NAPOLI, 16-1-’49
Caro
Benigno,
scusami
del tu cristiano e della carta… non epistolare.
Vivacemente,
cristianamente ti prego di interessarti al caso pietosissimo di un ragioniere,
epurato per motivi politici, oggi misero e derelitto. Ripudiato dalla vita
civile dopo gli avvenimenti dell’aprile 1945, attende ogni giorno il pane per
sé, sua moglie e i bambini. Religioso, pieno di fede, accetta in pudico
silenzio la sua miseria.
Nulla
più in suppellettili in casa. Nulla, alla lettera. Una pia suora, piangendo, mi
ha raccontato il fatto. Io non posso proprio nulla; tanto è vero che ho scritto
al Santo Padre per un impiego per me. Tuttavia cercherò di fare quel che posso,
memore di ciò che sulla carità dice Sant’Agostino, come tu hai stampato
sull’«Osservatore» domenicale.
Ha
bisogno di tutto: medicine, viveri, denaro, biancheria. Prima di ridursi così
ha venduto tutto per non disturbare nessuno.
«Dice
San Carlo Borromeo che la migliore carità è quella di far lavorare».
Fa’
qualcosa di duraturo, continuativo per lui. Segnalalo alla Pontificia
Commissione di Assistenza. «Inizia una sottoscrizione». Insomma, quel poverino
attende qualcosa che lo sfami e gli dia un po’ di pace.
L’indirizzo
è:
Rag.
Giuseppe Romano
Vico Baglivo Uries, 42 – Napoli.
Tanti
ringraziamenti e saluti in Corde Jesu dal tuo fedele «osservatorista»
PIETRO
IMPERIO
Via Canale a Montecalvario, 42 – Napoli.
Questa
supplica è regolarmente corredata dal certificato del parroco Antonio Stella
(Parrocchia S. Giorgio dei Genovesi) e mi ha fatto ricordare il «qui si parrà
la tua nobilitate» di dantesca memoria, che giro senz’altro agli amici lettori.
Ho
già detto che la carità cristiana non ha mai chiesto al fratello la tessera o
la razza. Dovrei anzi esprimere più ampiamente un mio modesto avviso in merito
a «quegli» avvenimenti.
Oggi
è estremamente pericoloso indagare sul colore e sui distintivi portati
all’occhiello. Quel che conta è la buona fede. Comunque, da tempo m’interessa
sapere se si tratta di galantuomini o di ribaldi.
Che
ne dite, amici?
Giuseppe
Romano è un galantuomo e perciò merita il vostro aiuto. Se poi la P. C. A.
vuole intervenire, meglio ancora.
Amici
di Napoli, nessuno di voi può offrire direttamente o indirettamente lavoro al
povero diseredato? Coraggio! Sarebbe una gran gioia per me sapere un giorno che
il fratello Romano ha trovato da sistemarsi.
Mi
darete questa consolazione?
Io
di duraturo non so offrire che le mie preghiere. La lettera, come vedete, è di
vecchia data, e il caso è urgente.
BENIGNO
N.B.
— Segnalo inoltre a chi ha la possibilità di sistemarlo Lucidi Giacomo,
attualmente sfollato presso la Scuola Armando Diaz (Via Acireale, 14 – Lequile,
Lecce) dopo una dolorosa odissea.
Si
tratta di un aggiustatore meccanico di precisione, già in servizio nella Direzione
di Artiglieria di Tripoli.
3
aprile 1949
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