martedì, febbraio 08, 2005

L’astensione: il vero modo per dire no a questi referendum

L’astensione: il vero modo per dire no a questi referendum
Da “Europa” del 4 febbraio 2005

di Marco Olivetti


L’appello di 59 intellettuali cattolici e laici a votare sì a tre dei quattro referendum in materia di procreazione assistita è sicuramente, e per più ragioni, una buona notizia.

In primo luogo gli autori del manifesto hanno assunto una posizione chiara e argomentata, che è una ricchezza per il dibattito in corso.

In secondo luogo viene fatta un po’ di giustizia del concetto (a tratti un po’ pilatesco) di libertà di coscienza di fronte alle questioni oggetto dei referendum, le quali richiedono, invece, una bonhoefferiana assunzione di responsabilità.

In terzo luogo l’appello tenta di differenziare fra i vari referendum, ipotizzando una posizione non necessariamente favorevole all’abrogazione su uno dei quattro quesiti (quello sulla fecondazione eterologa).

Infine si richiama l’importanza della mediazione su temi eticamente sensibili: ed alla mediazione, di cui non si sono in passato esplorate tutte le possibilità, si dovrà senza dubbio tornare, qualunque sia l’esito della prossima consultazione referendaria.

Detto tutto ciò, vanno però evidenziate alcune ragioni di perplessità, che attengono al merito della iniziativa assunta. E ciò, va da sé, ha una rilevanza particolare sia nella prospettiva culturale in cui si collocano molti degli aderenti all’appello in questione – che è quella dell’umanesimo cristiano – sia nell’ottica del centrosinistra, cui essi fanno riferimento (riconoscendosi, quasi tutti, nell’area diessina).

Ora, è certamente vero che le questioni oggetto dei quattro quesiti referendari sono eticamente ed umanamente complesse, e che varie sono le soluzioni logicamente compatibili con una prospettiva antropologica che metta al centro l’uomo, la sua unicità ed irripetibilità, e la sua dignità intangibile dal concepimento alla fine della sua esistenza. E diversi fra loro sono anche gli oggetti dei quattro quesiti referendari, i quali ammettono quindi risposte diverse. Tuttavia riesce davvero difficile comprendere come possano essere ritenuti compatibili con tale prospettiva antropologica almeno due quesiti su cui gli aderenti al manifesto in questione propongono di votare si.

Va in primo luogo notato che il quesito che mira a sopprimere il principio della tutela di tutti i soggetti coinvolti nel processo di procreazione assistita, incluso il concepito, attacca l’idea stessa che il concepito possa essere qualificato come un “soggetto coinvolto”, e quindi nega in radice la sua soggettività e l’eventualità che possano essergli riconosciuti diritti o facoltà – magari nel timore che in futuro possa essere rimessa in discussione la legge sull’aborto.

Anche il quesito che propone di sopprimere alcuni limiti alla libertà di ricerca previsti dalla legge n. 40/2004, e di rendere possibili la crioconservazione dell’embrione e alcune forme di clonazione di esso, attacca direttamente un asse portante della legge, che ha gerarchizzato il rapporto tra vita umana in forma embrionale e libertà di ricerca scientifica applicata.

Certo, è sufficientemente noto che le firme per questo referendum sono state raccolte sotto l’improbabile intitolazione “per consentire nuove cure per malattie come l’Alzheimer, il Parkinson, le sclerosi, il diabete, le cardiopatie, i tumori”. Ma i firmatari dell’appello di cui si discute sono troppo fini intellettuali per non cogliere al volo che tra il quesito referendario sulla libertà di ricerca e la cura delle numerose menzionate malattie (fra le quali manca solo il ginocchio della lavandaia) esiste un nesso causale molto flebile, paragonabile a quello che esiste tra l’approvazione di tale quesito e altri eventi pur essi desiderabili, quali la promozione del Torino in Serie A e la fissione nucleare.

Del resto molti studiosi ci informano che la ricerca sulle cellule staminali embrionali può essere svolta sui cordoni ombelicali donati dopo i parti e sui feti deceduti a seguito di aborti naturali. Dunque la convinzione che la legge n. 40, limitando le forme di ricerca applicata sugli embrioni umani, impedisca ricerche importanti per la cura di malattie gravi e umilianti si spiega solo con la convinzione di fondo che anima – oggettivamente, beninteso, al di là dei pur meritori distinguo soggettivi – i promotori (e soprattutto le promotrici) dei referendum: ovvero l’idea che l’embrione umano sia una cosa. Un aggregato di cellule, come ha affermato un costituzionalista un po’ rozzo in un saggio d’assalto recentemente pubblicato. Anzi, una invenzione, come ha scritto Chiara Valentini nel suo libro “La fecondazione proibita”, Editore Feltrinelli.

