venerdì, dicembre 10, 2010

chesterton.org


La American Chesterton Society ha rinnovato il proprio sito.

venerdì, dicembre 03, 2010

Vita pensata

Vita pensata ospita una recensione del volume Lo spazio della parola, al quale ho contribuito.

Questo il passaggio che mi riguarda:

Nel mondo si parlano circa seimila lingue, ricorda Jervolino, e dunque «rispetto alla pluralità e diversità delle lingue, dopo Babele, l’unico rimedio nel concreto della condizione umana è la traduzione» (p. 82). E proprio di traduzione si occupa il saggio di Angelo Bottone, ma di traduzione interspecifica, quella tra l’uomo e l’animale. L’autore analizza le forme di comunicazione interspecifica che hanno avuto un certo successo, concludendo che «la traduttologia animale non è un’ipotesi fantasiosa» (p. 99). Gli animali che hanno imparato a comunicare con gli esseri umani potrebbero farsi a loro volta interpreti dei propri simili. Gli interrogativi sulle motivazioni delle resistenze verso questi studi risultano preziosi alla riflessione. La conclusione di Bottone è che la “specialità” dell’uomo non si può fondare su alcune facoltà cognitive e umane; la dignità dell’essere umano è un oltre che non può dunque venir meno né assumendo una similarità tra mondo animale e umano né ipotizzando l’esistenza di esseri viventi dalle caratteristiche intellettuali o cognitive superiori. Questo saggio diviene anche uno spunto di confronto con Rocco Pititto, il quale pone l’accento sull’essere “speciale” dell’uomo. ....


Qui nevica da 5 giorni





giovedì, dicembre 02, 2010

A proposito di suicidio.

A proposito di suicidio.: "
Il gran sparlare suscitato dal suicidio del povero Mario Monicelli ci obbliga a ricordare quello che diceva in proposito il nostro Chesterton, perché sono parole chiare, chiarissime, che ci aiutano a superare la dittatura del relativismo che impera anche nei bar, dal fruttivendolo e dalla parrucchiera (non parliamo negli uffici pubblici), pur essendo fondato sul nulla.

Ciò non toglie che si spera sempre che il povero Monicelli abbia avuto spazio e tempo di pentimento. Noi cattolici siamo fatti così, pensiamo ancora che un suicidio sia una sciagura e non una specie di festa, come molti benpensanti hanno detto con una leggerezza allucinante.

I passi che vi suggeriamo, e che suggeriamo caldamente di diffondere (chi ha un blog, un sito, una newsletter, un account su Facebook o su Twitter, un elenco di indirizzi di posta elettronica di amici e pure di nemici lo faccia! Con la stessa sfacciataggine con cui lo stanno facendo i maitres a penser che imperversano, parlano e chiedono il silenzio a tutti) vengono dal capolavoro di Chesterton, Ortodossia (le pagine sono quelle dell'edizione Lindau). E' una buona occasione per rileggere questo volume tutto intero.




'Il suicidio non è solo un peccato, è il peccato. È il male supremo e assoluto, il rifiuto di qualsiasi interesse per l’esistenza, il rifiuto di prestare fedeltà alla vita. L’uomo che uccide un uomo, uccide un uomo. L’uomo che uccide se stesso, uccide tutti gli uomini: annienta il mondo. Il suo gesto è peggiore (dal punto di vista simbolico) di qualsiasi stupro o attentato dinamitardo. Perché distrugge tutti gli edifici ed offende tutte le donne. Il ladro è appagato dai diamanti, il suicida non lo è: questo è il suo crimine. Non si lascia corrompere nemmeno dalle pietre sfolgoranti della Città Celeste. Il ladro esalta gli oggetti che ruba, se non il loro proprietario. Ma il suicida insulta tutto ciò che esiste al mondo non rubandolo. Rifiutando di vivere per amore di un fiore, guasta tutti i fiori. In tutto l’universo non c’è una sola creatura minuscola per la quale la sua morte non sia una beffa. Quando un uomo s’impicca a un albero, le foglie potrebbero cadere incollerite e gli uccelli volare via furiosi, poiché ognuno di essi ha ricevuto un affronto personale'. (pag 102)

'Il fatto di seppellire il suicida separato dagli altri defunti ha un significato. Il crimine di quell’uomo è diverso dagli altri crimini, perché rende impossibili persino i crimini'. (pag 103)

'Il suicida, ovviamente, è l’opposto del martire. Un martire è qualcuno che ama così tanto qualcosa che sta fuori di lui da dimenticare la propria vita. Il suicida è un uomo che ama così poco qualsiasi cosa stia fuori di lui da desiderare di vedere la fine di tutto. Il primo vuole che qualcosa cominci, il secondo vuole che tutto finisca. In altre parole, il martire è nobile, proprio perché (per quanto rinunci al mondo o detesti tutta l’umanità) confessa questo estremo legame con la vita e pone il suo cuore fuori da se stesso: muore affinché qualcosa possa vivere. Il suicida è ignobile perché non possiede tale legame con l’esistenza: è un semplice distruttore, personalmente distrugge l’universo'. (pag 103)
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La tiritera nichilista

