sabato, giugno 04, 2005
Rappresentanti di lista
Il Comitato Scienza e Vita a livello nazionale sta chiedendo a tutte le persone che aderiscono alla campagna sul Non voto di rendersi disponibili per essere nominati rappresentanti di lista (per le persone che lavorano ci sono 2 giorni di riposo previsti dalla legge). Le ragioni di questa urgente necessità sono facilmente intuibili. Per dare la disponibilità basta mettersi in contatto con il Comitato Scienza e vita della propria Diocesi o chiedere alla sede nazionale 06 68192554 qual è la persona di riferimento più vicina alla propria sede elettorale.
venerdì, giugno 03, 2005
Parla l'ex Segretario del Partito Radicale
«Io mi asterrò perchè è il modo politico più efficace per rigettare i quesiti. È la risposta giusta perchè chi vota no involontariamente aiuta chi vuole il sì e imbalsama la legislazione attuale delegittimando la possibilità di modificare la legge. Il non raggiungimento del quorum lascia la strada aperta a un miglioramento della legge, mentre il Sì farebbe un macello, producendo una legge inaccettabile. Questa legge non è perfetta, va migliorata. Ma per migliorarla è indispensabile verificarla e affinarla. L'estrema complessità del tema forza i promotori dei quesiti a delle semplificazioni sbagliate. Sciabolate e accettate, necessarie per arrivare a coinvolgere il grande pubblico, sono la negazione della complessità della materia e quindi l'astensione rappresenta un radicale rifiuto di questa impostazione. In secondo luogo, l'astensione è il modo politico più efficace per rigettare questa contesa. Chi vota No, involontariamente aiuta la battaglia del Sì. Tutti coloro che definiscono in modo aggressivo la scelta dell'astensione, in passato, almeno una volta, si sono politicamente astenuti su altri quesiti. È singolare che oggi chi in passato ha promosso l'astensione attiva, definisca furbesca, miserabile e ipocrita l'azione per l'astensione attiva su questi 4 referendum.
Aver promosso i referendum sulla fecondazione contrasta con il programma dell’Ulivo di questa legislatura. Ci sono state chiare forzature ed errori che gli alleati della Fed hanno compiuto nel promuovere, in quanto partiti, questo referendum.»
Francesco Rutelli.
Aver promosso i referendum sulla fecondazione contrasta con il programma dell’Ulivo di questa legislatura. Ci sono state chiare forzature ed errori che gli alleati della Fed hanno compiuto nel promuovere, in quanto partiti, questo referendum.»
Francesco Rutelli.
Referendari, siete pronti al grande botto?
Intro
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|-2---2-2---2-2---0-0---0-0---0-0---0-0---0-0-|
|-2---2-2---3-3---2-2---0-0---0-0---2-2---0-0-|
|-2---2-2---4-4---2-2---1-1---1-1---2-2---1-1-|
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|-2---2-2---2-2---0-0---0-0---0-0---0-0---0-0-|
F#m F#m Bm A E E A E
It is not the fall that hurts
it's when you hit the ground.
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|-2---2-2---2-2---0-0---0-0---0-0---0-0---0-0-|
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F#m F#m Bm A E E A E
It is not the fall that hurts
it's when you hit the ground.
Come promesso
"La legge non è perfetta, ma i promotori devono dimostrare di non essere in minoranza. Chi va a votare no, aiuta il sì".
Grande Rutelli.
(Come promesso)
Grande Rutelli.
(Come promesso)
giovedì, giugno 02, 2005
A servizio della vita
Benché questa campagna referendaria stia procedendo più per slogans che per idee, più per “passione” politica che per vero confronto, tuttavia è un’occasione per pensare al valore della maternità, in una stagione culturale in cui essa sembra aver perso molto del suo intenso significato umano.
Il desiderio di un figlio è espressione alta dell’umanità di una donna e di una coppia; porta con sé quella fiducia nel futuro e quell’apertura più forte di ogni ripiegamento di cui la nostra società ha grande bisogno. Volere un figlio è espressione di una vita che, fattasi adulta, intende realizzarsi nel generare, cioè nel fare dono di sé a un altro e attraverso un altro. Sappiamo che, come ogni esperienza umana, anche la maternità ha bisogno sempre di essere purificata, viziata come può essere dal bisogno di affermare se stessi; o di vedersi specchiati nel figlio; o di vivere il proprio figlio come un possesso o come un prolungamento di sé. L’impossibilità di avere un figlio è motivo di profonda sofferenza, per molte donne e per molte coppie; una sofferenza di cui avere rispetto, di cui farsi solidali, senza mai dimenticare, tuttavia, che nemmeno in nome del dolore certi limiti possono essere forzati, se non a costo di mortificare il valore stesso della vita. Il dibattito di queste settimane ha messo in luce una mentalità per la quale il figlio sembra essere un diritto. Ma se un figlio è un diritto dei genitori, come potrà mai diventare se stesso? Come potrà crescere per quello che è, non un’appendice della donna o della coppia che l’hanno generato? Volere un figlio a tutti i costi, con qualsiasi mezzo, forza un limite che mi pare trasformi lo stesso modo di pensare la vita; introduca un criterio di onnipotenza incompatibile con la vita umana.