Diverse sono, certo, le questioni poste dagli altri due referendum.

Discutibile, in particolare, è la questione del numero massimo di embrioni producibili con ogni ciclo di fecondazione assistita: una rigidità che si sarebbe forse potuta evitare, ma che non sembra aver bisogno di un referendum per essere corretta, mentre, d’altro canto, lo stesso quesito incide in maniera un po’ random sulle forme di accesso alla PMA, rischiando di produrre un assetto normativo contraddittorio.

Infine, irto di asperità è il quesito sull’abolizione del divieto di fecondazione eterologa: ma, singolarmente, qui, ove pure qualche dubbio si potrebbe nutrire (non tanto su giudizi etici negativi su questa forma di fecondazione, quanto su una insufficiente esplicitazione delle ragioni che dovrebbero giustificarne il divieto) i nostri sottoscrittori, così disinvolti sulla tutela del concepito e sui limiti alla libertà di ricerca, vengono colti da improbabili dubbi, che non li inducono però – almeno per il momento – a scegliere per il si o per il no.

Dunque, nel complesso, la mediazione che emerge dal documento dei 59 appare davvero un po’ strana, quasi alla rovescia: disponibile al no solo sull’eterologa, piatta sul sì per quesiti inaccettabili per l’antropologia cristiana. Il tutto con una immancabile squalificazione etica dell’astensione, nonostante questa sia giustificata proprio dal quorum richiesto dall’articolo 75 della Costituzione, e che ha una sua ratio ben precisa in un referendum rimesso all’iniziativa di una piccola minoranza di promotori.

Ma l’iniziativa preoccupa anche per un secondo aspetto, che attiene al rapporto tra mondo cattolico e centro-sinistra.

Il fatto che la maggioranza degli aderenti cattolici all’appello in questione provenga da movimenti intellettuali e non da associazioni ecclesiali “popolari”, spiega, forse, la loro sottovalutazione dell’umore diffuso su questi temi nel tessuto ordinario del cattolicesimo militante e praticante italiano, ad esempio nelle associazioni parrocchiali di Azione cattolica.

Il linguaggio dei referendari (certo più dei radicali che degli altri, ma è solo una questione di sfumature) è, per questo tipo di mondo – forse non molto intellettuale, ma con un solido senso del bene e del giusto – come una acre puzza di zolfo. L’adesione alle proposte referendarie si pone quindi in netto contrasto con questa sensibilità “popolare” diffusa. Di qui il timore che la campagna referendaria possa contribuire a realizzare ciò che non è accaduto nel primo decennio della seconda Repubblica: quella berlusconizzazione della base cattolica che le zie suore (e le due mogli) di Berlusconi non sono sinora riuscite a determinare.

Infine, una terza perplessità. La mediazione è un metodo sacrosanto, imprescindibile per l’azione dei cristiani nella storia, al punto che lo stesso Figlio di Dio vi ha fatto ricorso, scegliendo di incarnarsi. Fermo restando, quindi, che si dovrà, prima o poi, tornarvi, vale per essa quanto è scritto nel Qoelet sulla guerra e sulla pace: c’è un tempo per l’una e per l’altra cosa. Immaginare che un appuntamento referendario, con la sua logica binaria, possa costituire un’occasione in cui praticare la mediazione, appare un po’ ingenuo, e induce quasi a credere che si sia davanti a forme di idolatria della mediazione.

In realtà questi referendum saranno il terreno di un confronto aspro, il cui tono è ben desumibile dal linguaggio prevalente dei promotori, che hanno qualificato la legge n. 40 di volta in volta come “crudele”, “oscurantista”, “integralista”, “vittima del pregiudizio”, “nemica delle donne”, facendone l’atto normativo più calunniato dell’ultimo secolo. Di fronte al messaggio di cui questo linguaggio è portatore c’è una sola risposta sensata: l’astensione, il vero modo per dire no – senza se e senza ma – a referendum che non avrebbero mai dovuto essere richiesti.