martedì, luglio 13, 2021

Homo ludens et crudelis

Con la vittoria della nazionale italiana agli europei, qualcuno ha fatto notare che, in fondo, siamo sempre all’antico sistema usato dagli imperatori romani del “panem et circenses” per gabbare il popolo mentre proprio in Europa, con l’aiuto del “commissario” Mario Draghi, si sta preparando un futuro di “lacrime e sangue” attraverso il Recovery Fund, che è un ulteriore cappio al collo di indebitamento e condizionalità. Non solo, anche il trionfo dei nostri calciatori sarà usato – già sta avvenendo – come strumento di propaganda pro vaccinazione.

Alla luce di un simile argomentare, in sé vero, un amico mi ha inviato questo messaggio, non suo ma da lui evidentemente sottoscritto e condiviso: “Mentre dissanguavano la Grecia le fecero vincere gli europei. Vi fa pensare qualcosa mandrie?”

Questo amico è persona colta, preparata, arguta, avvezza a leggere in controluce tra le pieghe dei fatti. Sa cogliere i retroscena delle questioni come pochi altri e spesso mette il dito nella piaga che altri neanche vedono. Ma a volte il disprezzo delle “mandrie” – le masse sono di per sé amorfe e passive e quindi condizionabili, tuttavia più che disprezzarle si dovrebbe elevarle (Cristo le fuggiva ma aveva di esse compassione come di pecore senza veri pastori) – gioca brutti scherzi. E così questo amico nell’inviare il messaggio, da lui apprezzato, non si è accorto del grossolano errore contenuto nello stesso. La Grecia vinse gli europei di calcio, contro il Portogallo, a Lisbona, il 4 luglio 2004 mentre la crisi economica, conseguenza di quella mondiale, la investì nel 2010 (il declassamento dei titoli del debito pubblico ellenico a titoli spazzatura è dell’aprile 2010 dopo che il governo greco, nell’autunno 2009, aveva ammesso di aver falsificato i bilanci) ed il commissariamento eurocratico di Atene, con le politiche genocide di austerità, ebbe inizio tra il 2011 (con qualche avvisaglia già nel 2010) ed il 2012. Quindi il Paese ellenico non vinse gli europei di calcio mentre lo spolpavano e se, inviando quel messaggio, l’amico in questione ha voluto vedere in quel trionfo calcistico un’arma di distrazione di massa, per le mandrie appunto, affinché i padroni del vapore potessero indisturbati inchiodare i greci alla loro catene, proprio non ci siamo.

Una riflessione sul rapporto tra agonismo sportivo e politica va comune fatta, iniziando con il porsi la domanda se il primo sia o meno in grado di contribuire se non proprio al rafforzamento dell’identità nazionale quantomeno ad ostacolarne, per quanto su un piano pre-politico, l’evaporazione totale.

La Grecia, come l’Italia, per via della sua storia, ha una debole coscienza nazionale. Eppure qualcosa ci dice che le masse che si riversarono nelle strade di Atene nel 2004 per festeggiare il trionfo calcistico sono le stesse che, nel 2015, elessero a larga maggioranza Alexis Tsipras e determinarono la schiacciante vittoria referendaria dell’oki (“no”) contrario al piano imposto dalla Troika per dissanguare il Paese. Certo fu quello un moto di popolo tradito, come spesso è accaduto nella storia, ma supporre un collegamento tra la mobilitazione sportiva e, almeno nei momenti di crisi, una conquista, o quantomeno una reminiscenza, identitaria da parte del popolo non è tesi azzardata.

Sempre sul web è circolato, in questi giorni, un altro messaggio, una frase attribuita nientemeno che a Winston Churchill. Stando a questo messaggio, veicolato sulla rete, lo statista inglese, non si sa quando né quale sia la fonte della citazione, avrebbe  affermato: “Che strano popolo gli italiani. Affrontano una partita di calcio come fosse una guerra! Ed invece affrontano una guerra come fosse una partita di calcio”.

Non abbiamo prove che questo aforisma sia proprio del premier inglese e che invece non gli sia stato attribuito per creare un effetto raffreddamento dell’entusiasmo popolare in occasione della vittoria della nazionale. Tuttavia in tale frase c’è qualcosa di vero e non solo nel suo immediato senso anti-italiano – a noi non pare, tuttavia, che ad El Alamein, ed altrove, l’esercito italiano si sia comportato in modo disonorevole (piuttosto inefficienti erano gli armamenti ed incapace lo stato maggiore) – ma anche nel senso antropologicamente recondito che essa, nonostante tutto, contiene. Sì, perché in effetti una partita di calcio, come qualsiasi gioco, esprime aspetti bellici come al contempo la guerra, almeno quella antica, esprime aspetti ludici.

Ce lo hanno spiegato due storici di eccezione, Franco Cardini e Johan Huizinga.

Il primo nell’opera “Quell’antica festa crudele – Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese” (Il Mulino, 2013). Si tratta di un classico sul tema della guerra affrontata soprattutto dal punto di vista della mentalità, ovvero in altri termini della “cultura della guerra”. Esaminandola nel lungo arco di tempo dall’Alto Medioevo alla Grande Rivoluzione, Cardini spiega come la guerra sia stata una presenza costante ed ineliminabile dell’uomo eppure, in fondo, fino all’età contemporanea, molto meno devastante di quelle della nostra epoca “umanitaria” e pacifista.

