domenica, aprile 30, 2006

Tesi congressuali FUCI 1

Work in progress
Università e forme nuove del sapere

PREMESSA

1. La FUCI e la nuova Università
Torniamo a parlare di Università in un momento di grande cambiamento che coinvolge non solo l’istituzione accademica ma anche la riorganizzazione della conoscenza, l’interazione tra formazione universitaria e mondo del lavoro. L’esperienza maturata dalla FUCI sino a oggi, che arriva a contare 110 anni di vita, è la sintesi di un percorso lungo e vario. La FUCI dei nostri giorni non è più quella di ieri: infatti, anch’essa è stata plasmata dai mutamenti sociali e culturali intervenuti nel corso degli ultimi tempi. Queste trasformazioni sono particolarmente significative se andiamo a guardare gli anni più recenti, in particolar modo in ambito universitario. Se è cambiata l’Università, possiamo facilmente dedurre che sia cambiata anche la FUCI, composta da studenti universitari che certo sono parti importanti del momento che stiamo vivendo. Convivono così queste due anime nella FUCI: da un lato quella che si rinnova in conseguenza alle spinte culturali, dall’altro quella che non muta nei punti di riferimento e nei caratteri di base. La FUCI dei nostri giorni continua a trarre, come in passato, vitalità e stimoli dal proprio ambiente di riferimento, con rinnovata attenzione e rinnovato entusiasmo.
Anche alla luce di queste considerazioni, siamo convinti che l’Università possa essere ancora oggi il luogo in cui impariamo a pensare e a maturare quegli strumenti che sono indispensabili per diventare pienamente cittadini e pienamente cristiani. Inoltre, crediamo che l’atteggiamento migliore per affacciarci alla novità sia quello di riformulare, seppur in un contesto radicalmente mutato, lo stile centenario della mediazione culturale che sentiamo nostro.
Rinnovata, ma sempre se stessa, la FUCI rimane per noi un’esperienza intensa di maturazione nell’approccio allo studio e alla ricerca. Ricerca che non riguarda solo l’ambito culturale, ma anche quello di fede. Prendendo atto del fatto che la società ci sembra in questo momento lontana dal pensiero cristiano, crediamo necessario ripensare la sfida della testimonianza cristiana nel nostro ambiente di vita quotidiano. Per far questo è importante saper leggere innanzitutto il contesto universitario e la tipologia dei soggetti che in esso operano, per poi tradurre nei linguaggi e nelle forme adeguate la missione laicale che ci assumiamo, elaborando nuovi modelli che siano coerenti con la nostra fede ma anche con la nostra storia.

