giovedì, novembre 03, 2005

La riforma dell'università

Italians


Gentile Severgnini,
vorrei avere un suo parere sulla riforma del mondo universitario approvata qualche giorno fa, che tante proteste ha sollevato. Mi sono laureata 10 anni fa ormai, ma nel leggere i resoconti di questi giorni e i brevi riassunti della riforma, mi viene da pensare, forse ingenuamente, che non sia stato poi così male agire in tal senso. Mi
spiego. Non ho mai apprezzato un sistema che prevedesse la conservazione della cattedra vita natural durante: alcuni professori per abitudine o metodo possono anche essere sempre aggiornati, ma penso che altri si "adagino" forti dell'inamovibilità. Abbiamo poi la ridicola messinscena dei concorsi già definiti in anticipo, dove i partecipanti sanno già se vinceranno o se dovranno presenziare ancora a qualche selezione prima di raggiungere l'obiettivo. Consideriamo anche tutti coloro che desiderosi di far parte di questo mondo si sottopongono ad anticamere lunghissime,
portatrici di frustazioni di vario tipo (attività lavorative gratuite, porta borse di professori o di altri come loro) spesso scaricate sugli studenti al momento dell'esame, magari colpevoli di non avere letto la loro ultima pubblicazione. Nel mondo universitario anglossassone o statunitense, tanto inneggiato negli anni scorsi a scapito delle nostre università, i professori sono a contratto e quindi sono spronati a dare il meglio di loro stessi. Non sarebbe meglio avere un insegnamento di
qualità? Lo pensavo allora, lo penso ancora. E credo che lo pensino anche molti studenti. Del resto l'università non è un obbligo ma una libera decisione, che comporta sacrifici personali ed economici di non poco conto. Quindi meglio un impegno serio che una perdita di tempo.
Anche se posso immaginare chi era a un passo dall'assegnazione di un posto retribuito e teme per il suo futuro.

Giovanna Calzolari, urcacippe@yahoo.it

Cara Giovanna,
non conosco abbastanza la riforma Moratti, e non me la sento di dare un giudizio complessivo. Ma una cosa penso si possa dire. Come ha scritto sul "Sole 24 Ore" Roberto Perotti - professore in Bocconi, uno di cui mi fido - gli accademici italiani non possono limitarsi a dire sempre "no"; questo finisce per avallare un sistema che - come loro sanno bene - non va. L'elenco dei problemi è lungo, e ne abbiamo parlato spesso anche qui: concorsi imbarazzanti, nepotismi sfacciati, posti a vita, scarsa
presenza a lezione, poca disponibilità per gli studenti, e soprattutto umiliazioni a raffica per i giovani accademici (che scappano all'estero, e da lontano si sfogano con "Italians").
A Milano - mi ha raccontato un'amica docente - ci sono professori che usano gli assistenti per fare la spesa e per farsi accompagnare al mattino a fare gli esami del sangue. A San Diego, California mi hanno raccontato di questo barone universitario italiano di medicina (poco inglese, rare pubblicazioni) che si è presentato all'importante congresso e ha detto: "Adesso chiamo il mio ragazzo per metter su il
poster". A quel punto è comparso un 48enne coi capelli grigi e l'aria rassegnata: il "ragazzo" sapeva che le sue ultime speranze di diventare ricercatore erano appese a quei servigi.
Altro punto importante: ho letto diversi resoconti sulle manifestazioni nelle università italiane. Saranno anche un momento sociale importante, non lo metto in dubbio. Ma perché tanti insulti alla Moratti, e pochissime critiche al sistema universitario esistente, di cui gli studenti sono le prime vittime? Credo e spero che si tratti solo d'ingenuità; perché, se i ragazzi italiani sapessero come vanno le cose, sarebbe veramente il colmo.
In sostanza, Giovanna: anch'io, come te, credo che un sistema come quello americano sarebbe utile per sveltire, svegliare e svecchiare l'università italiana. I molti docenti bravi - ne conosco a dozzine - non avrebbe di che temere. Gli altri, invece, dovrebbero preoccuparsi.
Finalmente.


Beppe Severgnini

1 Comments:

At 6:59 PM, Anonymous Anonimo said...

di Rocco Scotellaro


Noi che facciamo?

Ci hanno gridata la croce addosso i padroni
per tutto che accade e anche per le frane
che vanno scivolando sulle argille.
Noi che facciamo? All'alba stiamo zitti
nelle piazze per essere comprati,
la sera è il ritorno nelle file
scortati dagli uomini a cavallo,
e sono i nostri compagni la notte
coricati all'addiaccio con le pecore.
Neppure dovremmo ammassarci a cantare,
neppure leggerci i fogli stampati
dove sta scritto bene di noi!
Noi siamo i deboli degli anni lontani
quando i borghi si dettero in fiamme
dal Castello intristito.
Noi siamo figli dei padri ridotti in catene.
Noi che facciamo?
Ancora ci chiamano
fratelli nelle Chiese
ma voi avete la vostra cappella
gentilizia da dove ci guardate.
E smettete quell'occhio
smettete la minaccia,
anche le mandrie fuggono l'addiaccio
per qualche stelo fondo nella neve.
Sentireste la nostra dura parte
in quel giorno che fossimo agguerriti
in quello stesso Castello intristito.
Anche le mandrie rompono gli stabbi
per voi che armate della vostra rabbia.
Noi che facciamo?
Noi pur cantiamo la canzone
della vostra redenzione.
Per dove ci portate
lì c'è l'abisso, l'ì c'è il ciglione.
Noi siamo le povere
pecore savie dei nostri padroni.

 

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