fanno altro che riproporre instancabilmente la domanda di Pilato.

Dopo i romanzi alessandrini questa (ri)cerca della verità ha preso una piega iniziatica, a episodi, e ai giorni nostri, dopo Edgar Allan Poe, il testimone è passato a un genere letterario: il romanzo poliziesco. Non mi riferisco qui ai falsi sottoprodotti che riempiono le edicole delle stazioni, ma a quei testi che meritano la qualifica di romanzi. Tutti sanno come, all’inizio del secolo, Maurice Leblanc (1864-1941) in Francia e sir Arthur Conan Doyle (1859-1930) in Inghilterra abbiano onorato con talento questo genere. Tuttavia il vero avversario di Arsenio Lupin non è Sherlock Holmes; esso va piuttosto individuato nel contributo al genere "detective" offerto, negli stessi anni, da G.K. Chesterton (1874-1936) con le storie di Padre Brown. Che è volutamente l’anti-Sherlock Holmes. Egli svolge un sacerdozio senza clamori in oscure parrocchie della periferia operaia di Londra. È stato messo in evidenza il suo comportamento distratto, allocchito, smarrito; questo prete inzaccherato non ha nulla dell’eleganza talora inquietante di Sherlock Holmes: piccolo, infagottato nella sua talare logora, col suo vecchio cappello tarmato, il suo grande ombrello e gli scarponcini consumati. Le sue inchieste marciano sui dati classici, ma non si trovano né l’orgoglio di Hercule Poirot e neppure i sottili doni d’osservazione (psicologici) di Miss Marple, i due eroi siamesi di Agatha Christie.

Padre Brown è un prete cattolico; sa chi è la verità ed è consapevole che Lui solo ne è il padrone. In lui il prete si oppone al detective: «Se il secondo odia il crimine, il primo è ben lungi dall’odiare i criminali; nei loro confronti egli non è animato da senso di giustizia, ma da un desiderio di carità» (F. Lacassin). Il crimine viene punito, ma il colpevole è perdonato, o meglio è salvato, riscattato, purificato dalle prove. Il metodo di Padre Brown non è l’inchiesta scientifica, attenta agli indizi materiali di Sherlock Holmes. Per l’eroe di Conan Doyle, infatti, il sommarsi di minuscoli dettagli materiali porta all’evidenza, che emerge all’improvviso come la figura che appare in un puzzle (e che sfugge allo sfortunato Watson); quella di Sherlock Holmes è una verità cosificata, afferrabile attraverso la materialità delle prove accumulate.

Non dimentichiamo che Conan Doyle era un medico e che il modello (o i modelli) del suo detective è il medico; in una delle prime interviste concesse alla stampa da Conan Doyle, nel 1892, egli confessa: «Sherlock è totalmente disumano, senza cuore, ma ha una magnifica intelligenza logica» (in The Bookman, maggio 1892). Maurice Leblanc, che prende in giro l’eroe britannico con la caricatura di "Helock Sholmès", riconosce in lui tuttavia il prodotto dei due più straordinari poliziotti del mondo, il Dupin di Poe e il Lecoq di Gaboriau, «ancora più straordinario e più irreale» (Arsène Lupin contre Herlock Sholmès, 1908).

Con Chesterton è tutta un’altra cosa. Questo aspetto è sottolineato in un breve racconto in cui Chesterton denuncia il segreto di Sherlock Holmes, alias dottor Hyde. Il detective ha commesso un omicidio e risponde al fratello della vittima, giunto nel suo ufficio per ricattarlo, accusandolo di aver disertato e di essere stato in prigione in seguito a una rapina. Diserzione e galera sono denunciati da indizi materiali, ma i giovani aiutanti del detective si accorgono che il loro capo è andato troppo in là: come ha potuto dedurre dalla semplice osservazione il crimine che era costato la prigione a quell’individuo? Come il più intelligente dei due spiega all’amico: «Al diavolo la scienza dell’osservazione! Credi ancora che i detective riconoscano i criminali annusando la loro lozione o contando i loro bottoni? Essi cercano di individuare i criminali perché loro stessi sono mezzi criminali, appartengono a questo stesso mondo marcio e lo tradiscono, lasciando andare un ladro per acchiapparne un altro, mostrando che non esiste onore tra i ladri».

