domenica, settembre 25, 2016

     VANGELI
tratto dal n. 05 - 1999 della rivista "30 Giorni nella Chiesa e nel mondo"

Amati, odiati comunque noti


Il Vangelo di Marco era così conosciuto nella Roma imperiale del primo secolo che alcuni autori dell’epoca vi fanno riferimento nelle loro opere, chi parodiandolo, chi parlandone con ammirazione e simpatia. Come spiega Marta Sordi, una delle maggiori esperte del cristianesimo antico. Intervista


Intervista con Marta Sordi di Stefano Maria Paci

Il Vangelo di Marco? Sarebbe stato scritto a Roma appena pochi anni dopo la morte di Gesù Cristo, attorno all’anno 50, ed è frutto diretto della predicazione di san Pietro. Ci sono nuovi, autorevoli studi che sostengono questa tesi. Una tesi che contraddice l’esegesi tuttora imperante anche nei seminari e nelle facoltà teologiche secondo la quale i Vangeli non conterrebbero il racconto dei testimoni oculari degli eventi che vi sono descritti, ma sarebbero stati composti dalle comunità cristiane dei secoli successivi.
Corteo imperiale, particolare del bassorilievo dell’Ara Pacis Augustae, a Roma
Corteo imperiale, particolare del bassorilievo dell’Ara Pacis Augustae, a Roma
Invece il Vangelo di Marco, contrariamente a quanto si dice abitualmente, era così conosciuto nella Roma imperiale del I secolo che alcuni autori dell’epoca vi fanno continuo riferimento nelle loro opere, chi parodiandolo, chi parlandone con ammirazione e simpatia. Esaminando gli scritti degli autori pagani si scopre così che la crocifissione, da supplizio vergognoso, viene improvvisamente trasformata in esaltazione vittoriosa, che Seneca potrebbe avere avuto rapporti con san Paolo, che gli autori stoici rimodellano i miti pagani, come quello di Ercole, sulla figura di Cristo Salvatore. E il singolare Editto di Nazareth, scritto da un imperatore romano e scoperto attorno al 1800, che colpiva retroattivamente con pena di morte chiunque avesse spostato cippi sepocrali, sarebbe di Nerone, e segnerebbe l’inizio della persecuzione dei cristiani in Giudea. Proprio alla voce secondo la quale i cristiani avrebbero trafugato il corpo di Cristo per fingere la resurrezione, e a questo Editto, farebbe riferimento Matteo alla fine del suo Vangelo («Così questa diceria si è divulgata tra i Giudei fino ad oggi», Mt 28, 15); non ne parla però Marco. Un ulteriore indizio del fatto che il discepolo di Pietro abbia scritto il Vangelo prima dell’Editto di Nerone.
Per saperne di più su queste nuove ipotesi siamo andati ad incontrare la professoressa Marta Sordi, direttore dell’Istituto di storia antica dell’Università Cattolica di Milano, una delle massime esperte del cristianesimo dei primi secoli.
Professoressa, cosa emerge da questi nuovi studi?
MARTA SORDI: Si è spesso sostenuto che il cristianesimo a Roma è stato conosciuto tardi. Secondo l’interpretazione più diffusa di un passo di Svetonio lo stesso imperatore Claudio non aveva nemmeno capito che Gesù era morto in Palestina, ma credeva che fosse presente a Roma. Nel I secolo, insomma, secondo le interpretazioni correnti, nel cuore dell’Impero romano si aveva una concezione vaga, confusa di cosa fosse il cristianesimo. Quello che invece sta emergendo, e che rompe gli schemi prestabiliti, è che non solo già nel I secolo il cristianesimo era conosciuto a Roma da molti, anche intellettuali e appartenenti ai circoli imperiali, ma era visto, almeno in certi ambienti, con simpatia e ammirazione.
Da cosa nasce questo proliferare di scoperte sulla presenza dei cristiani a Roma nel I secolo?
