martedì, febbraio 22, 2005

La posizione ufficiale della FUCI sui referendum

Una premessa necessaria

Sembra innanzi tutto opportuno sottolineare che il tema della difesa della vita non può essere limitato alle questioni della bioetica e alle scelte politiche che riguardano l'inizio e la fine della vita: difendere la vita significa anche saper fare scelte che in ogni campo vadano nella direzione della tutela dei più deboli, dei più poveri e degli esclusi così come significa battersi per una cultura della legalità, della democrazia, della fiducia nelle istituzioni che permettano veramente di perseguire il bene comune di una comunità.
Detto questo è evidente che nel momento in cui il tema dell'inizio e del termine della vita entrano nell?agenda politica di una comunità diventa sbagliato e irresponsabile, per un cristiano e per chiunque, lavarsene le mani o disinteressarsene.



Inquadrare la questione e impostare il problema

Crediamo che la questione della fecondazione assistita si possa inquadrare in questi termini: il progresso scientifico ha portato all'elaborazione di alcune tecniche, che offrono determinate possibilità ( avere un figlio per chi altrimenti questa possibilità non la avrebbe e nuove strade di ricerca per la scienza) e che comportano certi costi (principalmente la soppressione o manipolazione di embrioni, problemi di identità del nascituro, oltre alle questioni legate alla salute di chi si sottopone a queste tecniche).
La nostra comunità, attraverso il suo legislatore è chiamata ad autorizzare, vietare, regolare l'utilizzo di queste tecniche. Il legislatore è intervenuto con una legge ordinaria, la 40/2004, che evidentemente ha lasciato dei cittadini insoddisfatti, non meno di un milione, tanti sono quelli che hanno firmato per chiedere l'abrogazione totale della legge. Ora tutta la comunità è chiamata a pronunciarsi sulle domande legittimamente poste da questa parte del corpo elettorale.

Come tutte le leggi che intervengono in simili materie anche la legge sulla procreazione assistita ha fatto percepire il problema in termini di scontro
e contrapposizione fra cattolici e laici. I laici accusano i cattolici di voler imporre le loro idee alla società, i cattolici rispondono che la legge non è confessionale, cioè non corrisponde in molti suoi punti all?etica cattolica.
Il problema esiste e non lo si può negare, tuttavia sentiamo di poterci esprimere chiaramente su due punti:
- Il tema della tutela dell?embrione non è un problema cattolico: fino a
prova contraria tutti, non solo i cattolici, siamo stati degli embrioni, così come un embrione, nelle opportune condizioni biologiche, evolve in una persona umana, non necessariamente in un cattolico. In altre parole la questione dell'inizio della vita è una questione che riguarda tutti ed è una delle questioni fondamentali alla base di una comunità civile;
- Riteniamo importante opporci fermamente all'idea che un bisogno diventi automaticamente un diritto nel momento stesso in cui la scienza ne rende possibile la realizzazione. Anche qui non si tratta di un problema dei cattolici: il tema della necessità di una giustificazione etica delle applicazioni scientifiche è un problema di civiltà; prescinderne può avere effetti devastanti per le nostre società.

Detto questo, come esprimersi sulla legge 40 /2004?
Una legge in questa materia deve essere il frutto di un dialogo ed un confronto civile che porti ad individuare valori comuni che possano essere alla base di scelte legislative autorevoli, umane e condivise. Da questo punto di vista la legge 40/2004 non può essere considerata la panacea di tutti mali. Non si può nascondere che da non pochi viene considerata una legge oscurantista, contraria alla salute della donna e alla libertà di ricerca. Al di là di molte esagerazioni polemiche ed ideologiche non è da escludere non solo che questa legge possa essere migliorata, in particolare per quanto riguarda gli aspetti sollevati dal quesito referendario relativo alla salute della donna, ma anche che questa legge non rispecchi un'etica condivisa dalla nostra
comunità, o, addirittura, che non esista su questi temi un'etica condivisa nella nostra società. E' questo forse il nodo del problema. Sono questioni che superano la legge 40/2004 e il relativo referendum. Anche dopo il referendum questi dilemmi si ripresenteranno, su questa e su altre questioni. Non si riesce peraltro a vedere oggi altra via di soluzione che quella di una crescita della nostra società in termini di cultura, consapevolezza, dialogo e responsabilità.


