venerdì, gennaio 28, 2005

L'umanità dell'embrione umano (5)

Il 15 dicembre così Adinolfi replicava al mio commento:

Bottone ha risposto analiticamente e per punti alle mie considerazioni sull’embrione. Di seguito, la mia lunga replica (con titoli di puro sfizio, che perciò riporto prima).

1. Ambiguo sarà lei!
2. Dimmi il gene che hai, e ti dirò chi sei
3. A prescindere
4. I primati
5. Lei non sa chi sono io!
6. Circus, circum
7. L’embrione va all’asilo
8. Zu den Sachen selbst
9. Ahia-hia-i se faccio un figlio


1. Lasciamo perdere gli errori logici di Severino (la cosa non è però per me così ovvia come dici). Quanto alle premesse: la prima non è ambigua, e la seconda è ovviamente in discussione (devo aver scritto che non pretendevo di dimostrare che, ma solo di argomentare, ecc.). La praemissa prima – mi pare di averlo scritto – sposta la discussione dal piano logico-metafisico della definizione di ciò che l’uomo è, del logos tes ousias, al piano ermeneutico-fenomenologico della rivelazione (uso apposta questa parola) dell’umanità dell’uomo. Non dice dove e come l’uomo si rivela in quanto uomo, ma questo non vuol dire che la premessa sia ambigua. Il suo lavoro ‘critico’, la premessa maggiore lo fa egregiamente e senza trappole.


2. Riporto il tuo primo commento: “Fin quando non ci dici cos'è un uomo, sarà difficile capire quando qualcosa è come uomo o quando non lo è“. Insomma: prima dimmi cos’è un uomo, e poi discutiamo come e quando lo è. Se in questo modo ritieni, come qui scrivi, che hai messo in questione la premessa prima, allora non ci siamo ancora intesi. La praemissa prima dice infatti: io non posso dirti che cos’è un uomo indipendentemente dal come e dal quando (non posso dirtelo una volta per tutte). Non c’è un ‘che cos’è’ (ti estì) dell’uomo. Forse ora capisco perché trovi ambigui la praemissa: perché l’hai intesa esattamente a rovescio!


3. Questa tua considerazione misura bene la nostra distanza: se l’embrione, come scrivi, si sviluppa come un uomo perché è un uomo, tu sai già, indipendentemente dal ‘come’, che cos’è un uomo. Insomma: non è che la praemissa prima sia ambigua, è che tu non la condividi, e ritieni che si possa dire che cos’è un uomo, indipendentemente dalla rivelazione del come della sua umanità. E poiché (devo supporre) per te è un uomo ciò che è biologicamente determinato in un certo modo, la questione del come è del tutto fuori causa. Lo sviluppo dell’embrione non aggiunge e non toglie nulla all’umanità dell’uomo, come nulla tolgono o aggiungono il mestiere o i gusti culinari o i regimi politici (i quali ultimi, invece, possono togliere e hanno tolto)

4. C’è sicuramente un motivo per cui non posso applicare all’astronave il concetto di uomo. Ma il punto è: qual è questo motivo? Nel caso dell’astronave i nostri giudizi non si dividono, nel caso dell’embrione sì. Ma se porti il tuo esempio come un argomento è perché tu ritieni impossibile per principio (cioè: ora e sempre) scambiare secondo verità per uomo qualunque cosa che non abbia la stessa dotazione biologica dell’uomo. Io no. Sia in negativo (stessa dotazione biologica, ma non uomo), sia in positivo (diversa dotazione biologica, o persino assenza di biologia, ma uomo).

Qui però stiamo ragionando ‘al limite’ (sul dubbio iperbolico, se l’astronave sia un uomo, io ho una posizione à la Wittgenstein seconda maniera). Tornando su terreni più vicini, tu dici: l’embrione è la prima manifestazione dell’umano: perché escluderla? Io direi anzitutto (per la precisione) che è la prima manifestazione biologica dell’umano; e, in secondo luogo, che visto che i casi limite di cui sopra sono ancora di là da venire, io riterrei di escluderla, tale manifestazione, proprio perché è la prima manifestazione biologica dell’umano. Per avere l’uomo non mi basta la manifestazione biologica; per avere l’uomo non mi basta la prima manifestazione: ne voglio almeno un paio (son sicuro che non c’è bisogno di citazioni filosofiche di Wittgenstein o Derrida per esplicitare questa battuta). Io trovo perfettamente sensato (e anzi ragionevole) dire: una sola manifestazione? Troppo poco (è chiaro che non è sensato in una prospettiva sì/no, di tipo essenzialistico).