SORDI: A metterle in moto è stata l’identificazione, accettata da alcuni e respinta da altri, di un frammento, il 7Q5, scoperto nelle Grotte di Qumrân in Palestina, con un passo del Vangelo di Marco. Il frammento è databile a prima del 50 d.C. e proviene probabilmente da Roma. Questa identificazione è servita, sia pure soltanto come ipotesi di lavoro, a stimolare la ricerca storiografica. Ha permesso cioè di riesaminare la validità di testimonianze che l’ipercritica nata nell’Ottocento, putroppo ancora attiva oggi quando si tratta di notizie riguardanti il cristianesimo delle origini, aveva accantonato.
Essa conferma, innanzitutto, la notizia che Pietro era venuto a Roma nel 42 d.C., all’inizio del regno di Claudio, e che il Vangelo di Marco era la stesura della sua predicazione fatta dallo stesso Marco su richiesta dei Romani, soprattutto cavalieri e cesariani (i liberti imperiali), che lo avevano ascoltato.
Che testimonianze storiche ci sono della presenza di Pietro a Roma e dell’esistenza di una comunità cristiana nel cuore dell’Impero già negli anni 40 del I secolo?
SORDI: Il fatto che Pietro fosse a Roma in quegli anni è attestato da Clemente di Alessandria e da Papia di Gerapoli, ambedue del II secolo dopo Cristo, e si accorda perfettamente con la conversione, avvenuta nell’anno 42/43 d.C. e raccontata da Tacito nei suoi Annales, a una «superstitio externa» (che è certamente il cristianesimo) della matrona romana Pomponia Grecina, moglie di un generale di Claudio e appartenente a una famiglia vicinissima alla corte imperiale. Paolo nel capitolo 16 della Lettera ai Romani parla poi della presenza di cristiani nella casa di Narcisso, liberto e ministro di Claudio, che era appunto un cesariano. Luca dedica a un cavaliere romano il Vangelo e gli Atti degli Apostoli. Tertulliano parla di un tentativo di Tiberio di riconoscere il cristianesimo già nel 35 d.C. e Giuseppe Flavio ci rivela che subito dopo, nel 36/37 d.C., il legato di Tiberio, Vitellio, a Gerusalemme depose Caifa dal sommo sacerdozio. Lo stesso Vitellio, nel 43 d.C., venne lasciato a Roma da Claudio con pieni poteri durante la spedizione dell’imperatore in Britannia ed era il responsabile del governo al tempo della venuta di Pietro.
Predica di san Pietro alla presenza di san Marco, Tabernacolo dei linaioli, 
Beato Angelico, Museo di San Marco, Firenze
Predica di san Pietro alla presenza di san Marco, Tabernacolo dei linaioli, Beato Angelico, Museo di San Marco, Firenze
L’identificazione del 7Q5 con un passo del Vangelo di Marco, insomma, si accorda pienamente con tutti questi dati, provenienti da fonti diverse (non solo cristiane ma anche pagane e giudaiche) e, rivelando la conoscenza che la Roma dei Giulio Claudi ebbe molto presto del cristianesimo, ha permesso a me e ai miei allievi di rileggere con nuova attenzione fonti prima trascurate.
E cosa avete scoperto?
SORDI: La dottoressa Ilaria Ramelli, in un articolo pubblicato su Aevum 1996, ha dimostrato – e io credo con buoni argomenti – che Petronio, nel suo famoso Satyricon scritto nel 64/65 d.C., conosceva e parodiava il racconto di Marco sull’unzione di Betania. Io stessa e il collega Erhard Grzybek, dell’Università di Ginevra, abbiamo sostenuto alcuni mesi fa su una rivista tedesca (Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, 1998) che il cosiddetto Editto di Nazareth è di Nerone e cerca di colpire i discepoli di Cristo ancora viventi in Giudea, accettando la versione giudaica sul sepolcro vuoto riferita da Matteo alla fine del suo Vangelo. Petronio stesso, nella sua novella sulla matrona di Efeso, mostra di conoscere il racconto evangelico e di volerne fare, come nel caso precedente, la parodia.