Di fronte al referendum

Quanto detto sopra lascia però aperta un'altra questione: nel momento in cui si viene interrogati bisogna rispondere. Il referendum, purtroppo, lascia pochi spazi alla mediazione. Il cittadino è chiamato a rispondere in maniera secca. Cosa fare? Vediamo innanzi tutto di delimitare il campo delle possibilità lasciate aperte dal referendum ed in particolare di dare una risposta alla questione se per un cittadino civilmente responsabile l'astensione sia legittima o meno.
Crediamo che astenersi ad un referendum sia legittimo, per due ordini di ragioni. Innanzi tutto la previsione di un quorum per la validità della consultazione sottolinea la possibilità per il cittadino di sottrarsi alla domanda posta dai promotori, qualora non la ritenga adatta e di non subire alcuna conseguenza
nel caso in cui la sua scelta sia condivisa dalla maggioranza della comunità.
E' qui che passa la differenza con le elezioni politiche che, mettendo invece il cittadino di fronte ad una domanda cui non ci si può sottrarre, se non negando la necessità di un governo della società, stabilisce come sanzione per chi non partecipa l'automatica sottomissione alle decisioni prese dagli altri.
In secondo luogo per come è strutturato oggi il referendum la non partecipazione al voto può essere una valida strategia politica. Secondo la disciplina attuale chi vuole abrogare una legge deve raccogliere 500.000 firme, passare il vaglio della Corte Costituzionale, portare a votare il 50% più uno degli aventi diritto, far prevalere il Sì. Nessuna norma stabilisce l'obbligo per chi non vuole abrogare la legge di collaborare con i promotori in nessuna di queste fasi. Pertanto chi non vuole abrogare la legge si trova a dover legittimamente decidere fra due strategie possibili, il No e l'astensione.

Delimitato il campo delle scelte possibili analizziamole una per una

Abbiamo innanzi tutto la possibilità di votare SI, con l'obiettivo di cambiare la legge in alcuni punti fondamentali. Nessuno dei cambiamenti proposti dai promotori del referendum ci sembra però condivisibile. Come già sottolineato, qualche dubbio lo fa sorgere il quesito sulla salute della donna, ma semmai preferiremmo che questa legge venisse modificata in Parlamento piuttosto che da un quesito secco. Non abbiamo pertanto alcuna ragione per votare SI. Se anche fosse vero, ma è difficile stabilirlo, il rilievo che la legge non sia uno specchio della società, non crediamo che il problema si risolva votando in maniera diversa da quello che è il proprio pensiero: il pluralismo funziona se ognuno ha chiaro quello che pensa, vota di conseguenza e se si cercano spazi di mediazione, non se uno vota in maniera diversa da come pensa in un momento, come quello della consultazione referendaria, che non lascia spazio alla mediazione.

Possiamo votare NO . La scelta ci sembra controproducente; non avendo ragioni per modificare la legge ci pare che scegliere di votare No finirebbe per dare una mano a chi è intenzionato a votare Si, cioè per realizzare un obiettivo contrario alla nostra volontà.

Possiamo Astenerci. Ci sembra questa la soluzione più plausibile, sia perché ci sembra il modo più efficace per non contribuire alla modifica della legge nel senso indicato dai promotori del referendum, sia perché non crediamo che la consultazione referendaria possa aiutare la ricerca di una soluzione a queste complesse e delicatissime questioni.

Il comitato

Ci è stato chiesto di far parte di un Comitato ( 'Comitato Scienza e Vita' per la legge 40) che ha come obiettivi quelli di diffondere la cultura dei principi ispiratori della legge 40, evitarne modifiche parlamentari che realizzino gli effetti peggiorativi perseguiti dai promotori del referendum, impedire l'effetto abrogante dei referendum. Abbiamo riflettuto e discusso molto prima di aderire.
In generale ci sentiamo di condividere le linee di fondo del comitato e in particolare la scelta del doppio no, alle modifiche e allo strumento referendario.

