giovedì, settembre 07, 2006

Rest in progress



Preoccupati per il mio silenzio?
Ci stiamo riposando per voi ma torneremo molto presto.

venerdì, agosto 25, 2006

Goodbye Glheann na Mine


Son tornato in Irlanda da qualche giorno. Il clima è invernale. In questo momento, alle ore 14.30, fuori ci sono 14 gradi. (Stefania, portati il cappotto)

Oggi sarà il mio ultimo giorno nel residence Glenomena. Da stasera non vivrò più in campus ma a Rathmines, quasi in centro.
Quando sono arrivato qui quattro anni fa, l'11 settembre 2002, Glenomena era appena stato inaugurato. Un residence solo per postgraduate, l'unico posto nel campus con rete wireless. Come mi mancherà questo collegamento internet a 11M al secondo, 24 ore su 24.
Mi diedero la stanza 1-1-1. Da allora mi sono spostato ben sei volte, abitando in cinque delle otto palazzine che compongono il residence. Ho avuto una trentina di coinquilini.
Solo due persone hanno abitato Glenomena ininterrottamente. Io e Luis, il mio attuale flatmate portoghese. Lui rimarrà un altro anno. Io fra qualche mese non sarò più uno studente. Era ora.

giovedì, agosto 10, 2006

Establishing a University



A settembre iniziererò il mio primo insegnamento per l'Adult Education Centre del mio college.
In dieci settimane, esploreremo la storia della Catholic University of Ireland, l'università fondata da Newman a metà dell'Ottocento.
Il corso si svolgerà presso Newman House, l'antica sede dell'università, dove è vissuto ed ha insegnato Gerald Manley Hopkins e dove James Joyce ha studiato e ha ambientato alcuni dei suoi romanzi.
Seppur di proprietà del mio college, attualmente i due edifici storici non vengono usati per attività accademiche, quindi il mio corso sarà un'eccezione.
Il corso è aperto a chiunque. Siete tutti invitati.

giovedì, agosto 03, 2006

Per gli amici

Sono in Italia fino al 21 agosto.
Mi trovate ai soliti numeri.

martedì, agosto 01, 2006

Atlantis

Tutto finisce. La fine del dottorato segna anche la conclusione della mia vita da studente, con tutto quello che comportava. Tra i traguardi raggiunti durante questi anni di attivismo studentesco c'è Atlantis, l'associazione che ho fondato due anni fa insieme a padre Gavan. Atlantis è nata dall'esigenza di approfondire la tradizione intellettuale cattolica. Nonostante la carenza di risorse, abbiamo organizzato una serie di incontri mensili che con il passare del tempo ha visto la partecipazione di ospiti sempre più illustri.

Ora lascio la mia piccola creatura nella mani di Richard Waghorne, un giovane di belle speranze con un curriculum invidiabile ed un blog niente male.

domenica, luglio 30, 2006

Gli assi del pensiero

Newman e Rosmini
Ricercatori della verità e uomini profondamente liberi, nella critica alla cultura del tempo seppero esprimere una nuova sintesi del cattolicesimo nell’800

