giovedì, aprile 17, 2025

Infanzia martoriata

Un poeta, in nome di tutti i poeti — che per umano e divino privilegio sono i più vicini alla fanciullezza, perché non v’è fanciullo che non sia poeta, né poeta che non conservi un’anima dolce e mite da fanciullo — ha detto di recente che la più terribile, l’inespiabile colpa frutto di questa guerra è lo scempio dell’infanzia, il martirio dell’innocenza.

Ed è vero. Noi li abbiamo visti, durante le tremende incursioni, i nostri bambini stringersi terrorizzati al petto dei grandi, con una invocazione suprema negli occhi smarriti: un’invocazione che era già condanna per chi aveva scatenato il flagello. Anche quando la morte non li ghermiva, quei piccoli cuori ne uscivano così sgomenti da restarne intimamente feriti. Ci è toccato, proprio in questi giorni, assistere — in una corsia d’ospedale — all’agonia lenta e disumana di una bimba ridotta a pelle e ossa. Il cuore, malato per i troppi spaventi, le batteva forte in gola; si fermava, riprendeva la corsa fino a sgranarle gli occhi — due fiamme — in un visino terreo, dove già soffiava l’alito della morte.

A quella, a tutte le creaturine vittime dell’odio degli uomini, abbiamo pensato giorni fa, quando la piccola Luciana Sisti è caduta sotto il tallone del proprio genitore. Padre? O belva in sembianze umane? Belva? E perché riabilitare così la specie animale, se la belva difende i suoi piccoli fino a immolarsi?

La cronaca è un rigurgito d’innominabili delitti contro l’infanzia. L’uomo, che ha perduto ogni senso di bontà e pudore, sembra volersi vendicare di se stesso, della propria follia, accanendosi contro chi ancora gli parla di bontà e d’innocenza. Contro i teneri virgulti della sua stessa carne, che gli ricordano un tempo beato, quando i cavalieri erano prodi perché conoscevano e facevano rispettare le leggi dell’onore e del focolare domestico, dove accanto al talamo dondolava la culla avita, candida come un altare.

La piccola Luciana Sisti era di carattere dolce e affettuoso. Abbandonata dalla madre, aspettava che suo padre rincasasse per sentire un po’ di tepore, il calore di casa. Tremava, forse, perché temeva l’orco della favola — che nessuno sapeva più raccontarle. Così gli andò incontro fiduciosa, senza immaginare che l’orco si fosse rifugiato proprio in quel petto villoso, in quelle zanne rapaci.

«Senza mandare un piccolo grido, la bambina fu sbattuta a terra e colpita ciecamente a calci e a pugni. Ben presto, dal viso dell’innocente il sangue sgorgò copioso. Il padre, alla vista del sangue, infierì con maggior furore sul corpicino…».

Assisteva al martirio,  forse complice, un’altra donna, e non è difficile intuire chi fosse.

È un brano di cronaca, disadorna cronaca, di un atto abominevole che — Dio non voglia! — si ripeterà, finché l’umanità non torni sui propri passi, non risalga l’abisso in cui è caduta, non ricostituisca atomo per atomo la cellula della famiglia, disintegrata da questa ventata di follia che minaccia di abbattere gli ultimi pilastri del ponte.

Dall’alto della Croce, con gli estremi aneliti del suo passaggio terreno, una voce eterna risuona, a esaltazione degli innocenti e condanna degli orbi: «In verità vi dico: se non vi farete umili come questi fanciulli, non entrerete nel Regno dei Cieli!»

 

Benigno

8 giugno 1947


mercoledì, aprile 16, 2025

Il monito

Un relitto di tabacco caduto tra i relitti di pellicole ha provocato una strage: ventinove creature umane trasformate in torce viventi. Per pochi, terribili minuti hanno continuato a consumarsi, a bruciare tutto di sé: venti, trenta, quarant'anni di vita cancellati in un attimo, con le loro speranze e le loro delusioni, le gioie, gli affetti, i dolori, le aspirazioni, i sogni — tutti bruciati vivi.

Quando la casa era ormai un rogo, e orribili ustioni straziavano le povere carni, qualcuno ha tentato di salvarsi aggrappandosi disperatamente alle grondaie, ai cornicioni, ai davanzali. Ma è precipitato sulla strada, in fiamme.

Scene terrificanti — che la mente umana non riesce a contenere, tanto la realtà supera la fantasia — si sono svolte attorno alla casa maledetta, nell’obitorio dove, sul freddo marmo, erano allineate le salme carbonizzate, e negli ospedali dove venivano accolti i superstiti.