«… la guerra del lungo periodo fra XI e XVIII secolo – scrive Cardini – sembra aver costantemente cercato (sia pure con qualche lunga parentesi, specie fra Cinque e Seicento) di non perdere di vista certi valori irrinunziabili, di rimaner circoscritta ai combattenti e alle ragioni per cui era di volta in volta scoppiata, di non coinvolgere la società nel suo complesso arrestandone tutte le funzioni vitali, insomma di autolimitarsi. Gli ideali cavallereschi prima, il diritto internazionale poi, la meditazione dei filosofi settecenteschi infine, sono stati tentativi differenti di umanizzare e limitare i conflitti, poiché era palese utopia l’evitarli del tutto e in tutto. Lo stesso tendere della guerra a trasformarsi in una sorta d’istituzione permanente, il suo “cronicizzarsi” pare aver condotto all’instaurarsi d’un equilibrio tra fattori demografici, sociali, politici, produttivi, religioso-mentali all’interno della società europea preindustriale. Il fenomeno della guerra totale è rimasto sostanzialmente estraneo a quel mondo, che anzi ha assistito, nel XVIII secolo, a un grande sforzo anche intellettuale per ulteriormente umanizzare e limitare i conflitti».

Il motivo profondo di questa autolimitazione della guerra va cercato nel suo carattere “festoso” e “ludico” – da qui la definizione cardiniana di “festa crudele” – dato che anche la guerra, come altre dimensioni dell’umano, è strettamente connessa con il gioco. Ed il gioco è innanzitutto regola ossia limitazione della forza fisica. Esempi di tentativi di limitazione della guerra nei suoi aspetti cruenti e contemporaneamente di esaltazione del suo carattere crudelmente ludico sono i racconti, tra mito e storia, delle antiche sfide concluse con duelli “in singolar tenzone”, quindi riducendo al minimo lo spargimento di sangue, come quelli degli Orazi e Curiazi, di Ettore ed Achille, della cosiddetta disfida di Barletta, o quello biblico di Davide e Golia. La stessa cavalleria medioevale nasce su questo modello di guerra limitata, connotata appunto da cortesia cavalleresca, e di quasi-gioco. Non a caso i tornei cavallereschi si chiamavano “giostre”. Termini moderni come “fair play” – correttezza, lealtà – hanno origine cavalleresca. Ora, è esattamente da questa intrinseca natura ludica della guerra che è nato anche l’agonismo sportivo. Le Olimpiadi in Grecia erano una alternativa agonistica alla guerra tra le polis ed una riaffermazione dell’unità delle stesse in quanto appartenenti alla medesima civiltà. Il trionfatore olimpico veniva onorato alla pari dell’eroe vittorioso in guerra.

Lo studio più approfondito del ruolo del gioco nella società umana, quindi anche di quel gioco crudele che è la guerra, resta l’opera di Johan Huizinga “Homo ludens” (Einaudi, 1979). Apparsa nel 1939, quest’opera, in modo interdisciplinare, mostra le vie e le forme attraverso le quali il gioco è alla base stessa della nascita del sapere, dell’arte, della poesia, del diritto, della guerra, del mito, della filosofia. Secondo Huizinga, il gioco ha generato e forgiato la stessa esistenza comunitaria degli uomini. Esso, infatti, è rito, festa, parata, ritmo e genera solidarietà ed appartenenza. Non a caso il sottotitolo dell’opera è “Saggio sull’origine delle civiltà dal gioco”.

Huizinga mette in evidenza che Il gioco «è un’azione, o un’occupazione volontaria, compiuta entro certi limiti definiti di tempo e di spazio, secondo una regola volontariamente assunta, e che tuttavia impegna in maniera assoluta, che ha un fine in se stessa; accompagnata da un senso di tensione e di gioia, e dalla coscienza di “essere diversi” dalla “vita ordinaria”». Senza tale elemento ludico, secondo lo storico olandese, non possono esistere né la cultura né la società.

Nonostante che anche gli animali giocano per istinto, il gioco è una delle azioni che distinguono l’Homo sapiens dall’animalità, intesa come sfera dei bisogni primari, perché mediante il gioco «la vita sociale si riveste di forme sopra-biologiche che le conferiscono maggior valore». Richiamando Platone, che considerava il gioco una azione sacra, Huizinga giunge a sostenere che «la filosofia, comunque approfondita, rimase un nobile gioco». Il gioco consente la coesistenza di leggerezza e di tragicità. Dopo il Settecento, la modernità occidentale ha  smarrito il carattere ludico dell’esistenza sostituendolo con un “infantilismo” tanto stolto quanto individualisticamente capriccioso. Secondo Huizinga lo sport professionistico è una sorta di tentativo di mantenere una unità fra gioco e cultura nonostante che proprio la professionalizzazione dello sport tenda a causare una diversificazione tra l’uno e l’altra. Attraverso il gioco si impara a capire che le nostre azioni hanno un loro senso sicché il gioco è, paradossalmente, una cosa seria perché insegna il rispetto delle regole. Senza il gioco, quindi senza le regole, ci sarà soltanto il dominio sarà dei prepotenti ossia di coloro che non sapendo giocare, appunto secondo le regole, si comportano come guastafeste e disturbatori del rito comunitario, che nell’attività ludica si manifesta. Giocare “alla guerra”, poi, è sempre stata una forma di catarsi, un modo per attraversare paure ancestrali o semplicemente per educare il corpo e lo spirito alle tattiche e alle regole militari. Per Huizinga il gioco è speculare ai sistemi dell’“Homo faber”, ossia dell’Homo oeconomicus che si è imposto nella modernità.

Il gioco è allenamento all’autocontrollo, esercizio preparatorio per evacuare gli istinti nocivi, le pulsioni animali, l’ansia. E’ errato contrapporre gioco e serietà «L’opposizione gioco-serietà non pare né conclusiva né stabile … bambini, calciatori, scacchisti giocano con la massima serietà senza la minima tendenza a ridere». Il gioco è anche bellezza «Nelle sue forme più evolute il gioco è intessuto di ritmo e d’armonia, le doti più nobili della facoltà percettiva estetica che siano date all’uomo. I vincoli tra gioco e bellezza sono molteplici e saldi». Ed è libertà «Ogni gioco è anzitutto e soprattutto un atto libero. Il gioco comandato non è più un gioco». Ma nel suo carattere simulatore il gioco è anche ordine perché se «non è la vita “ordinaria” … (è però) indispensabile … per il senso che contiene … (sicché in tal modo) esso crea un ordine, è un ordine …». Il gioco, inoltre, avendo « … le sue regole … (genera) … diversità e misteri, riti di iniziazione, carnevale, maschera/travestimento».

