martedì, novembre 30, 2004

Ho la varicella. :(

lunedì, novembre 29, 2004

Kluge Prize

Il Kluge Prize è un nuovo e cospicuo premio, 1 milione di dollari, che riguarda i campi del sapere non coperti dal più famoso premio Nobel.
Istituito lo scorso anno, ha visto come primo vincitore Leszek Kolakowski.
Quest'anno invece saranno premiati Paul Ricoeur e Jaroslav Pelikan.
Casualmente, sulla mia scrivania, proprio a fianco al computer ci sono 3 libri The Closing of the American Mind di Allan Bloom, The Idea of a University: a Reexamination di Jaroslav Pelikan e Sur la Traduction di Paul Ricoeur.
Ricoeur è molto noto in Italia, Pelikan invece non ancora. Peccato perchè merita.
Cristiano ortodosso, storico del cristianesimo, è professore emerito di storia alla Yale University ed è stato presidente dell'American Academy of Arts and Sciences,
Questi i suoi lavori pubblicati in italiano.

Cavallate

Salvate la cavalla di Garibaldi!

(via Stranocristiano)

sabato, novembre 27, 2004

Cosenza

Oggi pomeriggio a Cosenza si svolgerà una manifestazione nazionale a sostegno degli imputati nel processo contro la rete no-global "Sud Ribelle".
La voce della Chiesa di Cosenza si fece sentire già due anni fa, ora ritorna con un comunicato dell'arcivescovo.


So che domani, nella nostra città di Cosenza, si svolgerà una manifestazione, con una particolare presenza di giovani, che vuol essere un "grido sociale".
Ritengo che tutti, senza moralismi, abbiamo il dovere di capire chi sogna un mondo nuovo.
Intendo dire ai manifestanti: non fermatevi ai cortei, ma agite, nei fatti, per la giustizia e la pace. Manifestate nel rispetto della legge che è la custodia di uno Stato democratico.
Ai cittadini di Cosenza dico: non siate solamente osservatori, ma operatori per una redenzione sociale, nella quale la persona sia al centro di tutto e dove i poveri, gli ultimi, partecipino alla comune mensa dei beni della terra.
Per questo devono essere superati tutti gli ostacoli che derivano da forti manipolazioni di potentati economico-finanziari che, soprattutto in un tempo
di globalizzazione, impediscono una vera solidarietà fondata sulla giustizia.
Mons. Giuseppe Agostino, Arcivescovo di Cosenza-Bisignano

venerdì, novembre 26, 2004

Dalla newsletter, molto interessante, di Stefano Borselli.

(...)
La Regione Toscana, disciplinando una materia delicata quale quella delle discriminazioni in casi di transessualismo, coglie l'occasione - in forma strettamente ideologica - per enunciati antropologici generali che non sono di competenza né di un'istanza regionale né lo sarebbero di uno stato. Per essere più netti: la legge si satura di enunciati che (volendosi antitetici ad antiche legislazioni discriminatorie sugli omosessuali di alcuni stati autoritari) si muovono sullo stesso inaccettabile terreno di uno stato etico. Essa si protende a (s)regolare integralmente la condotta umana, sotto il segno rovesciato di una legittimante libertà di, al posto del divieto.

In effetti, per tutelare la (ovvero confermare la tutela costituzionale della) «libera espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere» (art. 1, comma 1), e di «assicurare percorsi di formazione e di riqualificazione alle persone che hanno mutato identità di genere» (nel successivo art. 3, comma 1), non era richiesto alcun enunciato del tipo esibito subito dopo (art. 1, comma 2): «La Regione garantisce il diritto all'autodeterminazione di ogni persona in ordine al proprio orientamento sessuale e alla propria identità di genere». Proteggere la «libera espressione» di è, infatti, altro dal postulare (inevitabilmente sui terreni antropologici e psicologici) una vera e propria autodeterminazione in ordine a.

So che l'enunciato del comma 2 può (e forse, per una parte di coloro che hanno votato la legge, si limita a) avere una accezione 'minore' e tecnica, rispetto a quanto balza agli occhi alla prima lettura. L'art.1 può significare semplicemente che, dato un orientamento e/o un'identità dei tipi indicati, il loro portatore può autodeterminarsi; resta, cioè, sovrano quanto ai conseguenti comportamenti (leciti) relazionali, relativi alla sfera sessuale e all'apparire pubblico. Ma nessuno toglie al lettore (a quello critico non meno che a quello interessato al tasso di libertà che la legge sembra promuovere) l’effetto della prima lettura, quando ritiene di cogliere un'antropologia della Regione Toscana, per cui l'orientamento sessuale sarebbe il risultato di una "autodeterminazione". D’altronde, che questa tesi esista e faccia parte delle più scontate teorie artificialiste o costruzionistiche dell'identità sessuale e di genere, è noto. Che abbia serio fondamento scientifico in qualche sede (da quelle biologiche alle psicologiche e antropologiche alle sociologiche) è francamente contestabile; né è facoltà di un'assemblea regionale sancirlo, anche se i suoi consulenti lo sostenessero. Al contrario, che l'orientamento sessuale in particolare non sia frutto di autodeterminazione (se l'espressione ha un qualche significato rigoroso) pare un'evidenza. Frutto in parte di autodeterminazione, nelle forme e limiti in cui "autodeterminazione" esiste nella condizione umana, potrà essere, eventualmente, la complessa (ri)costruzione di genere. Anche se la lettera delle Norme regionali, attentamente esplorata, può far propendere per la lettura minor, i passaggi esaminati restano ambigui e allusivi; e non si può escludere che l'intentio del legislatore abbia coltivato questa ambiguità per attirare il consenso di subculture influenti e di moda (com'è subito avvenuto).

Ma, rispetto a Giannozzo Pucci, ho prestato più attenzione all'art. 10. L'art. 10, intanto, dispone al comma 1 che le aziende USL assicurino «interventi di informazione, consulenza e sostegno per rimuovere gli ostacoli alla libertà di scelta della persona circa il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere». Quali siano gli ostacoli a tale «libertà di scelta» che possano essere di competenza di un'azienda sanitaria non è perspicuo; si tratta probabilmente di una perifrasi per evitare di affermare che gli stessi enti dovranno favorire con informazione e ogni altro sostegno le richieste di mutare chirurgicamente la morfologia genitale, non certo la "identità di genere" (un dato profondo il cui mutamento non può essere competenza del servizio sanitario né di alcun altro "servizio").

Ma il colmo della equivocità e un rischioso mascheramento di intenzioni e valenze è nel comma 2. Aziende USL e altre amministrazioni pubbliche opereranno per «favorire, senza pregiudizio delle diverse identità e dei diversi orientamenti sessuali, l'eguaglianza di opportunità di ogni genitore nell'assunzione di compiti di cura ed educazione dei propri figli nel rispetto dei diritti dei minori». Ora, l'enunciato principale (incisi a parte) affermerebbe in sé l'eguaglianza di opportunità dei genitori nei compiti di cura ed educazione; e potrebbe intendersi rivolto a favorire ad es. la genitorialità dei padri single. Ma l'inciso «senza pregiudizio ecc.» ha senso solo se si vuole copertamente alludere a coppie anomale rispetto a quelle propriamente eterosessuali. La legge implica, dunque, che «il confronto culturale sulle tematiche familiari» da promuovere da parte di un'amministrazione pubblica sia o possa essere quello volto a preparare l'opinione e il costume a qualsiasi "genitorialità", tipicamente quella della coppia omosessuale.

Non conosco (e non riesco ad immaginare) la discussione nei gruppi di specialisti, amministratori e politici, dove si è prodotto questo capolavoro. Certo la mia lettura deve essere stata anche di altri, se qualcuno ha ottenuto quel finale «nel rispetto dei diritti dei minori». Un enunciato di cui non si vedrebbe la necessità se si trattasse solo di sancire l'uguaglianza di opportunità dei genitori nella cura parentale, uguaglianza che è in larga misura richiesta proprio dai diritti dei minori (specialmente in caso di separazione o divorzio). Solleva invece, e costitutivamente, problemi di tutela nell'intero arco della socializzazione il caso di "genitorialità" di una coppia o "famiglia" omosessuale.

Per terminare l'esame sommario, segnalo un piccolo capolavoro anche nel comma 5 dell'art. 7. Vi si prospetta «un trattamento sanitario» destinato alla modificazione dell'«orientamento sessuale o dell'identità di genere». Che, a fronte di un trattamento sanitario, «modificazione dell’orientamento sessuale» valga qui linguisticamente da foglia di fico (chiedo perdono ai redattori) per indicare l’intervento di riassegnazione chirurgica dei caratteri genitali primari, che sarebbe stato politicamente scorretto indicare come tale, è evidente. Ma è altresì possibile che gli estensori o i loro periti abbiano voluto ignorare la distinzione/articolazione tra sessualità biologica e sessualità storico-sociale (o altra formula analoga) e considerare l'apparato genitale come un corredo variabile, un optional, della sessualità.

Aggiungo, terminando. La sola idea che, in un testo normativo, si possa attribuire al servizio sanitario l'onere quindi la capacità/facoltà di dibattere, promuovere e realizzare anche mutazioni profonde nell'identità di genere, non fa solo sorridere sui deliri di onnipotenza di un governo regionale e della sua retorica politico-amministrativa. Preoccupa, per la potenziale e temibile effettività delle disposizioni. Il testo delle Norme, già problematico per la fusione di legittime istanze di tutela dei transessuali e di non necessarie (in questa forma sistematica e solenne) «disposizioni in materia di sanità e assistenza», è stato usato infatti e, probabilmente, progettato come vettore di anticipazioni istituzionali ambiziose, che hanno ancora una volta un sicuro, e palese, bersaglio polemico nella coppia umana (come universalmente concepita) e nella famiglia (l'unica esistente). Come si è visto, infatti, nelle Norme si saldano passaggi in cui si adombra (a) l'autodeterminazione di (e non solo dato un) orientamento di genere, con altri in cui si sottintende (b) la genitorialità di ogni e qualsiasi coppia (corollario della prima affermazione di arbitrarietà e artificialità).

Mi è già avvenuto di sottolineare (su Avvenire del 5 agosto 2004) l’efficacia generatrice di ethos che una amministrazione pressoché onnipotente, perché incontrastata (anche da chi lo potrebbe: l'autorità e l'opinione cattolica, nonché la cultura laica più affinata e consapevole), ha sulle popolazioni direttamente e sulle coscienze indirettamente amministrate. Sia concesso di ripetere, di fronte a questo nuovo aborto normativo, la critica e l'allarme.

