sabato, gennaio 23, 2016

“Arnold Chiari” e “Tracheomalacia”: la storia di un piccolo guerriero di nome Mario.

“Arnold Chiari” e “Tracheomalacia”: la storia di un piccolo guerriero di nome Mario.


E’ successo e non me ne sono accorta.
Il sangue, la corsa in ospedale, il tractocile in vena, il posto sporco, le infermiere scortesi.
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Mamma Monica Auriemma ha 43 anni è originaria abruzzese ma vive a Salerno con la sua famiglia, ha voluto pubblicare la sua storia affinchè scrive:  “le mamme leggendo la mia storia trovassero aiuto per una loro situazione simile o magari il contrario: che potessero dare a me un nome, un medico, un centro che possa aiutare il mio bambino.”
GRAZIE SIN DA ORA A CHI CI AIUTERA’ A DIVULGARE. 

Ero lì su un letto e facevo la pipì allungata, piangevo e dicevo a mio marito “non è dignitoso, portami via”.
La mia fortuna si chiamava Marilena, ancora oggi fa la neonatologa al sesto piano: si avvicinò e mi disse: “Resisti, non andare…Chiudi gli occhi, tappati il naso. Non fare la pazza. Non scambiare una camera con le tendine in pizzo e il menù personalizzato con la salute dei tuoi figli.”
Alle nove e mezza di sera, salutai mio marito. Un bacio, ci vediamo domani amore. Stai tranquilla.
Sto tranquilla.
(e ad occhi chiusi dissi “papà, per favore, oggi è il 4 febbraio, tutto ma non me li far nascere il 6, è il giorno della tua morte, per favore no”)
Alle undici, uno strappo. Come se la pancia, il mondo, fossero divisi in due: urlo, un’ostetrica corre (signore grazie, è arrivata quella del turno dopo) presto il medico.
E il medico arrivò con gli occhi buoni, l’accento settentrionale (e in quell’occasione, con le infermiere affannate a fare il tracciato, un’altra con il rasoio, il medico con la sonda dell’ecografo…io pensavo solo “ma che ci fa questo qui a Salerno?”) e l’unica cosa che ricordo fu il sorriso dolce “signora, io sento il piedino, non ho alternative, tentiamo, si corre in sala”..
Un telefono, singhiozzavo, aiutami, Stefano corri. E Stefano arrivò, portandosi dietro Marilena.
Appena smontata da 12 ore di turno terribile, annientata da una emicrania a grappolo, facendo i 140 km/h sulla tangenziale.
Di tutto ricordo lei, che mi disse “amore, sorella mia, auguri sei mamma. Ora però devi dirmi subito come si chiama, dimmelo per favore”
“perché non sento piangere?”
“amore, come si chiama”
Doveva chiamarsi Roberto, come il bisnonno. E invece il primo nome che balenò fu quello di mio padre.
“Mario, si chiama Mario”
Poi ancora tagli, ancora gente che parlava, sento una voce familiare….Melania, la neonatologa del reparto, c’è Melania, ci sono le due Emme, le amiche.
Sento piangere.
“Eccolo…eccolo, come si chiama lui?”
Si chiama Ottavio, ed è giusto così.
La voce del medico è forte e chiara “Signora bella, sono nati a mezzanotte e uno e mezzanotte e tre. Oggi è il 5 febbraio 2013, lei è diventata mamma di due bei maschietti”

Continua qui.