lunedì, dicembre 17, 2012

Buon Natale


Sull’asino e sul bue


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Stavolta mi occupo de minimis, una cosa insignificante. Dovete sapere che continuo a ricevere Avvenire, come quando ne ero redattore; e il giornale dei vescovi ha dentro un inserto che vuole rivolgersi a bambini, un giornalino dei piccoli, Popotus. Di solito lo butto senza guardarlo (spero che i bambini facciano altrettanto), ma stavolta mi ha incuriosito il titolo di prima pagina; la “grossa notizia”, per così dire. Eccola:

Evviva il presepe! (Quello giusto)


E quale sarà il presepio «giusto»?, mi sono detto. Lo spiega il sommario: «Nel suo ultimo libro il Papa dà tante indicazioni per collocare le statuine: angeli e pastori cerano di sicuro, asino e bue no». Nel testo si rivela che i re magi (secondo il Papa) «di sicuro non erano re e non avevano cammelli», forse erano astronomi; e che a guidarli «non fu di sicuro la stella cometa;cominciamo a ‘correggere’ il presepio…».

Anche i giornali per adulti avevano dato la notizia, cogliendo del libro del Papa solo questo particolare, da loro giudicato in qualche modo sensazionale: nella Santa Notte di Betlemme, niente asino né bue. Del tutto trascurato – ma sarebbe chiedere troppo ai gazzettieri – il senso dei libri che Benedetto XVI sta laboriosamente scrivendo, intesi a confermare (a professori tedeschi, immagino) la storicità di Cristo. Quel che mi ha colpito è il tono di gioia funesta con cui la redattrice di Popotus annuncia ai bambini che, su ordine del Papa, devono «correggere» il presepio: via l’asino e il bue, finalmente! E niente cometa! I re magi, sostituiteli con degli astronomi… e niente cammelli. E finalmente, ecco il presepio veramente giusto, razionale, cattolico-papista.


Questo tono mi ricorda precisamente un’altra gioia funesta: quella che dominò i fautori del Concilio, e gli stessi padri conciliari, per «l’aggiornamento» della fede cristiana, per andare incontro all’uomo moderno. Su Popotus colgo l’ultima, estrema eco di quel clima psicologico, di quell’etat desprit. E ne riconosco la fonte: Rudolf Bultmann (1884-1976), il luterano professore di teologia che fu uno dei numi occulti dei vescovi e cardinali conciliari; l’altro era Karl Rahner. Se costui era il profeta e promotore della «svolta antropologica», Bultmann era quello della «de-mitizzazione». In breve, secondo lui (e quei padri) «il linguaggio mitologico non è più comprensibile oggi alluomo modernoe la fede non può essere ridotta a un mero prendere per vera una serie di fatti miracolosi». Bultmann vorrebbe dunque spogliare il messaggio evangelico dal linguaggio mitologico(inessenziale) per renderlo comprensibile alluomo moderno. Dice anche che è inutile cercare dai Vangeli «il Gesù della storia», visto che sono intessuti di miracoli (racconti spurii), bisogna enuclearne invece il «Gesù della fede», meglio ancora il «kerigma» (1). E bla bla bla: riconoscete il gergo, e lanimus, conciliare.

Quale accecamento, quale errore psicologico, da parte di una Chiesa che per secoli fu maestra di psicologia. Valga qui il detto di Chesterton: quando l’uomo moderno smette di credere in Dio, non è che crede a nulla; crede a tutto. Abbiamo così credenti nella fine del mondo basata sul calendario Maya, seguaci di Castaneda e di Osho, buddhisti e lamaisti cui viene prescritto di credere alla dea Tara, reincarnazionisti New Age, eccetera, mentre il cattolicesimo si è fatto sempre più disadorno e vuoto, infinitamente teso a liberarsi dalle sue «concrezioni» bimillenarie, fino a rendersi insignificante (2). E, diciamola tutta, noioso; mentre il lamaismo è così interessante e pieno di colori, irrazionali ripetizioni di mantra, liturgie precise, obbligo della lingua tibetana.

Da quell’animus vengono le chiese orrende alla Fuksas, le liturgia abbandonate a quelle rifatte un tanto al chilo, l’ostilità a tutto quello che (poniamo) Kiko Arguello ritiene di testa sua «costantiniano», ossia coinvolto col potere temporale; e a cui sostituisce non già l’assenza di liturgia – perché semplicemente, l’assenza è impossibile – ma una propria ferrea altra liturgia inventata, identitaria e fanatica, dov’è dubbio se si desideri ancora la Transustanziazione...

