mercoledì, luglio 15, 2009

Chesterton beato? Paolo Gulisano spiega le virtù dello scrittore britannico

di Antonio Gaspari



ROMA, lunedì, 13 luglio 2009 (ZENIT.org).- Anche in Italia è rimbalzata la notizia secondo cui potrebbe essere avviata la causa di beatificazione di Gilbert Keith Chesterton, lo scrittore inglese inventore del celeberrimo prete-investigatore padre Brown e autore di numerosi testi di narrativa e di saggistica apologetica.
Per saperne di più, ZENIT ha intervistato Paolo Gulisano, vicepresidente della Società Chestertoniana Italiana e autore della prima biografia italiana del grande scrittore, “Chesterton & Belloc-apologia e profezia” (edizioni Ancora).


Chi è che avanza la richiesta di beatificazione?
Gulisano: A proporre la beatificazione di Gilbert Keith Chesterton è stata l’Associazione culturale a lui dedicata, la Chesterton Society, fondata in Inghilterra nel 1974 (in occasione del centenario della nascita del grande scrittore) allo scopo di diffondere la conoscenza dell’opera, del pensiero e della figura di questo straordinario personaggio. Da anni si parla di una possibile causa di beatificazione, e pochi giorni fa, nel corso di un convegno organizzato a Oxford sul tema “La santità di G.K. Chesterton”, a cui hanno partecipato i maggiori esponenti nel campo degli studi chestertoniani, è stato deciso di sostenere questa proposta.
Perché beato?
Gulisano: In molti ritengono che ci sia una chiara evidenza della santità di Chesterton: le testimonianze sul suo conto parlano di una persona di grande bontà e umiltà, un uomo senza nemici, che proponeva la Fede senza sconti ma anche senza scontri, un difensore della Verità nella Carità. La sua grandezza sta anche nel fatto che seppe presentare il cristianesimo ad un pubblico vastissimo, di cristiani e di laici. I suoi libri, da “Ortodossia” a “San Francesco d’Assisi”, da “Padre Brown” a “La sfera e la croce”, sono brillanti presentazioni della fede cristiana testimoniata con chiarezza e coraggio di fronte al mondo.
Secondo le antiche categorie della Chiesa, potremmo definire Chesterton un confessore della fede. Egli non fu soltanto un apologeta, ma anche una sorta di profeta che intravvide con grande anticipo la drammaticità di questioni della modernità come l’eugenetica. Il domenicano inglese Aidan Nichols sostiene che si debba guardare a Chesterton addirittura come possibile ‘padre della Chiesa’ del ‘900.
Quali sono le sue virtù eroiche?
Gulisano: Fede, speranza e carità: queste furono le virtù fondamentali di Chesterton. Inoltre era innocente, semplice, profondamente umile. Pur avendo sperimentato personalmente il dolore, era un cantore della Gioia cristiana. L’opera di Chesterton è una sorta di medicina per l’anima, anzi, più precisamente può essere definita un antidoto. Lo stesso scrittore aveva in realtà usato la metafora dell’antidoto per indicare l’effetto sul mondo della santità: il santo ha lo scopo di essere segno di contraddizione e di restituire sanità mentale a un mondo impazzito.
Qual è il contributo culturale, letterario, morale e di fede che Chesterton ha dato alla società britannica e alla cristianità?
Gulisano: Quando apprese la notizia della morte del grande scrittore, Papa Pio XI mandò, per mezzo del Segretario di Stato Cardinale Eugenio Pacelli, un telegramma di cordoglio in cui si piangeva la perdita di “un devoto figlio della Santa Chiesa, difensore ricco di doni della Fede cattolica”. Era la seconda volta nella storia che un Pontefice attribuiva a un inglese la qualifica di “difensore della fede”. Forse la Segreteria di Stato non si era accorta dell’ironico accostamento, che avrebbe fatto esplodere Gilbert in una delle sue proverbiali risate, ma l’altro inglese era stato Enrico VIII, l’uomo che aveva inferto alla Chiesa in Inghilterra la più grave e profonda ferita. Chesterton cercò di riavvicinare l’Inghilterra, ma anche il mondo, a Dio, alla Fede, alla ragione.
Qual è la sua valutazione in merito all’intera vicenda?
Gulisano: La lettura di Chesterton, sia che si tratti dei romanzi che dei saggi, lascia sempre nel lettore una grande serenità e un sentimento di speranza che scaturisce non certo da una visione della vita irenistica e mondanamente ottimistica (che è in realtà quanto di più lontano dal pensiero di Chesterton, che denuncia dettagliatamente tutte le aberrazioni della modernità), ma dalla cristiana, virile fortezza dell'esperienza religiosa.
La proposta di Chesterton è quella di prendere sul serio la realtà nella sua integrità, a cominciare dalla realtà interiore dell'uomo, e di adoperare fiduciosamente l'intelletto – ovvero il buon senso – nella sua originale sanità, purificato da ogni incrostazione ideologica.
Raramente capita di leggere delle pagine in cui si parla di fede, di conversione, di dottrina, tanto chiare e incisive quanto prive di ogni eccesso sentimentalistico e moralistico. Ciò deriva dall'attenta lettura della realtà di Chesterton, il quale sa che la conseguenza più deleteria della scristianizzazione non è stato il pur gravissimo smarrimento etico, ma lo smarrimento della ragione, sintetizzabile in questo suo giudizio: "Il mondo moderno ha subìto un tracollo mentale, molto più consistente del tracollo morale".
Di fronte a questo scenario Chesterton sceglie il cattolicesimo, e afferma che esistono almeno diecimila ragioni per giustificare questa scelta, tutte valide e fondatissime ma riconducibili a un unico motivo: che il cattolicesimo è vero, la responsabilità e il compito della Chiesa consistono dunque in questo: nel coraggio di credere, in primo luogo, e quindi di segnalare le strade che conducono al nulla o alla distruzione, a un muro cieco o a un pregiudizio. Un’opera indubbiamente santa, e la santità di Gilbert Chesterton che mi auspico la Chiesa possa riconoscere brilla rifulge già di fronte al mondo.