La donna, per la sua storia e anche per la consapevolezza maturata in questi anni di crescita della originale soggettività femminile (Giovanni Paolo II l’ha chiamato «genio femminile») conosce quell’esperienza del limite che è mistero; conosce il valore della relazione che nel suo essere reciprocità è ricchezza e limite; conosce la paziente ricerca di un punto di equilibrio sempre nuovo tra possibilità e limiti, senza rassegnazione e senza onnipotenza; tra realizzazione di sé e dono di sé; tra dimensione personale (che è molto più che individuale) e dimensione sociale.
Ogni donna sa che un figlio, generato fisicamente, non è che una delle espressioni della maternità, che è anche del cuore e dello spirito e di tutta la sua persona, nel suo globale modo di vivere, di entrare in rapporto con la realtà e in relazione con gli altri. La maternità del cuore e dello spirito si esprime in molteplici forme sociali, che – oggi come in passato – vedono donne impegnate a favore di persone che soffrono, che non riescono a vedere riconosciuti i loro diritti; che portano i segni delle ferite della vita.
La storia e la cronaca anche di questi giorni sono piene di storie belle di famiglie e di donne che hanno realizzato il sogno di un figlio attraverso l’adozione o l’affido; che hanno scoperto la ricchezza dell’ospitalità; della dedizione ai più poveri di casa nostra o di società lontane.
I referendum hanno evidenziato nuove solidarietà tra donne: perché non metterle a servizio della vita, in maniera piena, rispettosa di quel mistero che in essa anche i laici non possono non riconoscere, chiedendo e operando per quei cambiamenti sociali che rendano la donna più libera di compiere le sue scelte, perché non la costringono a rimandare per anni il matrimonio in attesa di una casa; perché non la costringono a vivere in conflitto maternità e lavoro; perché non le chiedono di rinviare la decisione di avere un figlio a un’età in cui è biologicamente più difficile la generazione? C’è una questione sociale che si riflette sulla condizione della donna: affrontare questa questione potrebbe sciogliere all’origine molti problemi, senza pensare di usare la vita di qualcuno (anche un embrione è qualcuno!) in funzione della vita di un altro.
Come donna, non posso aderire alla visione individualistica e privatistica delle scelte che riguardano la procreazione, quale emerge dai quesiti referendari.
L’Azione Cattolica ha già espresso la propria posizione sul voto referendario. Mi limito qui a ricordare solo ciò che l’Associazione ha detto nel corso della XII Assemblea, dopo una riflessione prolungata e approfondita: «Benché non sia nello stile della nostra Associazione dare indicazioni precise, in ordine al voto (…) l’oggetto di questi referendum, il loro mettere in campo, affidata a un sì o a un no, una questione di vita e di civiltà, ci induce a invitare a considerare il significato del non voto come scelta più logica ed efficace: (…) è un caso, questo, in cui ci sentiamo fieri di partecipare ad una campagna cruciale in cui sono in gioco valori di umanità molto gravi per il futuro».
Credo che qui vada solo ribadito che la scelta del non voto non è disimpegno, o segno di scarsa responsabilità civile. Molti autorevoli commentatori hanno parlato in queste settimane delle legittimità e del senso del non voto nel caso dei referendum abrogativi: esso significa no a questi quesiti referendari e al referendum come strumento per legiferare in una materia così delicata e complessa.
Si tratta ora, semplicemente, di essere coerenti, con la propria coscienza e con la propria visione della vita.
Paola Bignardi
(tratto da Segno nel mondo 8/2005, p. 3, 8)
Il desiderio di un figlio è espressione alta dell’umanità di una donna e di una coppia; porta con sé quella fiducia nel futuro e quell’apertura più forte di ogni ripiegamento di cui la nostra società ha grande bisogno. Volere un figlio è espressione di una vita che, fattasi adulta, intende realizzarsi nel generare, cioè nel fare dono di sé a un altro e attraverso un altro. Sappiamo che, come ogni esperienza umana, anche la maternità ha bisogno sempre di essere purificata, viziata come può essere dal bisogno di affermare se stessi; o di vedersi specchiati nel figlio; o di vivere il proprio figlio come un possesso o come un prolungamento di sé. L’impossibilità di avere un figlio è motivo di profonda sofferenza, per molte donne e per molte coppie; una sofferenza di cui avere rispetto, di cui farsi solidali, senza mai dimenticare, tuttavia, che nemmeno in nome del dolore certi limiti possono essere forzati, se non a costo di mortificare il valore stesso della vita. Il dibattito di queste settimane ha messo in luce una mentalità per la quale il figlio sembra essere un diritto. Ma se un figlio è un diritto dei genitori, come potrà mai diventare se stesso? Come potrà crescere per quello che è, non un’appendice della donna o della coppia che l’hanno generato? Volere un figlio a tutti i costi, con qualsiasi mezzo, forza un limite che mi pare trasformi lo stesso modo di pensare la vita; introduca un criterio di onnipotenza incompatibile con la vita umana.