Anche, e forse soprattutto, nella guerra il gioco manifesta il suo ruolo ordinatore. Nel Giappone antico le attività dei ceti superiori erano legate al gioco sicché «il samurai stimava che ciò che è cosa seria per gli uomini comuni deve essere un gioco per l’uomo di valore». Seguendo l’etica del Bushido, la cultura giapponese tradizionale esaltava l’eccezionale serietà dell’ideale aristocratico di vita nella convinzione che la vita non è che un gioco. Invece la guerra moderna ha perso ogni contatto col gioco con la conseguenza che essa è diventata illimitata nella sua ferocia. La guerra non conosce più regole e gli Stati moderni scalpitano per sottrarsi all’antico “pacta sunt servanda”.

Alla luce della breve disamina di cui sopra, è quindi possibile non biasimare quel residuo di rito comunitario che è la festa popolare per una partita vinta dalla nazionale di calcio. Perché la partita è surrogato, certo molto scadente, dell’antica pratica giocosa della guerra ed il vincente è l’erede, certo molto modesto, dell’eroe antico, dell’atleta olimpico, del cavaliere medioevale. Ma, nonostante il suo essere un surrogato adatto ad un’epoca nella quale predomina non l’Homo ludens ma l’Homo faber, è possibile affrontare – a dispetto di Churchill – una partita di calcio, una finale europea vinta, come una guerra. Magari, piuttosto, la guerra, la feroce e tremenda guerra tecnologica moderna di massa, tornasse ad essere approcciata – sempre per stare alle presunte parole di Churchill – come una partita di calcio, ossia come un gioco, come una festa crudele ma limitata nella sua violenza!

Pertanto, in una vittoria calcistica è possibile e legittimo ritrovare anche i motivi di antiche contese, di antiche rivalità, di atavici contenziosi, politici o religiosi, che persistono ancora oggi.

Luigi Copertino

sabato, luglio 03, 2021

Inghilterra e Galles, aborti record




In Inghilterra gli aborti continuano a crescere, raggiungendo nel 2020 un numero record. Il rapporto annuale presentato nei giorni scorsi dal governo britannico fornisce dati agghiaccianti.

Perché, nonostante il lockdown, l’anno scorso sono state 209.917 le donne che in Inghilterra e in Galles hanno abortito. È la cifra più alta, da quando il Regno Unito ha liberalizzato l’aborto nel 1967. Configura anche il tasso più alto tasso di abortività, 18,2, calcolato su mille donne in età fertile. Il rapporto non contempla Scozia e Irlanda del Nord, ma i dati scozzesi per il 2020 sono simili a quelli inglesi. Anche lì è stato infatti registrato il più alto tasso di abortività di sempre.

C’è inoltre da specificare che i dati si riferiscono non al numero dei bambini abortiti, ma di donne che hanno abortito e quindi, poiché alcune di loro portavano in grembo più di un figlio, il numero di feti abortiti è ancora maggiore.

Dal punto di vista demografico, l’81% delle donne che hanno abortito in Inghilterra e in Galles nel 2020 sono single, una proporzione, questa, rimasta invariata nell’ultimo decennio. Il 51% di loro sono single con partner.

Inoltre, se gli aborti continuano a diminuire fra le minorenni, salgono invece per tutte le altre fasce di età, tendenza, questa, che si registra in tutti i Paesi occidentali e che si spiega tenendo conto di due fenomeni: la socializzazione online delle più giovani e la normalizzazione dell’aborto nel resto della popolazione.

Oggigiorno i ragazzi hanno meno contatti dal vivo, socializzano su Internet e, di conseguenza, diminuiscono le gravidanze e gli aborti fra le minorenni. D’altra parte la legalizzazione dell’aborto avvenuta in gran parte dell’Occidente negli ultimi cinquanta anni ha portato a una sua normalizzazione, motivo per cui l’interruzione di gravidanza viene percepita da molti semplicemente come un metodo di controllo delle nascite.

Secondo il rapporto citato, più della metà delle donne sopra i 30 anni che hanno abortito nel 2020 l’aveva già fatto in passato. Dieci anni fa erano il 44%. Quindi gli aborti ripetuti sono sempre più comuni.

Il 2020 è stato peraltro un anno eccezionale e il rapporto del governo britannico per Inghilterra e Galles dà un’idea netta dell’impatto esercitato dal CoViD-19 sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Nei primi tre mesi dell’anno, quindi prima di chiusure e restrizioni, il numero di donne che hanno abortito è salito del 4,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dopo un brusco picco in aprile (+28,7% rispetto al 2019), successivo al primo lockdown, negli altri mesi non vi è stata differenza sostanziale rispetto all’anno precedente (+0,1%). Nel quarto trimestre (ottobre-dicembre) si è avvertito dunque un leggero calo dello 0,8%, ma, se si confrontano i due anni, si registra un incremento totale dell’1,2%. Insomma, i numeri crescono e il nuovo coronavirus ne ha rallentato la crescita di poco.

Altra conseguenza della pandemia è la riduzione degli aborti selettivi che vengono effettuati per ridurre il numero di feti in caso di gravidanze multiple, cosa che, solitamente, avviene dopo un ciclo di fecondazione assistita. Diversi embrioni concepiti artificialmente vengono trasferiti nell’utero della donna e, quando il numero degli embrioni impiantati che sopravvivono è superiore a quello dei figli desiderati, alcuni di questi vengono selezionati e uccisi. In Inghilterra c’è stato un calo da 126 casi nel 2019 a 65 nel 2020. Una diminuzione significativa, spiegabile con il fatto che, durante la pandemia, molti servizi di fecondazione assistita hanno chiuso o ridotto le attività.