Monicelli, la grottesca mancanza di pietas dell’establishment italiano. Clericalismo verboso della chiesa secolarista. Perfino Napolitano si fa firmatario di questo tetro e ipocrita manifesto ideologico


di Giuliano Ferrara - Il Foglio


L'altra sera un vecchio cieco e solo e malato si è buttato dalla finestra di un ospedale romano. Triste notizia di cronaca.
Succede, non spesso magari, ma succede.
Gli ospedali sono pieni di vecchi ammalati, la demografia dice che la tendenza è quella, una società di vecchi che a un certo punto si ammalano e devono curarsi e affrontare un periodo di prove molto dure, di conflitto tra un barlume di speranza e una letale noia di vivere. Questo vecchio che si è messo in volo era celebre per la sua arte di regista di commedie e per la sua personalità pubblica dal tratto amabilmente cinico e abrasivamente misantropico. Abbiamo scoperto allora che una circostanza malinconica, forse addirittura disperata, può trasformarsi, nel discorso pubblico italiano, in un orgoglioso e tetro manifesto ideologico a favore della libertà, dell'autodeterminazione umana, e del loro più recente compagno in occidente, il nulla.
Monicelli, come chiunque, aveva la facoltà di fare quel che ha fatto senza essere poco cristianamente e liberalmente giudicato, tanto meno biasimato o condannato. Dico la facoltà e non il diritto, perché “diritto di buttarsi dalla finestra” è espressione in sé grottesca, sebbene la sua parafrasi sia risuonata in confusi discorsetti sull`eutanasia pronunciati alla Camera. Ma la facoltà sì, quella ovviamente ce l'aveva. Il presidente della Repubblica e l'establishment culturale e civile italiano (ma per il presidente Napoletano questo giudizio vale doppiamente, per l`una e l'altra metà del paese che rappresenta) non hanno invece ii diritto di imporci una insincera, mistificatrice, ideologica apologia della disperazione, della solitudine, della misantropia e del suicidio.
Ognuno può in coscienza valutare il gesto di Monicelli alla luce di convinzioni diverse, tutte libere: convinzioni religiose di tradizione cristiana, filosofie materialiste o ateiste, ma anche semplici considerazioni di senso comune sulle circostanze e il significato di una decisione estrema, in una situaziòne limite, che ha risvolti morali da discernere in spirito compassionevole, all`insegna della pietà. La valutazione dovrebbe essere discreta, attenta, governata dalla sensibilità e non dall'arroganza culturale, che è una delle peggiori varianti dell'aggressività umana. Ma come si vede siamo di fronte a ben altro. Il giornalista collettivo e l`uomo di spettacolo - figure massimamente ottuse del contemporaneo - hanno deciso in men che non si dica, appena la salma è stata ritrovata e coperta da un lenzuolo bianco nella pioggia, che il volo di Monicelli è lo sberleffo del laico, un atto di anticonformismo, l`espressione di una volontà incoercibile, superba, nobilitante per l'intera comunità. Ma a questa tiritera nichilista di serie B, caratterizzata da spontaneità e sciocco automatismo, indizio di un modo coatto, indottrinato, di guardare ai fatti della vita e della morte, si sono aggiunte le dichiarazioni autorevoli di leader politici o quella, caratterizzata da una sfumatura di prudenza, ma in sé non diversa dalle altre, del capo dello stato, che ha combinato nella sua riflessione pubblica la “forte personalità” di un grand`uomo con la necessità di “rispettare” questo suo ultimo “scatto di volontà”.
Io penso che un uomo colto ed equilibrato come Napolitano dovrebbe tenere conto, per dirlo con Geno Pampaloni, dì quel “sentimento dell`assoluto con cui l`uomo nella storia si difende dalla storia”.
Una volta il gesto suicida di un uomo celebre sarebbe stato circondato nella parola pubblica da un eccesso di pudore, da una riservatezza negazionista radicata nel senso del peccato e nella concezione cattolica della vita, e questo è qualcosa che probabilmente non tornerà mai più. Ma la cattiva secolarizzazione si vede dal fatto che la sua chiesa, con i suoi chierici e il suo clericalismo ciarliero e i suoi mortiferi devoti, rovescia la frittata; e impudicamente esibisce, davanti a vecchi e malati che magari vogliono curarsi e sperare, davanti a cittadini che si aspettano autorità e leader intellettuali capaci di pietas e di misura nel giudizio, un nmanìfesto di gioiosa lode a chi in nome dei veri significati della vita - la vitalità, hanno detto - si è appena tolto di mezzo con tragica brutalità. Dicono che quel vecchio uomo di talento che si è buttato dalla finestra, lui sì, aveva “la schiena dritta”, era un partigiano dell`esistenza degna di essere vissuta. Nemmeno il regista Denys Arcand, con le sue demoniache ma tenere “Invasioni barbariche”, la storia di un'eutanasia postsessantottina vissuta in gruppo, aveva esibito una così stucchevole retorica di stato sulla morte come bandiera.
Il suo racconto aveva la specifica pietà di una esperienza scristianizzata della fine terrena, e di una comunione generazionale fatta di amicizia e di valori umani stupefatti, fragili ma sinceri. Questa trombonata nazionale è molto peggio, è la misura irriflessa di quanto siamo diventati ipocriti e bugiardi.