La donna, per la sua storia e anche per la consapevolezza maturata in questi anni di crescita della originale soggettività femminile (Giovanni Paolo II l’ha chiamato «genio femminile») conosce quell’esperienza del limite che è mistero; conosce il valore della relazione che nel suo essere reciprocità è ricchezza e limite; conosce la paziente ricerca di un punto di equilibrio sempre nuovo tra possibilità e limiti, senza rassegnazione e senza onnipotenza; tra realizzazione di sé e dono di sé; tra dimensione personale (che è molto più che individuale) e dimensione sociale.
Ogni donna sa che un figlio, generato fisicamente, non è che una delle espressioni della maternità, che è anche del cuore e dello spirito e di tutta la sua persona, nel suo globale modo di vivere, di entrare in rapporto con la realtà e in relazione con gli altri. La maternità del cuore e dello spirito si esprime in molteplici forme sociali, che – oggi come in passato – vedono donne impegnate a favore di persone che soffrono, che non riescono a vedere riconosciuti i loro diritti; che portano i segni delle ferite della vita.
La storia e la cronaca anche di questi giorni sono piene di storie belle di famiglie e di donne che hanno realizzato il sogno di un figlio attraverso l’adozione o l’affido; che hanno scoperto la ricchezza dell’ospitalità; della dedizione ai più poveri di casa nostra o di società lontane.
I referendum hanno evidenziato nuove solidarietà tra donne: perché non metterle a servizio della vita, in maniera piena, rispettosa di quel mistero che in essa anche i laici non possono non riconoscere, chiedendo e operando per quei cambiamenti sociali che rendano la donna più libera di compiere le sue scelte, perché non la costringono a rimandare per anni il matrimonio in attesa di una casa; perché non la costringono a vivere in conflitto maternità e lavoro; perché non le chiedono di rinviare la decisione di avere un figlio a un’età in cui è biologicamente più difficile la generazione? C’è una questione sociale che si riflette sulla condizione della donna: affrontare questa questione potrebbe sciogliere all’origine molti problemi, senza pensare di usare la vita di qualcuno (anche un embrione è qualcuno!) in funzione della vita di un altro.
Come donna, non posso aderire alla visione individualistica e privatistica delle scelte che riguardano la procreazione, quale emerge dai quesiti referendari.
L’Azione Cattolica ha già espresso la propria posizione sul voto referendario. Mi limito qui a ricordare solo ciò che l’Associazione ha detto nel corso della XII Assemblea, dopo una riflessione prolungata e approfondita: «Benché non sia nello stile della nostra Associazione dare indicazioni precise, in ordine al voto (…) l’oggetto di questi referendum, il loro mettere in campo, affidata a un sì o a un no, una questione di vita e di civiltà, ci induce a invitare a considerare il significato del non voto come scelta più logica ed efficace: (…) è un caso, questo, in cui ci sentiamo fieri di partecipare ad una campagna cruciale in cui sono in gioco valori di umanità molto gravi per il futuro».
Credo che qui vada solo ribadito che la scelta del non voto non è disimpegno, o segno di scarsa responsabilità civile. Molti autorevoli commentatori hanno parlato in queste settimane delle legittimità e del senso del non voto nel caso dei referendum abrogativi: esso significa no a questi quesiti referendari e al referendum come strumento per legiferare in una materia così delicata e complessa.
Si tratta ora, semplicemente, di essere coerenti, con la propria coscienza e con la propria visione della vita.
Paola Bignardi
(tratto da Segno nel mondo 8/2005, p. 3, 8)
La vita e la bioetica
«La vita e la bioetica
I progressi della scienza e della medicina e l’applicazione ad esse di nuove tecnologie hanno prodotto, negli ultimi decenni, novità un tempo impensabili. Contrariamente alle immagini della vita come un processo dato all’uomo, tali tecnologie consentono oggi di incidere in maniera molto significativa sull’inizio e sulla conclusione della vita umana. Questi processi, per quanto inquietanti in alcuni loro aspetti, hanno aperto nuove possibilità al nostro tempo, ponendo tuttavia rilevanti problemi morali, proprio in quanto consentono alla scienza di toccare ciò che sembrerebbe intoccabile, ovvero il misterioso e meraviglioso processo attraverso cui un essere umano diventa tale.