2. Quale presenza cristiana in Università oggi?
La popolazione universitaria oggi è estremamente eterogenea e lo studente-tipo approda agli studi accademici con motivazioni e prospettive decisamente diverse da quelle del passato. Forse generalizzando, si potrebbe osservare un passaggio da studente vocazionale a uno professionale, cioè da un tipo di studente che frequenta l’Università per maturare e perfezionare la propria vocazione intellettuale a uno che la frequenta per acquisire delle competenze utili per entrare nel mondo del lavoro, con migliori prospettive. Ma è proprio così? Le aspettative corrispondono alla realtà?
Inoltre, l’incremento esponenziale del numero di iscritti rende di fatto impossibile l’antico modello di Università quale “comunità di studenti e di discenti”. Le Università italiane odierne somigliano infatti a piccole città, in cui sembrano regnare indifferenza e individualismo e in cui sopravvivono solo ristrette comunità omogenee. Così come accade ormai da tempo alle città, anche negli atenei va aumentando la complessità della popolazione pure in conseguenza del sensibile aumento del numero di studenti stranieri in Italia (prevalentemente dall’Est Europeo, dall’Africa, dall’America Latina e dall’Asia centrale). E così sorgono nuovi problemi legati all’interazione tra diverse religioni e culture: il dialogo interreligioso, per fare un esempio a noi caro, diventa terreno d’incontro nel piccolo del quotidiano. La vecchia contrapposizione tra cultura cattolica e laica sembra oggi allentata, nel senso che non è l’unica contrapposizione possibile, anche perchè la cultura cattolica si ritrova ad essere una tra le tante. Non per questo, però, essa deve perdere di vista il proprio ruolo nella vita universitaria: testimoniare la Salvezza a tutti coloro che ci sono prossimi, compagni di studio e di ricerca.
Il numero crescente di soggetti, le diverse età di inizio degli studi, l’eterogeneità di culture e di motivazioni allo studio possono essere alcuni dei molteplici fattori che spiegano il senso di estraneità dominante nelle nostre facoltà. Bisogna allora chiedersi: qual è il migliore modello di interazione tra singoli soggetti sempre meno omologati e inseriti in micro-comunità? Infatti, la realtà dei gruppi (associazioni, collettivi, giovanili di partito) rappresenta il piccolo spazio umano nel quale si tenta di ricostruire un modo diverso di vivere tempi e luoghi universitari, recuperando innanzitutto la cultura della prossimità, sempre più indispensabile per affrontare lo smarrimento e la crescente complessità della realtà degli Atenei. L’idea di una comunità universitaria rimane forse un’utopia ma può rappresentare ancora una tensione in cui combinare integrazione culturale e testimonianza cristiana. Ciò appare possibile però solo se si ripensa uno stile cristiano e laico capace di porsi umilmente in dialogo sul terreno fertile e comune della cultura, dello studio e della ricerca: uno stile insomma che non sia ostentato per essere riconosciuto. Questo percorso dovrebbe presupporre un’analisi accurata e una seria critica delle nostre categorie di riferimento e dei nostri linguaggi, che spesso rischiano di essere autoreferenziali e inadatti a una comprensione esterna.
Pensiamo che un’esperienza viva e coerente di cristianesimo in Università sia oggi possibile se fondata sulle categorie del confronto e del rispetto reciproco. Questo significa scardinare innanzitutto la rigida distinzione tra “noi” studenti cattolici e gli “altri” universitari. L’elemento religioso non può definire appartenenze escludenti. Infatti, la continua rivendicazione dei propri “confini” culturali sottolinea la differenza e crea conflitto con gli altri gruppi che sono allo stesso tempo parte del tessuto universitario, anziché favorire un atteggiamento di collaborazione e di ricerca di una minima comune identità.
“Si impara a credere solo nel pieno essere aldiquà della vita” : questa intuizione di Bonhoeffer ci suggerisce che per noi la fedeltà a Dio si manifesta non solo attraverso i percorsi di spiritualità parrocchiali o di gruppo, ma anche attraverso la cura dei complessi contesti in cui viviamo: questo per noi significa confrontarci secondo le categorie universitarie con la realtà complessa dei nostri Atenei. Uno sforzo di questo tipo può comportare delusioni e fallimenti; allo stesso tempo, è importante tentarlo anche per non eludere il diffuso pregiudizio con cui, in genere, vengono considerati i cattolici in questi ambienti. Una risposta lungimirante potrebbe essere costruire basandosi non su un approccio all’insegna di divisione, imposizione e contrapposizione, bensì su un atteggiamento di umiltà, di consapevolezza dei propri limiti e di ascolto. Solo l’interazione serena e rispettosa tra soggetti, a prescindere dalle appartenenze, può realizzare a lungo andare quell’originario modello di comunità universitaria cui si faceva riferimento. In piena compatibilità con la dichiarazione della nostra fede, è necessario assumere linguaggi, metodi e strumenti non-religiosi, aperti e accessibili, che permettano di tradurre l’attenzione e la sensibilità cristiana attraverso interpretazioni “mondane”. Può essere questo lo stile e la prospettiva che risponde all’interrogativo: “Come portare Cristo e la nostra fede laddove nessuno lo vuole?”, ricordando che Cristo, prima ancora di non esser voluto, forse non è nemmeno conosciuto. L’etichetta che può essere sovrapposta su coloro i quali espongano le proprie idee seguendo principi riconducibili alla fede cattolica può derivare anche da una distorta percezione dello stile di presenza cristiana in Università.
Con queste premesse torniamo a parlare di Università. Con una FUCI dicevamo nuova, che tenta di tradurre adeguatamente, nei diversi momenti, il proprio stile ecclesiale e secolare, caratterizzato da autonomia e responsabilità. Chiesa e Università, dunque fede e cultura, rimangono i due poli identitari della Federazione. In un momento in cui questi mutano, la FUCI inevitabilmente deve ripensarsi.. Se cambia il modo di fare cultura oggi, la sfida è tentare di reinventare ancora una volta la possibilità di un fruttuoso dialogo tra pensiero e credo, nella consapevolezza che la cultura non è un modo per affermare un potere, né un privilegio, ma una meravigliosa occasione per metterci in discussione e in dialogo con gli orizzonti schiusi dalla storia che Dio intreccia da sempre con l’uomo.
La rivoluzione del mondo della conoscenza che oggi intendiamo affrontare s’inserisce qui, come ennesimo passaggio nel lungo cammino da un’Università per pochi a un’Università per molti, forse più libera nell’accesso, ma visibilmente in affanno nel fare sintesi tra spinte globali, di novità e di conservazione. Fedeli al nostro stile laicale di protagonismo discreto e pensante, ci affacciamo alla complessità del tema del cambiamento dei saperi con la consapevolezza di non essere esaurienti ma allo stesso tempo con l’intenzione di dare un contributo utile alla riflessione degli studenti e di coloro che s’interessano delle sorti dell’Università.