Pietro De Marco

Questo silenzio è peccato

Su Nigrizia un appello ai vescovi italiani perché ribadiscano la condanna della guerra in Iraq e ritirino i cappellani.

Malemele

Malemele è tornata.

giovedì, novembre 25, 2004

Video

Su Launch la nuova versione del video di Blower's Daughter di Damien Rice che fa da colonna sonora a Closer, il nuovo film di Julia Roberts.
In realtà l'unico buon motivo per guardare la nuova versione non è la presenza di Julia Roberts, figuriamoci, ma quella di Lisa Hannigan, come sempre bellisima.

Sempre su Launch 4 video degli Shins.
Manca ancora, stranamente, Know your Onions, mentre c'è una nuova versione di New Slang.
Gli Shins hanno anche un nuovissimo sito web.

E visto che parliamo di musica, non posso non segnalare Duke Special, che ho visto qualche settimana fa fare da spalla a Juliet Turner.
E' un incrocio tra Badly Drawn Boy e Michael Buble.

Bríd Óg Ní Mháille

Bríd Óg Ní Mháille


'Sa Bhríd Óg Ní Mháille, 's tú d'fhág

mo chroí cráite,

'S chuir tú arraingeach' an bháis

trí cheart-lár mo chroí;

Tá na céadta fear i ngrá le d'éadan

ciúin náireach,

Is go dtug tú barr breáthacht' ar

Thír Oirghiall' más fíor.




Níl ní ar bith is áille ná'n ghealach

os cionn a' tsáile,

Ná bláth bán na n-airní a' fás ar an

draighean;

Ó siúd mar 'bhíonn mo ghrása níos

trilsí le breáthacht,

Béilín meala na háilleacht' nach

ndearna riamh claon.



Is buachaill deas óg mé 'tá 'triall

chun mo phósta,

'S ní buan i bhfad beo mé mura

bhfaighidh mé mo mhian;

A chuisle 's a stóirín, déan réidh

agus bí romhamsa

Ceann deireanach den Domhnach

ar Bhóithrín Dhroim Sliabh.



Is tuirseach 's is brónach a

chaithimse an Domhnach -

Mo hata 'mo dhorn 's mé ag osnaíl

go trom -

'S mé ag amharc ar an mbóthar a

mbíonn mo ghrása ag g(ó)il ann,

'S í anois ag fear eil' pósta agus

gan í bheith liom.


mercoledì, novembre 24, 2004

Irish news

Cosa succede da queste parti.

Cominciamo con le brutte notizie.
Ieri poteva essere una giornata storica per l'Irlanda del Nord ed invece l'accordo è saltato. Tutti sembrano però ottimisti, è ormai solo una questione di tempo. La situazione deve maturare.

Chiunque abbia visitato Dublino ricorderà il Bewley's Cafè in Grafton Street, storico locale, tra l'altro molto amato da Ludwig Wittgenstein. Bene, l'hanno chiuso il 30 novembre nonostante proteste ed appelli. Grafton Street è diventata la quarta strada più cara del mondo e per la società Bewley il cafè era una spesa esosa.
Pare che solo di affitto pagasserò 4.000 euro al metroquadro all'anno.
L'unica cosa che è rimasta è il negozio a pian terreno.
Non potete immaginare la tristezza dei dublinesi.

Passiamo alle notizie un po' più allegre.
Oggi per la prima volta ho riascoltato Fairytale in New York, segno che il periodo di Natale si avvicina.

Nonostante qui tutti si lamentino, secondo un'inchiesta l'Irlanda è il paese al mondo con la più alta qualità di vita.
La famiglia ha ancora una struttura solida (hanno introdotto il divorzio meno di dieci anni fa), l'economia va benissimo, il reddito medio pro capite è il quarto al mondo, ha la più alta frequentazione religiosa d'Europa, l'aborto volontario è reato (per cui una volta concepiti non si rischia di fare una brutta fine) e, è bene ricordarlo, sull'isola non ci sono serpenti. L'unica cosa sgradevole è il tempo ma a quello ci si abitua.

L'irlandese sarà la ventunesima lingua dell'Unione Europea?
Sembra di sì.
Quando, nel 1973, la Repubblica d'Irlanda entrò nell'Unione, scelse l'inglese come lingua ufficiale, lasciando l'irlandese solo per i trattati.
Il governo è ora intenzionato a chiedere il riconoscimento ufficiale anche per quella che è la prima lingua della Repubblica.
I parlamentari europei potranno esprimersi in irlandese, si potrà scrivere ad un'istituzione europea utilizzando questa lingua, sicuri di ricevere anche la risposta.
Tale decisione comporterà una spesa di 10 miliardi l'anno per l'UE e l'impiego di 110 traduttori.
Tra i 732 deputati del Parlamento Europeo c'è solo uno madrelingua irlandese, dello Sein Fein.
Anche se l'inglese prevale come lingua parlata, nella Repubblica l'irlandese è la prima lingua ufficiale e tutte le iscrizioni pubbliche sono bilingue.
Tutti devono impararla a scuola e 260.000 persone la parlano correttamente mentre 40.000 sono i madrelingua che la usano quotidianamente.
Nel mio campus ci sono degli appartamenti a prezzo ridotto per chi sceglie di parlare irlandese.
Io ho fatto qualche lezione ma ricordo ben poco.
Una cosa però la so dire: quando ci si incontra, il saluto è Dia Duit, che significa, Dio sia con te. E si risponde: Dia's Muire duit, che significa Dio e la Madonna siano con te.
Le radici cristiane dell'Europa, dimenticate dai politicanti, riappaiono continuamente nella vita quotidiana, quando uno meno se l'aspetta.

Un foro alla nuca

Finalmente, per la prima volta trovo un articolo in italiano sul Partial Birth Abortion, l'aborto a nascita parziale che è stato da poco vietato da Bush.
Aggiungo solo un dato: non solo secondo i sondaggi la maggioranza degli americani approvava il bando ma nella fascia 18-29 anni i contrari erano il 77%.



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Roma. In che cosa consiste la legge che in America proibisce il cosiddetto “aborto a nascita parziale”, cioè effettuato a uno stadio avanzato di gravidanza (nel secondo e nel terzo trimestre, praticamente fino all’ottavo mese)? Firmata da Bush il 5 novembre del 2003 e definita “estremista” e nociva per la salute della donna dai suoi avversari (con il plauso di “Liberazione” di domenica scorsa), nonché prova del furore liberticida del presidente, quella legge stabilisce semplicemente che una pratica estrema e ai limiti dell’infanticidio, come è la “partial birth abortion”, possa essere effettuata solo in presenza di gravi e comprovati pericoli per la salute della madre.

Da una breve descrizione della procedura è facile capire il perché di quel limite. In un primo tempo, guidato da ultrasuoni, il medico mette il feto in posizione podalica, afferra i piedi con una pinza, porta le gambe fuori dell’utero e provoca il parto, estraendo la totalità del corpo del feto, tranne la testa. Si esegue quindi un’incisione alla base del cranio del feto, attraverso cui si fa passare la punta di un paio di forbici. Nel foro così praticato si fa passare un catetere, attraverso il quale viene aspirato il cervello e il contenuto della scatola cranica del feto. Per portare a termine l’aborto non resterà che estrarne la testa. Tutto questo ha un suo macabro “senso” e testimonia di un raccapricciante paradosso: il feto deve uscire già morto dal ventre materno (così si può parlare di “aborto”) perché ora sappiamo che, grazie agli immensi progressi della neonatologia, anche prematuri di quattro mesi e mezzo (per non parlare di quelli di sei o sette mesi) possono sopravvivere, se opportunamente assistiti, fuori dal corpo della madre.

Contro l’aborto a nascita parziale il Congresso americano aveva votato già in due occasioni, nel 1996 e nel 1997, incontrando ogni volta il veto dell’allora presidente Clinton. George W. Bush, un anno fa (appoggiato, secondo i sondaggi, da due americani su tre) riuscì a rendere operativo il divieto. Uniche eccezioni ammesse, i casi comprovati di pericolo per la vita e la salute della madre. Nell’ordinanza successiva all’approvazione della legge, si richiedeva agli ospedali il rilascio dei registri relativi agli aborti a nascita parziale, allo scopo di verificare il reale pericolo per la madre richiedente, e si stabiliva che i medici che avessero praticato aborti “tardivi” fuori da quei comprovati casi, avrebbero rischiato fino a due anni di carcere. Com’era prevedibile, sono fioccate le opposizioni, e già in tre Stati (New York, Nebraska e California), la messa al bando della “partial birth abortion” è stata nel frattempo dichiarata incostituzionale.

Ma ai nostri occhi (forse anche agli occhi di “Liberazione”) dovrebbero sembrare assurde le proteste contro quella proibizione. La legge fortemente voluta da Bush non fa altro che riprodurre un principio cardine della nostra legge 194 sull’interruzione di gravidanza, lo stesso principio condiviso dalla stragrande maggioranza delle legislazioni europee in materia. Dopo il terzo mese, l’interruzione volontaria di gravidanza può realizzarsi solo, dice la 194, “quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna”, oppure “quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”. La legge aggiunge poi che se il feto ha la possibilità di vivere autonomamente, il medico deve adottare ogni misura per salvaguardarlo: dopo il sesto mese, in particolare, si può interrompere la gravidanza solo predisponendo ogni cura per la salvaguardia del bambino.

Questo e non altro ha stabilito la “liberticida” legge di Bush, che ha semplicemente introdotto un limite alla totale libertà di aborto entro il sesto mese (ma in realtà anche oltre) garantita in America per oltre trent’anni. La tolleranza per l’aborto tardivo negli Stati Uniti è stata a lungo giustificata per ragioni sociali. L’intervento di interruzione di gravidanza è a pagamento, e le donne meno abbienti, se non potevano permetterselo subito, arrivavano ad avere il denaro sufficiente magari al sesto o settimo mese. Ma proprio la prospettiva di evitare molti aborti tardivi è stato uno degli argomenti usati dai sostenitori della pillola abortiva RU486, regolarmente venduta e usata. La nuova e illimitata possibilità di accesso a un aborto precoce non giustifica più, oggi, quello tardivo, e anche per questo la decisione di Bush ha ottenuto il favore della stragrande maggioranza di americani, liberal compresi.

Il Foglio

lunedì, novembre 22, 2004

:)

Dopo una settimana di sofferenze, il mio laptop è di nuovo qui tra le mie braccia, perfettamente funzionante.
Gli amici che erano in attesa di miei notizie saranno presto soddisfatti.

domenica, novembre 21, 2004

Etti e' arrivata a Gerusalemme.

sabato, novembre 20, 2004

Cristo Re

Domani e' la solennita' di Cristo Re e sul web si festeggia.