Chesterton and Writers on Writing

Chesterton and Writers on Writing: "
'A good novel tells us the truth about its hero; but a bad novel tells us the truth about its author.'

'You could compile the worst book in the world entirely out of selected passages from the best writers in the world.'

~G.K. Chesterton


But it isn't just Chesterton who weighs in on the topic of writing, it's apparently anyone who has ever lifted a pen to paper. Every blog is bound to publish a compilation of loved quotations, but maybe this isn't the most obvious list. And it certainly isn't exhaustive. All the same, here is a short compilation of quotations, in no particular order, that is bound to stir anyone who has written even one verse. Hopefully! Enjoy.


Every author in some way portrays himself in his works, even if it be against his will. ~Goethe


The two most engaging powers of an author are to make new things familiar and familiar things new. ~Samuel Johnson


There's nothing to writing. All you do is sit down at a typewriter and open a vein. ~Walter Wellesley Smith


Books want to be born: I never make them. They come to me and insist on being written, and on being such and such. ~Samuel Butler


You must stay drunk on writing so reality cannot destroy you. ~Ray Bradbury


Writing is a socially acceptable form of schizophrenia. ~E.L. Doctorow


The worst enemy to creativity is self-doubt. ~Sylvia Plath


I would hurl words into this darkness and wait for an echo, and if an echo sounded, no matter how faintly, I would send other words to tell, to march, to fight, to create a sense of hunger for life that gnaws in us all. ~Richard Wright


I try to leave out the parts that people skip. ~Elmore Leonard


If there's a book you really want to read, but it hasn't been written yet, then you must write it. ~Toni Morrison


The act of putting pen to paper encourages pause for thought, this in turn makes us think more deeply about life, which helps us regain our equilibrium. ~Norbet Platt


Writing became such a process of discovery that I couldn't wait to get to work in the morning: I wanted to know what I was going to say. ~Sharon O'Brien


Substitute 'damn' every time you're inclined to write 'very;' your editor will delete it and the writing will be just as it should be. ~Mark Twain


I'm not a very good writer, but I'm an excellent rewriter. ~James Michener


The time to begin writing an article is when you have finished it to your satisfaction. By that time you begin to clearly and logically perceive what it is you really want to say. ~Mark Twain


Don't be too harsh to these poems until they're typed. I always think typescript lends some sort of certainty: at least, if the things are bad then, they appear to be bad with conviction. ~Dylan Thomas


Fill your paper with the breathings of your heart. ~William Wordsworth


The pages are still blank, but there is a miraculous feeling of the words being there, written in invisible ink and clamoring to become visible. ~Vladimir Nabakov


Don't tell me the moon is shining; show me the glint of light on broken glass. ~Anton Chekhov


Easy reading is damn hard writing. ~Nathaniel Hawthorne


Ink and paper are sometimes passionate lovers, oftentimes brother and sister, and occasionally mortal enemies. ~Terri Guillemets


The difference between the right word and the almost right word is the difference between lightning and a lightning bug. ~Mark Twain


A prose writer gets tired of writing prose, and wants to be a poet. So he begins every line with a capital letter, and keeps on writing prose. ~Samuel McChord Crothers


I love writing. I love the swirl and swing of words as they tangle with human emotions. ~James Michener


If my doctor told me I had only six minutes to live, I wouldn't brood. I'd type a little faster. ~Isaac Asimov


I love being a writer. What I can't stand is the paperwork. ~Peter De Vries


Words - so innocent and powerless as they are, as standing in a dictionary, how potent for good and evil they become in the hands of one who knows how to combine them. ~Nathaniel Hawthorne


Writing, I think, is not apart from living. Writing is a kind of double living. The writer experiences everything twice. Once in reality and once in that mirror which waits always before or behind. ~Catherine Drinker Bowen


To me, the greatest pleasure of writing is not what it's about, but the inner music the words make. ~Truman Capote


A writer and nothing else: a man alone in a room with the English language, trying to get human feelings right. ~John K. Hutchens


Storytelling reveals meaning without committing the error of defining it. ~Hannah Arendt


For me, a page of good prose is where one hears the rain [and] the noise of battle. ~John Cheever


No one means all he says, and yet very few say all they mean, for words are slippery and thought is viscous. ~Henry Brooks Adams


Writing is easy: All you do is sit staring at a blank sheet of paper until drops of blood form on your forehead. ~Gene Fowler


Write down the thoughts of the moment. Those that come unsought for are commonly the most valuable. ~Francis Bacon


Be obscure clearly. ~E.B. White


Everywhere I go I'm asked if I think the university stifles writers. My opinion is that they don't stifle enough of them. There's many a bestseller that could have been prevented by a good teacher. ~Flannery O'Connor


Being an author is like being in charge of your own personal insane asylum. ~Graycie Harmon