Questa conoscenza dell’intimo che disonora chi fa commercio di scienza è invece proprio quello che fa Padre Brown e che egli spiega come il proprio segreto. Padre Brown non ha lente d’ingrandimento e non studia la cenere delle sigarette o le tracce dei copertoni delle biciclette, conosce però il cuore degli uomini. Poiché ha passato lunghe ore nel confessionale della sua misera parrocchia, egli sa di che cosa è fatto il cuore dei criminali (il cuore degli uomini): «Quello che lei chiama "il segreto" è l’esatto contrario del metodo scientifico. Io non cerco di uscire dall’uomo, io cerco di entrare nell’assassino [...]. Sono sempre un uomo, che muove braccia e gambe, ma aspetto finché riconosco di essere dentro un assassino, pensando i suoi pensieri e lottando contro le sue passioni, finché non mi sono piegato nell’atteggiamento del suo odio represso che spia e colpisce, finché non vedo il mondo con i suoi occhi iniettati di sangue, tra i paraocchi della sua paranoia, finché non sono davvero diventato assassino [...]. Non c’è nessuno talmente buono che non sappia quanto è cattivo o possa diventarlo [...] finché la sua sola speranza sia l’aver arrestato un criminale e averlo tenuto sano e salvo sotto il proprio cappello» (Il segreto di Padre Brown).

Come egli riconosce nello stesso testo, il mestiere di Padre Brown è di «scoprire i moti di generosità negli assassini». Si potrebbero moltiplicare le citazioni che convergono verso questa constatazione: la verità che Padre Brown cerca è quella dei cuori. Egli non cerca tanto di sapere chi è l’assassino ma piuttosto come egli si è mosso. Il segreto di Padre Brown è sì il manifesto metafisico di un Chesterton convertito al cattolicesimo, ma il personaggio da lui creato più di quindici anni prima testimoniava in modo ammirevole che la verità è cattolica.

Nel 1926, al momento della drammatica sparizione di Agatha Christie, Conan Doyle si prende gioco dei detective, ma non secondo i vecchi metodi scientisti di Sherlock Holmes. Doyle si era, nel frattempo, convertito allo spiritismo; partecipava così a un movimento generale al quale faceva capo anche lo storico gesuita Herbert Thurnston, in cui talvolta si scorge un modello per Watson. Nel "caso Christie" Doyle fece ricorso ai buoni uffici di un medium. Questo ci serve per passare alle opere di questa autrice: Poirot fa delle deduzioni psicologiche sapienti grazie all’azione meravigliosa delle sue «piccole cellule grigie», mentre Miss Marple, l’anziana signora di Saint Mary’s Mead, ha doti di psicologa, cioè di psicanalista. Le «scienze umane», che Agatha Christie non apprezzava molto, sono attivate nei suoi romanzi polizieschi, come del resto erano state utilizzate da lei per scrivere, con il nome di Mary Westmacott, eccellenti romanzi «psicologici».

Padre Brown, però, non è un brillante detective belga: egli si accontenta di far funzionare le virtù di uomo, non di detective. Questo gli consente di riconoscere la verità dove essa si trova: nella speranza e nella fiducia degli uomini, nelle loro passioni e nel loro eroismo. Per Padre Brown, la verità è un essere vivente: è Colui che è la verità dell’uomo per esserne stato l’archetipo e il modello. Essa è più reale e oggettiva di quella che Sherlock Holmes cerca di raggiungere, lo è ancora di più, perché non è una cosa che si può afferrare. La verità del crimine non è sono l’arma, l’impulso, le circostanze, è il criminale e, ancora di più, il dramma della libertà e della grazia che fondano l’uomo in grandezza d’umanità.


Jean-Robert Armogathe

Avvenire, 16 maggio 2010

sabato, maggio 15, 2010

Menzogne shakesperiane

“Menzogne shakesperiane. Il caso del presunto ritrovamento del Cardenio”, L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 19-20 aprile 2010, p. 4


Enrico Reggiani (Università Cattolica del Sacro Cuore)


Lo rilevò anche John Henry Newman in un passo di una lunga Letter a Edward Bouverie Pusey (1800-1882; uno dei punti di riferimento del Movimento di Oxford), in cui il not-yet-Cardinal Newman elaborava la differenza tra faith e devotion: “L’idea che Shakespeare fosse un grande poeta è esistita da subito nell’opinione pubblica; e anche allora c’erano almeno singoli individui che lo comprendevano e lo onoravano tanto quanto il popolo inglese è in grado di onorarlo ora; tuttavia, penso che, ai nostri giorni, c’è una devozione nazionale nei suoi confronti che non ha precedenti. Ciò è accaduto perché, mentre l’istruzione si diffonde nel paese, sono sempre di più le persone in grado di avere accesso al suo genio poetico, con maggiore capacità di comprenderlo in profondità e con senso critico; e tuttavia, fin dal principio, Shakespeare ha esercitato…


[il resto dell'articolo è reperibile in questo pdf scaricabile. Buona lettura]



martedì, maggio 11, 2010

Seminario ad Oxford

Domani sarò ad Oxford dove presenterò un intervento allo Jurisprudence Discussion Group.
L'evento si svolgerà presso la Goodhart Seminar Room dell'University College ed inizierà alle 17.15.

lunedì, maggio 10, 2010

Un aforisma al giorno

"Sono diventato vecchio senza annoiarmi. L'esistenza è ancora una cosa mirabile per me, e io le dò il benvenuto come a un forestiero"

Gilbert Keith Chesterton, Autobiografia.

mercoledì, maggio 05, 2010

This is astonishing!