Da questi vostri studi emerge che il cristianesimo, per quanto ben conosciuto, provocò negli ambienti della cultura e del potere romani solo irrisioni e persecuzioni.
SORDI: Non unicamente. Se la conoscenza che del cristianesimo hanno Nerone e Petronio denota ostilità e irrisione, ci sono altre testimonianze, provenienti soprattutto dall’ambiente dell’opposizione stoica a Nerone e Domiziano, che rivelano invece ammirazione e simpatia. Un’iscrizione di Ostia del I secolo, pubblicata in CIL XIV, 566, prova che esistevano effettivamente cristiani, devoti a Pietro e a Paolo, nella casa di Seneca, e la stessa Ramelli, in un articolo comparso su Vetera Christianorum 1997, avanza l’ipotesi che l’epistolario fra Seneca e Paolo, tolta la lettera dell’incendio del 64 d.C. che Girolamo non conosceva e che si rivela un’aggiunta più tarda, potrebbe essere autentico. Laura Cotta Ramosino poi, in un articolo che sta per essere pubblicato su Aevum 1999, mette in evidenza come il poeta Silio Italico – che scriveva sotto i Flavi ma che aveva rivestito il consolato sotto Nerone nel 68 d.C. – nel suo poema epico, Punica, rinnova la tradizione letteraria introducendo in due casi il supplizio della croce con un significato del tutto diverso da quello tradizionale.
La morte in croce era considerata dai Romani un supplizio infamante, di cui vergognarsi. Non è così?
SORDI: Sì, proprio così. Ma Silio Italico fa addirittura morire sulla croce, diversamente da tutti gli scrittori precedenti, Attilio Regolo, l’eroe della fides romana (Pun. II, 343 e 435/C). In questo modo la croce stessa da supplizio ignominioso finisce per essere considerata un segno di vittoria sugli aguzzini e sulla Fortuna, e perde il suo carattere infamante a causa della nobiltà di colui che la subisce. L’altro episodio riguarda un servo del re iberico Tago, crocifisso da Asdrubale (Pun. I, 151): il servo vendica il suo padrone e dopo aver sopportato con fortezza la tortura, chiede la pena stessa del suo signore: «Dominique crucem clamore reposcit» (Pun. II, 181), «richiede ad alta voce la croce del suo signore». Sono quasi le identiche parole che nei racconti apocrifi della passione di san Pietro vengono attribuite all’apostolo.
Ancora Ilaria Ramelli, in un articolo pubblicato alcuni mesi fa sulla Rivista di storia della Chiesa in Italia 1998, analizza la tragedia Hercules Oetaeus attribuita a Seneca ma risalente probabilmente ad uno stoico (certamente pagano) dell’età Flavia e mostra come il mito di Ercole sia stato rimodellato dall’autore con chiari riferimenti alla passione e alla resurrezione di Cristo. La madre è presente sul luogo della passione, il protagonista morente esclama «peractum est», «tutto è compiuto», Ercole prima di spirare invoca il padre, e la madre afferma la sua fede nel risorto.
Gli stoici romani del I secolo dopo Cristo, che subirono negli stessi anni dei cristiani le persecuzioni di Nerone e Domiziano, conobbero dunque e guardarono con simpatia i seguaci di Cristo. Questo spiega sia la simpatia che, a loro volta, scrittori cristiani del II secolo, come Giustino martire e Clemente di Alessandria, ebbero per questi stoici (penso soprattutto a Musonio Rufo, che Giustino chiama «martire inconsapevole di Cristo»), sia gli echi di cristianesimo che si ritrovano nelle loro opere. E spiega anche il concetto paolino di carne presente in Persio e certe espressioni rivelatrici usate da Seneca.