martedì, novembre 23, 2010

Irlanda e non solo: crescita tanto esaltata quanto fragile

Quei tigrotti d’Europa ridotti a pulcini spiumati

In una prima fase, all’inizio degli anni Novanta, si era ironizzato chiamandoli il "club Med": si pensava che Grecia, Portogallo e Spagna non ce l’avrebbero mai fatta ad entrare nell’area dell’euro (allora in via di creazione) e che l’Irlanda ne sarebbe rimasta schiacciata dall’accresciuta concorrenza. Poi, tra il 1998 e il 2008, hanno sorpreso vari osservatori per l’elevato tasso di crescita (vero in due casi, presunto negli altri due): in quei dieci anni, i Pil pro capite dell’Irlanda, della Spagna, della Grecia e del Portogallo sono passati rispettivamente dal 106,1% della media dell’area dell’euro al 123,8%, dall’83,3% al 94,5%, dal 72,3% all’86,2% e dal 69,3% al 71,6%. Peccato che la contabilità nazionale della Grecia lasci a desiderare tanto quanto la finanza pubblica ellenica.

E il Portogallo abbia avuto una crescita più mediatica (il ponte sul Tago, l’abbellimento di Lisbona) che effettiva. Oggi, la comunità internazionale ha appena completato una prima azione di salvataggio della Grecia ed è al capezzale dell’Irlanda. Mentre Spagna e Portogallo rischiano il pronto soccorso.
Cosa è successo? In parte l’abbiamo spiegato su Avvenire del 14 novembre: la nascita dell’unione monetaria è stata percepita come una fase di "grande moderazione" caratterizzata da bassi tassi d’interesse e ampio credito dal resto dell’area.

Ne è seguito un forte indebitamento che ha, a sua volta, causato una rapida ascesa del credito totale interno collocato verso investimenti (per lo più immobiliari) a basso rendimento , mentre, in aggiunta, la produttività ristagnava. In questo quadro generale, ci sono caratteristiche specifiche. In Irlanda si è tentato di attirare investimenti diretti esteri in alta tecnologia con una tassazione molta bassa sugli utili, ma a conti fatti poche aziende veramente innovative si sono spostate verso la piccola "tigre celtica" la cui regolamentazione pareva lasca e la cui crescita era al traino della Gran Bretagna (mai entrata nell’euro). Così, quando per l’Isola Verde l’alta tecnologia si è rivelata un’illusione, ci è buttati sull’edilizia.

E i costruttori sono stati, dati alla mano, i principali finanziatori delle campagne elettorali dei vari partiti della Repubblica. In Spagna, la liquidità è corsa verso l’immobiliare (anche perché c’erano poche alternative concrete) mentre altre politiche pubbliche incoraggiavano la denatalità. Ora il Paese dispone di un patrimonio di case edificato con indebitamento estero e tale da soddisfare qualcosa come tre generazioni: la bolla è così esplosa all’interno e nei conti con il resto del mondo. Ancora, i tecnici dell’Eurostat avevano espresso serie perplessità sui conti della Grecia e sulla loro compatibilità con le regole di Maastricht: sono stati sostituiti per fare entrare gli eredi dell’Ellade (considerata la culla della civiltà europea) nell’areopago del continente. E il Portogallo? "La grande moderazione" ha portato conti in rosso senza crescita a ragione dei forti investimenti, oltre che nell’edilizia, nell’arido Nord del Paese.

Ora o si rattoppa l’euro o si va tutti a gambe all’aria: il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy parla di «crisi di sopravvivenza». Rattoppare, però, non deve voler dire una sanatoria per le politiche errate. I primi a pagarne le spese sarebbero gli stessi "tigrotti" che tra qualche anno si ritroverebbero come adesso, ove non peggio di adesso. Alla lunga, poi, la stessa unione monetaria non resisterebbe: farebbe la fine di una dozzina di unioni monetarie costituite negli ultimi 60 anni.
È necessario allora che i salvataggi (a spese dei contribuenti di Paesi virtuosi) siano accompagnati da condizioni precise in merito a cambiamenti di rotta. E da un rigoroso monitoraggio.

Giuseppe Pennisi