Io, nel mio piccolo, lo faccio riportando un brano dalla Storia di Cristo, opera con la quale nel 1921 Giovanni Papini annuncio' la sua clamorosa conversione al cattolicesimo.



Come lo scrittore sia giunto a ritrovare Cristo, da sé, camminando per molte strade che alla fine sboccavano tutte ai piedi della Montagna dell'Evangelo, sarebbe un discorso troppo lungo e anche difficile. Ma il suo esempio - cioe' quello d'un uomo che ebbe sempre, fin da bambino, una repulsione per tutte le fedi riconosciute e per tutte le chiese, e per tutte le forme di vassallaggio spirituale, e poi passo', con delusioni tanto profonde quanto erano stati potenti gli entusiasmi, attraverso molte esperienze, le piu' diverse e le piu' nuove che poteva trovare - l'esempio di quest'uomo, dico, che ha consumato in se stesso le ambizioni d'un'epoca instabile e irrequieta come poche ve ne furono; l'esempio di un uomo che dopo tanto scavallare, motteggiare e vaneggiare torna vicino a Cristo, non ha, forse, un significato soltanto privato e personale.

Non v'e' tornato per stanchezza perche', anzi, comincia per lui una vita piu' difficile e un obbligo piu' faticoso; non per le paure della senilita' perche' ancora si puo' chiamare giovane; non per voglia del perche', nel clima di questi anni, gli varrebbe meglio esser lusingatore che giudice. Ma quest'uomo, tornato a Cristo, ha veduto che Cristo e' tradito e, piu' grave d'ogni offesa, dimenticato. E ha sentito l'impulso di ricordarlo e difenderlo.

Perche' non soltanto i suoi nemici l'hanno lasciato e guastato. Ma quelli stessi che furono i suoi discepoli, lui vivente, e lo compresero a mezzo e alla fine l'abbandonarono; e molti di quelli che son nati nella sua Chiesa e fanno il contrario di quel che comando' e hanno piu' dilezione per le sue immagini dipinte che per il suo esempio vivo e quando hanno consumato labbri e ginocchi in qualche materiale divozione credono d'essere in pari con lui e d'aver fatto quanto chiedeva, quanto chiede, disperatamente, e quasi sempre invano, insieme ai suoi Santi, da mille e novecent'anni.

Una storia di Cristo, scritta oggi, e' una risposta, una replica necessaria, una conclusione inevitabile: il peso che si mette sul piatto vuoto della bilancia, perche' dall'eterna guerra tra odio e amore esca, almeno, l'equilibrio della giustizia. E se diranno, a chi la scrisse, ch'e' un ritardatario non lo toccano. Ritardatario, spesso, sembra colui ch'e' nato troppo presto. Il sole che tramonta e' lo stesso che, nello stesso momento, tinge la mattina nuova d'un paese lontano. Il Cristianesimo non e' un'anticaglia ormai assimilata, in quel che aveva di buono, dalla stupenda e imperfettibile coscienza moderna, ma e', per moltissimi, tanto nuovo che non e' neppure cominciato. Il mondo, oggi, cerca Pace piu' che Liberta' e non v'e' pace che sotto il giogo di Cristo.

Dicono che Cristo e' il profeta dei deboli e invece venne a dar forza ai languenti e a fare i calpestati piu' alti dei re. Dicono che la sua e' religione di malati e moribondi eppure guarisce gl'infermi e risuscita i dormienti. Ch'e' il Dio della tristezza mentre esorta i suoi a rallegrarsi e promette un eterno banchetto di gioia ai suoi amici. Dicono che ha introdotto la tristezza e la mortificazione nel mondo e invece, quand'era vivo, mangiava e beveva, e si lasciava profumare i piedi e i capelli, e aveva in uggia i digiuni ipocriti e le vanitose penitenze. Molti l'hanno lasciato perche' non l'hanno mai conosciuto. A codesti, specialmente, vorrebbe giovare questo libro.
Il qual libro e' scritto, si perdoni il richiamo, da un fiorentino, cioe' sortito da quella nazione che, sola fra tutte, scelse Cristo come proprio Re. La prima idea l'ebbe Girolamo Savonarola nel 1495 ma non pote' portarla a buono. Fu ripresa, nelle distrette del minacciato assedio, nel 1527, e approvata a gran maggioranza. Sulla porta maggiore del Palazzo Vecchio, che s'apre tra il David di Buonarroti e l'Ercole del Bandinelli, fu murata una lastra di marmo con queste parole:

JESUS CHRISTUS REX FLORENTINI
POPULI P. DECRETO ELECTUS

Codesta iscrizione, benche' mutata da Cosimo, c'e' sempre; quel decreto non fu mai formalmente abrogato e disdetto e lo scrittore di quest'opera e' fiero di riconoscersi, anche oggi, dopo quattrocent'anni di usurpazioni, suddito e soldato di Cristo Re.


Il caso Buttiglione sembra ormai acqua passata ma emergono pian piano aspetti a dir poco inquientanti riguardanti la lobby che ha promosso la bocciatura del rappresentante italiano.

Ce n'e' uno che ho scoperto da solo e che non ho visto riportato da nessuna parte.
La ILGA, la cui sezione europea ha preparato il dossier contro Buttiglione,
nel 1994 è stata riconosciuta come 'observer' dall'ONU ma l'anno successivo ha
perso questo status perché aveva connessioni con alcune
associazioni pedofile. Da allora, nonostante numerosi tentativi, non è
stata più ufficialmennte riconosciuta dall'ONU come Organizzazione Non Governativa.
Non mi sorprende invece il fatto che sia un'ONG riconosciuta dall'Unione Europea.
Credo sia un aspetto importante da sottolineare.

Ecco un po' di link, per chi vuole verificare:

htt//www.datalounge.com/datalounge/news/record.html?record=19804p:
http://www.brainyencyclopedia.com/encyclopedia/i/in/international_lesbian_an
d_gay_association.html
http://www.globalpolicy.org/finance/chronol/hist.htm

Questa invece e' una notizia riguardante il coinvolgimento di Noi siamo Chiesa nella vicenda.

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La campagna pubblica contro l'insediamento dell'on. Rocco Buttiglione alla Commissione europea a causa dei suoi convincimenti di coscienza, sembra abbia avuto origine da un'azione di lobbying promossa dalla ILGA-Europe, la branca europea della Federazione che riunisce le sigle omosessualiste di tutto il mondo. Fulcro di questa azione una lettera, definita "dossier", inviata agli eurodeputati allo scopo di convincerli della inadeguatezza del candidato cattolico all'alta carica istituzionale a causa della sua impostazione religiosa, che comporterebbe anche il rischio di presunta dipendenza dallo "Stato" Vaticano.

Meno noto il fatto che questo documento sia stato formalmente redatto da "Catholics for a free choice" una emanazione del movimento progressista nordamericano "We are Church".

Le "argomentazioni" della lettera (alcuni dati anagrafici, qualche breve frase di Buttiglione tratta da organi di stampa, e l'elenco delle sue "colpe") sono disponibili sul sito "www.catholicsforchoice.org" alla considerazione di tutti.

Riteniamo invece più interessante offrire alla riflessione dei nostri lettori un altro spunto: le dichiarazioni con cui la Sinistra europea ha voluto giustificare la discriminazione nei confronti di Buttiglione, sono state motivate dalla difesa della laicità e dell'indipendenza delle istituzioni europee.

Se veramente così fosse, rimaniamo in attesa di una prossima "levata di scudi" contro l' "ingerenza" nella composizione della Conmmissione europea di una organizzazione di ispirazione religiosa, e per di più nordamericana, come "We are Church". Aspetteremo a lungo? (Corrismpondenza Romana 877/03 del 8/11/04)
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venerdì, novembre 19, 2004

Filosofia on-line

Il nuovo Gourmet Report 2004 e' pronto. Il mio dipartimento e' citato, come la scorsa volta, nella sezione Filosofia Continentale del 20esimo secolo.

Google ha appena lanciato Google Scholar, un nuovo motore di ricerca specializzato.
Si concentra su libri, tesi, riviste di ogni area di studi.

Intanto, grazie ad una donazione fatta dalla Science Foundation of Ireland alla mia biblioteca, posso accedere a tutte le riviste dalla Kluwer on-line.
Queste quelle filosofiche:
Erkenntnis
Synthese
Topoi
Philosophical Studies
Continental Philosophy Review
Husserl Studies
Human Studies
Phenomenology and the Cognitive Sciences
Axiomathes
Linguistics and Philosophy
Minds and Machines
Brains and Minds
The Journal of Ethics
The Journal of Value Inquiry
International Journal of the Philosophy of Religion
Theoretical Medicine and Bioethics

Se qualcuno ha bisogno di qualche articolo puo' scrivermi.

Annina aspetta un feiolino!!


giovedì, novembre 18, 2004

Ex PN

Io, il primo.

Poi anninablog, anche se saltuariamente.

Poi simona.

Quindi il colono, inedito e annina.

Ora manchi solo tu, Giuseppe!!

Might as well jump!