This is astonishing!: "

I wonder what St. Thomas would make of this.
"

martedì, maggio 04, 2010

L'assassino è sempre monsignore

L'assassino è sempre monsignore

Dopo Ipazia massacrata dai frati squadristi per le idee di Keplero, ecco Socrate corsivista di Repubblica e i promessi sposi atei militanti. In fondo basta un lieve anacronismo per fare di qualsiasi storia un grande film anticattolico
di Antonio Gurrado

Martedì 20 aprile, in una bella giornata serena dall’aria ferma e calda, trecento milanesi hanno disertato Parco Sempione per riversarsi nella Sala delle Colonne della Banca Popolare. Avevano piantato un maxischermo per Inter-Barcellona? C’era uno spogliarello? Davano soldi gratis? Meglio, andava in scena uno scontro fra titani mirabilmente sintetizzato dal lancio di Repubblica: «Umberto Eco e Vito Mancuso contro Papa Ratzinger». Per garantire la pluralità delle posizioni, in rappresentanza di Umberto Eco e di Vito Mancuso erano stati invitati Umberto Eco e Vito Mancuso, mentre in rappresentanza di Benedetto XVI parlava il noto Giancarlo Bosetti, direttore di Reset e convinto assertore del «versante violento, maligno, fanatico di tutte le religioni». Il dibattito ha messo facilmente tutti d’accordo anche perché si parlava di Agora, un film che nessuno aveva visto perché sarebbe uscito nelle sale tre giorni dopo. Risultato: il film è un capolavoro, quindi il Papa farebbe bene a dimettersi.

Continua su Tempi.

L'altra giovinezza

Presentazione del volume di Tiziano Torresi "L'altra giovinezza. Gli universitari cattolici dal 1935 al 1940"

L'Istituto Luigi Sturzo e la Presidenza nazionale della FUCI hanno organizzato un incontro per la presentazione del volume di Tiziano Torresi, L'altra giovinezza. Gli universitari cattolici dal 1935 al 1940, Cittadella editrice, Assisi 2010


Interverranno
Vincenzo Cappelletti, Francesco Malgeri, Gerardo Bianco, Armando Matteo, Vittorio De Luca


11 maggio 2010, ore 18.00
Istituto Luigi Sturzo, Sala Perin del Vaga
Via delle Coppelle 35, Roma

lunedì, maggio 03, 2010

Il tonicissimo Paolo Pegoraro recensisce il San Francesco per i francescani...

Il tonicissimo Paolo Pegoraro recensisce il San Francesco per i francescani...: "
Eccovi la recensione del San Francesco d'Assisi a firma del grande Paolo Pegoraro uscita su «Italia Francescana. Rivista della Conferenza Italiana dei Ministri Provinciali dei Frati Cappuccini» sul numero 1/2010.

Gilbert K. Chesterton, San Francesco d’Assisi, Mursia (Storie, Biografie, Diari), Milano 2007, 159 p., 15, ISBN 978-88-4253-900-1.

Gilbert K. Chesterton, San Francesco d’Assisi, Lindau (I pellicani 21), Torino 2008, 163 p., € 14, ISBN 978-88-7180-725-6.

Questo libro «benché piccolo di mole sembra tanto più prezioso dei grossi volumi che i servitori dell’erudizioni e i manipolatori della tradizione francescana suntuosamente prodigano per incantare il pubblico. Ci sembra che a quanti avvertono sintomi di sazietà per tutte le cose e le fiere che ci ha procurato il centenario francescano, questo libro sia consigliabile per far loro amare ancora il povero S. Francesco». A dare un giudizio tanto lusinghiero sul volume dello scrittore inglese G.K. Chesterton fu niente meno che Giovanni Battista Montini, a conclusione di un’ampia ed entusiastica recensione firmata su Studium 22 (1926 / n. 10, pp. 543-546). Parole che sembrano tagliate su misura anche per la conclusione dell’ottavo centenario della Protoregola francescana.

