BADIA PRATAGLIA, agosto
Cari
amici lettori, ho conosciuto il parroco di un paesino dai tetti rossi, buttati
di qua e di là della strada che congiunge la Toscana alla Romagna, a pochi
chilometri dal passo dei Mandrioli, uno dei più pittoreschi dell’Appennino. È
l’ultimo paese del Casentino e, a ricordarlo soltanto, ti senti riconciliato
con la vita. La strada cammina tra boschi di abeti, castagni, faggi, fino ai
mille metri del valico, e Badia Frataglia vi respira dentro col suoi giardini
dove sbocciano rose variopinte, dai toni più impensati, quasi a picco su dirupi
che arieggiano il paesaggio alpino. Basta addentrarsi per pochi passi nelle
abetaie, nei castagneti, nei faggeti, che ti spuntano fra i piedi fragolette
minuscole da farti venire « o gulìo », come dicono sotto il Vesuvio. È insomma
il paesaggio della Verna e di Camaldoli, dove San Romualdo costruì l’Eremo
ineguagliabile che custodisce in urna le spoglie di Mariotto Allegri.
In
questo paese c’è una grottina che riproduce quella di Massabielle, dove i
villeggianti — udite! — vanno a vespro a recitare il Rosario.
Ma
lasciamo andare; è proprio un pezzo di terra benedetta che fa presentire il
Paradiso e fa dimenticare — come vedete — gli occhi sfavillanti del parroco, un
giovinotto con una gola soprana d’alta quota, tutto passione d’apostolato,
esuberante di vita e di buone intenzioni, orgoglioso, ma non tanto, della
povertà del suo gregge e della sua parrocchia: non tanto perché la povertà lo
inchioda ai banchi tarlati della vecchia abbazia dove sorse l’attuale chiesa,
monumento nazionale: veneranda chiesa romanica, qua e là in rovina, che
abbisogna di riparazioni urgenti.
Ed
è un vero peccato perché Don Carlo Caporali è di quelle tempra che potrebbero
seminare il bene a ventilabro alto su e giù per le vallate dove la popolazione
vive da secoli lavorando il legno, unica industria locale.
Ho
assistito alle prove di una « Schola cantorum » (che poi ha cantato la domenica
in una magnifica Messa di Requiem) composta di giovani e meno giovani
tagliaboschi appassionati di musica, diretta da uno strano tipo di maestro
autodidatta, che la notte lavora nella selva al lume di fiaccole e il giorno
modella anfore e pale (ne riparleremo) per dare pane alla famiglia.
Ebbene,
lo credereste? Le opere parrocchiali hanno assunto tale sviluppo da consentire
al parroco di fondare un asilo che — ahimè! — vive di elemosine. Quanti, quanti
bimbi e bimbe mi sono sfilati dinanzi, guidati, curati dalle monache di
Sant’Anna! E quanti aspettano invano di essere strappati alla strada!
Invano?
No. Voi, amici, mi avete capito; voi aiuterete Don Carlo Caporali — parroco di
Badia Prataglia (Arezzo) — a tenere aperto il suo asilo, vero?
L’appuntamento
di questa settimana è dunque sul Passo dei Mandrioli. E badate che Don Carlo è
un tipaccio che mi renderà conto di quel che farete per la sua bella
parrocchia, che odora di miseria. Senza contare che quelli fra voi i quali,
potendo, non faranno, un giorno dovranno render conto a Qualcuno di essere
mancati all’appuntamento.
BENIGNO
3
ottobre 1948
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