Questa e' probabilmente al notizia piu' incredibile che ho letto questa settimana: David Lee Roth sta svolgendo un tirocinio per diventare infermiere.
Gia' me lo immagino che appena gli arriva un paziente moribondo gli grida: JUMP!
ahahahah

Com'era due anni fa, agli MTV Video Music Award, con Sammy Hagar:


E com'e' ora:

mercoledì, novembre 17, 2004

Democrazia e fede religiosa

Vicinanza o estraneità il problema di giusta distanza


Un vivace dibattito è in corso in Europa sul fattore religioso. Sino a che punto questo può (o deve) avere una sua "visibilità" e dunque un pubblico riconoscimento; e sino a che punto deve rimanere un fatto privato.
I termini del problema si stanno, in questo inizio di ventunesimo secolo, radicalmente spostando rispetto al vecchio ed ormai logoro dibattito sulla laicità. Allora si trattava di definire i rapporti fra "Stato" e "Chiesa" (o "chiese") e di delimitare gli spazi della reciproca autonomia, attraverso la stipulazione di accordi espressi, come nel caso dei concordati dell’Europa continentali, oppure taciti, come è avvenuto nell’area anglo-sassone; oggi occorre invece ripensare quale sia un possibile "statuto pubblico" della religione, al di là di quello "statuto privato" che tutti gli Stati di diritto hanno ormai riconosciuto, sulla base del principio della libertà religiosa.
Il mutamento di prospettiva non è di poco conto, perché il dibattito – come attestano il caso francese, le polemiche brussellesi, la vicenda spagnola – va registrando un vistoso spostamento del suo baricentro, appunto dal piano dello Stato a quello della società civile. Il problema non è più quello di valutare quale "peso" del religioso lo Stato debba "sopportare", ma quale è il ruolo del fattore religioso nella costruzione, e nel mantenimento, di una società che intenda essere automaticamente democratica.
Usi strumentali della religione si sono registrati in passato, si delineano nel presente, si prospetteranno in futuro, dato che una sorta di "male oscuro" che ricorrentemente inquina la politica è la tendenza a riaddurre tutto a se stessa; ma proprio per questo la coscienza religiosa deve costantemente vigilare per non farsi assorbire dalla politica.
Mantenere le distanze è dunque necessario, se si vuole evitare tanto l’uso politico della religione quanto la riduzione di essa a fatto intimistico e privatistico. Ma, negli attuali scenari europei, è appunto la delimitazione di questa giusta "distanza" - perché non diventi inquietante vicinanza al potere, ma nemmeno estraneità dei cristiani alla vita della città - che fa problema.
Alla più matura coscienza cristiana ripugnano ormai battaglie politiche, ed ancor più guerre, che si proclamano condotte in nome di Dio, con una ripresa di quel "Dio lo vuole" che nel Medio evo, quasi come oggi, era comune a cristiani e musulmani, anche se il nome di Dio era pronunziato e declinato in lingue diverse. Ma a questa stessa coscienza cristiana è del tutto estranea l’idea del confinamento del fatto religioso nel solo segreto delle coscienze o, al più, fra gli ammuffiti armadi delle sacrestie (come avrebbe voluto il vecchio laicismo ottocentesco). L’autentica laicità non è separatezza ma distinzione; e di distinzione si avverte un gran bisogno in questa Europa che sta incamminandosi sulla via di una nuova identità, tutta da costruire, ma che non potrà essere definita senza confrontarsi sino in fondo con quel fattore religioso che tanta parte ha avuto nella sua storia, lo si voglia o non lo si voglia riconoscere nei "sacri testi" costituzionali.
Spetta soprattutto ai credenti – a coloro, cioè, ai quali si deve se solo nella vecchia Europa cristiana, solo in questa piccola e periferica area del mondo, si è definita la distinzione fra "regno di Dio" e "regno di Cesare" – impegnarsi per edificare questa nuova laicità, fondata sul reciproco rispetto e sul comune amore per la città. È questa la più preziosa eredità che il Vecchio Continente può trasmettere ad un vastissimo "resto del mondo", quello non occidentale, ancora alla ricerca di un corretto rapporto fra religione e potere, senza commistioni e senza separatezze.


Giorgio Campanini, Avvenire 16 novembre.

martedì, novembre 16, 2004

Non piangete per Arafat

Ci dispiace, ma proprio non ce la sentiamo di unirci al coro funebre che canta le lodi di Yasser Arafat. Dei morti non si dovrebbe dire che bene, ma in un momento politico così delicato bisogna anche evitare di dire bugie.
Non è vero che con Arafat scompare il padre del popolo della Palestina. Se il popolo palestinese dei Territori resta uno dei più poveri del mondo, la colpa è in buona parte di Arafat e della sua avida famiglia. Secondo la Cnn gli Arafat - negozianti e piccoli impiegati quando comincia l'ascesa di Yasser - sono tra le venti famiglie più ricche del mondo. Arafat e una quarantina di familiari - moderna versione di Alì Babà e dei quaranta ladroni - sono più ricchi di molte dinastie imprenditoriali europee. Personalmente, Yasser Arafat era il sesto capo di Stato o di governo più ricco del pianeta secondo la rivista Forbes: subito dopo la regina Elisabetta ma molto più avanti di Silvio Berlusconi. Da dove vengono questi soldi? Non più dall'Arabia Saudita, che da tempo ha tagliato i fondi ad Arafat e preferisce sostenere Hamas. Il grosso viene dall'Unione Europea, che negli anni 2000 ha versato in media all'Autorità Nazionale Palestinese 232 milioni di Euro all'anno, senza contare i contributi indiretti passati tramite l'Onu. Un autentico fiume di denaro prelevato dalle tasche dei contribuenti europei, italiani compresi, che si è disperso per conti bancari di tutto il mondo e ha permesso al “padre del popolo” di diventare uno dei grandi miliardari internazionali mentre i suoi “figli” continuano a vivere di stenti. Si comprende come, quando si parla di lotta per l'eredità di Arafat in corso senza esclusione di colpi tra collaboratori e familiari, non si tratti solo di un'eredità politica.
Non è vero che Arafat era un uomo di pace. Certo, si può affermare che non utilizzava il grosso dei fondi europei per finanziare il terrorismo, visto che la parte più cospicua rimaneva nelle tasche sue, della moglie e di una variopinta corte dei miracoli. E tuttavia rimaneva abbastanza per sostenere gli attentati. Due avvocati che rappresentano i i familiari dei morti di nazionalità francese negli attentati suicidi in Israele in una causa davanti al Tribunale di Parigi dove chiedono che si accertino le responsabilità personali del leader palestinese nel terrorismo hanno appena pubblicato presso la casa editrice Albin Michel Le dossier Arafat, un'impressionante compilazione di documenti che attestano pagamenti sistematici da parte del raìs e dei suoi più diretti collaboratori a terroristi delle Brigate dei Martiri al-Aqsa (la branca laico-nazionalista del terrorismo palestinese, concorrente di quella religiosa di Hamas) e alle loro famiglie. Emergono anche documenti politici, secondo cui Arafat incoraggiava consapevolmente gli attentati per rendere più difficile una pace che, favorendo una Palestina democratica, avrebbe permesso ai palestinesi di spazzare via il suo regime di corruzione. Non manca neppure qualche sordida storia di coltivazione e commercio di droga, in aggiunta al contrabbando e ai contatti con la criminalità organizzata di mezzo mondo.
Infine, non è vero che Arafat garantisse la Palestina dal caos. Ormai non controllava più gran che. Il caos era già scoppiato non perché gli ultra-fondamentalisti islamici fossero migliori di lui sul piano morale o politico, ma perché gli infiniti scheletri nell'armadio del raìs gli impedivano di condannarli, e tra le sue stesse truppe era scoppiata la guerra per dividersi il tesoro dei quaranta ladroni.

Massimo Introvigne (il Giornale, 11 novembre 2004)

lunedì, novembre 15, 2004

Boulevard of broken dreams

Anche se Billie Joe con il trucco mi sembra veramente un idiota, i Green Day rimangono uno dei miei gruppi preferiti.
Oggi ho visto Boulevard of Broken Dreams, il loro ultimo video. Notevole.
Non chiedetemi perche', ma l'ho trovato la perfetta colonna sonora per questo articolo di Cornelio Fabro.

(...)

Nietzsche ha sentito il problema di Dio e di Cristo forse con un'intensità maggiore di qualsiasi filosofo moderno, la sua negazione e la sua denuncia ne sono la misura, come il dramma della sua malattia è stato l'indice di supremo dolore della sua sincerità: la coerenza del pensiero non può essere sottratta alle sue responsabilità e tocca al filosofo per primo pagarne lo scotto di persona. L'ateismo (nichilismo) di Nietzsche non è quindi, e Heidegger non manca di notarlo, un evento fortuito: non è un fatto o atteggiamento personale ma è la cadenza essenziale e perciò inevitabile del pensiero moderno sistematico e di quel tipo in genere di pensiero che, a cominciare da Platone, ha preteso di «pensare» Dio. È la dichiarazione esplicita di Heidegger: «Il nichilismo, pensato nella sua essenza, è il movimento fondamentale della storia dell'Occidente. Esso rivela un corso così profondamente sotterraneo che il suo sviluppo non potrà determinare che catastrofi mondiali». E precisa: «Il nichilismo non prende inizio soltanto là dove il Dio cristiano è negato, il cristianesimo combattuto o dove è predicato un ateismo volgare su basi di libero pensiero» (p. 200). La espressione allora «Dio è morto» non è una semplice formula di miscredenza accanto alle altre che accomuna Nietzsche a Prodico di Ceo o a D'Holbach e a Lamettrie… essa esprime piuttosto il «destino dell'Occidente» nella perdita del Sacro e del Trascendente che il cogito stesso si è dato col proposito di far emergere l'homo faber sull'homo sapiens, di affermare il primato della scienza e della tecnica sulla sapienza della filosofia e l'impeto dell'arte e della poesia. La sua negazione è protesta e sofferenza per un mondo che sprofonda in se stesso e si pasce di oblio dello spirito e d'ignoranza delle sue negazioni.

Nell'interpretazione di Heidegger, discutibile ma sempre illuminante, il nichilismo di Nietzsche non coincide neppure con la «non-credenza nel Dio cristiano nella rivelazione biblica», poiché ciò che Nietzsche intendeva combattere non era «…la vita cristiana quale sussistente per breve tempo prima della composizione degli Evangeli e della propaganda missionaria di Paolo», ma piuttosto il Cristianesimo come «…l'apparizione storica e politico-mondana della Chiesa e delle sue pretese di potenza nella formazione dell'umanità occidentale e della sua civiltà moderna». Ed è sintomatico il commento di Heidegger: «Il Cristianesimo in questo senso e la cristianità della fede non sono la medesima cosa. Anche una vita non cristiana può aderire al Cristianesimo e utilizzarlo come fattore di potenza; come, al contrario, una vita cristiana non richiede necessariamente il Cristianesimo» (p. 201). Interpretazione certamente stravagante e giudizio troppo sommario, questi di Heidegger per quanti vivono la fede cristiana dall'interno del suo messaggio di misericordia e di salvezza: interpretazione però coerente e inevitabile per quanti accettano con Heidegger stesso il fondamento del cogito moderno e pongono la soggettività umana ovvero la libertà ch'è legge a se stessa al fondo della verità. Non a caso l'ultima formula citata sembra anticipare, perfino nell'espressione letterale, le formule della nuova teologia protestante ancorata allo etsi Deus non daretur di Bonhoeffer: una teologia la quale rifiuta ogni struttura semantica che è tacciata per «ellenismo» e quindi è portata a negare ogni distinzione di natura e sovrannatura, di empietà e fede, di virtù e peccato… per approfondirsi nella negazione – non per superarla – ma per vivere di essa. Avrebbe così ragione Hegel quando dichiara (nell'Introduzione alla Filosofia del diritto) di aver voluto portare a termine l'affermazione della soggettività iniziata da Lutero? Ma com'è possibile allora un Cristianesimo come dono soprannaturale e rivelazione della salvezza, quando il peccato è ridotto a mera negatività dialettica? E come può un siffatto indirizzo di secolarizzazione radicale, di storicismo teologico, di una teologia dell'immanenza, che fila dritta verso la negazione-superamento radicale dei dogmi e della morale tradizionale, attirare nella sua orbita – sotto il facile pretesto di ecumenismo teologico – anche vaste sfere della teologia cattolica contemporanea? Non è questo piuttosto un sintomo che la protesta di Nietzsche deve avere oggi una risposta decisiva anche da parte cattolica?

