domenica, febbraio 15, 2009

Cari amici, ecco una prova tecnica (e un po’ matta) di testamento biologico

Carissimi parenti amorosi, affini curiosi, eredi ansiosi, amici premurosi, medici pietosi, cronisti scrupolosi, rappresentanti del popolo, magistrati d’ogni ordine e grado, gerarchie cattoliche, istituzioni repubblicane, opinionisti comici & comici opinionisti, udite! Vi consegno il mio Testamento biologico, che dovrà essere integralmente rispettato.


Primo. Qualunque sia la mia condizione (coma irreversibile, stato vegetativo persistente, malattia incurabile, eccetera) non voglio subire dolori e/o patimenti d’alcun genere. Pretendo che la terapia palliativa raggiunga la perfezione. Esigo che chiunque (stato, regione, ospedale) trascuri di alleviare/eliminare le sofferenze degli ammalati sia processato per crimini contro l’umanità. Con questo semplice e sacrosanto provvedimento si cancellerebbero le ipocrisie dei superstiti, ansiosi e lieti di liberarsi del relitto umano: “Beato lui, ha smesso di soffrire”. No. Sarò pure un relitto, ma nessuno deve indurmi a preferire la morte al dolore. Perché il dolore deve e può essere eliminato dalla faccia della terra. E innanzitutto dal mio corpo: proximus incipit ab ego.

Secondo. Un ammalato terminale, un individuo ridotto a vegetare, rappresenta un costo notevole per la comunità e infligge parecchie angosce alla sua famiglia. Tralascerei la questione dei vegetali: gli stessi intellettuali che s’indignano quando s’abbatte un pino secolare, festeggiano come un loro successo l’estinzione eutanasica d’un essere umano. Per quel che mi riguarda, capisco perfettamente che una mia esagerata agonia infliggerebbe molte spese al popolo italiano e molti fastidi ai miei congiunti. Quindi ogni benpensante affermerà che la mia vita mutilatissima non ha senso e che non merita d’essere vissuta. Perché, la tua vita ha parecchio senso, cortese opinionista? E la tua merita d’essere vissuta, illustre yes man di Montecitorio? Certo, nel mio lettino risulterei drasticamente improduttivo e dunque da eliminare, come accadeva nel “Mondo nuovo” del profetico Aldous Huxley. Però ho pagato le tasse per tutta la vita, anche allo scopo d’esser mantenuto in vita. Giù la maschera: voi m’intimate di morire con dignità, perché pensate che la dignità consista nel togliere il disturbo. No, grazie. “Non siate un peso per la vostra famiglia”, esortava una funebre pubblicità negli anni Settanta. Contemporaneamente, una ragazza texana incapsulava il cadavere del padre dentro l’azoto liquido, nella speranza disperata che una qualche invenzione medica lo resuscitasse. Da una parte l’essere umano come opprimente fardello, dall’altra una folle utopia. Da quale parte abita l’amore?

Terzo. Chi mi ama non deve ammazzarmi e, soprattutto, non deve pigolare che l’ha fatto per amore. Nessuno deve prendermi sul serio se una volta ho detto “Se mi lasci preferisco crepare”, oppure “Se fossi cieco mi butterei dalla finestra”. Qualche anno fa, a Cambridge, passava uno scarabocchio umano, Stephen Hawking (quello dei buchi neri), un genio accartocciato in carrozzella. Uno studente sospirò: “Meglio la morte che vivere come quello”. Ma sul serio, idiota? Si dicono tante sciocchezze, poi uno ci ripensa. Prenderle alla lettera è superficiale. E poi il mio coma sarebbe diverso da tutti gli altri. Se mantenessi l’udito, mi basterebbero i Beatles. Per il gusto, un cucchiaio di miele. Per la vista, un pettirosso e un gatto (non insieme, però!). Per l’olfatto, un gelsomino e/o una rosa cicciona. Per il tatto, un ventilatore. E se non sentissi proprio niente? Saranno fatti miei, mica vostri.
Quarto. Il guaio principale abita nel dolore/angoscia/rimorso della famiglia, per la quale l’agonizzante rappresenta un affanno intollerabile. Perché sembra obbligatorio accudirlo e soprattutto perché sarebbe imbarazzante andare allo stadio per vedere Lazio- Lecce, mentre il babbo/nonno è in quelle condizioni. Giusto? No. Il mio testamento è molto semplice. Risparmiatemi la vostra sollecitudine. Vi autorizzo a dimenticarmi. Cancellate ogni scrupolo, vivete come se fossi già morto. Affidatemi alle suore Misericordine e godetevi la partita, lo scopone, il Grande fratello, il panettone. E insisto: non osate mai bofonchiare che mi avete ucciso per amore. Se lo farete vi morderò i piedi nelle notti d’inverno, quando diventerò fantasma.
In fede,

di Giuliano Zincone