martedì, novembre 19, 2002

Trovo difficile esprimere delle opinioni chiare su quanto sta accadendo in Italia.
Tra i tanti articoli che ho letto in questi giorni c'è questo apparso su Il Riformista di oggi che mi sembra colga un punto essenziale: la necessità delle riforme e l'inadeguatezza di gran parte delle posizioni politiche.


In pochi giorni la giustizia italiana, con un micidiale "uno-due" - prima la retata dei no global e poi la condanna del sette volte presidente del Consiglio - ha assestato un colpo molto duro al giustizialismo, a quel movimento di opinione, cioè, che ha puntato tutte le carte del rinnovamento italiano sull’opera dei magistrati. Vedere Nanni Moretti, e spezzoni del movimento del Palavobis, scendere in piazza al fianco dei no global per la scarcerazione di Caruso & C. apre una rilevante e salutare contraddizione nella sinistra che contava sui giudici per resistere, resistere, resistere. Vedere l’Unità balbettare sulla sentenza Andreotti è istruttivo circa lo stato d’animo dei sostenitori di Cofferati. Il quale, se condanna Cosenza ed è reticente su Perugia, diventa un socio imbarazzante per Rutelli e per Prodi.
La settimana che si è appena chiusa mette insomma la sinistra di fronte al suo Rubicone. Deve seppellire il giustizialismo. Lo ha usato per scardinare la Prima Repubblica e si ritrova Berlusconi a capo della Seconda. Chi l’ha usato contro Berlusconi ora deve liberarsene per difendere Caruso. Chi difende Caruso non ce la fa a difendere Andreotti. E così via. La strada è senza uscita. Di più, sta diventando un boomerang. Ogni volta che lo si lancia, torna in faccia a chi l’ha lanciato.
Il giustizialismo di sinistra soffre infatti di una contraddizione che quello di destra non ha. A destra si agita il cappio, che va bene per tutti. A sinistra si difende l’istituzione, e quando questa diventa indifendibile sono guai seri. Il problema che la sinistra deve dunque porsi è come rinnovare l’istituzione, una macchina giudiziaria che fa volare mandati di cattura per reati di opinione e associativi come fossero multe per divieto di sosta. E che condanna un ex presidente del Consiglio per un omicidio di 23 anni fa, di cui lui sarebbe il mandante ma nessuno conosce gli esecutori.
La sinistra, in una parola, deve diventare riformista anche sulla giustizia. Affrontare quel lavoro che Giorgio Napolitano ha ieri definito «un progetto di ricostruzione». I materiali sono tutti lì, li conosciamo bene: separazione delle carriere, obbligatorietà dell’azione penale, diritti della difesa, da manipolare nei modi e con gli equilibri che l’assetto istituzionale e la vicenda politica italiana consentono. Bisogna abbattere questo tabù. Se una riforma serve, si fa, qualsiasi sia l’effetto che essa produce sulla posizione giudiziaria di un eventuale avversario e senza temere la piazza e i suoi leaderini, che evaporano come neve al sole. Così si acquista credibilità anche nei confronti di chi, come Berlusconi, è costretto sempre a parlare con l’avvocato al fianco. Nel centro sinistra - e anche nel centrodestra - c’è tanta gente che può parlare liberamente. Si dia da fare per uscire da questo infernale circolo vizioso, che tiene il paese in una condizione di perenne e tempestosa immaturità.