In Inghilterra abortiscono anche donne provenienti dall’estero e la maggioranza di queste sono irlandesi. Anche se i numeri sono scesi sensibilmente da quando, nel 2019, l’Irlanda ha liberalizzato l’aborto, il rapporto del governo britannico per il 2020 registra 194 donne residenti in Irlanda fra quelle che hanno abortito in Inghilterra e in Galles. Un terzo di queste interruzioni di gravidanza riguarda feti con disabilità non fatale. In Irlanda è del resto possibile accedere a questo genere di aborto fino alla dodicesima settimana, ma tali condizioni vengono spesso diagnosticate dopo il termine di legge, motivo per cui chi vuole abortire si reca in Inghilterra o in Galles.

Nonostante il numero totale di donne provenienti dall’Irlanda sia dimezzato rispetto al 2019, il numero di bimbi affetti da sindrome di Down abortiti ha continuato a salire. Erano 17 nel 2018, sono stati 27 nel 2019 e sono stati 35 l’anno scorso. Anche tra le donne inglesi sono cresciuti del 6% in un solo anno. Questo dato si spiega in parte con il fatto che sempre più donne si avvalgono dello screening prenatale, in grado di diagnosticare anomalie cromosomiche o genetiche. Ma la crescita nella soppressione di bimbi con sindrome di Down è anche una conseguenza della liberalizzazione dell’aborto, che viene sempre più usato per motivi eugenici, ossia per scartare chi viene considerato imperfetto.

Lo scienziato britannico Richard Dawkins, parlando alla radio nazionale irlandese qualche mese fa, aveva sostenuto che abortire i bimbi con sindrome di Down diminuirebbe la sofferenza nel mondo e, a chi si era scandalizzato per queste parole, egli aveva correttamente ricordato che si tratta di una pratica che in Occidente è comune. Il citato rapporto annuale del governo britannico fornisce un quadro tristissimo della situazione. Sempre più donne inglesi abortiscono e lo fanno sempre più ripetutamente.

Cresce l’eugenetica e cresce l’aborto selettivo. Questi dati confermano che i tentativi, tipici in Inghilterra, di diminuire gli aborti attraverso la promozione di contraccezione ed educazione sessuale falliscono miseramente. Ci vuole infatti altro. Serve un cambiamento culturale profondo e questi numeri, così estremi, dovrebbero scuotere le coscienze e far pensare.

giovedì, giugno 03, 2021

martedì, maggio 04, 2021

Covid-19 caused a bigger decline in Catholic weddings than civil ones. Why?


 What effect did Covid-19 have on the number of weddings that took place in Ireland last year compared with 2019? As you can imagine, a very big effect. In fact, the figure halved, but the reduction in the amount of Catholic weddings was bigger than in the number of civil weddings. Why might that have been?

2020 has been an exceptional year because of the pandemic, and it would be pointless to compare the 2020 statistics with the previous year to infer some sort of trend, but it is interesting to analyse in details what has happened to avoid rush conclusions.

There were 9,209 opposite-sex marriages in Ireland in 2020, about half the number for 2019 (19,673) and 2018 (20,389), according to the recently released figures from the CSO 53pc less, to be more precise.

Same-sex marriages also halved from 640 in 2019 to 314 in 2020, which represents a 51pc decline.

The 2020 opposite-sex marriage rate for 1,000 population was a mere 1.9. This figure was 4.7 in 2015 and 4.0 in 2019, and it means that less people are getting married. The rate has been constantly declining since the 1980s, particularly so in recent years, and it has now reached approximately the same level as in the UK.

While a general drop in the number of weddings was easily predictable, the fact that the number of civil weddings surpassed Catholic weddings for the first time certainly stood out.

While religious marriages overall were still slightly more frequent (50.2pc) than non-religious ones (49.8pc), civil ceremonies (3,779) were more popular than Catholic weddings (3,295) in the year of the pandemic.

Atheist Ireland claimed that these figures show that Ireland is no longer a Catholic country, but I am afraid they may be disappointed to discover that most likely not the case.

The reason for this temporary decline seems quite simple: of all weddings, civil ones are the least likely to be postponed. A closer look at the statistics will prove my point.

When we compare the distribution of marriages through the year, we see a sharp decline in April, May and June 2020, and another decline in November. December, instead of the traditional August, was the month with most weddings in 2020.

Many marriages were postponed last year but, if we look at the statistics, it is clear that civil marriages were postponed less than other marriages. For instance, compared to the previous year, civil marriages saw a 43pc decline, while all marriages went down 53pc and Catholic marriages dropped 63pc. This is not because Ireland has suddenly become far less Catholic but because the couples who marry in a church are more likely to want a big day and so they are more likely to be postponed in a period of uncertainty, while civil ceremonies in a registry office are likely to be smaller affairs.

If we look, for instance, at same-sex marriages we discover that in 2020 civil ceremonies represented 72.6pc of the overall number, while they were 62.2pc the previous years. Humanist and Spiritualist ceremonies for same-sex marriages went from 29.7pc combined in 2019 to 20.7pc in 2020.

If we look at non-religious ceremonies, civil weddings went up from 31.6pc in 2019 to 42.1pc in 2020 while Humanist ceremonies went down from 9.4pc to 7.8 pc. The explanation is the same as above: civil marriages are the least likely to be postponed.

Spiritualist marriages also went down from 8pc of the total in 2019, to 6.7pc last year. These often take place in hotels and involve couples who don’t marry in a church but want a religious element to their wedding.

There is another important factor to consider.

First marriages went down 55.4pc in 2020, compared to the previous year. But marriages involving at least one divorced person went down by ‘only’ 41.8pc. This shows that those who are marrying for the first time were more likely to postpone their big day compared to those who were remarrying. And given that Catholic marriages generally do not involve someone who is divorced, this factor also contributed to the temporary decline of Catholic ceremonies in 2020.

In 2020 marriages were postponed for very practical reasons and, the more complex the ceremony, the more likely this happened.