Un problema che molto ci ha fatto riflettere è se la scelta di creare un simile comitato vada nella direzione di sottolineare che le questioni bioetiche non riguardano i soli cattolici, oppure se approfondisca il solco fra cattolici e laici, il che sicuramente non aiuta la 'soluzione' dei problemi. E' evidente che questo dipende dalla struttura del comitato, e in particolare dalla presenza o meno di membri laici al suo interno, e dai modi con cui questo porterà avanti la sua azione. La natura non confessionale del comitato e la presenza all'interno dello stesso di alcuni membri non cattolici, certamente una minoranza ma comunque presenti e valorizzati, ci fanno ritenere che possa essere un valido strumento per perseguire gli obiettivi che si è dato.
Un'altra obiezione che ci siamo posti è quella se, come presidenti di un'associazione, sia giusto partecipare ad una simile iniziativa che comunque è un'iniziativa politica. Sinceramente crediamo che si debba superare questa obiezione: la presenza di parlamentari di diversi e contrapposti partiti non consente di ricondurre l'azione di questo comitato ad un particolare partito politico o schieramento, il che garantisce dal rischio di collateralismo e di strumentalizzazione politica dell'associazione. A fronte di questa garanzia, non crediamo di poterci ritirare dicendo che dobbiamo occuparci della formazione delle coscienze e non di politica. La società civile non può tirarsi indietro nel momento
in cui le è chiesto di prendere una posizione e di agire in maniera non partitica, per una causa che riteniamo essere di civiltà. Sarebbe un guaio se il nostro lavoro di formazione delle coscienze si fermasse nel momento in cui c'è da prendere una posizione e trarre delle conseguenze. Purtroppo oggi prendere posizione è un obbligo nel vero senso della parola: la 'fuga' non è prevista fra le alternative referendarie.
Pertanto abbiamo aderito personalmente a questo comitato, dove cercheremo di portare quella sensibilità dialogante e aliena da ogni spirito di crociata che ci è stata insegnata all'interno della Fuci; l'associazione rimane libera di fare i passi che meglio crede.

Alcune conclusioni

Qualunque sia l'esito di questa consultazione, in termini di risultato e di ripercussione per il nostro Paese, crediamo che sia assolutamente ingenuo e fuori luogo pensare che le questioni legate alla procreazione assistita e alla bioetica si possano considerare chiuse con questo referendum. Nel caso vincessero i promotori del referendum sarebbe un gravissimo errore pensare di essersi sbarazzati dei cattolici oscurantisti e denoterebbe un'incapacità di comprendere l'importanza, la complessità, l'universalità, la delicatezza delle questioni legate all'inizio della vita. Nel caso in cui la legge non venisse modificata, altrettanto grave errore sarebbe il ritenere da parte di chi la ha sostenuta di aver definitivamente risolto la questione; i problemi sollevati dalla legge 40 sono enormemente superiori alla legge stessa, la superano e inevitabilmente si ripresenteranno su questa e su altre materie.
Pertanto crediamo che da parte di tutta la società civile dovrà continuare lo sforzo di cercare di comprendere la delicatezza delle questioni in gioco e tentare di venirne a capo con le armi della cultura, del pensiero e del dialogo. Sarà il Parlamento che dovrà di volta in volta decidere, ma in questo campo la società civile può offrire tantissimo in termini di elaborazione culturale.
Un ultima parola infine va dedicata all?istituto del referendum, che mostra in questo caso tutti i suoi limiti e fragilità e chiede chiaramente una revisione delle regole che lo governano. Il nodo del problema sta nel fatto che mentre chi vuole abrogare la legge ha chiaro cosa deve fare, cioè votare Si, stando alle regole attuali il cittadino che vuole che la legge non venga modificata non sa che cosa deve fare, se astenersi o votare No. In via teorica nessuno avrebbe motivi per votare No: se il Si già da solo raggiunge il quorum, la battaglia è già persa; altrimenti è meglio non contribuire al raggiungimento del quorum. Un interesse a votare No si può avere soltanto nella misura in cui non vi è coordinazione fra chi è contrario alle modifiche proposte dal referendum, per cui questa contrarietà si disperde fra chi vota no e chi si astiene. In altre parole se ci si accorge che una parte significativa dei contrari alla modifica della legge è intenzionata a votare No, per cui è probabile che il quorum venga raggiunto, allora conviene che tutti i contrari
alla modifica vadano a votare No.
Ma come può funzionare correttamente un istituto di democrazia diretta se il cittadino che ha chiaro quello che vuole (non modificare la legge), non può sapere con certezza quello che deve fare (votare No o astenersi)?

Enrica Belli Davide Paris
Presidenti nazionali FUCI