La lezione di Heidegger può ben essere riconosciuta, anche sotto quest'aspetto, la più esemplare nella diagnosi del pensiero moderno per avvertire l'equivoco di fondo che si profila in ampi settori della coscienza cristiana contemporanea.


(1968)


I'm walking down the line
That divides me somewhere in my mind
On the border line of the edge
And where I walk alone

Read between the lines of what's
Fucked up and everything's alright,
Check my vital signs to know I'm still alive,
And I walk alone

My shadow's the only one that walks beside me,
My shallow heart's the only thing that's beating,
Sometimes I wish someone out there will find me,
'Til then I walk alone


I walk this empty street
On the Blvd. of broken dreams
Where the city sleeps
And I'm the only one and I walk alone


Avviso agli amici

Per un po' di giorni non potro' utilizzare il mio computer portatile, dove ho la posta.
Chi mi ha scritto ultimamente e sta aspettando una mia risposta, deve avere un po' di pazienza.

Ettore Masina

Segnalo Ettore Masina e il sito personale.

Scritti fucini

Per chi si trova a Milano e dintorni.

Martedì 23 novembre 2004, alle ore 15.30, in sala Negri da Oleggio
(Università Cattolica, Largo A. Gemelli, 1 – Milano)

Luciano Pazzaglia e Luigi Franco Pizzolato presentano il volume:
Giovanni Battista Montini, Scritti fucini (1925-1933), Studium, Roma 2004.
Sarà presente Massimo Marcocchi, curatore del volume.


Per informazioni:

Gruppo F.U.C.I. “G. Lazzati”
Università Cattolica - Largo A. Gemelli, 1 – 20123 Milano
tel. 02/7234.2565
fuci@fucicattolica.it

domenica, novembre 14, 2004

L'embrione sono io

Nel dialogo, assai stimolante, tra il cardinal Ratzinger ed lo storico Della Loggia quest'ultimo tocca, ad un certo punto, un argomento interessante, e cioè se vi sia "un'identificazione tra il concetto di vita e il concetto di persona": "l'embrione e la persona - afferma -sono due cose diverse, due cose diverse devono avere diritti, statuti diversi". Il problema, in effetti, è assai arduo, e la palla va rilanciata, perché altri, più acuti, più preparati e più autorevoli di me, continuino la discussione interrotta, a dire il vero, da secoli.

Già in epoca romana, però, una qualche percezione dell'importanza del concepito è presente nella disposizione secondo cui "conceptus pro iam nato habetur, quoties de eius commodis agitur" (il concepito è considerato come nato ogniqualvolta si tratta dei suoi interessi). Anche nel mondo cattolico la storia dello statuto dell'embrione è assai complicata e difficile, per il semplice fatto che per secoli conoscenze scientifiche vaghe si sposano a diverse teorie sui tempi dell'infusione dell'anima, e ne derivano anche, ad esempio, diverse concezioni sulla liceità o meno di eventuali aborti, specie terapeutici.

Secondo Giulia Galeotti, nel suo "Storia dell'aborto" (Il Mulino), la Chiesa già nel 1679 con bolla pontificia di Innocenzo XI afferma che il concepito è persona fin dal suo inizio. Nel secondo Ottocento la posizione della Chiesa, nel pensiero dei teologi Ballerini e Palmieri, sostiene piuttosto irrevocabilmente l'animazione immediata, con tutto ciò questo può evidentemente comportare. Che l'embrione sia già vita umana, e addirittura persona, non è cosa immediatamente comprensibile, tanto più che sino a pochi decenni fa non mancava chi presentasse non l'embrione, ma il feto, come un "semplice grumo di cellule".

Oggi, non da molto, la scienza, anche grazie alle nuove ecografie tridimensionali, ci dice che il feto, in utero, ascolta, gusta i sapori, sente i movimenti, gli odori, percepisce dolore e piacere, fors' anche sogna e ride, espressione quest'ultima, diceva Aristotele, propria solo del genere umano. Carlo Bellieni, celebre pediatra, racconta nel suo "Se questo non è un uomo" (edizioni Ancora) che è possibile fare un encefalogramma al piccolissimo prematuro di 30 settimane per verificare la sua attività cerebrale e gli stati di sonno che attraversa: si nota allora che il feto inizia a presentare una chiara differenziazione tra Sonno Quieto (sonno Nrem) e Sonno Attivo (sonno Rem).

Ma tutto questo, mi si potrebbe obiettare, sebbene dica qualcosa all'intuito, alla percezione immediata, non dimostra affatto che l'embrione sia definibile come persona. Persona, per il latino Boezio, è una "sostanza individuale di una natura razionale". L'embrione rientra in questa definizione? La scienza, oggi, ci può dire con chiarezza che l'embrione è in potenza esattamente quello che sarà in atto, in quanto possiede già totalmente il suo patrimonio cromosomico e genetico, che dal nucleo dello zigote verrà trasmesso al nucleo di ciascuna dei miliardi di cellule del corpo umano nel suo complesso. Tale patrimonio, detto genoma, è un "manuale completo di istruzioni per la fabbricazione e il funzionamento dell'intero organismo", ed è esclusivo, unico, per ciascun individuo (tanto che la prova del Dna ha valore dirimente nei procedimenti giudiziari).

Lo sviluppo embrionale è graduale, senza alcuna soluzione di continuità, senza alcun momento di passaggio intermedio che segni un netto stacco, senza alcun salto: la sua è una potenzialità il cui principio generatore non è esterno, ma interno, capace di realizzarsi da se stesso, al punto che potremmo dire che "egli è certamente un bambino, un adulto, un anziano potenziale, perché tale diventerà, ma è già un uomo in atto, perché ha già l'appartenenza biologica alla specie umana" (Mario Palmaro, "Ma questo è un uomo", San Paolo). La scienza, indirettamente, afferma dunque che ci troviamo di fronte ad un essere unico, irripetibile, con una sua chiara e specifica identità genetica, peculiare a lui solo: potremmo dire, con Boezio, ad una "sostanza individuale", che inoltre appartiene, innegabilmente, alla natura umana, che è natura razionale.

Scriveva già nel lontano 1947 il famoso biologo Jean Rostand, in "L'avventura umana dal germe al neonato", che "dal momento della fecondazione la parte più importante della costituzione fisica è determinata. Per il solo fatto che l'uovo ha ricevuto quei dati cromosomi, nulla potrebbe impedire, se esso si sviluppa, che produca un individuo di un dato sesso, con una data qualità di capelli, una data forma di cranio, un dato colore di occhi…: un pittore onnisciente potrebbe derivare l'immagine di qualsiasi individuo dal semplice esame dei cromosomi dell'uovo fecondato dal quale nascerà".

La scoperta del Dna ha evidentemente rafforzato queste convinzioni (pur con i necessari distinguo che non ci facciano cadere in un determinismo biologico). Eppure accade che proprio medici favorevoli alla fecondazione in vitro, pur negando lo statuto di persona all'embrione, dichiarino però poi di saper leggere con la diagnosi pre-impianto la vita futura, le malattie precoci e quelle tardive, il sesso dell'embrione analizzato: "come è possibile che un 'non individuo' (peraltro indiscutibilmente umano)- tale è il concepito fin al quattordicesimo giorno secondo il rapporto Warnock - abbia già un sesso?", si chiede il Palmaro nell'opera citata.

La difficoltà in cui si dibattono gli scienziati odierni che desiderano utilizzare gli embrioni come fossero vita qualsiasi, quella di una pianta o di un verme, è tale che il dottor Flamigni, massimo esperto italiano di Fiv, di fronte alla domanda che ha introdotto il nostro articolo, non risponde da scienziato e da medico quale egli è, ma glissa elegantemente, affermando che "la riflessione filosofica laica tende a rimuovere la discussione sullo statuto ontologico dell'embrione dal terreno della biologia e ad affrontarlo su quello della filosofia" ("La procreazione assistita", Il Mulino).

E' lecito che un autore di fecondazione in vitro, con il massacro di embrioni che essa comporta, non affronti il problema di cosa sia l'embrione dal punto di vista biologico, ma si muova nel campo, più ampio e arioso, della filosofia, solo per poter arrivare, in qualche modo, a non rispondere? Infatti a ben vedere si può girare il nostro quesito, assai difficile, sull'essenza dell'embrione, in questo modo: la tecnica della fecondazione in vitro, che sacrifica gli embrioni a centinaia, lo fa forse dopo aver scientemente negato loro lo statuto di vite umane o quello di persone? Assolutamente no: Flamigni arriva a dire che "il problema è filosofico e non biologico". Ma, filosoficamente, in quale momento porre l'inizio della persona, se biologicamente è appurato non esistere nessuna discontinuità all'interno dello sviluppo dell'embrione? Esiste in questo progredire biologico un punto di passaggio tra la non persona e la persona, un momento, un segno, una causa di questo passaggio? Che il ragionamento alla Flamigni non stia in piedi lo dimostra il fatto che le varie teorie secondo cui l'embrione non sarebbe persona finiscono per essere estremamente fragili, aleatorie, e, per questo, assai numerose e contrastanti tra loro.

Mario Palmaro, nell'opera citata, raccoglie una lunga serie di teorie sul momento in cui la vita umana diverrebbe personale, o comunque tutelabile: secondo alcuni dal quattordicesimo giorno, secondo altri dalla nascita, secondo altri ancora dalla cosiddetta nascita cerebrale (XX settimana); per altri, con conseguenze a ben vedere terribili, dalle prime manifestazioni di autocoscienza e di capacità di ragionamento (non sarebbero persone, quindi, neppure i bambini o i vecchi in stato confusionale)… Tante teorie proprio perché non esiste un solo fondamento biologico e logico alla affermazione secondo cui l'embrione non è persona sin dall'inizio: si sposta allora la linea di demarcazione a seconda delle esigenze del momento, come ad esempio il fare ricerca, o in base a posizioni puramente ideologiche. Maurizio Mori, celeberrimo bioeticista, amico e collaboratore del dottor Flamigni, ha il merito di sviluppare coerentemente la concezione secondo cui la vita umana è cosa distinta dell'essere persona. Afferma infatti che coloro che sono allo stato vegetativo non sarebbero più persone, ma solo esseri umani, per cui potrebbero "lasciare i propri resti corporei per la sperimentazione scientifica, per sperimentare nuovi farmaci…secondo me sono già morti indipendentemente dal fatto che respirino" (intervista consultabile in internet). Altrove aveva sostenuto che "un organismo è persona solo dopo aver esercitato una volta l'attività simbolica" (M.Palmaro, op.cit), e cioè l'autocoscienza e l'intelligenza: un dormiente sarebbe dunque persona, ma per la sua attività pregressa, non così l'embrione, e, a ben guardare, neppure il neonato.