This is not to say religious marriages are not declining in number anyway overall, but last year was unique for the reasons given above. 2021 is still an exceptional year but, as we will be back to normality, some anomalies that we saw in the 2020 figures will likely also disappear.

giovedì, aprile 29, 2021

Lanciata la prima istanza invidious italiana: tubo.peertube.uno

 Lanciata la prima istanza italiana di invidious, ecco a voi “il tubo”:

https://tubo.peertube.uno

invidious è un servizio utilissimo, è un frontend alternativo a youtube, che permette di vedere, condividere e scaricare tutti i video di youtube senza il fastidio dei cookies, pubblicità,o script di profilazione che possono insinuarsi anche su altri siti se il video è “embedded”, queste sono le sue caratteristiche principali:

  • Software libero con copyleft (licenza AGPLv3+)
  • Leggero (la homepage è ~4 KB compressa)
  • Nessuna pubblicità
  • Nessun tracciamento
  • Javascript è 100% opzionale
  • Strumenti per gestire le sottoscrizioni:
    • Mostra solo i video non visti
    • Mostra solo gli ultimi video (o gli ultimi non visti) di ogni canale
    • Invia notifiche da tutti i canali sottoscritti
    • Reindirizza automaticamente la homepage al feed
    • Importa le sottoscrizioni da YouTube
  • Modalità solo audio e nessuna necessità di tenere la finestra aperta su smartphone!
  • Modalità scura
  • Supporto embed
  • Impostazione delle opzioni predefinite del lettore (velocità, qualità, autoplay, loop)
  • Supporto per i commenti di Reddit al posto di quelli di YouTube
  • Importazione/esportazione di abbonamenti, cronologia, preferenze
  • API per sviluppatori
  • Non usa nessuna delle API ufficiali di YouTube
  • Non è necessario creare un account Google per salvare le sottoscrizioni
  • Nessun codice di condotta
  • Nessun accordo di licenza del collaboratore
  • Disponibile in molte lingue, grazie a Weblate

Purtroppo le istanze invidious sono spesso sovraccariche e inutilizzabili, questa è la prima istanza che viene lanciata in italia sui server devol ed attualmente sta girando molto veloce e senza problemi!

L’utilizzo di invidious è essenziale per evitare che script spioni si infilino anche all’interno di social etici come mastodon.

Con peertube abbiamo iniziato un progetto per creare un hub con tutti i servizi video etici, ad esempio c’è già https://alltubedownload.peertube.uno/ per poter scaricare nel proprio PC o Smartphone i video da quasi tutte le piattaforme online.

in realtà tubo.peertube.uno semplifica di molto le operazioni di download, è possibile cercare il video senza andare su youtube e scaricarlo direttamente senza uscire dal sito. Il video scaricato lo si può quindi modificare e caricare sul proprio canale peertube.

lunedì, aprile 26, 2021

Irish abortion doctors reporting little disapproval from colleagues


It is now more than one year since a very liberal abortion law was introduced in Ireland. Only a minority of GPs are willing to prescribe the abortion pill, and in hospitals, a much smaller number perform abortions. But what kind of reaction do they get from other health workers? According to a new paper some experience ‘stigma’, but it is not at the level doctors encounter in the US, on average.

The  paper is published in the journal, ‘Contraception’, and reveals that the 156 abortion providers, mostly GPs (66.7pc), who were surveyed for it seem to encounter the levels of social disapproval they might expect to find in a very liberal American State like Massachusetts. But overall, they reported fewer issues talking about their involvement in carrying out abortions, and fewer experiences of judgement and ‘discrimination’. Only 15pc experienced a verbal threat or attack related to their abortion work.

The level of disapproval was measured using a proper scale called APSS.  Those working in hospitals scored higher on the APSS scale than the GPs (they encountered more disapproval). Those doctors carrying out only surgical abortions scored higher than those who offer the abortion pills, or a combination of both (pills and surgical).

The higher score for those working in hospital, and for those performing surgical abortions, is probably due to the level of direct involvement in the procedure. GPs in Ireland offer abortion pills at an earlier stage of the pregnancy and they are not directly physically killing the baby, as the procedure is completed at home. Instead, hospital staff are actively participating in the procedure and, as the study euphemistically says, “must encounter the fetal remains. This increases the moral and physical taint ascribed to abortion work, which in turn increase stigma”.

The study also revealed that, even if the termination method of dilation and evacuation is not offered in Ireland, “senior trainees are undergoing international training in the procedure with a view of offering it in the future”. This is quite concerning. Dilation and evacuation is a procedure used in late-term abortions and, the study acknowledges, it is “highly stigmatising”. It is a horrific method that removes the baby, who is fully developed, piece by piece from the mother’s body.

At present what appears to be happening in cases of late-term abortions is that the babies are delivered alive and then left to die.

The study is significant as it is the first one addressing the specific issue of the reaction abortion-providers attract from their colleagues. Moreover, the study is based on voluntary self-reporting and the sample is quite small: 156 respondents, 67pc of which were GPs and 18pc Obstetricians/Gynecologists.

What are to make of the findings? It is actually disappointing that the doctors do not encounter more disapproval from their colleagues. Direct abortion, like euthanasia, is the antithesis of real medicine. It kills a patient, when doctors should only ever offer care. Doctors above all should defend the true purpose and nature of medicine. Those who provide abortion should encounter disapproval.

mercoledì, aprile 14, 2021

Eutanasia, il Quarto Reich dei Paesi Bassi




La pratica odierna dell’eutanasia nei Paesi Bassi è paragonabile a quanto avveniva nella Germania nazista: si sta infatti ricreando la categoria degli “indegni di vivere”. Così la pensa la dott.ssa Diane E. Meier, geriatra nella Icahn School of Medicine di New York, che lo scrive sul prestigioso periodico JAMA Internal Medicine dell’American Medical Association.