Alle grida di terrore, al panico, agli atti di eroismo, alla disperazione, è subentrato il silenzio. Ma un silenzio pesante come un incubo. Qualcuno ha parlato di supremo avvertimento.

Il giorno luminoso dell’Ascensione è trascorso quanto mai triste. Solo una pausa di respiro: quando le campane, da San Pietro a San Giovanni, hanno suonato a distesa per annunciare al mondo che la Chiesa di Cristo ha un nuovo Santo.

Poi, alla sera, il popolo è salito sui colli, sulle terrazze, alle finestre alte, per cogliere il riflesso di una certezza eterna: nella visione incomparabile della cupola michelangiolesca illuminata a giorno.

Avvertimento? Ma perché pochi hanno pagato per tutti, se tutti siamo colpevoli d’aver ridotto la terra a un immenso mattatoio, dove perfino gli agnelli aspirano a diventar lupi come i lupi?

Domande cominciano a trovare, qua e là, una risposta precisa, inesorabile. Eppure, consolatrice.

Intanto, dalle salme straziate si è levato un monito che i superstiti hanno raccolto, affratellati — come non accadeva da tempo immemorabile — da un dolore comune, acerbo. Dal Sommo Pontefice al più umile cittadino, enti, istituti, associazioni e privati si stringono in nobile gara intorno alle famiglie delle vittime. Vittime benedette, che hanno saputo ridestare sentimenti che parevano inariditi nei cuori devastati dall’odio. È come una schiarita di cielo sulle coltri funebri, un respiro ampio di solidarietà umana che avvolge chi soffre.

È la pietas romana che rifiorisce, raccogliendo frutti d’amore per infiorare le tombe precoci di chi ci ha soltanto preceduto. Perché noi non crediamo alla morte. Noi crediamo alla Vita.

 

Benigno

25 maggio 1947

martedì, aprile 15, 2025

The quiet religious revival taking place in Britain

 

‘The Quiet Revival’, a major new report from the Bible Society in the UK has found something surprising: a significant upsurge in church attendance, especially among young people, challenging previous assumptions about Christianity’s long-term decline in that country.

Based on YouGov surveys of over 13,000 people in England and Wales, the report reveals a 56pc increase in regular church attendance (monthly or more) from 2018 to 2024, rising from 8pc (3.7 million people) to 12pc (5.8 million) of the population. This growth, dubbed a “quiet revival,” by the Bible Society, is most pronounced among younger adults, particularly Gen Z (18-24) and younger Millennials (25-34), and is accompanied by greater ethnic diversity in congregations. While overall Christian identification has fallen to 39pc among the general population, those who identify as Christian are increasingly active, engaging in prayer, Bible reading, and community outreach, signalling a shift from nominal to intentional faith.

The most striking trend is the surge in church attendance among 18-34-year-olds, with Gen Z leading the charge. For 18-24-year-olds, regular attendance quadrupled from 4pc in 2018 to 16pc in 2024. The 25-34 age group also saw significant growth, rising from 4pc to 13pc. This contrasts with older generations: those 65+ increased from 14pc to 19pc, while 35-44-year-olds grew only modestly from 5pc to 8pc, and 45-64-year-olds saw a slight decline.

Notably, young men are driving this trend, with 21pc of 18-24-year-old men attending monthly last year (up from 4pc in 2018), outpacing young women, whose attendance rose from 3pc to 12pc. Among 18-34-year-olds overall, 18pc of white men attend monthly, up from 3pc, indicating the trend extends beyond ethnic minorities and is not fully explained by rising immigration.

Several factors seem to explain this rise:

  1. Quest for Community: The report emphasises that young adults, grappling with loneliness, anxiety, and post-pandemic isolation, are being drawn to churches for connection. Over 60% of churchgoers aged 18-34 report a strong sense of belonging to their local area, compared to just 25pc of non-churchgoers. Peer networks are key, with 34pc of non-churchgoing 18-24-year-olds saying they’d attend if invited by a friend.
  2. Search for Meaning: Economic pressures, mental health challenges, and disillusionment with secular liberalism help lead young people toward faith. The report notes 35pc of 18-24-year-olds over believe in a higher power, and 40pc pray monthly, the highest of any age group. Churchgoers in this bracket report higher life satisfaction and lower anxiety, particularly among young women, who show a 21-point drop in frequent depression compared to non-churchgoing peers.
  3. Spiritual Engagement: Young Christians are highly active, with 80pc of 18-34-year-olds reading the Bible weekly (compared to 71pc of 35-54-year-olds) and 80pc feeling confident discussing their faith. Curiosity about Christianity is also quite high, with 25pc of non-churchgoing 18-24-year-olds interested in learning more about the Bible.
  4. Denominational Shifts: Growth is strongest in Catholic and Pentecostal churches. Among 18-34-year-olds identifying as Catholic, Mass attendance rose from 22pc to 41pc, and Pentecostal from 10pc to 18pc, while Anglican attendance in this age group fell from 30oc to 20pc.