It seems to me that those songs that have been any good, I have nothing much to do with the writing of them. The words have just crawled down my sleeve and come out on the page. ~Joan Baez


When a man is in doubt about this or that in his writing, it will often guide him if he asks himself how it will tell a hundred years hence. ~Samuel Butler


Ink on paper is as beautiful to me as flowers on the mountains; God composes, why shouldn't we? ~Terri Guillemets


Authors and lovers always suffer some infatuation, from which only absence can set them free. ~Samuel Johnson


As for my next book, I am going to hold myself from writing it till I have it impending in me: grown heavy in my mind like a ripe pear; pendant, gravid, asking to be cut or it will fall. ~Virginia Woolf


How vain it is to sit down to write when you have not stood up to live. ~Henry David Thoreau


I am a man, and alive.... For this reason I am a novelist. And being a novelist, I consider myself superior to the saint, the scientist, the philosopher, and the poet, who are all great masters of different bits of man alive, but never get the whole hog. ~D.H. Lawrence


Writing is both mask and unveiling. ~E.B. White


Writing is utter solitude, the descent into the cold abyss of oneself. ~Franz Kafka


One ought only to write when one leaves a piece of one's own flesh in the inkpot, each time one dips one's pen. ~Leo Tolstoy


A man will turn over half a library to make one book. ~Samuel Johnson


Loafing is the most productive part of a writer's life. ~James Norman Hall


Sleep on your writing; take a walk over it; scrutinize it of a morning; review it of an afternoon; digest it after a meal; let it sleep in your drawer a twelvemonth; never venture a whisper about it to your friend, if he be an author especially. ~A. Bronson Alcott


The good writers touch life often. The mediocre ones run a quick hand over her. The bad ones rape her and leave her for the flies. ~Ray Bradbury


Our passions shape our books; repose writes them in the intervals. ~Proust


Writing a book is a horrible, exhausting struggle, like a long bout of some painful illness. One would never undertake such a thing if one were not driven on by some demon whom one can neither resist nor understand. ~George Orwell


One must be drenched in words, literally soaked in them, to have the right ones form themselves into the proper pattern at the right moment. ~Hart Crane
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mercoledì, dicembre 01, 2010

Dicono che è stato lo sberleffo di un laico. Ma vaffanculo [La giornata]

Dicono che è stato lo sberleffo di un laico. Ma vaffanculo [La giornata]: "

Dovessi restare solo, molto vecchio, affaticato da un cancro e dal tedio di vivere ancora; e se mai accadesse che, ricoverato nel reparto solventi di un ospedale romano, io mi buttassi dal quinto piano e perdessi la vita nella nera malinconia di una giornata di pioggia battente; potrebbe succedere che qualcuno scriva, come per Monicelli, che è stato “lo sberleffo di un laico”. Mandatelo affanculo.



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venerdì, novembre 26, 2010

Il furbo, il santo, il paraculo

Roberto Saviano tra Loris Mazzetti e Fabio Fazio. Come un protagonista del grande teatro antimafia è caduto nella botola televisiva del luogo comune