5. Se l’uomo non è mai compiuto, non è vero che l’adulto non è più uomo del bambino. Lo è, invece. Sarebbe vero il contrario, di nuovo, solo rispetto a un concetto di uomo definito indipendentemente dalle sue manifestazioni. Si vede bene che giuridicamente uomo e bambino sono differenti (parlo en gros). Se l’uomo non è mai compiuto, debbo farmi attento alla differenze, perché non c’è un’unica, diritta linea di divisione tra uomo e non uomo (benché sia chiaro – ma non è detto per sempre – che l’astronave non appartenga alla prima regione). Non vedo perché, dal fatto che vi siano differenti forme dell’umano si debba concludere che dunque l’embrione è una di queste forme (o meglio, lo vedo: lo vedo in base a ragioni del tutto indipendenti dal fatto che l’umano si dà in molte forme). Né vedo perché, concesso che l’embrione è una forma dell’umano, essa forma non possa ricevere un trattamento differente da altre forme. (Ho sentito Severino fare l’esempio del soldato che muore in battaglia: forma dell’umano che viene obbligata a dare la vita – e aggiungo, con lo Hegel del diritto penale: viene obbligata non benché, ma proprio perché forma umana)


6. Qui hai ragione con riguardo all’immagine della circonferenza, che dunque ritiro, poiché dà l’impressione della conchiusività (mentre io pensavo, per dir così, all’abbraccio). Diciamo allora meglio: si tratta di quelle ‘aree non ben delineate’, non nettamente delimitate, di cui parla il Wittgenstein delle ricerche. Quanto al bambino, è solo un esempio (benché significativo). Ma, di nuovo, sia chiaro che ritengo con Wittgenstein che l’esempio non è certo il concetto, ma è sì il concetto una famiglia di esempi. (La scelta degli esempi, infatti, per quanto sorvegliata, non è mai neutrale)


7. La conclusione del punto 5 può essere richiamata qui. Siamo d’accordo su trattamenti differenti, ma tu ritieni che questa differenza non possa spingersi sino al punto di negare vita e sviluppo dell’embrione. Consentimi di farti osservare che i tuoi esempi, diritto all’asilo nido, ecc. non mi paiono molto centrati. Perché negare all’embrione il diritto all’asilo nido (nella tua prospettiva)? L’embrione avrebbe quel diritto, come chiunque come mio figlio di pochi mesi, a condizione di possedere i requisiti (per esempio anagrafici, che palesemente non possiede). Mi pare dunque che tu faccia qualche confusione quando dici che gli si può ben negare il diritto all’asilo nido. Ha il diritto, benché non ne goda attualmente. Di più. Se ad esempio si scoprisse che per la sopravvivenza di un certo embrione sarebbe necessario che la mamma vivesse i nove mesi della gravidanza in riposo assoluto in un ospizio, non vedo quale argomento potresti opporre a che la mamma venisse costretta a farlo, visto che si avrebbe in tal caso vita (dell’embrione) contro (mera) qualità della vita (della mamma).

Forse qui si vede perché si può negare qualcosa all’embrione: perché per esempio la sua vitalità non ha lo stesso valore della vitalità della mamma e la sua esistenza in vita non vale la qualità della vita della madre; o perché si potrebbe innalzare con il so ‘sacrificio’ la qualità della vita di altri uomini, ecc. Si può dire allora che questa che propongo è una spietata logica sacrificale, in cui l’embrione viene sacrificato per questo o per quello? Sì (non è l’unico caso, né l’ultimo), con l’aggiunta non insignificante che si sappia che cosa viene sacrificato qui.


8. Questo argomento, che nel tuo ordine di considerazione viene molto dopo la definizione biologica dell’umano, e che proponi solo per scendere sul mio terreno, io lo trovo invece serio e importante. Sicché non obietto nulla. Chiederei rigore fenomenologico, fornirei descrizioni alternative, ecc., ma non mi oppongo in linea di principio a un’argomentazione del genere.


9. Il criterio della sofferenza è evidentemente insufficiente (come quello ‘affettivo’ del punto precedente), qualora venisse portato come unico criterio. Ma il discorso sul ‘come’ ha proprio il senso di negare che esista un unico e definitivo criterio per discriminare uomini e non-uomini. Il che non toglie che esistono criteri e valutazioni più o meno pertinenti, più o meno incidenti sulla questione. Mettiamola così: se qualcuno mi dimostrasse che l’embrione soffre maledettamente, ci penserei su. (Nulla qui si fa o si dice a cuor leggero). Se invece mi si dicesse che al concepimento la materia biologicamente formata non possiede alcuna vita emotiva o intellettiva, beh, penserei che forse non siamo ancora alla prima manifestazione dell’umano (o siamo alla prima solo quando siamo giunti alla seconda: retroattivamente).