Immigration significantly contributes to this revival, diversifying congregations and bolstering attendance, particularly among 18-34-year-olds. One in five churchgoers (19pc) is from an ethnic minority, rising to nearly a third (32pc) among 18-54-year-olds.

The report contrasts youth-led growth with stagnation among middle-aged groups and cautions against over-optimism, noting that churchgoing doesn’t always equate to deep faith. Bible engagement is rising—12pc of the population reads the Bible weekly outside services, up from 6pc—but 79pc rarely encounter it. The revival is uneven, thriving in urban areas with dynamic churches but less evident in rural or traditional settings.

For 18-34-year-olds, the report suggests churches must nurture this interest through discipleship, as many newcomers lack theological grounding. The mental health benefits underscore churches’ social value.

‘The Quiet Revival’ documents a remarkable resurgence in UK church attendance, with 18-34-year-olds, especially Gen Z men, at the forefront. Driven by a hunger for community, meaning, and spiritual engagement, this group has quadrupled attendance in six years, favouring Catholic and Pentecostal churches.

This is a good news story showing a very welcome interruption to the long-term decline in church attendance in the UK. Hopefully it is not a mere interruption, but a sign of a genuine revival.

Auro d’Alba: il poeta nascosto dietro la carità

 


Dal 1948, per oltre vent’anni, L’Osservatore della Domenica ospitò la rubrica “L’Appuntamento della Carità”, dedicata alla raccolta di aiuti per persone in difficoltà.

Nel dare notizia dell’improvvisa scomparsa del curatore della rubrica, avvenuta sessant’anni fa, il 15 aprile 1965, il direttore Enrico Zuppi rivelò ai lettori che dietro lo pseudonimo “Benigno” si celava il poeta Auro d’Alba. Un nome che, nella discrezione dell’anonimato, aveva fatto della carità una missione silenziosa ma concreta.

La rubrica era nata quasi per caso quando a Benigno, che già scriveva meditazioni religiose per il giornale, fu chiesto di presentare un caso particolarmente grave. In pochi giorni arrivarono, inaspettate, numerose offerte da parte di lettori colpiti dalla delicatezza delle sue parole. Da quel momento, l’appuntamento divenne fisso.

Erano gli anni difficili, quelli del dopoguerra. Benigno si occupava quotidianamente di selezionare fasci di lettere, verificarne l’autenticità, valutare il reale bisogno, e infine proporre ai lettori i casi più urgenti. L’assistenza non era soltanto economica: tramite la mediazione del giornale venivano distribuiti viveri, medicinali, indumenti, apparecchi ortopedici, protesi, persino mezzi di locomozione, sia ad individui che ad istituzioni.

Ma chi era Auro d’Alba? Nato a Roma nel 1888 da una famiglia di origini abruzzesi, pubblicò a soli 17 anni la sua prima raccolta di versi, Lumi d’argento, firmata con il suo vero nome, Umberto Bottone. Erano componimenti di ispirazione crepuscolare, recensiti con interesse dall’amico Sergio Corazzini.

Negli anni Dieci fu coinvolto da Filippo Tommaso Marinetti nell’esperienza futurista, pubblicando anche su Lacerba di Papini e Soffici, per poi avvicinarsi all’avanguardismo della rivista napoletana La Diana.

Militante politico, nel 1916 fu arrestato insieme ai futuristi Marinetti, Balla, Depero, Cangiullo e Jannelli  in occasione di una manifestazione interventista. Coerente con le sue convinzioni, partecipò alla Prima guerra mondiale, combattendo tra i bersaglieri. L’esperienza al fronte gli valse una medaglia d’argento e una croce di guerra, ma anche materiale per i racconti e le poesie degli anni immediatamente successivi.

In quello stesso periodo scrisse versi per l’infanzia destinati al Giornalino della Domenica di Vamba, l’autore di Gian Burrasca.

Fascista della prima ora, fu responsabile dell’ufficio stampa e storico della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Il culmine della sua notorietà letteraria coincise con una tragedia che lo riportò a una profonda fede cattolica.

Nel 1930 pubblicò Nostra famiglia, romanzo parzialmente autobiografico, in cui immaginava la famiglia ideale del nuovo regime. Ma pochi mesi dopo la pubblicazione, la figlia diciottenne Ofelia, si tolse la vita nella casa di famiglia. La tragedia cambiò radicalmente la sua esistenza e commosse il mondo letterario italiano.