E’ una potente trasmissione televisiva che si segue a bocca aperta ma respirando dal naso. Una messa cantata dove ci s’immerge mondandosi dei propri peccati, tenendosi per mano, mettendosi a posto la coscienza perché, insomma, se ci si fa novero tra i dieci milioni di ascoltatori di “Vieni via con me” – anche se di fiato corto, anche se arcitaliani – a ciascuno di noi è data l’ebbrezza di specchiarsi nella parte giusta, nella schiera vittoriosa, tra gli angeli del culturalismo e della virtù civile. E poco male se poi, ognuno di noi, tra i dotati di malizia e di corroborante cinismo, dovremmo farlo finire a fischi e a piriti (leggasi scoregge) questo Te Deum, giusto come ha fatto Umberto Bossi col suo pernacchio, perché – si sa – ci vuole un poco di vento in chiesa, altro che, ma non al punto di spegnere tutte le candele della libertà mentale.Ogni pernacchio ha una stretta eco con lo spernacchiato, sono sempre le belle bandiere ad eccitare le pulsioni più grevi, Saviano è anche il mio labaro, onusto di medaglie, ma neppure si può fare, come ha fatto il Giornale, di lanciare in prima pagina una campagna contro Roberto Saviano e manco stampare in bella evidenza la vera notizia: l’arresto di Antonio Iovine, il camorrista.Fare quegli ascolti che ogni volta si leggono come l’effetto di un formicaio in assedio alla torta del potere ha la funzione di un lavacro di giustizia. Purtroppo lo stesso arresto di Iovine, in questi tempi così malati di odio, grazie alla raffinata manipolazione di quelli col bicchiere in mano (quelli “dell’egemonia culturale, entrando da sinistra”, come giustamente se ne lamenta Ezio Mauro) è risultato quasi quasi ambiguo, una sorta di stroncatura di “Gomorra”, un po’ come la sparatoria sul pianerottolo di Maurizio Belpietro. Ci fosse stata una pistolettata davanti alla porta di Barbara Spinelli, l’Italia civile sarebbe ancora oggi mobilitata, specchiata di sicuro nel trionfante formicaio, affamato di legalità e giustizia. Ma purtroppo è solo la santificazione della geniale banalità quando si fa spettacolo. Questo è il “Vieni via con me” e Fini e Bersani, infatti, ridotti nel ruolo di “portavalori” (copyright di Aldo Grasso), messi sotto l’occhio di bue del narcisismo con l’elenco dei rispettivi valori, non sono la novità della destra e della sinistra, sono soltanto la versione poetica e furba del risotto cucinato da Massimo D’Alema nel salotto di Bruno Vespa.La manipolazione è sofisticata per definizione e leggere in tre righe tre Curzio Maltese che schiera un giornale contro la critica laureata (Aldo Grasso, il nostro eroe), rea questa stessa critica di aver laurea e titoli di poter discutere della trasmissione-missione, quasi quasi c’indispettisce perché in quelle tre righe Maltese ci ruba il mestiere: “Chi se ne frega della critica laureata”, dice. Magari non ha la rude e futuristica irruenza degli squadristi ma, ci chiediamo, come dovrebbe essere la critica, analfabeta? Solletica già da sinistra, pur con bicchiere in mano, una deriva plebiscitaria? A forza di mettersi nel sacco l’incolpevole Saviano, bisogna pur dirlo. Ecco, si sono ridotti a replicare Mario Scelba e le sue invettive contro il culturame. Proprio un brivido. E tutto questo per festeggiare la morte del berlusconismo televisivo.Farsi presepe in tre, poi – perché sono tre i veri protagonisti della funzione, ovvero Loris Mazzetti, Roberto Saviano e Fabio Fazio – replica in automatico la santa trinità di san Giuseppe, la Madonna e il Bambinello. A poco a poco, però, nella morte del berlusconismo televisivo, si sfiora la sceneggiata con tanto di Isso, Issa e o’ Malamente. E tutta quella gioiosa ascesi nel paradiso del successo cui nessun monumento dell’immaginario collettivo democratico si nega (sia esso Abbado, sia Benigni, sia gli Avion Travel) fa precipitare tutto nella cara commedia all’italiana. Ed è perciò che tutti e tre ben s’individuano nei ruoli. Rispettivamente un Furbo, un Santo e un Paraculo.Il furbo è Loris Mazzetti, capostruttura di Raitre, furbissimo e bravissimo, cui la sciagurata iniziativa dell’azienda Rai di volerlo licenziare gli porterà in dote un immediato reintegro e, di conseguenza, un assoluto potere extraterritoriale derivato dalla magistratura. E senza tema di dover rispondere all’azienda, al suo stesso editore, a qualsivoglia dirigenza Rai perché il grande furbo, una volta riportato in sella da un giudice, potrà sempre fare ostensione di certificato martirio. Avrà voglia Mauro Masi di rimetterlo in riga. Solito tempo perso o, al più, una moltiplicazione di pubblicità che il furbo Mazzetti metterà all’incasso. E tra i ricavi non mancheranno di certo le preziose gocce di quella pioggia di scomuniche asperse da Avvenire dopo le esibizioni di don Gallo (coautore con lo stesso Mazzetti di un libro edito da Aliberti), additato quale “servo narciso” dal giornale dei vescovi ma considerato pezzo forte della macchinazione dove la radice forte è sempre furba, santa e paracula. Il paraculo è Fabio Fazio di cui abbiamo già dato, tutto si sa ed è bravissimo nel suo essere il monumento della vera Italia. La nazione tutta, infatti, gli assomiglia. Anche nel suo essere di sinistra è molto italiano. Lui è quell’italiano migliore, quello che si fa cittadino consapevole, ceto medio con le riflessioni, borghese dai principi solidi e ancor più saldi convincimenti, insomma: uno che si para sempre il culo. Basti pensare alla disperazione di Roberto Zaccaria, ai tempi della sua stagione in Rai, quando doveva togliere dalle reti un eventuale Piero Chiambretti per non urtare la solitaria ascesi di Fabio Fazio (terrorizzato da un probabile arrivo di Antonio Ricci) e magari nel frattempo alzare alti lai per la prevaricazione di Bruno Vespa, egemone in tutti i giorni della settimana su Raiuno. Tutto si sa di Fazio, è vero, ma solo in ristretta cerchia esoterica, quella dei detrattori, esclusi dalla santa messa penitenziale dei dieci milioni di ascoltatori, ma poiché non è reato augurargli di finire un giorno nella scuderia di Lele Mora, glielo auguriamo