Per la Meier, sia l’aumento nel novero delle categorie di persone che possono accedere all’eutanasia, avvenuto nel corso degli anni, sia il fallimento dei limiti posti inizialmente a tale pratica per contenerla a un numero ridotto di casi, mostrano i danni sociali causati dalla legge. La legge evoca del resto l’eco del passato, perché consolida a livello sociale l’idea che alcune vite meritino più cura e investimenti di altre.

La specialista lo scrive commentando uno studio, pubblicato in dicembre sul medesimo periodico, che riguarda i pazienti neerlandesi con difficoltà geriatriche multiple che hanno fatto richiesta di eutanasia. Ora, dall’analisi è emerso che la sofferenza di quelle persone non era semplicemente fisica, bensì incentrata sul timore di subire un declino delle proprie condizioni di salute tale da costringerli a dipendere da altri o comunque a perdere il pieno controllo di sé. Nessuno dei pazienti si trovava del resto di condizioni potenzialmente letali, eppure hanno tutti richiesto e tutti ottenuto la morte indotta.

Nei Paesi Bassi i casi di eutanasia performata su pazienti affetti da demenza, malattie psichiatriche, o comunque in difficoltà geriatriche multiple sono aumentati, e questo, secondo la Meier, dovrebbe allarmare tutti. «Una volta legalizzata la morte assistita», scrive la dottoressa, «quand’è che un diritto diventa un obbligo, specialmente se le famiglie sono poste sotto pressione e la società nega ai pazienti e alle loro famiglie le risorse necessarie per cure sicure e affidabili?».

Se poi l’eutanasia diventa «la conferma sociale, supportata da scelte politiche, dell’idea che alcune vite non valgono più dell’investimento necessario per preservarle», «l’affermazione implicita è che sia l’individuo sia la società starebbero meglio se il paziente fosse morto». È qui che per la Meier scatta il paragone con le leggi naziste su eutanasia, eugenica e sterilizzazione forzata di quanti venivano considerati inadatti a procreare.

Com’era prevedibile, il paragone è stato giudicato inappropriato da due lettere firmate da alcuni medici neerlandesi, che il periodico ha subito pubblicato. Ma la geriatra ha replicato che la storia insegna che agire partendo dal presupposto che alcune vite non siano degne di essere vissute non è un evento unico ed irripetibile. «Occorre cautela estrema quando si dà ai medici il potere di uccidere».

lunedì, aprile 12, 2021

Yet another report downgrades the natural ties


In a new report for the Government, the Special Rapporteur on Child Protection has recommended legal recognition of domestic surrogacy arrangements even where the commissioning couple have no genetic connection the child. This gives the natural ties short shrift indeed.

The recommendation would allow a given couple to use the sperm of one donor, the egg of another, and then place the resultant child in the womb of the surrogate mother. At the end of all this, they would then take possession of the child. Incredibly, this proposal is defended and promoted under the general heading of the child’s ‘best interests’.

The recommendation is to be found in a new document commissioned by the Government and written by Professor Conor O’Mahony, who is Special Rapporteur on Child Protection. It is among 27 recommendations he makes in relation to future legislation regarding surrogacy, artificial reproduction using so-called donors, and recognition of parentage.

The overall philosophy of the report makes ‘intentional parents’ more important than biological parents, which is already very much the general thrust of Irish law. Some of O’Mahony’s recommendations would reinforce this trend, in particular the one mentioned above.

‘intentional parents’ are individuals who wish to use the sperm and/or eggs of other people to have children of their own. The biological parent in these scenarios is more or less excised from the picture. Intent, or choice, trumps the natural ties. It is another manifestation of pro-choice ideology in its broader sense.

A general scheme of a “Assisted Human Reproduction Bill regulating those issues was drafted by Simon Harris in 2017 when he was still Health Minister, but it remains under scrutiny due to the legal and moral complexity of these matters.

The document by Prof. O’Mahony is often critical of the 2017 Bill and offers alternatives to some of the problems but, as with the Bill, the recommendations continue to downgrade the importance of natural ties and fails to properly protect children’s true best interests, despite its intentions.

This is ironic given that the intention of the report is to defend a child’s ‘best interests’.

How is it in the best interests of children to be deliberately separated from their genetic mother and father, but also from possible siblings, and other significant relations? The painful experience of adopted people who try to reconnect with their genetic parents proves that the natural ties matter, even when children are brought up in loving families.

Professor O’Mahony urges us to “accept the reality of surrogacy as an international phenomenon” (p. 6) and regulate it rather than reject it, otherwise the commissioning couples, or even singles, would rely on the black market.

Accepting the reality of surrogacy, and then regulating it as effectively we can, is how we can defend a child’s ‘best interests’, seems to be his general line of reasoning.

But, in footnote (n. 3), the Report acknowledges that surrogacy arrangements are permitted only in nine out of 43 European countries while it is prohibited in 24. In another nine it is unregulated.

Clearly, most of Europe views a child’s ‘best interests’ differently than Professor O’Mahony and they are not as defeatist about existence an Assisted Human Reproduction black market.

A debate on what form of legal recognition is more appropriate for children who are already born as a result of surrogacy arrangements is necessary, but it should only happen after we have clearly prohibited such arrangements, as it is the case in most of Europe. Prohibition, even if imperfect, is a form of deterrence.

However, in one respect at least, the report does point in the right directions. Recommendations 14-20 mirror those listed by the Iona Institute in its submission to the Oireachtas on the 2017 Bill.

In the Bill, those conceived through donation would only have access to information about their donor mother or father when they turn 18. The Report recommends lowering this to 12 years, and it also recommends some arrangements that would make easier for the parents to access details about the donor, soon after the birth of the child.