In un volume commemorativo uscito un anno dopo, troviamo gli omaggi ad Ofelia d’Alba di Salvatore Quasimodo, Grazia Deledda, Giuseppe Ungaretti, Clemente Rebora, Giovanni Papini, Aldo Palazzeschi e molte altre firme illustri dell’epoca.

La produzione poetica di Auro d’Alba immediatamente successiva alla tragedia è tutta dedicata alla figlia perduta.

Negli anni seguenti, Auro d’Alba collaborò con Il Frontespizio, prestigiosa rivista fiorentina di ispirazione cattolica e punto di riferimento della cultura letteraria del tempo.

Affiancò nuovamente Marinetti durante la guerra d’Etiopia, distinguendosi in operazioni militari che gli valsero una medaglia d’argento al valor militare e due croci al merito di guerra. In quegli anni fu anche autore di testi di canzoni militari, tra cui Battaglioni M e Cantate di legionari.

Dopo la Seconda guerra mondiale, alla quale partecipò in ruoli legati alla propaganda, e segnato dalla perdita della moglie, Auro d’Alba tornò alla scrittura. Scelse spesso però di firmare i suoi contributi su riviste con vari pseudonimi, forse nel tentativo di prendere le distanze da un passato politico ormai compromesso.

Collaborò alla terza pagina de Il Popolo, quotidiano della Democrazia Cristiana, firmando con lo pseudonimo Benigno Assunti ritratti e profili letterari tratti dai suoi ricordi. Questi testi confluiranno più tardi nel volume di memorie Formato tessera (1956).

Oltre alla critica letteraria, continuò a pubblicare poesie e meditazioni, specialmente sulla rivista fiorentina Città di Vita e su L’Osservatore della Domenica. In quest’ultimo, curò come Benigno la rubrica “Voli”. Inizialmente solo letteraria, divenne in breve “L’Appuntamento della Carità”, dove i casi bisognosi venivano spesso introdotti da brevi, intense riflessioni spirituali.

Benigno dava voce agli indigenti con profonda delicatezza, lasciando molte volte che fossero le loro stesse parole a raccontare il bisogno. Presentava i casi attraverso le lettere ricevute, preservandone l’autenticità e il tono umano. Era come se chi scriveva trovasse finalmente uno spazio d’ascolto, una mano tesa attraverso la pagina.

Settimanalmente, Benigno offriva ai lettori dell’Osservatore della Domenica l’occasione concreta di compiere un gesto di carità. Quando la generosità non bastava a soddisfare il bisogno, interveniva personalmente, colmando le mancanze con discrezione. La sua penna dava voce al dolore, ma anche risposta silenziosa, spesso tangibile, alla sofferenza altrui.

Una delle prime lettere presentate da Benigno non proviene da un richiedente aiuto ma da un benefattore. È il gennaio del 1948 e a scrivere è un reduce dal campo di concentramento di Mauthausen. L’uomo chiede che la sua offerta, inviata in forma anonima, sia destinata attraverso il giornale a un tedesco in difficoltà, come segno di riconciliazione.

“In più del perdono voglio, in questo Natale, aiutare una persona  forse che mi ha fatto del male, ma purtroppo è stata vittima di inganno. Le parole del Papa sono sempre accorate; possano ascoltarlo di più, e guadagnare così, coll’amore e non coll’odio questa pace alla quale il mondo aspira”, scrive il lettore.

Benigno riconosce in questo gesto non solo un atto di generosità ma l’espressione di una santità autentica.

In un commosso articolo di commiato, sessant’anni fa, il direttore Enrico Zuppi ricordava che Auro d’Alba, avendo dovuto affrontare tempeste dolorose, “trovava un particolare conforto nel fare del bene agli altri, con inesausta carità”.

Il poeta, in una delle sue meditazioni introduttive a L’Appuntamento della carità, scriveva: “Il dolore ci rende comprensivi, caritatevoli, ci è più facile tendere la mano al fratello, aprirgli le braccia, ascoltargli il cuore che batte col nostro; infine spartire il pane e la pena con lui. Quante volte invece mi sono accorto che la gioia è egoista, è crudele, come spesso è la giovinezza, che ha tutta la vita dinanzi e non vuol saperne di soffrire. E sapete perché è egoista? Perché vorrebbe non finir mai; è crudele perché l’altrui tristezza fa ombra, le dà noia, la disturba, la richiama a un dovere che preferisce trascurare, ignorare, disdegnare forse … E dimentichiamo la più alta verità della nostra Fede: «Un bicchiere d’acqua dato con amore è meritevole di vita eterna».”