caldamente perché – e stiamo usando una parola scelta da Ezio Mauro per Saviano – adesso è proprio “troppo”. Ma nel caso specifico troppo paraculo. Santino nelle mani del Furbo e del Paraculo è Roberto Saviano. E a lui vanno le preghiere nostre, la mia in particolare, adesso che ha scelto di fare la calata agli inferi, quelli della telegenia, specie quella conformista. I giornali sono pieni di editorialisti che odiano Saviano ma che in pagina, al contrario, lo elogiano. Io che invece lo considero un patriota voglio trattarlo su questa pagina con la nostra cameratesca consuetudine e dirgli di stare attento alla piega che quei due stanno facendo prendere alle piaghe della sua stessa santità, lo hanno infatti costretto all’ostensione di un nuovo romanticismo pop e basta più. Con un grave danno: la demagogia. Quella che separa. Quella di Saviano, se è permesso dirlo, smette di essere un’operazione contro la criminalità nello stesso momento in cui lui stesso si presta ad argomenti speculari a chi l’Italia vuole dividerla. A chi accusa il sud non si risponde accusando il nord e non perché ci sono più meridionali in settentrione di quanti possano essercene nel mezzogiorno ma perché se là sopra ci sono quelli che il tricolore lo hanno messo nel cesso, il tricolore bruciato lo abbiamo già visto a Terzigno, capitale immorale di quella pentola a pressione che sta già in avanzato bollore, capitale di un regno che sta cercando il suo re. E Saviano, che a differenza di quanto ha scritto Ezio Mauro, non è un uomo solo contro il potere, non deve cadere nelle botole del luogo comune.Se si contrappone al sud il nord per spostare in avanti la famosa “linea della palma” – quella della lezione di Leonardo Sciascia secondo cui il deserto della malavita si prende un orizzonte sempre più vasto – ci si mette a capo di una rivendicazione semplificatrice che cassa definitivamente la verità. Come quando, inseguendo Giulio Andreotti, si diceva che la mafia era solo quella di Roma. A voler ridursi, come ha fatto Saviano, ad essere “un esponente del sud”, si dà linfa a quell’istinto di separazione che tanto piace al protoleghismo. E anche quelli con il bicchiere in mano, speculari ai nemici del sud, pur dai loro salotti, da sinceri democratici partecipano a una deflagrazione che è solo demagogia. E non, certo, solidarietà, sostegno ai poliziotti e costruzione dello stato. Quando, insomma, alle calunnie contro il sud si replica con accuse contro il nord, non si sta più facendo la guerra ai separatisti dell’Italia ricca, al contrario: si è diventati nemici di Carlo Azeglio Ciampi. E un patriota non può essere capo di una plebe, sia pure mistica, qualcuno deve dirglielo a Saviano. E glielo dico io, cameratescamente. La strada che ha intrapreso Saviano non ha che questo sbocco, costretto com’è nella scorciatoia dai furbi e dai paraculi: quello di restare “un esponente del sud” a rischio di plebeismo, capo dunque di una plebe mistica. E’ quella che lui stesso, in un divertente lapsus prontamente annotato col nostro lapis, definisce, anzi, evoca, come “il mio pubblico”. Qualcuno deve dirglielo di non fare auto-proclami che possano infine ridurlo a caricatura, tipo “Madonna in cammino sulla terra dei peccatori”. Altrimenti, la prossima volta che faranno quelli dello share, canteranno in coro “Mira il tuo popolo, o bella Signora”? Glielo dico io, cameratescamente: si deve diffidare di quel pubblico. E mi ripeto: non c’è tanta differenza tra chi il tricolore lo butta nel cesso e chi, come a Terzigno, dove lo vorrebbero re, il tricolore lo brucia.Saviano che è fatto santo, un santino messo in mezzo da un furbo e da un paraculo, non è certamente uno di quelli da cravatta stretta e camicia button-down. La sua faccia è perfetta e sa attraversare i mondi, tutti quelli insospettabili, rispettabili ma fuori codice, fuori dunque dalla cerchia dei furbi e dei paraculi. Alla sua vita così complicata aggiunge uno stordimento fatto di rimandi ormai totemici, anche quando i suoi detrattori gli fanno il favore di andargli contro abbaiando. Perfino i camorristi sono diventati più innocui e Saviano sa bene quanto più spietati possono diventare i furbi e i paraculi, e tutti i demagoghi benpensanti. Belli furono i tempi delle sue riunioni con i ragazzi dello Straniero, la rivista di Goffredo Fofi. Stavano tutti ad ascoltare a bocca aperta e respirando dal naso, tutti immersi nella sacra ostensione della verità fatta letteratura innanzi all’ufficio di Fofi, disturbato solo dal continuo chiacchiericcio del mitico Spada, un fotoreporter amico di Saviano. A un certo punto Fofi s’interrompe infastidito e intima a Saviano: “Roberto, prendi quello e portalo fuori da qui”. Spada si mette in piedi, s’aggiusta il giubbotto, si porta sotto il muso del venerato maestro e gli ruggisce (con fare educato): “Ne’ Giacubi’, statte accuorto”. Uscirono insieme e andarono a divertirsi. Oltre le paludi della letteratura e dell’impegno.Vecchi giacobini tornano, tornano sempre. Saviano ha sempre la faccia perfetta e il fatto che lui abbia scelto di stare però dalla parte giusta, furba e paracula, impedendo a tanti di condividere la sua santità, ci conforta comunque perché lui non si riduce a vanità. Magari cederà alla tentazione di sottoscrivere quanto ha scritto Ezio Mauro sul caso Saviano: “Un bisogno di cambiare programma non solo in tivù, ma nel paese”. Magari, appunto, cederà nell’illusione che con lui sia veramente nato un linguaggio nuovo, un significato diverso, un differente codice e non – come temiamo, perché sempre di tivù si tratta – solo una versione poetica e furba del solito vecchio risotto di D’Alema, ma che ci s’infili nell’amore, o nella passione sociale, da che mondo è mondo il romanticismo è impolitico. Qualcuno deve dirglielo e glielo dico io, cameratescamente. Per come mi dice sempre lui. Se ha scelto di sottrarsi alla letteratura per farsi riproducibile quanto a icona ma irriducibile quanto a santità, Dio ce ne scampi, può solo correre un serio rischio: diventare solo un nuovo Yuppi Du.


© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Pietrangelo Buttafuoco

martedì, novembre 23, 2010

Irlanda e non solo: crescita tanto esaltata quanto fragile

Quei tigrotti d’Europa ridotti a pulcini spiumati

In una prima fase, all’inizio degli anni Novanta, si era ironizzato chiamandoli il "club Med": si pensava che Grecia, Portogallo e Spagna non ce l’avrebbero mai fatta ad entrare nell’area dell’euro (allora in via di creazione) e che l’Irlanda ne sarebbe rimasta schiacciata dall’accresciuta concorrenza. Poi, tra il 1998 e il 2008, hanno sorpreso vari osservatori per l’elevato tasso di crescita (vero in due casi, presunto negli altri due): in quei dieci anni, i Pil pro capite dell’Irlanda, della Spagna, della Grecia e del Portogallo sono passati rispettivamente dal 106,1% della media dell’area dell’euro al 123,8%, dall’83,3% al 94,5%, dal 72,3% all’86,2% e dal 69,3% al 71,6%. Peccato che la contabilità nazionale della Grecia lasci a desiderare tanto quanto la finanza pubblica ellenica.

E il Portogallo abbia avuto una crescita più mediatica (il ponte sul Tago, l’abbellimento di Lisbona) che effettiva. Oggi, la comunità internazionale ha appena completato una prima azione di salvataggio della Grecia ed è al capezzale dell’Irlanda. Mentre Spagna e Portogallo rischiano il pronto soccorso.
Cosa è successo? In parte l’abbiamo spiegato su Avvenire del 14 novembre: la nascita dell’unione monetaria è stata percepita come una fase di "grande moderazione" caratterizzata da bassi tassi d’interesse e ampio credito dal resto dell’area.

Ne è seguito un forte indebitamento che ha, a sua volta, causato una rapida ascesa del credito totale interno collocato verso investimenti (per lo più immobiliari) a basso rendimento , mentre, in aggiunta, la produttività ristagnava. In questo quadro generale, ci sono caratteristiche specifiche. In Irlanda si è tentato di attirare investimenti diretti esteri in alta tecnologia con una tassazione molta bassa sugli utili, ma a conti fatti poche aziende veramente innovative si sono spostate verso la piccola "tigre celtica" la cui regolamentazione pareva lasca e la cui crescita era al traino della Gran Bretagna (mai entrata nell’euro). Così, quando per l’Isola Verde l’alta tecnologia si è rivelata un’illusione, ci è buttati sull’edilizia.

E i costruttori sono stati, dati alla mano, i principali finanziatori delle campagne elettorali dei vari partiti della Repubblica. In Spagna, la liquidità è corsa verso l’immobiliare (anche perché c’erano poche alternative concrete) mentre altre politiche pubbliche incoraggiavano la denatalità. Ora il Paese dispone di un patrimonio di case edificato con indebitamento estero e tale da soddisfare qualcosa come tre generazioni: la bolla è così esplosa all’interno e nei conti con il resto del mondo. Ancora, i tecnici dell’Eurostat avevano espresso serie perplessità sui conti della Grecia e sulla loro compatibilità con le regole di Maastricht: sono stati sostituiti per fare entrare gli eredi dell’Ellade (considerata la culla della civiltà europea) nell’areopago del continente. E il Portogallo? "La grande moderazione" ha portato conti in rosso senza crescita a ragione dei forti investimenti, oltre che nell’edilizia, nell’arido Nord del Paese.

Ora o si rattoppa l’euro o si va tutti a gambe all’aria: il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy parla di «crisi di sopravvivenza». Rattoppare, però, non deve voler dire una sanatoria per le politiche errate. I primi a pagarne le spese sarebbero gli stessi "tigrotti" che tra qualche anno si ritroverebbero come adesso, ove non peggio di adesso. Alla lunga, poi, la stessa unione monetaria non resisterebbe: farebbe la fine di una dozzina di unioni monetarie costituite negli ultimi 60 anni.
È necessario allora che i salvataggi (a spese dei contribuenti di Paesi virtuosi) siano accompagnati da condizioni precise in merito a cambiamenti di rotta. E da un rigoroso monitoraggio.

Giuseppe Pennisi

La soluzione del problema Irlandese... e Portoghese e Greco e Spagnolo...