La sfida per la Chiesa e per la coscienza credente starà nell’assumere il frutto di tali progressi come possibilità nuove offerte all’uomo, contribuendo al tempo stesso a fissare i confini etici dell’uso di tali tecnologie e a legittimare il valore umano di tali confini.
Con questo spirito pensiamo anche alla questione della procreazione assistita, relativa alle tecniche che consentono la cura di dolorose situazioni di sterilità e di infertilità, che impediscono a numerose coppie di realizzare un sogno profondamente umano: quello di donare la vita, diventando genitori.
Con la legge n. 40 del 2004 il Parlamento italiano ha finalmente disciplinato, dopo anni di travagliati tentativi, la procreazione assistita; essa salvaguarda fondamentali diritti, pur non corrispondendo sotto diversi profili ad una antropologia pienamente coerente con la visione cattolica.
La proposta dei quesiti referendari su cui tra breve saremo chiamati a votare intende abrogare elementi essenziali di questa legge, stravolgendone finalità e criteri.
I quesiti referendari, e la cultura di cui essi sono espressione, propongono una visione dell’origine della vita inaccettabile non solo per l’antropologia cristiana, ma anche per un umanesimo integrale, che miri a mettere al centro l’uomo nella sua globalità. In quest’ultima ottica, è inevitabile che una legge saggia si faccia carico dell’esigenza di tutelare non solo l’aspirazione delle coppie sterili alla maternità, ma anche il diritto dell’embrione ad essere creato per nascere, a non vedere manipolato il proprio patrimonio genetico, ad avere un padre ed una madre certi.
La stagione referendaria, di cui avremmo fatto volentieri a meno, ci pare una occasione per riproporre al nostro Paese la visione di un umanesimo esigente. Che può essere tale solo se, in qualche modo, prova a “ripartire dagli ultimi”.
Di fronte ai quesiti referendari, sentiamo che la coscienza di ogni donna e di ogni uomo è impegnata ad assumere una posizione che vorremmo correttamente informata e consapevole.
Per questo, come AC,
- abbiamo partecipato al confronto che ha contribuito a far emergere le ragioni in campo;
- a livello locale abbiamo preso parte ad iniziative volte a costruire in forma pacata, dialogica, razionale, un’opinione a favore della vita e del rispetto dei diritti del concepito;
- alcuni membri della presidenza, insieme ai presidenti di FUCI e MEIC, hanno aderito al Comitato Scienza e Vita;
- soprattutto ci siamo impegnati e ci stiamo impegnando in un’azione formativa e culturale volta ad ampliare le informazioni e a discutere tutte le complesse e inedite questioni che sono sottese ai quesiti referendari: quella che riguarda i diritti del concepito, nella prospettiva della difesa dei diritti di tutti; quella che riguarda la vita della donna e il suo legittimo desiderio di essere madre; quello relativo alla ricerca scientifica, nella coscienza del suo valore, delle sue possibilità e dei suoi limiti. Vorremmo, anche sui più cruciali problemi di oggi, cercare di “dare ragioni di vita e di speranza”, nella testimonianza di una visione alta dell’esistenza umana, nella sua origine, nel suo svolgersi e nel suo concludersi.
I quesiti referendari chiedono però che si facciano non solo affermazioni di principio, ma che si compiano anche scelte puntuali.
Non è nello stile della nostra associazione dare indicazioni precise: preferiamo affidare le scelte concrete a ciascuna persona, che accompagniamo con la nostra azione formativa. Tuttavia, l’oggetto di questi referendum, il loro mettere in campo, affidata a un sì o a un no, una questione di vita e di civiltà, ci induce a invitare a considerare il significato del non voto come scelta più logica ed efficace:
facciamo questo invito forti sia della posizione espressa dai vescovi, che da tutte le componenti del mondo cattolico e da vari ambienti della società civile: è un caso, questo, in cui ci sentiamo fieri di partecipare ad una campagna cruciale in cui sono in gioco valori di umanità molto gravi per il futuro.
Quella referendaria è una consultazione particolare; e se nelle elezioni politiche e amministrative la partecipazione è valore imprescindibile, nel referendum abrogativo il non voto, espresso consapevolmente come scelta, ha valore di partecipazione, dal momento che la nostra Costituzione prevede che i promotori dei referendum abrogativi dimostrino che la questione da essi individuata è accettata come terreno di discussione dalla maggioranza. Per questo essa stabilisce che un referendum abrogativo sia valido solo se partecipa al voto la maggioranza degli elettori».