Enrico Zuppi, nel suo articolo celebrativo, aggiungeva: “Non lo vedremo più tra noi, con quel suo sorriso apparentemente scettico, di uomo di mondo, col quale credeva di poter difendere la sua immensa bontà, il suo altruismo, la sua squisita sensibilità.”

L’Appuntamento della Carità proseguì anche dopo la morte di Auro d’Alba, grazie all’impegno della seconda moglie, Maria Antonietta Pozzi, sua collaboratrice nella vita e nell’opera.

Auro d’Alba è oggi un autore dimenticato. I suoi libri sopravvivono tra le pagine ingiallite di vecchie edizioni, reperibili solo nei negozi di antiquariato o nelle biblioteche. Il suo nome, un tempo noto, è stato oscurato anche da un legame troppo evidente con il Ventennio fascista, che ne ha segnato il destino culturale più di quanto abbia segnato la sua voce interiore. Eppure, l’invisibilità che scelse negli ultimi venti anni della sua vita fu tutt’altro che un rifugio imposto dalla storia. Era, piuttosto, una forma di pudore, di volontaria discrezione. Una rinuncia al riconoscimento personale per lasciare spazio all’urgenza dell’altro, al dolore che chiedeva ascolto. Non si nascose per paura ma per promuovere la carità silenziosa. Dietro Benigno, più che un autore in ritirata, c’era un uomo che aveva imparato a scrivere non più di sé, ma per gli altri.

lunedì, aprile 14, 2025

La Basilica

«Padre, ricordaci che siamo polvere, e polvere ritorneremo. Perché, vedi, nonostante l’età, i guasti, le cadute, le ricadute, e il cammino duro, siamo ancora tanto deboli, e da un momento all’altro, a una svolta, può accadere che il Maligno ci tenti.»

La basilica sembrava emersa da un lago (o che fosse stata raggiunta dallo straripante fiume che, per tre volte quell’anno, aveva invaso i quartieri bassi?) Una luce d’acque diffuse saliva fino ai matronei, fino al soffitto, per ricadere estrosa sul limitare delle cappelle, dove i fedeli prostrati ricordano che tutto è vanità, che la vita è dura con la Croce, ma senza la Croce è insopportabile: e vengono ad abbracciarla.

Da poco riaperta al culto quotidiano, la chiesa era piena di meraviglia: e di questa meraviglia  dei marmi, degli archi, dei chiostri, delle colonne, degli altari, dei tabernacoli partecipavano gli occhi dei fedeli, che tornavano a lei dopo anni di lontananza, fuorviati dal turbine. In verità, se ci guardavamo negli occhi, ci riconoscevamo appena. Ci pareva, sì, di esserci incontrati in un mondo scomparso, ma certe incancellabili orme le avevamo pur lasciate sulle strade percorse. E i volti stanchi, le anime stordite, s’illuminavano ancora di quel sole. Perché si può ben dire che sia sempre lo stesso sole. Ma non è vero: è la nostra giornata, sono le nostre opere, i nostri anni, le diverse svolte della vita che ne rifrangono i raggi. E il sole dell’infanzia non è più quello della giovinezza, e questo non somiglia al sole della maturità se non attraverso i rimpianti, i lutti, le nostalgie: tutto il bagaglio che non vorremmo, ma siamo obbligati a portare. Il bagaglio che altera i segni del viso, la linea delle membra, il passo, lo sguardo, la voce.

Anche la basilica — la nostra basilica — aveva cambiato volto. Ricordavamo un volto rugoso, ed ora ci restituiva un luminoso profilo. Accogliente, l’ambone ci apriva le braccia come per contenerci tutti e portarci ai piedi di Colui che ha sì grandi braccia da condensare nel petto piagato tutto il dolore del mondo.

E sentirsi con Lui volontari della Croce, candidati al perpetuo eroismo. È proprio questa l’epoca più adatta, il clima propizio: quando l’aria stessa è corrotta, fioriscono, prodigiosi nel silenzio e nell’ombra, i gigli della santità.

Benigno Assunti

13 aprile 1947

domenica, aprile 13, 2025

Signore, si fa sera!

«La cattolicità è una nota essenziale della vera Chiesa, e nessuno può dirsi partecipe o devoto alla Chiesa se non partecipa e non è devoto alla sua universalità, cioè al tuo radicarsi e fiorire dappertutto sulla terra. Quei due laici, come il sacerdote loro guida, non trovavano riposo, al solo pensiero che milioni di uomini non conoscevano ancora Cristo. Beati quei tre! Le loro ossa riposano ora insieme, custodite nel reliquiario naturale della collina verdeggiante che s’innalza dolcemente dal fiume dei Mohawks, fluente placido e dolce.»