Sulla stessa linea di Mori vi sono filosofi come Singer ("Animal liberation") o H.T. Engelhardt, secondo il quale gli embrioni, i feti, i neonati e gli uomini in stato vegetativo non sono persone ed hanno uno status inferiore a quello dei mammiferi adulti non umani (Manuale di bioetica, Il Saggiatore).

Dovrebbero farci terrore questi dogmatici della propria personalissima ed infondatissima opinione, che si fanno giudici della vita e della morte altrui. Di fronte ad essi mi sembra un principio di logica, di precauzione e di umanità, riconoscere che quella natura umana in evoluzione che è l'embrione, così individuale e speciale, così potenzialmente e attualmente presente, sia effettivamente persona; riconoscere che tra uomo e persona non vi è distinzione. Mi sembra infine di poter aggiungere che per una concezione materialista l'ottica sia paradossalmente la stessa: se per me, cattolico, l'infinita dignità di un embrione risiede essenzialmente nella sua anima immortale, immessa da Dio all'atto del concepimento, a maggior ragione per chi non crede nell'esistenza di un'anima immortale (e per i deterministi biologici) rimane certo che la natura dell'embrione zigote, indubbiamente umana, già geneticamente completa, è la stessa identica materia in evoluzione che si svilupperà dal bambino all' anziano. Allora, chi può stabilire diritti e statuti diversi? In base a che cosa? A partire da quale istante? Secondo quali concetti, filosofici o biologici? Per quali fini?

Francesco Agnoli, Il Foglio 2.11.2004

giovedì, novembre 11, 2004

La svolta

«La televisione ha dato un grande contributo alla mia elevazione culturale. Ogni volta che qualcuno l'accende, vado di là e leggo un libro». Grucho Marx

Verissimo. Abbiamo un televisore nell'appartamento ma il più delle volte è sintonizzato su soap opera e così raramente mi intrattengo in sala da pranzo, se non per chiacchierare.
Nel mese di ottobre avrò visto meno di un'ora di TV e non mi lamento perché sono stato a teatro diverse volte, al cinema, e ho letto.

Questi i libri che ho letto, non tutti interamente, nel mese si ottobre:

Gerald Graff Beyond the Culture Wars
Cornelio Fabro Riflessioni sulla libertà
Roberta De Monticelli La fenomenologia
Frank Duff Can we be saint?
Allan Bloom The Closing of the American Mind
Bill Readings The University in Ruins
Dermot Moran Introduction to Phenomenology
Dermot Moran The Phenomenology A Reader
Enrico Berti Ermeneutica e metafisica in Aristotele
Ian Ker The Catholic Revival in English Literature
Martin Heidegger Being and Time
Paul Ricoeur Ricordare, dimenticare, perdonare.
Paul Ricoeur Dal testo all’azione
Philip Jenkins The New Anti-Catholicism
Stephen Mulhall Routledge philosophy guidebook to Heidegger and "Being and time"
Theodore Kisiel The Genesis of Heidegger’s Being & Time

Forse si noterà un nome che ricorre più volte: Heidegger.
Non ho mai sopportato Martin Heidegger, non tanto per i trascorsi nazisti ma per quello stile oscuro e complicato.
L’ho dovuto studiare, è un classico, ma lo odiavo.

Quest'anno ho cominciato a frequentare le lezioni di Dermot Moran, uno dei migliori professori che abbia mai avuto, proprio su Husserl e Heidegger e così sono tornato ad approfondire questa figura.
Una svolta.
E’ molto meno difficile di quanto ricordavo, o sarà perché 10 anni di studi cominciano a dare qualche frutto, e, surprise surprise, mi piace. Leggerlo è un godimento intellettuale, veramente un piacere.

In tutto questo la cosa più paradossale è che un mio nuovo cliente, un medico, mi ha chiesto proprio di leggere e spiegargli Essere e Tempo. Per cui ora passo mediamente 8 ore a settimana a commentare Heidegger, in classe o quando insegno.
Che svolta!

mercoledì, novembre 10, 2004

Fogli, non pezzi di carta

Noi svolgiamo un nostro discorso pubblico, testimoniato dalle annate del giornale e anche dalla nostra formazione plurale (da noi ci sono cattolici, islamici, straussiani, laici di ogni variante, ma nessun devoto); è un discorso pubblico che riguarda anche la religione, che per i laicisti miopi è un residuo spirituale incomprensibile da esorcizzare, per noi è una componente decisiva della vita e del mondo moderno. ... Pensiamo semplicemente che il pensiero debole sia debole (se ne è accorto anche Massimo Cacciari), che fuori del linguaggio esiste la realtà. Per questo riteniamo un monsignor Carlo Caffarra più interessante di un filosofo come Jacques Derrida, e devotamente ci consacriamo a riflettere e battagliare sui temi importanti del nostro tempo. Solo questo.


Giuliano Ferrara, Il Foglio, 9 novembre 2004.

Butt

Fino a qualche settimana fa, dal punto di vista politico Rocco Buttiglione era un modesto ministro italiano, senza grandi meriti.
L'essere stato sacrificato sugli altari della 'correttezza politica' lo ha fatto diventare un personaggio internazionale. Qui in Irlanda ormai tutti lo conoscono, anche se non riescono a pronunciarne il nome.
Ora me lo ritrovo dovunque, qualche giorno fa sul Washington Times, poi sull'edizione europea del Wall Street Journal Europe, che già in passato lo aveva difeso, e oggi addirittura c'è un suo articolo sull'edizione americana.
Stai a vedere che tra poco lo vedremo in compagnia di Bush.
Ah, l'eterogenesi dei fini ....

Submission

Submission, il film per cui è stato ammazzato Theo Van Gogh.

martedì, novembre 09, 2004

American Jesus

i don't need to be a global citizen
because i'm blessed by nationality
i'm member of a growing populace
we enforce our popularity
there are things that
seem to pull us under
and there are things
that drag us down
but there's a power
and a vital presence
thats lurking all around
we've got the american Jesus
see him on the interstate
we've got the american Jesus
he helped build the
president's estate
i feel sorry
for the earth's population
'cuz so few
live in the U.S.A.
at least the foreigners
can copy our morality
they can visit but they cannot stay
only precious few
can garner the prosperity
it makes us walk
with renewed confidence
we've got a place to go when we die
and the architect resides right here
we've got the american Jesus
overwhelming millions every day
(exercising his authority)
he's the farmers barren fields
the force the army wields
the expession in the faces
of the starving children
the power of the man
he's the fuel that drives the clan
he's the motive and conscience
of the murderer
he's the preacher on t.v.
the false sincerity
the form letter that's written
by the big computers
he's the nuclear bombs
and the kids with no moms
and i'm fearful that
he's inside me

Gourmet Report

Il Philosophical Gourmet Report, la classifica dei dipartimenti di filosofia di lingua inglese, è pronto e uscirà far giorni.
Intanto Brian Leiter, il curatore, ci dà qualche anticipazione.

Nel Report precedente il mio dipartimento compariva soltanto nella categoria 20th Century Continental Philosophy (incl. phenomenology, existentialism, critical theory, hermeneutics, Foucault) ed era stato valutato GOOD, come la Cambridge University.

Sarebbe interessante fare qualcosa del genere con i dipartimenti italiani.

Comunque, questa è la classifica statunitense di quest'anno:

1. New York University
2. Rutgers University, New Brunswick
3. Princeton University
4. University of Michigan, Ann Arbor
4. University of Pittsburgh
6. Columbia University
6. Harvard University
6. Massachussetts Institute of Technology
6. Stanford University
6. University of California, Los Angeles
11. Cornell University
11. University of North Carolina, Chapel Hill
11. University of Notre Dame
11. University of Texas, Austin
15. University of California, Berkeley

lunedì, novembre 08, 2004

Napoli è una grande nave, non fatela affondare

Napoli è una grande nave, non fatela affondare

Quello che accade a Napoli, il progressivo deteriorarsi della civile convivenza di cui parlano i giornali, io non lo vivo in diretta, sulla mia pelle e sul mio stato d’animo, perché è ormai mezzo secolo, più della metà della mia vita, che io vivo in un’altra città, a Roma. E dunque ho un certo pudore a parlare di cose che mi toccano da vicino ma che accadono lontane da me. Credo che questa mancanza di esperienza diretta si senta anche se io ne scrivo, ma non mi sottraggo alla richiesta di parlarne. Vorrei introdurre in modo lieve il mio discorso, anche perché nonostante quel che oggi dicono i giornali, la levità non manca a Napoli, e fa parte della sua civiltà, quella di ogni grande capitale europea, quello spirito che si trova a Vienna, a Berlino, a Parigi, e via dicendo.

Dunque: Tre giovani salgono su un autobus e gridano: Fermi tutti, è una rapina! Due vecchiette in fondo alla vettura confabulano a bassa voce: «Mi son presa una paura! Mi credevo che era il controllore!». Farà ridere, ma non tanto se si pensa a quel che rivela. È vero, a Napoli il rappresentante dell’istituzione e dell’ordine pubblico (il controllore) non gode del favore del popolino, è visto con timore e soggezione, quasi come un oppressore. Il criminale in fondo cosa può togliere a chi non ha niente? Non è la prima volta che in un vicolo se un criminale viene arrestato la gente, il popolino, si rivolta contro i poliziotti e cerca di liberarlo. Quel criminale, quel ladro, istintivamente pensano, è uno di loro che è stato ridotto alla disperazione, e ha fatto un salto nell’illegalità. Credo che per questo si sentano più vicini a chi commette il reato che a chi lo punisce. E bisogna vedere di persona come vive certa gente nei vicoli di Napoli prima di dire che ho esagerato.