Tratto da: Paola Bignardi, Dare ragioni di vita e di speranza. Relazione della Presidente nazionale. XII Assemblea nazionale (Roma, 22-25 aprile 2005), p. 14-15
I progressi della scienza e della medicina e l’applicazione ad esse di nuove tecnologie hanno prodotto, negli ultimi decenni, novità un tempo impensabili. Contrariamente alle immagini della vita come un processo dato all’uomo, tali tecnologie consentono oggi di incidere in maniera molto significativa sull’inizio e sulla conclusione della vita umana. Questi processi, per quanto inquietanti in alcuni loro aspetti, hanno aperto nuove possibilità al nostro tempo, ponendo tuttavia rilevanti problemi morali, proprio in quanto consentono alla scienza di toccare ciò che sembrerebbe intoccabile, ovvero il misterioso e meraviglioso processo attraverso cui un essere umano diventa tale.
La sfida per la Chiesa e per la coscienza credente starà nell’assumere il frutto di tali progressi come possibilità nuove offerte all’uomo, contribuendo al tempo stesso a fissare i confini etici dell’uso di tali tecnologie e a legittimare il valore umano di tali confini.
Con questo spirito pensiamo anche alla questione della procreazione assistita, relativa alle tecniche che consentono la cura di dolorose situazioni di sterilità e di infertilità, che impediscono a numerose coppie di realizzare un sogno profondamente umano: quello di donare la vita, diventando genitori.
Con la legge n. 40 del 2004 il Parlamento italiano ha finalmente disciplinato, dopo anni di travagliati tentativi, la procreazione assistita; essa salvaguarda fondamentali diritti, pur non corrispondendo sotto diversi profili ad una antropologia pienamente coerente con la visione cattolica.
La proposta dei quesiti referendari su cui tra breve saremo chiamati a votare intende abrogare elementi essenziali di questa legge, stravolgendone finalità e criteri.
I quesiti referendari, e la cultura di cui essi sono espressione, propongono una visione dell’origine della vita inaccettabile non solo per l’antropologia cristiana, ma anche per un umanesimo integrale, che miri a mettere al centro l’uomo nella sua globalità. In quest’ultima ottica, è inevitabile che una legge saggia si faccia carico dell’esigenza di tutelare non solo l’aspirazione delle coppie sterili alla maternità, ma anche il diritto dell’embrione ad essere creato per nascere, a non vedere manipolato il proprio patrimonio genetico, ad avere un padre ed una madre certi.
La stagione referendaria, di cui avremmo fatto volentieri a meno, ci pare una occasione per riproporre al nostro Paese la visione di un umanesimo esigente. Che può essere tale solo se, in qualche modo, prova a “ripartire dagli ultimi”.
Di fronte ai quesiti referendari, sentiamo che la coscienza di ogni donna e di ogni uomo è impegnata ad assumere una posizione che vorremmo correttamente informata e consapevole.
Per questo, come AC,
- abbiamo partecipato al confronto che ha contribuito a far emergere le ragioni in campo;
- a livello locale abbiamo preso parte ad iniziative volte a costruire in forma pacata, dialogica, razionale, un’opinione a favore della vita e del rispetto dei diritti del concepito;
- alcuni membri della presidenza, insieme ai presidenti di FUCI e MEIC, hanno aderito al Comitato Scienza e Vita;
- soprattutto ci siamo impegnati e ci stiamo impegnando in un’azione formativa e culturale volta ad ampliare le informazioni e a discutere tutte le complesse e inedite questioni che sono sottese ai quesiti referendari: quella che riguarda i diritti del concepito, nella prospettiva della difesa dei diritti di tutti; quella che riguarda la vita della donna e il suo legittimo desiderio di essere madre; quello relativo alla ricerca scientifica, nella coscienza del suo valore, delle sue possibilità e dei suoi limiti. Vorremmo, anche sui più cruciali problemi di oggi, cercare di “dare ragioni di vita e di speranza”, nella testimonianza di una visione alta dell’esistenza umana, nella sua origine, nel suo svolgersi e nel suo concludersi.
I quesiti referendari chiedono però che si facciano non solo affermazioni di principio, ma che si compiano anche scelte puntuali.
Non è nello stile della nostra associazione dare indicazioni precise: preferiamo affidare le scelte concrete a ciascuna persona, che accompagniamo con la nostra azione formativa. Tuttavia, l’oggetto di questi referendum, il loro mettere in campo, affidata a un sì o a un no, una questione di vita e di civiltà, ci induce a invitare a considerare il significato del non voto come scelta più logica ed efficace:
facciamo questo invito forti sia della posizione espressa dai vescovi, che da tutte le componenti del mondo cattolico e da vari ambienti della società civile: è un caso, questo, in cui ci sentiamo fieri di partecipare ad una campagna cruciale in cui sono in gioco valori di umanità molto gravi per il futuro.