Insomma ecco com’è finita: dal Niagara che Bultmann ha riversato sulle teste conciliari, giù giù nel tempo e nello spazio, dopo aver travolto riti e tradizione nella sua corrente, arriva in rivoli; e un rigagnolo ritardatario feconda Popotus (giornalino infantile dei vescovi): il Bultman per infanti. Dove la redattrice sente come un dovere morale, cattolico, togliere dalla testa dei bambini di 5-6 anni le «favole». Che il bambino cattolico si sbrighi a pensare e a vivere da ragioniere già a cinque anni; che sia immediatamente svezzato da ogni incantamento del mondo, che sia un essere pratico che crede solo alle cose verosimili e certificate dal metodo critico. Che non cada nel peccato mortale di «credere all’impossibile»: miracoli, apocalissi, esorcismi (e Resurrezione?). No, non ci fu alcuna cometa, e questo «è» cattolico, mentre non è più del tutto cattolico crederci; no, non c’erano «di sicuro l’asino e il bue», lo dice il Papa quindi obbedite. Figurarsi poi i re magi coi cammelli. «Cominciamo a correggere il presepio».

Non sarà inutile ricordare, dato l’analfabetismo religioso che travolge tutti (cattoliconi compresi) che il presepio fu inventato quasi otto secoli fa da San Francesco, a Greccio. Che ignorava Bultmann e la svolta antropologica ma, avendo ricevuto dall’alto le stigmate del Crocifisso (sicuramente spurie?) potrebbe avere qualche voce in capitolo. Il presepio che i bambini sono invitati a correggere è il suo. Era un presepe vivente, una sacra recitazione fatta con veri esseri umani, «per il gran desiderio che Francesco aveva di rivivere la scena e di adorare il Bambino»: era un mondo incantato quello in cui viveva Francesco. Si sa, l’oscuro Medio Evo.

Fu lui a mettervi l’asino e il bue. Fatto sta che da allora e fino all’inserto di Avvenire nessuno ha mai «corretto» la circostanza. Persino il Caravaggio, che era un delinquente, che si rifiutava di idealizzare i suoi personaggi delle storie sacre, e come modelli degli Apostoli prendeva suoi compagni di osteria, di ospedale dei poveri e di malavita stracciona, non cambia quel dettaglio.



Vedete qui il suo toccante capolavoro, l’Adorazione dei Pastori. I pastori hanno piedi nudi e sporchi di letame, manone callose. E la Vergine – che profonda intuizione dell’artista – è una povera, piccola cosa stremata, una fanciulla che il parto ha esaurito, che sfinita, indifesa, nemmeno sorride, e s’è abbandonata disfatta sulla paglia; solo la luce che inonda il rosso della sua veste allude allo Spirito che l’ha scelta. Ebbene: anche lì, sullo sfondo ci sono l’asino e il bue.

San Francesco non mirava certo ad una ricostruzione filologica della Nascita a Betlemme, e tuttavia era spinto dall’ardente desiderio di vedere «le cose com’erano andate davvero». Come mai trovò naturale mettere i due animali nella scena con Maria, Giuseppe e il Bambino?

Perché, certo, il racconto evangelico afferma che Maria pose il Bambino dopo averlo fasciato, «in una mangiatoia, non essendoci posto per loro nell’albergo». Ma soprattutto, perché quella notte a Betlemme era d’inverno: e d’inverno, era «naturale» per italiani poveri di campagna passare le sere nelle stalle, nel tepore prodotto dagli animali.

Era una cosa comune che Francesco avrà visto, nel suo Duecento; ma l’usanza è durata fino all’altro ieri, fino alla metà degli anni Cinquanta. Nella mia Toscana, io l’ho vista. Non so come, perché non ricordo d’essere mai stato portato dai miei genitori, ragazzino, in Toscana d’inverno; ci s’andava d’estate in villeggiatura. Eppure ho un ricordo preciso della scena:

furono portate da casa le vecchie sedie impagliate, ridendo; sull’aia all’aperto, il gelo scricchiolava sotto le scarpe. Uno degli uomini accese un lume a petrolio, lo appese, e nella vacillante luce ci si diede ad ammucchiare la paglia pulita; era come un ricevimento, credo venissero anche parenti del vicinato. Le donne sferruzzavano e chiacchieravano, gli uomini fumavano le pipe – forse spannnocchiavano granturco – e parlavano, da tecnici competenti di cose agricole. Noi ragazzi, una dozzina, sulla paglia, eccitati, ascoltavamo. Le bambine attaccate alle mamme o alle zie.

C’era un bel tepore, impossibile da produrre nelle gelide case di pietra, d’inverno. Lo mandavano un paio di buoi e una mucca. Più che vederli, li udivamo: ruminavano, i muscoli e le froge a tratti fremevano (da qualche parte dovevano esserci anche delle galline, che a volte borbottavano piano, mezzo addormentate sui trespoli). L’afrore animale, e quello di urina e fatte, non disturbava; era il mondo prima dei deodoranti, ed anche gli esseri umani avevano odori forti, di grano maturo, di fieno, di sigaro toscano. A quel tempo, erano gli odori chimici, o dello scappamento, a far storcere i nasi, ad essere percepiti come veleno.