This, at least, gives the natural ties some bit of due, even if the report overall does not.

giovedì, aprile 08, 2021

Londra impone l’aborto a Stormont Il governo Conservatore viola accordi e devolution per instaurare un nuovo regime abortista

 


Il governo Conservatore viola accordi e devolution per instaurare un nuovo regime abortista

Il governo Conservatore britannico ha imposto l’aborto nell’Irlanda del Nord, sorpassando sia l’assemblea legislativa sia l’esecutivo locali. Lo ha fatto concedendo il potere al ministro per l’Irlanda del Nord, Brandon Lewis, di imporre alle autorità sanitarie nordirlandesi un regime abortivo estremamente permissivo.

Nel 2016 una chiara maggioranza nell’Assemblea dell’Irlanda del Nord aveva confermato la legge allora esistente, che consentiva l’aborto solo nel caso di pericolo per la salute fisica o mentale della madre. Poi, nel 2019, la Camera dei Comuni del parlamento britannico ha introdotto un nuovo regime che liberalizza l’aborto. Questa imposizione da parte di Londra venne giustificata con il fatto che in Irlanda del Nord in quel periodo non vi era esecutivo in funzione. Infatti uno stallo nelle negoziazioni fra i diversi partiti ha rinviato la formazione del governo locale fino a gennaio 2020.

Il nuovo regime imposto da Londra è entrato in vigore nel marzo 2020, ma senza il supporto del governo locale e dell’Assemblea di Stormont. Ora il governo di Londra, tramite il ministro per l’Irlanda del Nord, costringe di fatto il Servizio sanitario locale a seguire la legislazione imposta da Londra, anche se questa, secondo gli accordi di pace, è materia di competenza locale.

Con il nuovo regime l’aborto è consentito fino alla nascita per ogni genere di disabilità e fino a 24 settimane se la gravidanza comporta più rischi dell’aborto per la salute fisica e mentale della madre. In pratica si tratta di aborto a richiesta fino alla ventiquattresima settimana. L’aborto viene inoltre depenalizzato completamente, a differenza del resto del Regno Unito e della Repubblica d’Irlanda dove rimane un reato se effettuato al di fuori dei limiti di legge.

Alban Maginness, stimato politico locale ed ex sindaco di Belfast, ha commentato: «In questo modo Lewis dà priorità all’aborto rispetto ad altri servizi sanitari, come la cura del cancro, che in questo momento sono rinviati a causa della pandemia. Inoltre si fa beffa degli accordi sul decentramento. […] L’aborto è una questione divisiva, controversa, che richiede l’accordo del nostro esecutivo decentrato. E, come in altri casi, su una questione così delicata l’esecutivo non ha ancora raggiunto il consenso»

Contro la decisione del governo britannico si sono schierate tutte le Chiese. La Chiesa presbiteriana ha espresso «grave preoccupazione», definendo la scelta un indebolimento del processo di devolution e un’interferenza diretta del centro sul governo locale. I presbiteriani hanno persino chiesto che vengano ritirati i nuovi poteri al ministro Lewis.

Per la Chiesa metodista, la scelta usurpa il ruolo dell’esecutivo nordirlandese e il vescovo anglicano di Armagh, John McDowell, ha affermato che la proposta rivela mancanza di democrazia.

Dal canto proprio i vescovi cattolici giudicano la decisione del governo di Londra di sorpassare strutture decentralizzate che sono il frutto di accordi internazionali di pace come un’imposizione invisa alla popolazione, che mina smaccatamente il diritto alla vita dei bambini non ancora nati.

Ma non ci sono solo notizie cattive. L’Assemblea di Stormont ha infatti quasi contemporaneamente votato favorevolmente per la proibizione dell’aborto in caso di disabilità non letali e ora la proposta è passata al vaglio della Commissione competente. Sostenuta da diversi partiti, la proposta di legge ha buone possibilità di essere approvata. Pur dichiarandosi contrario, il Sinn Fein, il maggior partito repubblicano, si è astenuto al momento del voto. Ovvia e giustificata l’esultanza del mondo pro life. Certo, se la legge passasse sarebbe una piccola vittoria nella battaglia più ampia per contrastare l’imposizione del nuovo regime abortista, ma nessuno si sogna di denigrarla.

mercoledì, aprile 07, 2021

Dutch euthanasia law is deciding some lives are more worthy than others

 

The practice of euthanasia in the Netherlands bares a disturbing comparison with the Nazi era in Germany because it is recreating the category of life ‘deemed unworthy of life’. This is a opinion of a writer in a leading medical journal, especially as the Netherlands allows people who are not dying to avail of assisted suicide and euthanasia.

Writing for the JAMAL Internal Medicine journal in the US, geriatrician Dr Diane E. Meier, says that the extension of ‘Physician-Assisted-Death’ (PAD) to those who are sick, but are not terminally ill, carries definite echoes of the past because it ‘socially validates’ the idea that some lives are more worthy of the investment required to preserve them than others.

Dr Meier was commenting on a study about patients with multiple geriatric conditions in the Netherlands, published in December last year in the same Journal. The study found that their suffering wasn’t simply physical, but that these elderly patients feared further decline and didn’t want to become dependent or lose control over their situation. None of the patients suffered life-threatening conditions but they all requested, and obtained, death by assisted suicide or euthanasia.

In the Netherlands, there has been an increase in euthanasia performed on patients with dementia, psychiatric disorders or multiple geriatric conditions in recent years.

This should cause alarm, according to Dr Meier. She writes: “Once access to PAD becomes legal, when does a right becomes an obligation, especially when families are strained and society denies patients and families the resources needed to receive safe and reliable care?”

She warns that access to euthanasia comes close to “social validation, supported by policy, that some lives are no longer worth the investment required to preserve them – the implicit belief that both the individual and society would be better off if the patient were dead”

Predictably enough, her comparison with the Nazi era has been criticised as inappropriate by two letters to the journal signed by a number of Dutch doctors, but Dr Meier replied that history teaches us that acting on the belief that some lives are unworthy of life is not a one-time-only event. “Extreme caution is necessary when we empower physicians to take life”.

In addition, while we must be very slow to compare any situation with Nazi Germany, there cannot be a complete bar on comparisons except when the situation is exactly as bad as in the Nazi era.