Quella referendaria è una consultazione particolare; e se nelle elezioni politiche e amministrative la partecipazione è valore imprescindibile, nel referendum abrogativo il non voto, espresso consapevolmente come scelta, ha valore di partecipazione, dal momento che la nostra Costituzione prevede che i promotori dei referendum abrogativi dimostrino che la questione da essi individuata è accettata come terreno di discussione dalla maggioranza. Per questo essa stabilisce che un referendum abrogativo sia valido solo se partecipa al voto la maggioranza degli elettori».
Tratto da: Paola Bignardi, Dare ragioni di vita e di speranza. Relazione della Presidente nazionale. XII Assemblea nazionale (Roma, 22-25 aprile 2005), p. 14-15
Salvarsi l'anima
Sono ormai quasi tre anni che vivo a Dublino e non ho mai avuto nostalgia dell'Italia.
Certo mi mancano i miei genitori, mia sorella, gli amici, i miei luoghi ma è una lontananza sopportabile; ci scriviamo, ci sentiamo al telefono, ogni tanto torno per qualche giorno.
Non ho mai avuto nostalgia eppure in questo momento vorrei essere lì, in mezzo a voi. Vorrei essere nelle strade a distribuire volantini, a parlare con la gente, a fare assemblee, a discutere. Ed invece sono qui, a qualche migliaio di chilometri, chiuso nella mia camera.
Negli ultimi tempi questo blog ha avuto un successo inaspettato. Dopo tre anni di vita, per la prima volta in aprile abbiamo superato le 2000 visite mensili e a maggio siamo andati addirittura molto oltre i 3000!
Ecco, io spero che qualcuna delle oltre 100 visite giornaliere sia servita a far riflettere, a convincere che l'astensione è la migliore arma per sconfiggere questi mortiferi quesiti. Voglio illudermi che l'unico contributo che ho saputo dare in questa campagna per far conoscere le ragioni dell'astensione sia servito, in qualche modo.
Non lo so ... ho fatto quel che ho potuto.
Come disse una volta il caro don Milani, se non potremo salvare l'umanità ci salveremo almeno l'anima.
Certo mi mancano i miei genitori, mia sorella, gli amici, i miei luoghi ma è una lontananza sopportabile; ci scriviamo, ci sentiamo al telefono, ogni tanto torno per qualche giorno.
Non ho mai avuto nostalgia eppure in questo momento vorrei essere lì, in mezzo a voi. Vorrei essere nelle strade a distribuire volantini, a parlare con la gente, a fare assemblee, a discutere. Ed invece sono qui, a qualche migliaio di chilometri, chiuso nella mia camera.
Negli ultimi tempi questo blog ha avuto un successo inaspettato. Dopo tre anni di vita, per la prima volta in aprile abbiamo superato le 2000 visite mensili e a maggio siamo andati addirittura molto oltre i 3000!
Ecco, io spero che qualcuna delle oltre 100 visite giornaliere sia servita a far riflettere, a convincere che l'astensione è la migliore arma per sconfiggere questi mortiferi quesiti. Voglio illudermi che l'unico contributo che ho saputo dare in questa campagna per far conoscere le ragioni dell'astensione sia servito, in qualche modo.
Non lo so ... ho fatto quel che ho potuto.
Come disse una volta il caro don Milani, se non potremo salvare l'umanità ci salveremo almeno l'anima.
mercoledì, giugno 01, 2005
So che cosa significa essere malati
(Un grazie all'amica anonima che nei commenti ci ha ricordato questo bel testo di Paola. Domani pubblicherò altri interventi, sempre di Paola Bignardi, ma questa volta sul referendum)
So che cosa significa essere malati
di Paola Bignardi
La malattia è una condizione oscurata nella società di oggi. Insieme alla morte, è una delle dimensioni deboli della vita e forse si tende a percepirla come una mortificazione inaccettabile della nostra umanità. La cronaca se ne ricorda di tanto in tanto, quando alcune situazioni limite diventano notizia e pongono a largo raggio l'inquietante dramma che il dolore costituisce per la coscienza.
Personalmente, so che cosa significhi essere malati. Il giorno in cui sono uscita di casa per entrare in ospedale, ero consapevole che in casa avrei potuto non rientrare più. E poco dopo, con una rapidità quasi brutale, ero diventata solo il mio male, le mie cure.