Il brano è tratto dal radiomessaggio pontificio per i protomartiri del Nord America, e lo riportiamo qui per tre motivi di alta spiritualità: 1.) L’universalità della Chiesa ha un respiro così vasto che tutte le umane ideologie appaiono meschine al suo confronto. 2.) Il richiamo alla vera essenza della cristianità, che è quella di non avere pace, se davvero fedeli alla Croce, finché sulla terra vi sia un’anima che non conosce Cristo. 3.) Il profumo di poesia che emana da queste parole apostoliche, espresse con il tono delle più alate Scritture del Libro eterno.

Giorno certamente verrà in cui le pagine più belle e ispirate dei successori di Pietro saranno raccolte e andranno ad arricchire la serie che compone quel libro senza tempo.

* *

Durante la nostra giornata affannosa, ci capita spesso di ricordare i discepoli di Emmaus e il cammino percorso insieme, mentre Gesù — viandante sconosciuto — spiegava loro le Scritture: «E come furono vicini al villaggio dove si recavano, Egli fece finta di andare oltre.
Ma essi lo trattennero dicendo: “Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto.” Ed entrò con loro. E avvenne che, messosi a tavola, prese il pane, lo benedisse e lo spezzò. Allora si aprirono loro gli occhi, e lo riconobbero.»

Lo riconobbero da quel gesto: era il Maestro. Colui che, nell’ultima Cena, prima del Sacrificio, spezzò il pane e alzò il calice, istituendo il sacramento ineffabile dell’Eucaristia. Affinché, tornando Egli al Padre, l’uomo che tanto amò, per cui diede la vita non si sentisse più solo nelle tentazioni e nelle sofferenze.

Anche a noi accade, ingannati dalle apparenze, di sentirci soli. Anche a noi capita di gridare nel buio: «Signore, rimani con noi, si fa sera!»

E non pensiamo che i discepoli di Emmaus ne avessero meno diritto di noi, loro che avevano conosciuto personalmente Gesù e ascoltato le sue parole.

Noi non abbiamo soltanto la sua Parola, eredità che non passa, ma il suo stesso Vicario, che dalla Cattedra di Pietro parla a tutti coloro che hanno orecchie per udire e pupille per vedere.

Beati coloro che, al di sopra della rissa e del fango che sale, sanno ascoltarlo.

Parlaci, parlaci ancora e sempre, o Padre nostro! Il giorno è già declinato, e non sappiamo se il sole sorgerà ancora sul mondo.

* *

Questo mondo è superbo. Il mondo si inorgoglisce sempre più, ma di che cosa, se non della propria miseria e iniquità?

Il mondo sente che, fuori dalla rete di Pietro, vi è solo buio e perdizione, ma non vuole arrendersi. Resiste, come se doversi umiliare alla presenza di un suo pari fosse un'offesa. Come se Dio fosse un altro uomo già perduto, già condannato. Il mondo si sottomette al giogo duro dell’amor proprio, che già conosce, e respinge quello “soave” dell’umiltà, che gli è ignoto.

Ebbene, dobbiamo essere noi, gli addomesticati dal giogo soave, a ripetere al tuo erede, o Signore, le parole di Simone, quando i discepoli stavano per abbandonare Gesù, tentati di scuotere il giogo. Ci voleva Pietro, soltanto Pietro, a pronunciarle con la sua rude schiettezza marinara. E noi le ripeteremo a te, Padre nostro, che sei in terra per il pascolo benedetto: «Da chi andremo, se lasciassimo te, che possiedi parole di vita eterna?»

Ogni giorno che passa è come se facesse notte prima della sera. Le notti sono in verità troppo lunghe, e talvolta ci opprime il cuore il terrore di respirare nelle tenebre per tutta la vita. Non potrebbe forse il Signore vendicarsi così del male che gli uomini fanno? Non più diluvio , promise a Noè, ma non parlò della tenebra. Egli potrebbe sempre negarci la luce del sole. Non è tenebra, forse, questa che acceca l’uomo e lo spinge ad uccidere il fratello? Non è tenebra quella che ci fa dimenticare le parole terribili: «Vendicherò la vita dell’uomo sopra l’uomo e sopra suo fratello»?