The fact is that we are back to deciding that some lives are less worthy of life than others, even when that is a self-evaluation.

Dr Meier highlighted that in the Netherlands doctors must follow only vague criteria before administering euthanasia and only 75% of cases are reported, as non-reporting is rarely punished. Moreover, euthanasia in “children, people with mental illness, and dementia further illustrates the impossibility of limiting the practice and safeguarding vulnerable patients once it is permissible”

The Netherlands is often presented as a model for public policies but evidence proves instead that we should not repeat their mistakes.

This is the case not only for euthanasia but also for abortion.

Abortion rates there are still low by comparison with Sweden and the UK, but they continue to grow, according to a new report. The abortion rate (number of abortions per woman) and ratio (number per pregnancy) have never been so high.

 

The report also showed that 17 Irish women had an abortion in the Netherlands in 2019. There were 18 in 2018. This means that there was no significant difference in numbers after the referendum and the introduction of abortion in Ireland.

lunedì, aprile 05, 2021

Cancellare l'Antichità dalla nostra cultura significa rinnegare l'umanesimo

Appello, pubblicato sul Figaro, di professori universitari francesi e italiani, ellenisti, latinisti, storici e filosofi.


 Lo studio dell’Antichità è nocivo. E’ quanto affermano oggi alcuni professori di storia antica, di latino e di greco in varie università americane. Un movimento partito da Stanford sta mettendo in discussione l’esistenza di queste discipline (gli ‘studi classici’) nei campus universitari, sostenendo che imporrebbero nell’istruzione un “suprematismo bianco di ispirazione neocoloniale” (come ha scritto Raphaël Doan sul Figaro Vox lo scorso 11 marzo). A tutto ciò, in Francia, si è aggiunto un dibattito sull’abbandono da parte dei musei nazionali dei numeri romani in alcuni cartelli espositivi, perché il pubblico non saprebbe più leggerli. Invece di imparare i numeri romani, cancelliamoli! Gli autori greci e latini, schiavisti e ostili ai barbari, erano dunque razzisti, conservatori, guerrieri, imperialisti e misogini? Non è totalmente falso, ma sono lungi dall’essere gli unici nella storia, e ciò non giustifica assolutamente la loro cancellazione senza uno sforzo di contestualizzazione e di analisi delle loro posizioni nel quadro della epoca in cui vissero, e non nel nostro. In Omero, Achille è un sanguinario, ma il poeta gli mette in bocca una riflessione toccante sul senso della vita. Anche Ettore trucida allegramente i suoi nemici, ma sembra più umano perché è una vittima. Se l’imperatore Augusto è un autocrate, Cicerone è morto per avergli rimproverato, quando ancora si chiamava soltanto Ottavio, la sua complicità con Antonio. Sant’Agostino non ha messo sotto accusa la schiavitù, ma ha contribuito alla nostra concezione di umanesimo moderno, e lo ha fatto in un’epoca in cui la ricchissima cristiana Melania la giovane affrancava in massa i suoi schiavi.

 

Cancellare Atene e Roma dalla storia degli uomini, significa ostracizzare la Ragione (il logos greco) e mettere al bando la Legge (i Codici giuridici romani). Significa uccidere Platone e calpestare la nozione di equità, inventata da Roma. Per ora teniamo da parte la questione della fede (Gerusalemme), se è possibile farlo, cosa di cui dubitiamo. Ciò che ci sembra più importante è che la martellatura dell’Antichità, cancellata dalle memorie come l’effigie dei proscritti a Roma, sia un tragico embargo sulla memoria e un rifiuto della speranza, una negazione pura e semplice del futuro. L’adoperarsi con ogni mezzo per organizzare l’amnesia del passato elimina qualsiasi speranza per il domani. Virgilio racconta nell’“Eneide” il modo in cui Enea è fuggito da Troia in fiamme, portando il suo anziano padre sulle spalle. Disegnando questa immagine in alcuni versi magnifici, il poeta non parla solo di Enea, di Anchise, di Troia e di Roma, ma anche di noi, oggi. Ecco il verso più bello nel racconto dello stesso Enea, che riporta le condizioni della sua fuga: “Cessi, et sublato montes genitore petivi (Mi rassegnai e sollevato il padre mi diressi sui monti)”, (Eneide II, 804). C’è tutto in queste parole: il passato e la sconfitta (Troia abbandonata), il peso della tradizione (il genitore che la pietas filiale impone di salvare), il futuro che si intravede in lontananza, così difficile da descrivere (i monti all’orizzonte). André Gide, commentando questo verso straordinario, che chiude lo splendido canto II dell’“Eneide”, notava laconicamente, ma con giustezza: “Spettacolo dell’umanità”. Gli iconoclasti contemporanei dell’Antichità rifiutano di assistere allo spettacolo della nostra imperfetta umanità, sia per odio di sé, sia per volontà mortifera di autodistruzione o di convenienza politica, sia per paura. Si allontanano da loro stessi, si tradiscono e tradiscono l’umanesimo che – non ne sono nemmeno consapevoli – trascende la loro piccola persona così come l’umanità trascende il destino di Enea. Non lasciamoci andare al decadentismo ad ogni costo, mille ragioni ci trattengono dal farlo. Ma come si può non pensare a Cioran quando scriveva che una “civiltà marcescente scende a patti con il suo male?”. Una società malata, aggiungeva, “ama il virus che la consuma, non si rispetta più”. Essa non osa più affrontare la sua immagine autentica nello specchio della letteratura, bensì indietreggia dinanzi all’oscurità della sua anima come la storia la rivela. Dovrebbe invece farne il suo studio preferito, per capire meglio sé stessa ed esorcizzare i suoi peggiori demoni (…) Per lo storico, cancellare il passato equivale a un’epurazione; non serve a nulla cancellarlo, e conoscerlo meglio è un’ardente pratica di consapevolezza.

La traduzione è di Mauro Zanon