Si capisce a poco a poco che cosa significa essere malati, e lo si capisce passando attraverso giornate di dolore, di paura, di solitudine. Quasi subito mi sono trovata a un bivio: scegliere di sopravvivere o di vivere; scegliere se volevo essere solo il mio corpo, o se volevo continuare ad essere il mio cuore, i miei interessi, la mia mente, le mie responsabilità. Il Signore mi ha fatto la grazia di decidere per la vita: Lui mi aveva fatto il dono dell'esistenza; ero vissuta fino a quel momento sperimentandone l'intensità e il gusto: non potevo che continuare a vivere, nella malattia, nella sofferenza, nella morte stessa, dimensioni tutte della vita. Non potevo che continuare a pensare alle cose che mi avevano interessato o preoccupato fino ad allora; a portare nel cuore le persone cui volevo bene; a comunicare con loro; a interessarmi della loro vita. Ho scelto di vivere e ho ricominciato ad essere non solo un corpo malato, ma una persona: concentrata nella lotta contro il male, ma non posseduta da essa. Anche per questo ho scelto di restare al mio posto (presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana, ndr), di non abbandonare gli impegni che avevo: li ho vissuti nel limite, alla scuola in cui si impara che non si è onnipotenti e che il Signore compie ciò che noi riusciamo appena a cominciare.
Nei mesi della malattia ho fatto esperienza di un'umanità grande e drammatica: pur nella paura, nel dolore, nella solitudine, ho sperimentato la grandezza di vivere dentro, sentendosi liberi. Nei giorni in cui la sofferenza quasi toglie il respiro e la preghiera è solo un silenzio per dire "eccomi", mi sono sentita immersa nel mistero: del dolore e della morte del Signore; ho sentito che la mia sofferenza era misteriosamente dentro la sua di crocifisso e umiliato.
La stanzetta in cui per giorni e giorni sono stata in isolamento era affollata in effetti dalle tante persone che mi volevano bene; non potevo vederle ma mi sono abituata a comunicare con loro nel cuore: mi hanno dato forza, perché sapevo che dovevo lottare anche per loro.
Mi ha accompagnato il pensiero di quanto vasto sia il mondo degli uomini e delle donne, dei popoli, ma anche il mondo del dolore, insieme al senso fraterno di solidarietà con quanti lottavano con me; mi ha dato pena il non riuscire a condividere il senso di pace che viene dal vivere la malattia abbandonati nelle mani di Dio.
Ho conosciuto medici umani e capaci, che ho sentito complici nella comune lotta contro il male: loro impegnati con le armi della scienza e della professione, io impegnata a tener viva dentro di me la voglia di vivere: un altro modo, non sempre usuale, di vivere il rapporto medici-malati. Li so impegnati in questi giorni a far riflettere la società sul loro lavoro, sulle condizioni del loro servizio al malato, alla ricerca di migliori garanzie. Voglio sperare, perché l'ho sperimentato, che prima di qualsiasi interesse personale, anche giusto, richiamino tutti all'impegno a non lesinare le migliori risorse per il mondo della sofferenza.
Che la Giornata del malato - in programma per domani - serva non tanto ad un momento di labile emozione verso chi soffre, ma a ridare attenzione e voce a una delle esperienze più serie della vita, che appartiene a tutti e che non deve trovarci troppo impreparati.
Avvenire, 10 febbraio 2004
So che cosa significa essere malati
di Paola Bignardi
La malattia è una condizione oscurata nella società di oggi. Insieme alla morte, è una delle dimensioni deboli della vita e forse si tende a percepirla come una mortificazione inaccettabile della nostra umanità. La cronaca se ne ricorda di tanto in tanto, quando alcune situazioni limite diventano notizia e pongono a largo raggio l'inquietante dramma che il dolore costituisce per la coscienza.
Personalmente, so che cosa significhi essere malati. Il giorno in cui sono uscita di casa per entrare in ospedale, ero consapevole che in casa avrei potuto non rientrare più. E poco dopo, con una rapidità quasi brutale, ero diventata solo il mio male, le mie cure.
Si capisce a poco a poco che cosa significa essere malati, e lo si capisce passando attraverso giornate di dolore, di paura, di solitudine. Quasi subito mi sono trovata a un bivio: scegliere di sopravvivere o di vivere; scegliere se volevo essere solo il mio corpo, o se volevo continuare ad essere il mio cuore, i miei interessi, la mia mente, le mie responsabilità. Il Signore mi ha fatto la grazia di decidere per la vita: Lui mi aveva fatto il dono dell'esistenza; ero vissuta fino a quel momento sperimentandone l'intensità e il gusto: non potevo che continuare a vivere, nella malattia, nella sofferenza, nella morte stessa, dimensioni tutte della vita. Non potevo che continuare a pensare alle cose che mi avevano interessato o preoccupato fino ad allora; a portare nel cuore le persone cui volevo bene; a comunicare con loro; a interessarmi della loro vita. Ho scelto di vivere e ho ricominciato ad essere non solo un corpo malato, ma una persona: concentrata nella lotta contro il male, ma non posseduta da essa. Anche per questo ho scelto di restare al mio posto (presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana, ndr), di non abbandonare gli impegni che avevo: li ho vissuti nel limite, alla scuola in cui si impara che non si è onnipotenti e che il Signore compie ciò che noi riusciamo appena a cominciare.