Cominciamo a vedere come si è arrivati al disastro d'Irlanda, lo facciamo con una parte di un articolo di Oscar Giannino uscito oggi su Chicago Blog:

.....Tutti sanno qual è la realtà. L’Irlanda non è Paese che abbia mentito sui suoi numeri pubblici come la Grecia. Non è Paese che abbia un deficit annuale a doppia cifra sul Pil delle partite correnti, come capita al Portogallo che non riesce a generare esportazioni e dipende dai capitali stranieri. L’Irlanda paga l’esplosione del suo sistema bancario, che adottando in pieno il modello di intermediazione ad alta leva era iperesposto su crediti e impieghi ad alto rischio, divenuti nella crisi insolvibili perché privi di prezzo. Con banche più grandi della sua economia, la garanzia pubblica data al sistema da salvare ha finito per non bastare, perché perdite e rettifiche sono giunte in due anni a coprire più di 40 punti nazionali di Pil.
L’innalzarsi degli spread dei titoli pubblici irlandesi sul Bund ha punito un Paese la cui economia è inefficiente? No, ha punito il fatto che in più di due anni l’euroarea non ha saputo né voluto in alcun modo darsi un meccanismo di salvataggio e garanzia degli intermediari finanziari che non sui riverberasse immediatamente sui conti pubblici anno per anno dei diversi Paesi membri. E’ un meccanismo che vede di volta in volta i Paesi leader tirare la corda fino all’estremo secondo prossimo al default del Paese che si trovi esposto al rischio, per poi imporgli condizioni capestro per salvare le proprie banche che regolarmente hanno titoli di quel paese e sono i veri destinatari del salvataggio, che invece spingerà il Paese destinatario a due conseguenze sbagliate.....
Usiamo le parole di Oscar Giannino permettendoci sommessamente di chiosare che non si può liquidare la politica spericolata delle banche di diritto irlandese come "modello di intermediazione ad alta leva", ci manca solo un nuovo giro di parole (tipo QE, manovra di bilancio, riallineamento dei conti, e bastaaaaa...) per definire bonariamente la totale irresponsabilità di banchieri la cui unica stella polare per anni è stata il bonus di fine anno, costi anzi rischi quel che rischi.

Ma c'è di più, quel "modello di intermediazione ad alta leva" (come suona bene eh...) è favorito da un sistema di norme tese ad attirare la maggior quantità di capitali possibili sull'altare di facili triangolazioni con paradisi fisacali (si veda l'ingegnoso sistema con cui il colosso Google riesce ad avere un tax rate del 2,4% grazie alle norme irlandesi ).

Quindi, va bene puntare il dito sulle lentezze e la arretratezza normativa dell'euroarea, ma insomma non è che a gonfiare a dismisura il proprio sistema bancario e il mercato immobiliare lo abbia prescritto il medico (o l'Unione Europea) all'Irlanda. E' stata una precisa scelta di politica economica che tra le altre cose ha spiazzato i sistemi fiscali e bancari delle altre nazioni europee.

Siamo d'accordo con Oscar Giannino, e lo diciamo da tempo, è necessario che venga immediatamente approntato un meccanismo europeo che affronti le crisi finanziarie e in particolare (questo lo aggiungiamo noi) prevedendo che siano anche i creditori a pagare smitizzando il tabù del default e degli stati e degli istituti bancari.

Hanno ragione i cittadini Irlandesi a rivoltarsi contro i loro governanti, contro l'FMI e persino contro questa Unione Europea , loro, si sono visti togliere servizi e diritti per salvare le banche!Tutte le banche, le loro e quelle del resto d'Europa, ma quello che è peggio è che gli Irlandesi stanno perdendo tutto senza fare pagare un centesimo di euro ai creditori e agli azionisti (e ai dirigenti) di quelle stesse banche piene zeppe di titoli senza valore.

E' inaccettabile, come fa notare Jim Rogers:
It would teach everybody a good lesson, and in the end Europe would be stronger for it, and the EUR would be stronger... You can not spend staggering amounts of money that you don't have of other people's money that you don't have because somebody has to pay the piper. This is ludicrous. This will cripple the Irish economy for years to come. In the future Ireland will be crippled because everything they earn will go to pay off old debt.There is no reason why taxpayers around Europe or in Ireland should pay for other people's mistakes. The bondholders and the stockholders of banks should lose money"... So simple, yet so irrelevant when dealing with a dying economic model.
E' semplice in fondo, non esiste alcuna ragione per cui i contribuenti europei debbano pagare gli errori di altre persone, prima devono pagare (fino ad azzerare i propri investimenti) gli obbligazionisti e gli azionisti delle banche. Lo stato interverrà solo alla fine di questo processo, nazionalizzando e/o liquidando le banche (e i banchieri) in dissesto. Può essere accettabile per i cittadini essere chiamati ad uno sforzo per salvare il sistema finanziario, NON è accettabile salvare gli utili e il bonus di fine anno dei banchieri: esattamente quello che sta succedendo in Irlanda.


Qualcuno ha una soluzione migliore?