Nella sua trasbordante produzione, comprendente anche una decina di biografie letterarie, Chesterton scrisse solamente due agiografie: una dedicata al poverello d’Assisi (1922) e una al mendicante d’Aquino (1933). Un noto critico italiano ha affermato che in Chesterton si agitavano due anime, un don Chisciotte e un Sancho Panza, ma sarebbe più corretto dire che in lui quelle due figure letterarie presero carne e furono battezzate: da un lato san Francesco, l’allampanato e visionario uomo d’azione, e dall’altro san Tommaso, il gigantesco e concretissimo uomo di pensiero.

Ma veniamo all’opera presente, rimasta fuori commercio per diversi anni e ora disponibile nella traduzione di Barbara Mirò (Mursia) e di Giovanna Caputo (Lindau, con postfazione di Giulio Meotti), alla quale facciamo riferimento. Il San Francesco d’Assisi di Chesterton non è un’introduzione alla vita del Poverello quanto piuttosto, nota Montini, «una conclusione esplicativa e sintetica insieme». La vicenda umana di Francesco non viene raccontata per intero né ordinatamente, ma selezionando, amplificando e analizzando alcuni episodi nei quali appaiono gli aspetti più salienti della sua figura, collocata storicamente come soldato, come poeta e come santo. Deciso a conquistarsi la fama, con la penna o con la spada, Francesco si muove all’insegna della rapidità, preferendo «mosse fattive ed energiche al dubbio e all’esitazione». Ed è proprio grazie a questa sua completa apertura al reale, a questa disponibilità a ruzzolare di avventura in avventura senza preoccuparsi troppo del suo amor proprio e fino a rendersi oggettivamente ridicolo sotto ogni punto di vista, che Francesco scopre il segreto dell’esistenza: «essere il servitore e la figura secondaria». Quando l’ambizione cede le armi alla buffoneria, quando le pretese dell’io sono talmente disattese da prospettare soltanto l’autoestinzione o la risata, Francesco giunge a una condizione vicina alla spensieratezza, perché comincia a percepire ogni cosa naturale sotto una luce soprannaturale: quella della gratuità e della grazia. Sarà proprio la «scoperta di un debito infinito» a consegnargli la chiave d’oro dell’esistenza, poiché non v’è uomo – re o mendicante che sia – capace di guadagnarsi una stella o di meritarsi un tramonto. Convinto che «la vera roccaforte della realtà» sia nascosta proprio in questo senso «di immensa gratitudine e di sublime dipendenza», il Poverello abbracciò l’ascesi come un piacere e apparve ai suoi contemporanei non come uno stoico, ma, semplicemente, come un uomo felice. Aiutò la gente comune a essere tale in letizia. E se apparve come un poeta, nota ancora Montini, non fu perché ci donò versi altissimi, quanto piuttosto poiché visse poeticamente: Francesco si mosse non sotto la spinta della riflessione, ma di quella «espressione immediata dell’intuizione del reale» che è il nervo della poesia. E ancora: Francesco apparve come un cavaliere non in virtù della sua magra (e fallimentare) esperienza guerresca, ma per la sua cortesia universale. Egli non solo amava gli uomini: li rispettava. E prestava sincero interesse a chiunque, papa o accattone che fosse, come «un unico cortigiano che si muove tra cento re». E in questo servigio assoluto incluse anche il creato, senza però dissolvere i contorni delle cose come l’antico politeismo pagano: chiamò frate Foco e sorella Acqua, ma mai madre Natura, poiché «il culto della natura produce inevitabilmente delle reazioni contro natura». Chesterton tornerà a riflettere su questo punto quattro anni più tardi, nel racconto L’oracolo del cane (1926) della celebre serie di padre Brown: la natura è magnifica e tremenda, egli avverte, ma se non la si contempla alla luce del Dio fatto uomo, si finirà nuovamente per inchinarsi davanti agli idoli bestiali dell’antichità. Ci sono moltissime altre pagine che meriterebbero di essere citate da questo libretto scoppiettante e poco sistematico, eppure così ricco di suggestioni penetranti, ed espresse con immagini così indimenticabili e gioiosamente scanzonate, da essere entrato di diritto tra i grandi classici della letteratura francescana.

Paolo Pegoraro
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sabato, maggio 01, 2010

Un aforisma al giorno

Un aforisma al giorno: "
'La maggior parte della libertà moderna è alla radice paura. E non è tanto che siamo troppo audaci per sopportare le regole, ma è piuttosto che siamo troppo timidi per sopportare le responsabilità'.

Gilbert Keith Chesterton, What's Wrong With the World
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