Nei mesi della malattia ho fatto esperienza di un'umanità grande e drammatica: pur nella paura, nel dolore, nella solitudine, ho sperimentato la grandezza di vivere dentro, sentendosi liberi. Nei giorni in cui la sofferenza quasi toglie il respiro e la preghiera è solo un silenzio per dire "eccomi", mi sono sentita immersa nel mistero: del dolore e della morte del Signore; ho sentito che la mia sofferenza era misteriosamente dentro la sua di crocifisso e umiliato.
La stanzetta in cui per giorni e giorni sono stata in isolamento era affollata in effetti dalle tante persone che mi volevano bene; non potevo vederle ma mi sono abituata a comunicare con loro nel cuore: mi hanno dato forza, perché sapevo che dovevo lottare anche per loro.
Mi ha accompagnato il pensiero di quanto vasto sia il mondo degli uomini e delle donne, dei popoli, ma anche il mondo del dolore, insieme al senso fraterno di solidarietà con quanti lottavano con me; mi ha dato pena il non riuscire a condividere il senso di pace che viene dal vivere la malattia abbandonati nelle mani di Dio.
Ho conosciuto medici umani e capaci, che ho sentito complici nella comune lotta contro il male: loro impegnati con le armi della scienza e della professione, io impegnata a tener viva dentro di me la voglia di vivere: un altro modo, non sempre usuale, di vivere il rapporto medici-malati. Li so impegnati in questi giorni a far riflettere la società sul loro lavoro, sulle condizioni del loro servizio al malato, alla ricerca di migliori garanzie. Voglio sperare, perché l'ho sperimentato, che prima di qualsiasi interesse personale, anche giusto, richiamino tutti all'impegno a non lesinare le migliori risorse per il mondo della sofferenza.
Che la Giornata del malato - in programma per domani - serva non tanto ad un momento di labile emozione verso chi soffre, ma a ridare attenzione e voce a una delle esperienze più serie della vita, che appartiene a tutti e che non deve trovarci troppo impreparati.
Avvenire, 10 febbraio 2004
Luigi Alici è il nuovo presidente di AC.

Luigi Alici, filosofo, è il nuovo presidente dell'Azione Cattolica Italiana.
Va a sostituire Paola Bignardi che ho avuto la fortuna di conoscere e di frequentare durante i miei due anni a Roma.
Paola è una donna straordinaria che non dimenticherò mai. Una donna che ha avuto la forza di guidare per 6 anni la più grande associazione laicale italiana nonostante un grave male che si è manifestato proprio agli inizi del suo mandato.
Ricordo con commozione quando, stremata dalle terapie, usciva dalla sua camera solo per venire a pranzare.
Un esempio di dedizione e di forza d'animo per tutti. Non si è mai negata, ha sempre dato tutta se stessa, con umiltà e tenacia.
Una grande testimonianza di fede.
La Bignardi ha rinnovato l'AC, le ha dato un nuovo Statuto, l'ha indirizzata verso nuove primavere, ha riarginato antiche ferite, l'ha veramente amata.
Grazie Paola, di cuore, ed un augurio al prof. Alici.
Questo il suo saluto:
Oggi la Chiesa ci invita a cantare il magnificat: non poteva per me esserci conclusione migliore per questo tempo di servizio. Mi pongo in sintonia con questo invito della Chiesa, che loda il Signore che fa cose impossibili; che rende i poveri, che si affidano a Lui, testimoni delle grandi cose di cui Lui solo rende capaci.
Concludo questo servizio alla Chiesa attraverso la Presidenza Nazionale dell’Azione Cattolica con un sentimento di stupore e di gratitudine. Ringrazio Dio per le meraviglie che ha compiuto in questi anni per l’AC e attraverso l’AC. Ringrazio i nostri Pastori, che hanno guardato con fiducia alle nostre scelte e le hanno incoraggiate. Ringrazio tutta l’associazione: non avremmo potuto fare ciò che è sotto i nostri occhi, se non avessimo camminato insieme, uniti dallo stesso amore alla Chiesa e al nostro tempo; dalla stessa volontà di servizio; animati dallo stesso ideale di azione cattolica.
Auguro al nuovo presidente Prof. Luigi Alici, di poter sperimentare la ricchezza della benedizione del Signore, che dona il centuplo a chi ha la generosità di affidarsi al suo progetto. Gli auguro che l’esperienza che per lui inizia oggi sia benedetta dal Signore; che possa trasformarsi per lui ogni giorno in una bella avventura di fraternità, di creatività, di dedizione vissuta insieme.
Che il Signore benedica il cammino che l’AC si appresta a compiere nei prossimi anni e trasformi in speranza i sogni audaci che insieme al nuovo Presidente tutta l’associazione continuerà a coltivare.
Paola Bignardi
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