mercoledì, aprile 05, 2006

La laicità non può essere una clava, l’ispirazione religiosa non può essere un ghetto

Molto interessante anche questo articolo uscito su Europa qualche giorno fa. Stefano Ceccanti è un costituzionalista, cattolico, impegnato nei Cristiano Sociali e quindi nei DS.


La laicità non può essere una clava, l’ispirazione religiosa non può essere un ghetto
di Stefano Ceccanti

Chiunque frequenti, anche solo sporadicamente, qualche pezzo di quella realtà molecolare che è il cattolicesimo italiano, sa che c‘è un diffuso disagio per varie modalità con cui la Rosa nel Pugno conduce la propria campagna. Può darsi che questo non sposti voti in modo significativo, visti soprattutto i risultati prodotti da cinque anni di centro-destra e viste altresì le stesse biografie individuali e politiche dei suoi leaders. Dubito che sia possibile dedurre una reale vicinanza alle istanze di questi ambienti a partire dalla tv commerciale, dall’evoluzione democratica del postfascismo o anche dalla declinazione in chiave conservatrice europea della tradizione democristiana italiana, che era in larga parte ben altro, come dimostra anche il bello e recente libro di Marco Damilano. Tuttavia è sbagliato non dare risposte a un disagio che potrebbe sfociare in astensione o comunque in un voto “turandosi il naso”, che sarebbe poi svincolato da un successivo impegno di vicinanza e di stimolo critico di cui il centrosinistra avrà bisogno per non cadere nei vizi di un riformismo dall’alto. Penso che fosse proprio questo l’intento di Bobba e Binetti nella loro lettera agli “elettori cattolici”, che contiene altresì un giusto invito a non selezionare arbitrariamente i temi e gli ambiti di impegno, omettendo quelli più scomodi alla propria coalizione o ponendoli in una gerarchia di convenienza personale. Tuttavia la lettera non mi sembra ben centrata, ben rispondente a quella finalità, perché almeno a me dà la sensazione di coltivare l’ispirazione religiosa come una separatezza, sia per il fatto di rivolgersi agli “elettori cattolici”, quasi che i candidati si ritaglino un ambito chiuso di raccolta del consenso, mentre ciascuno dovrebbe aspirare a rappresentare realmente il Paese nella sua complessità, anche di diversità di appartenenze e di posizioni sul fatto religioso, sia soprattutto perché la lettera indica come soggetto politico non l’intero Ulivo, ma la sola Margherita, in quanto capace potenzialmente di “rappresentare adeguatamente” una laicità che rifugga dalle “tentazioni laiciste” e perché essa da sola abbia “il consenso necessario per svolgere un ruolo di equilibrio nella coalizione”.
Sono ben cosciente che Bobba e Binetti sono candidati al Senato per la Margherita e non alla Camera nella lista dell’Ulivo e quindi giustamente fanno riferimento al partito e al simbolo per il quale corrono, ma posto così il problema, parlando solo di Margherita e Unione, sembrano configurare una specializzazione dentro l’Ulivo tra Margherita e Ds per rappresentare separatamente credenti e non e sembra puntare a radicalizzare le differenze nella coalizione. A ben vedere anche alcune delle posizioni della Rosa nel Pugno derivano da queste separatezze, da questi linguaggi non comunicanti. Dobbiamo invece, senza azzerare le diversità, ripartire dall’Ulivo, sia come eredità sia come progetto unitario per il futuro. L’eredità ci consentirebbe di richiamare alcuni punti fermi della legislatura in cui l’Ulivo è esistito, ha governato ed ha prodotto alcuni sintesi che mostrano la totale infondatezza dell’utilizzo della laicità dello Stato come principio divisivo anziché unitario. Tra di essi rientra, ad esempio, la legge n. 62/2000, “Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all'istruzione”, tuttora vigente, che prevede un servizio pubblico integrato tra gestione statale e privata. Proprio chi si rifà a Blair, ma anche a Zapatero, e quindi a posizioni non stataliste in economia, dovrebbe valorizzare quella legge che imita, tra le altre, quella del governo socialista spagnolo di Felipe Gonzalez sulle “scuole concertate”, che Zapatero si è ben guardato dal toccare, finanziando le scuole private che accettano le regole del sistema pubblico. Del resto, nell’ambito informativo, Radio Radicale non è al tempo stesso una radio di partito e un bel servizio pubblico? Sarebbe anzi quanto mai auspicabile che non Bobba e Binetti, ma proprio vari esponenti “laici” dell’Ulivo scrivessero agli elettori cattolici per ricordare la positività di quella riforma scolastica varata sotto il ministro Luigi Berlinguer, a dimostrazione che anche un non appartenente alla comunità ecclesiale può valorizzarne le iniziative e che è possibile farlo a servizio del bene comune e non per logica corporativa. Il progetto dell’Ulivo consentirebbe poi a Bobba e Binetti di scrivere agli elettori “laici” dell’Ulivo per far loro presente che il loro passaggio dall’associazionismo cattolico al ruolo di rappresentanza di tutti maturerà nella piena consapevolezza della diversa funzione e che il loro modo di rapportarsi ai mondi di provenienza non sarà né quello di credenti del dissenso (giacché non lo sono) né quello di portavoce passivi (che non vogliono essere), ma quello di Alcide de Gasperi che andò alla settimana sociale del 1945 non a confermare i cattolici nelle loro convinzioni, ma a ricordare che un conto è parlare in un ambito omogeneo, per darsi motivazioni in un’ “atmosfera ossigenata” di “alta montagna” dove si va per allenarsi, e un altro “fissare una pratica di convivenza civile che tiene conto delle opinioni altrui e che deve cercare una via di mezzo fra quelle che possono essere le aspirazioni di principio e le possibilità di azione”. Ognuno dovrebbe scrivere ai diversi da sé, non ai propri simili, per dimostrare la capacità propria e dell’Ulivo di costruire sintesi nuove tra laici e cattolici: questa è la vera laicità, come rifiuto di ridurre le convinzioni a ricette ideologiche e come scelta di integrare le differenze. Ciò tanto più dovrebbe farlo chi si rifà a un’ispirazione religiosa, che dimostra la propria vitalità quando rinvia alla responsabilità personale e alla creatività di ciascuno. Beniamino Andreatta, quando criticava gli “atei devoti” e contrapponeva loro i “credenti laici”, sottolineando anche gli elementi comuni a certi filoni cattolici e ad alcune modalità spirituali delle chiese della Riforma, diceva: “Il fondamentalismo religioso tende a chiudersi nelle identità presenti. Quando manca lo Spirito, non rimane che cercare il senso dell’identità nelle esperienze primarie della nazione o della religione: ma quando lo Spirito alita, allora nella storia si cerca di costruire ordini che corrispondono alla dimensione dei problemi”. Andreatta è uno dei padri dell’Ulivo. Non a caso.