Diluvio no, perché la parola di Dio è una e non mente. Ma tenebra sì. E perciò tu ci parli, Padre nostro che sei in terra, tu, Vicario di Cristo, tu, successore di Pietro. La discendenza ti ispira le stesse parole di Vita, ti suggerisce gli stessi ammonimenti del Cristo, come se fosse ancora tra noi. Ma a molti dei suoi discendenti, fedeli, che pronunciarono soltanto parole di Vita, gli uomini hanno preparato il patibolo. E contro la Chiesa fondata dal Gran Re — il Primogenito di Dio — si accumulano tutte le nefandezze, occulte e palesi, perché il mondo, che ha odiato il Cristo e odia noi, sa che la tenebra della menzogna non prevarrà sulla luce, che è Verità.

Padre, rimani con noi, parlaci sempre, parlaci ancora! Si fa sera, e il giorno è già declinato.

A. D. A.

13 aprile 1947 

sabato, aprile 12, 2025

Acqua viva

Bisogna amare il corpo, ma solo come tempio dell’anima; detestarlo come nido di concupiscenza. L’egoismo dell’uomo è frutto della sua tirannia, dei suoi istinti bestiali.

Il grido dell’Apostolo risuona alto e angoscioso: «Chi mi libererà da questo corpo di morte?»

* *

«Io sono la Via, la Verità, la Vita» — disse il divino Maestro a Tommaso nell’Ultima Cena, che fu pure la prima Messa, celebrata dal Primo Sacerdote con il proprio imminente Sacrificio. E perciò è inutile cercarne altre: non c’è che una Via, una Verità, una Vita. Le altre — quale più, quale meno — sono tutte apparenze, ombre, illusioni, sentieri che non conducono a Lui, dottrine che non si rifanno alla maggiore, tralci della vite che non si ricongiungono al tronco.

Ecco perché cercare altrove è vano, quando non è pericoloso.

Benigno Assunti

6 Aprile 1947

venerdì, aprile 11, 2025

Amore e fede

Un mezzo sicuro per non essere travolti dal fango delle strade, che è, purtroppo, nella natura umana, è guardare insistentemente l’azzurro e le stelle.

* *

C’è un canto, il primo canto del primo uomo, che suona come suprema lode alla prima donna, per tutte le donne, ed è d’una altezza lirica sublime, perché getta le basi dell’umana convivenza.

Quando il supremo Fattore trasse dal profondo sopore di Adamo il bellissimo corpo della sua compagna, l’uomo, stupefatto, esclamò: «Questa è la virago, osso delle mie ossa e carne della mia carne. Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre, e aderirà alla sua moglie, e saranno due in una sola carne.»

Per quanto anche dell’unione l’uomo abbia fatto mezzo di concupiscenza e oggetto di sterile piacere, non c’è poema che possa eguagliare l’incontro e la mescolanza di due anime e di due corpi.

È sempre poesia altissima — e lo sarà finché l’odio non distrugga l’umanità a colpi di bomba atomica — incontrarsi sotto la bianca luna, in due esseri che si cercano perché si amano.

È l’esaltazione dell’atto che chiama la creatura a partecipare della creazione; è il complemento necessario alla divina sinfonia che sale dalle cose create; è il suggello alla fatica dell’Operaio, tanto innamorato del proprio capolavoro da alitargli sul volto il suo stesso respiro.

* *

Diffida della filosofia tributaria in genere, cioè di quella che tende a sganciarsi dalla filosofia madre. Studia, specula quanto vuoi, ma a un dato momento nulla potrai risolvere e placare in te senza un atto di fede.

* *

A chi osserva che parlare del Creatore, in fondo, è trattare sempre uno stesso tema, rispondiamo che è vero, ma che si tratta di un tema inesauribile. Parlarne dunque,  e ascoltare per amore, significa “acquistare” sempre, perché l’uomo, creatura imperfetta, prende dalla creatura amata.

Solo Iddio, che è perfezione, arricchisce l’oggetto del suo amore.

 

Benigno Assunti

 

30 marzo 1947

giovedì, aprile 10, 2025

Pilato e Don Abbondio

I due personaggi stanno bene insieme perché, in fondo, «se ne lavano le mani». Ma Don Abbondio, qualche rischio lo affronta: l’ira di Renzo, che doveva attendersi scoppiasse un brutto giorno, quando il giovanotto si fosse accorto d’essere stato gabbato. L’altro invece — Pilato — ha qualcosa di ripugnante, che ben giustifica il perpetuarsi del suo gesto nel tempo, volgarizzato a eterna sua dannazione.

Il cattivo prete, dinanzi a Federico che lo tempesta di colpi — come soltanto i santi sanno fare — si scorda di essere al cospetto di un principe della Chiesa ed esplode in quelle parole che rivelano tutta la sua pavida natura: «Gli è perché le ho viste io quelle facce!»

