martedì, novembre 01, 2005

Percorsi del riconoscimento

Il problema affrontato dall'ultimo libro di Paul Ricoeur, titolato Percorsi del riconoscimento (Raffaello Cortina, pp. 295, € 25) non è stato oggetto specifico di nessuna tra le grandi opere della storia della filosofia, anche se la questione è in grado di mobilitare tutte le risorse di pensiero di cui la filosofia dispone. Essa, infatti, che ha trattato ampiamente il conoscere, non si è misurata finora - almeno in modo programmatico - col ri-conoscere. Nella sua introduzione Fabio Polidori osserva come un ipotetico lettore, che ignorasse la lunga vita e la personalità dell'autore scomparso nel maggio scorso a più di novant'anni, potrebbe prendere questa per l'opera giovanile di uno studioso che si avventuri in campi inesplorati e metta in cantiere problemi aperti a sviluppi inattesi. È una osservazione che sarebbe piaciuta molto a Ricoeur, permettendogli di sentirsi «riconosciuto»: quel che contava - soleva dire - non era tanto ciò che sarebbe stato di lui dopo la morte, quanto il fatto di restare vivo fino a quel giorno. Questo suo ultimo testo si presta, tra l'altro, a essere considerato un invito al filosofare: non una introduzione in senso scolastico, ma proprio un invito, come furono nell'antichità il Protrepticon di Aristotele o l'Hortensius di Cicerone, che destò nel giovane Agostino l'amore per la sapienza. Misurandosi con i problemi legati al ri-conoscere, Ricoeur entra in un campo di grande ricchezza semantica (che comporta una qualche difficoltà di traduzione): alla parola francese reconnaissance, infatti, corrispondono in italiano due parole diverse, anche se di comune radice: riconosc-imento/riconosc-enza, mentre se si passa dal sostantivo al verbo, la differenza fra le due lingue scompare. All'arco dei significati del verbo reconnaitre è dedicata la preliminare indagine lessicale con la quale si apre il libro. Non a caso, perché l'indagine lessicografica prelude alla ricerca filosofica, attingendo nei suoi primi passi al «tesoro della lingua», ma non pregiudica l'autonomia dell'interrogazione filosofica. Non diversamente si era mosso l'autore in Soi-même comme un autre, nelle considerazioni linguistiche che spiegavano il titolo. Così Ricoeur assolve il suo debito alla svolta linguistica del pensiero novecentesco, ma non si chiude nel linguaggio come in una gabbia.

Una tra le sue lezioni di metodo sta nel considerare il linguaggio, essenzialmente, come apertura verso il reale, verso gli altri e verso se stessi: una apertura che presenta sentieri da percorrere col rischio di perdersi, implicando il continuo confronto con ciò che può sviarci e opporsi al nostro andare. Percorsi, appunto, e non teoria, non possesso definitivo del senso. È un cammino che segue il progredire del triplice lavoro consistente nell'identificare le cose, nel riconoscere se stessi nel rapporto con gli altri, e nella dialettica del riconoscimento reciproco, dove il senso attivo del verbo si converte in quello passivo dell'essere riconosciuto, esponendosi alla minaccia del misconoscimento. Nel compiere questo tragitto Ricoeur convoca, per linee essenziali, i grandi autori della storia del pensiero, dai padri fondatori sino ai maestri della fenomenologia contemporanea, passando per quelle che egli chiama (secondo un ordine più logico che cronologico) le tre vette della filosofia del riconoscimento; la vetta kantiana del riconoscimento-ricognizione degli oggetti, la vetta bergsoniana del riconoscimento delle immagini (in Materia e memoria dove vien affrontato il problema attualissimo del rapporto pensiero-cervello), la vetta hegeliana dell'Anerkennung, il riconoscimento reciproco dei soggetti a partire dalla lotta (con la celebre dialettica del padrone e dello schiavo). Nelle pagine di questo ultimo libro di Ricoeur vengono rivisitati i grandi temi del suo pensiero più recente, che lo hanno accompagnato in realtà lungo tutta la vita: l'agire e l'agente, l'uomo capace, la memoria e la promessa. Ma la parte del libro che suscita una eco maggiore è quella in cui emerge con chiarezza la posta in gioco etico-politica dell'intera ricerca: il tema del riconoscimento reciproco affronta la sfida hobbesiana relativa alla concezione moderna della politica fondata sulla valutazione secondo cui l'uomo può sfuggire alla sua natura (quella di farsi lupo rispetto ai suoi simili) solo a condizione di sottomettersi al potere assoluto dello Stato. Ricoeur, consapevole dell'ineluttabilità del conflitto, ciononostante non è disponibile a lasciare alla violenza, alla guerra e al dominio dell'uomo sull'uomo l'ultima parola. E con un uso sapiente delle sue letture lega il tema fenomenologico-hegeliano del riconoscimento a quello del dono, invocando tanto i classici contemporanei quanto il giovane Hegel e insieme a questi gli autori francesi che, a partire da Mauss, hanno scritto sul dono, arrivando fino agli sviluppi della Scuola di Francoforte con Honneth e alla recente riflessione sociologica di autori come Boltanski, Thévenot, Henaff. La logica del dono implica, oltre alla dinamica dello scambio, la gratuità e la generosità, mentre la sua valenza simbolica mette in luce un elemento di festività dell'esistenza. Si profila così, sullo sfondo, la possibilità di un fondamento nonviolento del legame sociale e di uno «stato di pace» quale orizzonte problematico, difficile ma non impossibile. È un tema, questo, che trova il suo sviluppo più coerente nelle riflessioni che il filosofo francese ha dedicato al rapporto tra la traduzione e il riconoscimento, facendo emergere il vincolo che lega ogni nostra ricerca di senso e di identità all'incontro con l'altro, e allo stesso tempo riproponendo la dissimmetria irriducibile fra l'io e l'altro che contraddistingue qualsiasi nostro rapporto. Nello scarto fra reciprocità e dissimmetria l'essere insostituibile che ciascuno di noi è viene preservato dal rischio di perdersi nell'unità fusionale, garantendo che l'intimità non sia mai disgiunta dal rispetto.

DOMENICO JERVOLINO
Il manifesto, 29 ottobre 2005.