Di Tarcisio Bertone

La nostra epoca e quella di Antonio Rosmini e John Henry Newman presentano - pur nelle loro specificità - aspetti simili; questo fatto, insieme ad altri, ha influito sulla scelta di riproporre queste due luminose figure della cultura cattolica, viste in confronto con la modernità. Rosmini e Newman, infatti, non hanno avuto timore a dialogare con un mondo - quello della modernità - che andava sempre più prendendo le distanze dalla tradizionale visione cristiana della realtà; per questo, il sommo filosofo roveretano e il grande convertito dell'anglicanesimo hanno molto da dire ai cristiani, all'inizio del terzo millennio.
La loro statura si staglia sempre più nitida e, ormai, viene da tutti riconosciuta; essi, infatti, hanno saputo unire, in modo mirabile, l'altezza del pensiero e la coerenza della vita manifestata, soprattutto nel tempo delle avversità che, per entrambi, non furono né poche né lievi. Ricercatori instancabili della verità in ambito filosofico e teologico, hanno mostrato, non a parole, ma con i fatti quanto sia vero il detto di Gesù riportato nel vangelo di Giovanni: «...conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv. 8, 32); come chiaramente attestano le loro biografie, furono essenzialmente due uomini profondamente liberi.
Sicuramente Antonio Rosmini e John Henry Newman possono essere contati nel novero dei grandi apologeti cristiani; il termine apologeta, qui, risuona, ovviamente, nel suo significato positivo, anzi nel suo senso più alto; con grande lucidità essi hanno saputo individuare le risorse e i limiti della cultura del loro tempo; soprattutto, l'hanno accostata in maniera critica, operando quel necessario discernimento che ha permesso di esprimere una sintesi capace di dare nuovo vigore alla proposta culturale che si origina dalla fede.
Così Antonio Rosmini, con acume e coraggio, lavora al progetto di una enciclopedia del sapere, ossia ad un sistema unitario delle scienze che ha di mira il superamento della frammentarietà dei sape ri e l'arbitrarietà soggettiva della filosofia del XIX secolo. E, proprio temendo i danni che tale filosofia - difficilmente conciliabile con la rivelazione cristiana - può arrecare nella conoscenza della verità, egli muove dall'Idea dell'Essere e ne deriva ogni ulteriore conoscenza umana; e proprio a partire da tale idea fonda l'oggettività della conoscenza e dell'etica, ponendo un nuovo punto di partenza per la metafisica e la teologia. Così è l'Essere che, in quanto "essere ideale" fonda e origina la conoscenza oggettiva, in quanto "essere reale" è fondamento e principio della realtà e come "essere morale" è principio e norma della ragione e della volontà.
Da parte sua, John Henry Newman, l'iniziatore e il rappresentante più eminente del movimento di Oxford, sente d'esser chiamato a un compito peculiare: la riforma della Chiesa anglicana. In concreto ciò comporta riscattarne la sottomissione allo Stato, affrancarla dall'apostasia nazionale e salvaguardarla dal dilagante razionalismo. La verità rappresenta l'aspirazione suprema della sua vita e, con forza, egli lo attesta a tutti gli uomini di retto sentire; proprio qui sta la grandezza della sua vicenda personale. Con i suoi studi e le sue ricerche, si impegna a mostrare che tra fede e ragione non si dà contrasto e che credere non vuol dire sacrificare le prerogative della ragione e i diritti della coscienza. La coscienza - non oracolo ma organo capace di verità - non può, in nessuna maniera, per Newman, decadere a mera soggettività, piuttosto ne rappresenta il superamento, nell'incontro tra l'intimo dell'uomo e la verità che proviene da Dio.
In Antonio Rosmini e John Henry Newman si dà, in tal modo, una fondamentale riscoperta e valorizzazione del soggetto che lungo la storia, almeno in parte, era venuta meno; forse si deve risalire fino a sant'Agostino per ritrovare, nel pensiero cattolico, attenzione e analisi veramente perspicue nei confronti del soggetto; ma tale valorizzazione non si pone sul versante de lla filosofia soggettivistica - propria della modernità - ma lungo il solco tracciato dal grande vescovo d'Ippona.

venerdì, luglio 28, 2006

D. Z. Phillips



E' morto martedì all'età di 71 anni Dewi Zephaniah Phillips. Allievo di Rush Rhees, a sua volta allievo di Wittgenstein, Phillips ha sviluppato una filosofia della religione di ispirazione wittgensteiniana.

L'ho incontrato almeno un paio di volte, se ben ricordo. A Roma in occasione del Convegno Castelli e ad Oxford nel 2001 in occasione del congresso internazionale su Newman. Era uno dei relatori invitati e, come suo solito, fece un divertentissimo intervento. (Devo averne la registrazione da qualche parte.) Poi venne ad ascoltarmi, parlavo infatti di Newman e Wittgenstein, e si mostrò interessato al mio lavoro. Gli diedi la bozza della relazione appena letta ed il giorno dopo me la restituì con le sue severe annotazioni. La conservo ancora.
Da quell'intervento è nato un articolo poi pubblicato su New Blackfriars.

Phillips, che in gioventù era stato un pastore congregazionalista, era un uomo di spirito. Lo ricordo simpaticissimo, cordiale, di una forte presenza corporea.

E' morto nella biblioteca della sua università, a Swansea, intento a scrivere seduto alla scrivania.

PS.
Commenti qui, qui e qui.