Il dramma di quell’anima è tutto qui. Don Abbondio, badate, è un povero curato campagnolo che ama, magari, il buon bicchiere, il letto caldo e il caminetto rovente: faccia piena, passo cauto, animo mite. Lontano, lontanissimo dalla santità — d’accordo, tanto che non riesce a comprendere Federico — ma, alla fin fine, senza quella disavventura, sarebbe riuscito un prete mediocre (accidenti ai signori e ai loro capricci!). Tanto è umano lo sfogo di Don Abbondio, che Federico è quasi costretto a far macchina indietro e a domandarsi: «Già, cosa avrei fatto io al suo posto?»

Porsi, all’incirca, questo interrogativo è — se non giustificare — compatire l’altro. Pilato sa di aver a che fare col Figlio di Dio, e lo baratta con Barabba. Scade di fronte a sé stesso e al popolo, nell’investitura ricevuta da Cesare e da Dio. Per paura di Cesare, condanna a morte il suo Dio. Tanto è sicuro della divinità del Cristo, che sul patibolo scrive: «Gesù di Nazaret, Re dei Giudei», e resiste ai gran sacerdoti che protestano: «Devi scrivere: Costui ha detto: “sono re dei Giudei”»

Solo allora Pilato ritorna autoritario e risponde: «Quanto ho scritto, ho scritto», quasi a farsi perdonare il sangue versato, il consentito delitto, l’abominevole assassinio che l’inchioderà per sempre alla gogna, insieme ai tanti — ai troppi — seguaci, con un martello ben più pesante di quello della Croce.

Auro d’Alba

16 marzo 1947

mercoledì, aprile 09, 2025

How social media could be reducing birth rates

 

Fertility rates are plunging around the world and have dropped in many cases to less than the replacement level of 2.1 children per couple. The finger of blame (so to speak) has been pointed in many directions, not least the cost of living and changes in values. But a new piece of research reckons part of the explanation is the amount of time we now spend on social media.

The research comes from Anna Rotkirch, Professor at the Population Research Institute of Helsinki.

Finland is known for its generous family policies and strong welfare systems, which should push up the number of children people are having. But Prof Rotkirch and her colleagues first noticed something odd around 2015. While most young adults still said they ideally wanted children, the proportion of those who didn’t want any had tripled, rising from 5pc in the previous decades to 15pc. Surprisingly, the reasons were not mainly financial. Instead, many cited personal lifestyle choices. Statements like “I want to do other interesting things in life” or “I don’t think I’m suitable for parenthood” became increasingly common, especially among women who were highly work-oriented and heavy users of social media.

A new distinct category, separated from traditional obstacles such as job insecurity or lack of housing, emerged among those who were delaying or avoiding parenthood. Research by Prof Rotkirch revealed a clear link between heavy social media use and uncertainty about having children. Those who spent less time online tended to express more stable intentions around family life, felt less work pressure, and were in more settled life situations.

The emotional influence of digital content may go further than we think, Prof Rotkirch suggests. Psychological experiments have shown that viewing simple, positive images of parents with children can increase the desire to have kids. On the other hand, online platforms like TikTok often amplify negative portrayals of parenthood, with viral content listing dramatic or even absurd reasons to avoid having children. Such content can easily change young adults’ perceptions.

There is growing concern about the broader mental health impact of smartphones, particularly among under-30s. Psychologists like Jonathan Haidt point to rising levels of depression, anxiety, and self-harm, especially among girls and young women, who are more vulnerable to social comparison. Young men, meanwhile, are more likely to retreat into digital worlds of gaming and pornography. These patterns, combined with increased loneliness and psychological distress, contribute directly to falling fertility rates.

Relationships are changing as well. Across many countries, people are dating less, having less sex, and forming fewer long-term partnerships. Even when couples do form, screen time often interferes with their time spent together. Research shows that screen use can harm relationship stability and in turn, the decision to have children, Prof Rotkirch claims.

As family formation is pushed later in life, due to career priorities, health concerns, or lack of emotional readiness, many simply run out of time. Moreover, marriage rates are also declining.

Why does this matter? Data show that the majority of births happen within long-term, stable unions. If fewer such unions form, and if they form later and break more easily, fewer children will be born. Delaying relationships and family life not only reduces fertility but may also feed into a wider cycle of isolation and relationship instability.

“It is possible to reverse these negative trends and promote screen-life balance—provided governments have the guts to tackle the gigantic technological and commercial interests involved”, Prof Rotkirch believes.


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