lunedì, novembre 07, 2005

Il rap dell'illegalità nelle nostre città

Alle volte il diavolo dell'illegalità si nasconde nei dettagli. Sentite questa: la Federcalcio vorrebbe giocare un amichevole della Nazionale a Firenze, in ricordo di Ferruccio Valcareggi. Ma non può. Non il sindaco, non il governatore, non il consiglio comunale o quelle regionale, non il presidente della Fiorentina negano il permesso, ma i capi dei club ultrà dei tifosi.
«E' una decisione irresponsabile, chi la prende se ne assume tutte le responsabilità, non siamo in grado di gestire una situazione così a rischio», comunicano Marzio Brazzini, del Gruppo Storico, e Stefano Sartoni, del Collettivo. Detenendo il monopolio della violenza allo stadio e intorno allo stadio, gli ultrà perpetuano il bando all'azzurro che per vecchie ruggini con Carraro dura ormai da dodici anni. Dunque abbiamo una grande città italiana off limits per la Nazionale. Le «no go areas», luoghi pubblici dai quali la legge dello Stato è esclusa, non si trovano solo nella banlieu parigina, anche se non sempre bruciano.
La cosa singolare è che se chiedete a un cittadino di sinistra, ben educato ai valori della Weltanschauung democratica, diciamo a un Sansonetti, un giudizio sul caso di Firenze, vi risponderà che è un assurdo, un sopruso e uno scandalo. Allo stesso modo quel Sansonetti sarebbe pronto a manifestare perché la legalità si affermi ogni qual volta riguardi Previti, i processi a Berlusca, la 'ndrangheta o la mafia, ma si ribella se si applica a un centro sociale. In Sicilia il Sansonetti è pronto a votare la sorella di un magistrato in nome della legalità, ma a Milano storce il naso se deve votare un prefetto. Se a stringere di assedio la Camera dei Deputati fossero stati dei giovani fascisti, non avrebbe esitato a chiedere l'intervento della forza pubblica, che ha deplorato trattandosi di giovani di sinistra. E' deciso a smantellare i centri di permanenza temporanea degli immigrati clandestini perché sono dei lager, ma non è disposto a smantellare le baraccopoli di clandestini sul Lungoreno, che erano un lager per giunta abusivo.
Il buon cittadino di sinistra cerca la causa sociale dell'illegalità, o la Causa politica ideale: se la trova, è disposto a chiudere un occhio. Chi si ribella, deve essere un emarginato; chi insorge, deve essere un oppresso. I deboli hanno solo diritti, lo Stato solo doveri. La responsabilità individuale è sempre secondaria di fronte alla colpa della Società. Nel frattempo che non cambia la Società, si può solo dialogare, solidarizzare, comprendere. La repressione dell'illegalità è rimozione dell'effetto, non della causa: perciò o è inutile o è dannosa.
Il buon cittadino di sinistra si interroga sui casseurs di Parigi, vuol capirne le motivazioni sociologiche, etniche, generazionali. Non si chiede però di chi sono le 24 mila auto bruciate in un anno. Si deve presumere che appartengano ad altri deboli, se vivono negli stessi ghetti dei maghrebini. Nel centro di Parigi non vola una mosca, i turisti fanno shopping natalizio, gli chauffeur portano le signore ai beauty center. Dovunque c'è una illegalità, c'è un debole che ne paga il prezzo. I forti, i ricchi, i protetti possono tranquillamente infischiarsene.
Così imbevuto di ideologia, il buon cittadino di sinistra non vede l'ideologia nell'occhio iniettato di sangue di chi odia anche lui. Guai a dire che i rivoltosi di Parigi sono islamici, anche se lo sono. Guai a parlare di generazione Jihad, nella quale la guerra santa si fa personale e individuale, perché offre una ideologia allo spaesamento culturale, alla discriminazione sociale, al conflitto generazionale, e trasforma la diversità da umiliazione in orgoglio. Per essere politicamente corretti bisogna negare che l'islam sia diventato il nuovo rap dei ghetti d'Europa. Bisogna negare l'esistenza di un conflitto identitario, e cavarsela con la storia dell'emarginazione, come se tutti gli emarginati del mondo assaltassero gli autobus di notte.
Perché ragionando altrimenti si arriverebbe al colmo del politicamente scorretto. Bisognerebbe dirsi che le risposte della superiore civiltà europea, siano esse integrazioniste alla francese o comunitarie all'inglese, stanno fallendo. Bisognerebbe dire che l'America è meglio. Bisognerebbe rivalutare le politiche delle quote, della «discriminazione positiva», dell'«affermative action», che la sinistra americana inventava negli anni Settanta mentre la sinistra europea sfilava per la rivoluzione. Non ci possiamo chiedere perché il ministro degli Esteri degli Stati Uniti è una donna, nera, dell'Alabama, e quello precedente era un uomo, nero, repubblicano; mentre nelle scuole francesi d'élite come l'Ena e il Polythecnique, tanto care alla sinistra nostrana, gli studenti maghrebini sono come le mosche bianche. Bisognerebbe prendere atto che retorica, buonismo e tolleranza non valgono una efficace legge contro la discriminazione. Perché non c'è progresso senza legge e dunque non c'è cura dell'illegalità che non cominci dalla sua repressione.

Il Riformista, 7 novembre.