mercoledì, luglio 26, 2006

La sinistra, i cattolici e il libertarismo

Come si pone oggi il rapporto tra valori della sinistra italiana e quelli che ispirano il pensiero cattolico riformatore? Si va verso uno scarto che si allarga o è possibile una sintesi comune? Così Aldo Schiavone, che su «Repubblica» del 10 luglio ("Se la sinistra incontra il pensiero cattolico") porta due esempi di possibile incontro: la critica all'ordine capitalistico e il nesso tra etica e politica che coinvolge i diritti umani.
Sotto il primo aspetto egli osserva giustamente che la Chiesa tiene aperta una finestra, poiché il suo discorso non è economico, ma etico e, aggiungerei, antropologico. Essa sostiene una morale universale di liberazione umana che si basa su un'antropologia della dignità di ogni uomo. Proposta liberante ed antropologia fanno tutt'uno, e la chiave centrale sta più nell'antropologia che nell'etica. Occorre riprendere una valutazione discernente del mercato che non è la panacea di tutti i mali, come intendono i liberisti duri; e rilanciare le esigenze della giustizia internazionale, che si sono da tempo enormemente rilassate e che sembra quasi solo la Chiesa a tenere deste. Saremo in grado di riportare attenzione in Italia, in specie nella sinistra, su tali aspetti?
Ne dubito perché è in corso un ricentramento intorno alle questioni etiche, bioetiche, esistenziali, più che su quelle socioeconomiche, che hanno dominato a lungo. In brevi anni l'attenzione si è ricollocata non più su temi economico-sociali ma sull'individualismo libertario e la concezione della legge civile, cui si chiede di riconoscere quasi ogni comportamento. Uno spostamento imponente nella sinistra culturale e politica, dove l'attenzione per il "fai da te", l'ammissibilità di quasi ogni stile di vita, l'autodeterminazione elevata a criterio supremo hanno sostituito precedenti riferimenti. Siamo entrati in un forte soggettivismo morale per cui si ha diritto di fare tutto ciò che si vuole col solo limite di non danneggiare l'altro (ma chi è l'altro? Questa domanda è decisiva). Nella sinistra è accaduto un duplice cambio: a) per la giustizia economica ha adottato moduli di taglio liberale sul mercato, il lavoro e la sua flessibilità con un forte richiamo al contrattualismo, lasciandosi alle spalle i paradigmi solidaristici e collettivistici di vicina o lontana ascendenza marxista; b) sui temi eticamente e antropologicamente sensibili netto è il ricorso a schemi libertari, che privilegiano soluzioni soggettivistiche o anche seccamente utilitaristiche.
Una parola - ma il tema merita ben altro - sui diritti umani che certo sono universali come ricorda Schiavone. Il problema emergente che li riguarda non sta però a questo livello. Risiede in una loro interpretazione oltranzista che lascia da parte la visione dignitaristica e segue una lettura libertaria. Da tempo si tratta la Dichiarazione del 1948 come una lista da cui si può scegliere a piacere i diritti che meglio fanno al caso nostro, ossia alla battaglia cui ci siamo votati, privilegiando nettamente i diritti di libertà. Ne è seguito un esito sconcertante: agenzie culturali, mediatiche e politiche hanno creato un insieme di frammenti iperlibertari strappati con forza dal tessuto unitario della Dichiarazione universale, e portati all'assoluto impiegando come clava il criterio di uguaglianza e di quello di non-discriminazione, invocati per far passare ogni genere di presunti diritti. Un'operazione che comporta la lesione di reali e non presunti diritti della persona e dei gruppi.


Vittorio Possenti
Avvenire, 11 luglio 2006.

sabato, luglio 22, 2006

Beautiful Letdown

It was a beautiful let down
When I crashed and burned
When I found myself alone unknown and hurt
It was a beautiful let down
The day I knew
That all the riches this world had to offer me
Would never do

In a world full of bitter pain and bitter doubt
I was trying so hard to fit in, fit in,
Until I found out
I don't belong here
I don't belong here
I will carry a cross and a song where I don't belong
But I don't belong

It was a beautiful let down
When you found me here
Yeah for once in a rare blue moon I see everything clear
I'll be a beautiful let down
That's what I'll forever be
And though it may cost my soul
I'll sing for free
We're still chasin our tails and the rising sun
And our dark water planet's
Still spinning in a race
Where no one wins and no one's one

I don't belong here
I don't belong here
I'm gonna set sight and set sail for the kingdom come
I will carry a cross and a song where I don't belong
But i don't belong
I don't belong here
I don't belong here
Kingdom come
Your kingdom come

Won't you let me down yeah
Let my foolish pride
Forever let me down

Easy living, not much like your name
Easy dying, you look just about the same
Won't you please take me off your list
Easy living please come on and let me down

We are a beautiful let down,
Painfully uncool,
The church of the dropouts
The losers, the sinners, the failures and the fools
Oh what a beautiful let down
Are we salt in the wound
Let us sing one true tune

I don't belong here
I don't belong here
I don't belong here
Feels like I don't belong here
Let me down
Let me down
Feels like I'm let down
Let me down.
Cuz I don't belong here
Please
Won't you let me down?

venerdì, luglio 21, 2006

Joshua Michael



Regina Doman, 36 anni, è una scrittrice americana di romanzi per adolescenti. Oltre al talento naturale le è sicuramente d'aiuto nella scrittura l'esperienza accumulata crescendo i suoi sei bimbi.

L'incubo di ogni madre è di vedere morire il proprio figlio. A Regina è capitato di peggio. L'8 luglio scorso, spostando la macchina in un parcheggio, ha investito involontariamente Joshua Michael, il figlioletto che fra qualche giorno avrebbe compiuto cinque anni. Il bimbo è morto fra le sue braccia, di fronte agli altri figli.
Non ci sono parole per commentare una tragedia simile, se non le parole della madre stessa.

Mentre scrivevo queste righe qualcuno mi ha detto: Perchè vuoi fare intristire i tuoi lettori? Avranno già i loro problemi.
Leggete, leggete quanto ha scritto questa madre. Non c'è niente di triste. Doloroso sì, tragico, ma non triste.


I remember him asking me about Jesus' death:
"Why did He have to die on the cross?
Why did they take His clothes off?
Why did He have blood on Him?
Did it hurt?
Why did the soldiers do that to Him?"

And I would give him the answers over and over again:
He did it because He loves us.
He did it because He is always with us.
He did us to help us because He knew we would suffer.
So that we would know that our God also knows how to suffer.
He is always so close to us.
Especially when we suffer.

I know Joshua is so close to Him now. And so are all of us, who are suffering without him.