Ma anche ammesso che io abbia esagerato, vogliamo domandarci quali garanzie ha dato l’Istituzione per far nascere nella gente la fiducia nell’autorità? E qui ritorna il solito discorso sulla borghesia che negli anni e nei secoli è venuta meno al suo ruolo di classe dirigente. È questa mancanza che ha creato un vuoto di valori spaventoso, e lì in quel vuoto accade quel che accade. Quando l’Istituzione è debole nasce naturalmente un secondo stato occulto che cerca di sostituirsi al primo, offrendo disponibilità, posti di lavoro, assistenza di tutti i tipi, compresa quella sanitaria. Tra l’altro a Napoli questo secondo stato non è neppure occulto, la camorra napoletana non è segreta come la mafia siciliana, si conoscono i nomi di tutti i camorristi, le zone in cui esercitano il loro potere.
Questo giornale porta la cartina coi nomi delle famiglie e del loro «territorio». La loro posizione rispetto all’autorità dello Stato - spero di non esagerare ancora - è simile a quella dei vassalli e valvassori quando si ribellavano all’autorità del re.

Gli episodi criminosi che hanno portato a un livello così basso la vivibilità a Napoli sono dovuti alla frantumazione delle grandi organizzazioni criminali. Finiti in galera i capi-famiglia (i vassalli) sono rimasti i gregari (i valvassori) che lottano per la successione, si sparano nelle strade della città e le insanguinano. Per dire fino a che punto è arrivata la situazione si pensi che i «disoccupati organizzati» (dietro i quali c’è la mano della camorra) hanno occupato un giorno il primo piano di uno dei più lussuosi alberghi di Napoli, terrorizzando i clienti e dimostrando affacciati ai balconi. Tutto questo non è più tollerabile, ma non sono sufficienti soltanto le forze di polizia per impedirlo. Come tutti sanno i rimedi devono essere trovati più in profondità, devono essere trovati dalle autorità cittadine, dai napoletani stessi; ma anche dall’Italia che dopotutto è una nazione di cui fa parte anche Napoli, e devono essere trovati in sede europea.
Io non li conosco questi rimedi, lo dico subito. Ma so che l’industrializzazione, la Cassa del Mezzogiorno, le leggi speciali, sono finiti in un buco nero in fondo al quale c’era anche la melma della corruzione. E so che una società civile borghese che oggi non riesce a distinguere bene il confine che la separa dalla società criminale - con cui, anche senza saperlo, fa affari, ed è quasi obbligata ad incontrarsi - difficilmente potrà trovare quei rimedi se viene abbandonata a se stessa. Se l’unico rimedio è quello proposto (spero polemicamente) da Giorgio Bocca di bombardare Napoli e raderla al suolo, certo non si va molto avanti. Però se Napoli va a fondo e viene lasciata nelle mani dei camorristi si può creare uno squilibrio pericoloso per tutti.

Napoli è come una grande nave che se affonda si porta dietro nel gorgo e per un vasto raggio tutto ciò che le galleggia intorno. Perciò non conviene a nessuno disinteressarsi di Napoli e dire «è un affare loro». Già fu fatto questo più volte, e i napoletani, proprio il popolino, i più poveri, risolsero il problema partendo a migliaia per terre assai lontane e in condizioni molto simili a quelle degli immigrati che oggi arrivano sulle nostre sponde. Questo dramma avvenne nella suprema indifferenza della nazione, tant’è vero che non ci fu un’epopea a ricordarlo, solo qualche patetica canzone in dialetto, un racconto di De Amicis, e cos’altro?
Ma non vorrei star qui a ripetere queste cose, so che la prima reazione di una certa Italia è: «il solito piagnisteo». Dunque niente piagnisteo. Facciamo qualcosa. Dopotutto in Irlanda c’erano condizioni simili a quelle del nostro Sud. Loro ce l’hanno fatta. Perché come alternativa al bombardamento non potremmo sperare di imitarli?

RAFFAELE LA CAPRIA, Corriere della Sera, 08 Novembre 2004

sabato, novembre 06, 2004

L'America Rossa

Il voto americano, contea per contea.
Impressionante.



venerdì, novembre 05, 2004

Flavia D.

Grazie a questo blog mi ha rintracciato un'amica di cui avevo perso le tracce da anni.
Che sorpresa!


Flavia, ti ho risposto ma l'indirizzo 'modello.com' mi è tornato indietro. Dimmi se almeno quello di libero.it ha funzionato.


Il mattino

Da un po' di giorni il sito de Il Mattino ha una veste nuova, molto comoda.

Da forza sociale e operaia a galassia di interessi libertari

Da forza sociale e operaia a galassia di interessi libertari

«Che Bush avrebbe conquistato una maggioranza popolare schiacciante si poteva prevedere già guardando le foto di coppie gay festanti dopo le nozze davanti al municipio di San Francisco». Ciò che rende notevole quest'analisi è che non appare su un giornale di destra ma su Counterpunch, il foglio della sinistra Usa più arrabbiata. E la firma il direttore Alex Cockburn, un neomarxista che in Italia starebbe fra Bertinotti e Cossutta. Bruciata dalla disfatta, la sinistra americana riflette sulla storica deriva che le ha fatto perdere il popolo: da forza sociale e operaia, il partito democratico s'è mutato in galassia di interessi libertari. In Usa, essere di sinistra significa mangiare macrobiotico e bere succo di carota, schierarsi con la foca monaca, non battersi per i lavoratori e per i soldati che tornano dall'Iraq e non trovano più il posto. Mentre si bevevano succhi e si partecipava alle marce libertine, sparivano i sindacati e la povertà, da problema sociale, era relegata a problema privato di ogni povero. "Nixon fece passare la legge sulla sicurezza del lavoro, la più socialmente avanzata del secolo", recrimina amaramente Sarah Anderson su sito progressista Commondreams: "Non che Nixon amasse i lavoratori, ma i sindacati erano potenti". Kerry il democratico è riuscito a perdere anche nell'Ohio devastato dalla fuga dei lavori verso la Cina? "Ma se proprio lui ha sostenuto tutte le ricette del commercio libero mondiale", ruggisce Cockburn. Clinton era di famiglia povera e si portava dietro l'odore dell'Arkansas, lo stato delle pollerie. Kerry è piaciuto ai liberal della sua classe ultrachic, quelli delle ville coperte di edera. Ma è anche visivamente lontano "dalla gente col doppio lavoro" che non arriva a fine mese.
Barak Obama è l'unico democratico vincente, e la sinistra se lo addita ad esempio: giovane, colto, nero di prima generazione (il padre pascolava capre in Kenia) è stato il solo negro ad entrare al Senato: senza i flip flop di Kerry (s'è opposto f in da subito alla guerra in Iraq) ha conquistato voti "persino nei distretti bianchi e rurali", la cosiddetta America profonda, lo zoccolo duro pro-Bush, affrontando i problemi reali delle gente reale.
Con fatica e dolore, i liberal cominciano ad ammettere: la lotta contro il fumo, per l'ambiente e i matrimoni tra persone dello stesso sesso sono stati il surrogato di un disperato vuoto di proposte alternative da fare ai lavoratori, ai reduci e alle ragazze madri, insomma alla società. Peggio: cominciano a intuire che quelle cause sono elitarie quanto il taglio fiscale ai miliardari operato da Bush. Peggio ancora: gli è nato il sospetto che, forse, i diritti degli animalisti non hanno la stessa dignità politica dei diritti dei lavoratori, come basi su cui costruire il vasto consenso sociale perduto.
C'è chi propone di rileggere Marx. Chi cita Simone Weil, per cui la sinistra doveva difendere i "bisogni dell'anima" (libertà, dignità, uguaglianza), ma senza confonderli con "i desideri, i capricci, le fantasie, i vizi". Intanto, gli strateghi del partito democratico stanno prendendo le misure di Hillary Clinton, che tentò di dare agli Usa il servizio sanitario nazionale, per candidarla nel 2008. I liberal ricchi meditano di emigrare (come da noi quando vinse il Cavaliere) e Harper's , radical-chic, consiglia: in Canada è freddo, meglio Parigi o la Polinesia. Francese, naturalmente.

Maurizio Blondet
Avvenire, 5 Novembre 2004.

Viaggio di un aquilone

Non perdetevi il diario di Etti dal nord d'Israele.

Staminali dal sangue per curare l'infarto

La ricerca sulle staminali adulte continua a dare risultati positivi.
Una nuova scoperta: possono aiutare a curare l'infarto, senza il sacrificio di esseri umani.



giovedì, novembre 04, 2004

Svegliatevi!

"Good morning America
Con una valanga di voti gli americani cacciano Bush dalla Casa bianca. Venti milioni di elettori in più rispetto al 2000 portano Kerry alla presidenza."
Il Manifesto, 3 Novembre 2004.

Posso chiedere un favore agli amici che sono in Italia? Conservatemi una copia del Manifesto di ieri. Una copia storica, da museo, indimenticabile.
Questa gente ha perso completamente ogni senso della realtà.
Senza nessuna vergogna hanno confezionato un giornale dove i desideri sostituiscono i fatti. Surreale.
Ma dove vivete? Svegliatevi!
Cose dell'altro mondo ...

Sempre dal numero di ieri, in prima pagina.

L'altro paese
ROBERTO ZANINI
L'evento è che gli americani votano, e basterebbe questo a rendere la drammaticità di un quadro tormentato che nella notte più lunga delle elezioni sembra fare il nome di John Kerry. L'evento è l'affluenza record, forse venti milioni di elettori in più. L'evento è che questi milioni di schede sono state spinte nell'urna da una mobilitazione che non ha precedenti, e che bisognerà leggere con accuratezza, prudenza, fantasia. Good morning, America. Le elezioni globali che gli Stati uniti hanno votato e il resto del mondo guardato col fiato sospeso hanno preso una direzione, ed è quella del cambio alla Casa bianca. Erano un referendum su George Bush, queste presidenziali, sulla sua persona come sulla sua politica, sul destino non ancora manifesto della potenza unica e sul futuro prossimo del resto del mondo. E - sorpresa - gli americani sembrano votare come europei qualsiasi, inutilmente ostacolati da un sistema elettorale grottesco - più forti delle cause, delle legioni di legali sguinzagliati nei seggi, della guerra sporca che i neocons hanno condotto sin dentro i seggi.

Doveva essere una vittoria landslide, a valanga, per sottrarre il destino della democrazia americana (e delle nostre) a una guerra civile di carte bollate e corti supreme. Si sta profilando un risultato netto, salutato come una salvezza. Ora tocca a John Kerry. E viene il difficile.

L'esito elettorale di questa notte è stato in larga parte determinato da una massa di elettori che i sondaggi non hanno previsto né analizzato, e che non sono il frutto dell'anemica campagna elettorale dei democratici. Kerry aveva il vantaggio di non chiamarsi Bush, una volta presidente avrà il dovere di chiamarsi Kerry.

I venti milioni che hanno spostato l'ago della bilancia sono volontari della politica. Sono membri di associazioni, chiese, neri, ecologisti, attivisti di ogni ordine e grado, divi del cinema come sindacalisti locali. Hanno studiato in anni di lotte contro il Fmi, la Banca mondiale, il Wto, le grandi corporation - cominciarono a Seattle, ricordate? Nelle lotte si sono «istituzionalizzati», e questo è il loro difetto. Ma hanno avuto la forza, ad esempio, di capovolgere l'esito dell'ultimo vertice del Wto, e questo è il loro pregio. Presenteranno al vincitore un conto salato. Come la nuova Casa bianca deciderà di pagarlo è ciò che separa una copia addolcita di Bush da un'altra America. E in definitiva, da un altro pianeta




mercoledì, novembre 03, 2004

Ballot measures

Negli USA non si votava solo per presidenziali e Congresso ma anche su questioni pratiche.

Almeno per un risultato c'è da esultare: in 11 Stati i cittadini erano chiamati a decidere se il matrimonio riguarda solo persone di sesso diverso.
Il matrimonio tradizionale, come è sempre esistito in tutte le civiltà, ha vinto ovunque con percentuali spesso schiaccianti: Oregon (55/45), Arkansas (75/25), Georgia (77/23), Kentuky (75/25), Michigan (60/40), Mississippi (86/14), North Dakota (74/26), Ohio (62/38), Oklahoma (76/24), Utah (66/34), Montana (66/34).
Gli americani evidentemente non sono un popolo di 'zappatori'.

In Florida le minorenni per abortire dovranno avere il consenso dei genitori.

Notizia triste invece dalla California perchè la Prop 71 appoggiata dal governatore repubblicano Schwarzenegger è passata.
Si trattava di decidere sul finanziamento pubblico alla ricerca che utilizza cellule staminali embrioniche.
In 30 anni di sperimentazioni la ricerca sulle staminali non adulte non ha dato nessun risultato rilevante e pertanto i finanziatori privati preferiscono non rischiare.
Ecco che l'unico modo per continuare era ricorrere ai fondi pubblici: 3 miliardi di dollari.
Mel Gibson si era impegnato personalmente contro la proposta con uno spot.
Ha vinto Schwarzenegger.

150




Il mio college è in festa.
150 anni fa John Henry Newman inaugurava, al numero 86 di Saint Stephen's Green, la nuova Catholic University of Ireland che con il tempo sarebbe diventata University College Dublin.

Grandi festeggiamenti sono previsti durante tutto l'anno.
Da segnalare domani, alla National Concert Hall, l'esecuzione di The Dream of Gerontius di Elgar, ispirato al poema di Newman.

Nel mese di febbraio verrà inaugurato l'International Centre for Newman Studies.
(Parte dei contenuti del sito è mia)

Qui un po' di storia e di dati.

martedì, novembre 02, 2004

Buon viaggio

Etti è partita per Gerusalemme.

Rispostaparallela

Massimo Adinolfi ha contribuito nuovamente alla discussione iniziata qualche settimana fa.
Una replica intelligente, argomentata, per quanto l'angustia del mezzo lo permetta, sincera e senza pregiudizi, che ho molto apprezzato.

Per quanto mi riguarda, non mi convince quasi per niente ma controbattere puntualmente richiederebbe diversi giorni di riflessione che in questo momento non posso permettermi.
Considero pertanto la discussione, almeno per il momento, conclusa.

Questa la risposta.



Caro Angelo, forse c'è un punto su cui questa nostra discussione può raccogliersi in maniera proficua, e sta proprio dalla parte dei fondamenti. Se tu mi metti davanti i fatti antropologici primari, io ti faccio osservare che nessuno si sogna di negare che l'uomo si accoppia con la donna, ma se quei fatti antropologici abbiano, ut sic, valore normativo. Insomma: la fallacia di Hume. Se tu scrivi in forma interrogativa, figuriamoci: ti lascio (e anzi faccio mie) tutte le tue domande. Se però vuoi mantenere il profilo problematico della domanda, e al contempo sfornare certezze giuridiche, hai qualche dovere in più: dare risposte argomentate e universalmente valide e obbliganti. (Non dimenticare che il punto è questo: come mettere in forma di norma giuridica un fatto naturale).
Quanto poi al fatto naturale, ti faccio osservare che tu non diresti mai, credo, che uno scimpanzé maschio SI INCONTRA E SI COMPLETA con uno scimpanzé femmina. Metti forse sullo stesso piano le due unioni? Se non sono sullo stesso piano, non si capisce perché il piano umano debba essere normato come il piano dello scimpanzé. Forse l'incontro fra uomo e donna è qualcosa di più, e se è qualcosa di più, non ha una base semplicemente naturale in senso biologico. E se non ha una base naturale in senso biologico, è perché questa base può essere (mettiamola così) assunta e fatta propria dall'uomo. Tu devi far vedere l'atto con cui l'uomo sceglie di essere 'naturale', a pena di cadere in naturalismi biologici che sono sicuro non ti piacciono. Ma appena fai vedere questo atto, devi rinunciare a fondarlo indietro, nella natura biologica - se almeno gli vuoi conservare la natura di atto libero. E gli deve prestare anche quel po' di scelta fra possibilità alternative che solo gli dà valore morale (e che, en passant, gli toglie ai miei occhi la pretesa di imporsi normativamente sul piano giuridico).
Quanto alla tua descrizione del rapporto amoroso, non gli tolgo nulla, nemmeno la 'sorpresa'. Però non capisco perché tu debba escludere che sia 'autentico' (in senso ontologico) ma solo posticcio anche il rapporto amoroso fra omosessuali. L'unico argomento è quello biologistico: non procreano. Ma io trovo ancor più soprendente, ancor più umano (e meno animale) che ci si possa amare anche senza procreare, e si possa essere intimi anche senza trasmettere vita.Dici poi che non fondi nulla e che è il tuo senso morale. Poiché stiamo discutendo seriamente, non la butto in caricatura, e presto al tuo senso morale tutto lo spessore storico che ha. Non è solo il tuo privato senso morale, lo so. Però non è universale, e non vi è ragione per imporlo come tale, e non v'è motivo di temere che lasciare ad altri le loro scelte in materia sessuale impedisca a te di vivere il tuo rapporto amoroso in tutta la pienezza di significato che gli presti (fortunata la tua compagna, o fidanzata, o sposa).
Quanto ai diritti, l'espressione 'specifici diritti' non è mia, riprendevo invece quella che si trova nei documenti vaticani (sia pure per negarli). Puoi controllare. Mi pare per il resto di aver chiarito in che senso io parli di diritti omosessuali: intendo riferirmi alla rivendicazione che un omosessuale possa, come chiunque altro, scegliere i propri costumi di vita senza essere penalizzato sui luoghi di lavoro, nelle relazioni affettive, eccetera. Se viene penalizzato, lui avanzato il suo diritto COME CHIUNQUE. Dov'è la confusione? Qual esempio vuoi che ti faccia? Se Fini dice: niente maestri omosessuali, è diritto dell'omosessuale (ripeto: come di chiunque) dire che lo si sta discriminando. Non vedo cosa osti a che l'omosessuale dica: è un mio diritto fare l'insegnante, come è un diritto di chiunque altro, a prescindere dall'orientamento sessuale. Di questo e non di altro si tratta. Non sei d'accordo? Quanto a J. Finnis, a Salerno c'è in effetti Legge naturale e diritti naturali. Sono 470 pagine. Vediamo. A Natale, forse. Non prometto nulla.

Però, e vengo infine al punto su cui si può parzialmente concordare (che è un punto importante), io ti ho messo dinanzi il problema di Hume, ma non è che consideri che l'opposizione tra fatto e diritto sia così rigida come per Hume. Posso capire e seguire approcci fenomenologici al problema, e trovo che la filosofia cattolica (dico così per brevità) abbia dato i suoi contributi. Ma c'è un ma. Un approccio fenomenologico ha ancora di mira un'essenza. E' compito del fenomenologo farmela vedere (e farla vedere universalmente, se vuole tradurla sul piano giuridico). Il compito mi pare di difficile risoluzione: "il sogno è finito". Essendo finito il sogno, io non credo che (di fatto) ci siano solo fatti atomici e individui atomici, ciascuno con le proprie soggettive preferenze. (En passant: è la ragione per cui trovo caricaturali tutte le rappresentazioni della nostra epoca in termini di mero relativismo). C'è invece, una dialettica ed ermeneutica (il connubio fenomenologia-ermeneutica è un connubio a volte felice). Vi sono 'stili di cose' che però, sia pure lentamente, si modificano. V'è l'acqua del fiume che scorre, e il suo letto che non scorre, però si modifica (lentamente). E' quello che penso dei costumi sessuali: sono quel letto (fino ad ora). Insomma: più Wittgenstein che Husserl, nella mia fenomenologia. Se qualcuno mi chiedesse perché non consentire all'uomo di accoppiarsi con scimpanzé, io osserverei che il letto non si è ancora modificato a tal punto, consapevole che questo argomento non è definitivo (è il trattamento di Peirce e Wittgenstein al dubbio scettico: semplicemente, non ha senso, come non ha senso oggi discutere di accoppiamenti uomo/animale. Forse, ci divide l'idea che il letto del fiume stia deviando troppo, e male - idea che suppone ahimé un punto di vista esterno al fiume. Ci divide anche un'idea inclusiva del diritto (per me, quest'idea fa parte del letto liberale della nostra epoca): quanto più posso estendere i diritti, tanto meglio è.
Due cose, infine. Anch'io ho il mio punto metafisico, il mio assoluto, ma non ti dico dov'è (e non è il letto, né sta fuori del letto). Tu non c'entri, ma ti sfido a trovare del pregiudizio anticristiano in quello che ho scritto, e che è sufficiente, credo, a bocciare Buttiglione (partivamo di lì, in fondo)
Massimo

lunedì, novembre 01, 2004

Tutti i santi

Oggi festa di tutti i Santi.

If you ask me what you are to do in order to be perfect, I say:

* Do not lie in bed beyond the due time of rising;
* give your first thoughts to God;
* make a good visit to the Blessed Sacrament;
* say the Angelus devoutly;
* eat and drink to God's glory;
* say the Rosary well;
* be recollected;
* keep out bad thoughts;
* make your evening meditation well;
* examine yourself daily;
* go to bed in good time,

and you are already perfect.


venerabile J. H. Newman

Il cielo stellato sopra di me

Su farfintadiesseresani una discussione sul cristianesimo a partire da due citazioni kantiane.