C’erano riunite tutte le generazioni viventi: dai nonni ai nipotini, le zie, i collaterali e i congiunti. I ragazzi del posto non erano interessati a giocare; ascoltavano gli adulti sfrontatamente ed avidamente, pendendo da ogni frase. Non volevano giocare; volevano «sentire i grandi». A me avevano insegnato, in città, che «Non è buona educazione ascoltare i grandi», e mi astenevo. Solo più tardi ho capito che avevano ragione i campagnoli: che quella era la loro scuola, la loro università. Quanto avidamente imparavano – dalle donne, e soprattutto le ragazze – non solo i pettegolezzi del paese (essenziali per chi ci viveva), ma i gradi di parentela fra vicini e parenti (a cui attribuivano un interesse imperioso, incomprensibile per me piccolo milanese), le complicazioni dei rapporti umani, antiche alleanze e inimicizie: in una parola, la struttura della loro società, proprio nel senso dello strutturalismo di Levy-Strauss. Dagli uomini quanto si imparava, e che non ho imparato! Le arti dell’innesto, quelle della caccia con le sue disavventure (grandi risate alle spalle del cacciatore spadellatore), il ricordo di quando arrivò la peronòspora e bisognò innestare la vite con l’uva americana, o il tifo durante la guerra e due neonati erano morti. Si imparavano le parole; si imparava a motteggiare e canzonare nel dialetto che era, per loro, la bella lingua toscana, precisa e ricca e adatta alle battute di spirito. Finiva che qualche uomo specialmente versato raccontava storie di antichi scherzi fatti ad un avaro, oppure a uno sciocco ricco del luogo; ad uno che credeva negli spiriti, furono mandate in casa due tartarughe con una candela sul carapace, mentre da fuori, nella notte, i buontemponi cantavano lugubri: «Quando erimo vivi, andavamo tra gli ulivi – ora che semo morti, veniamo a pigliar Biagio». E Biagio effettivamente morì, di paura! Tutti ridevano a scrosci. Le donne, sferruzzando, scotevano il capo.

Ma quando sono successo queste cose? Chi era questo Biagio?, chiedevo. A sentir loro, era «uno di qui»; davano il grado di parentela con uno dei presenti; era successo «diversi anni fa». Con gli anni, poiché questo tipo di racconti veniva ripetuto da persone diverse e tutte pronte ad indicare la genealogia di Biagio, ho capito che erano racconti rituali e molto antichi: forse, il modello erano le burle che, nel Decamerone, Bruno e Buffalmacco giocavano al loro amico un po’ «semplice», Calandrino. Scherzi non di rado crudeli, alla toscana. Toni e linguaggio erano calchi dal Boccaccio: «CalandrinoBruno e Buffalmacco giù per lo Mugnone vanno cercando di trovar lelitropia», o come «Bruno e Buffalmacco imbolano un porco a Calandrino». O più probabilmente il Boccaccio riprese linguaggi e burle dai contadini di allora.

Favole narrate come realtà. Ma poi c’era ancora qualcuno che ricordava il cantastorie – da tempo sparito negli anni ‘50 – che andava di paese in paese a cantare, in endecasillabi rimati, la tragedia di «Lindemberghe il grande aviator»: di quando a Charles Lindberg, trasvolatore atlantico, malvagi rapirono il figlio infante. La cronaca diventava dramma cantato, pathos incantato e commovente. Finiva che qualcuno, su nostra insistente richiesta, recitava passi della Gerusalemme Liberata: i crociati, i cavalieri, gli eroi...

Nella penombra, le grosse teste cornute contro il muro, i bovini sembravano ascoltare senza parere, masticando erba secca come noi facevamo coi calami della paglia, tra le pannocchie. Era una sera fatata, col gelo che gridava fuori facendo scricchiolare le assi, lì al calduccio animale, parlando di storie che erano favole, e favole che erano cronaca vera. Si imparava così, dagli adulti, che c’era stato un tempo pieno di avventure e di storie, cui ancora noi appartenevamo; si viveva per qualche ora nel mondo incantato della lampada a petrolio, la luce dove tutto diventava possibile: la stessa luce di Caravaggio nel quadro. Ritardavamo l’ora in cui ci sarebbe toccato tornare nelle stanze ed infilarsi fra lenzuole gelate ed umide ancorché odorate di lavanda e di mele, battendo i denti, sotto coltroni pesantissimi, finché il nostro calore animale non avesse reso tutto tiepido, e allora, il sonno.

Questo per dire come mai San Francesco, poco rispettoso del metodo storico critico e della demitizzazione, mise nel presepio l’asino e il bue. E perché aveva ragione.

Buon Natale.





1Su Wikipedia trovo una frase attribuita ad un «Manifesto della demitizzazione» che non so se sia di Bultmann, ma rende con la dovuta rozzezza (ossia non mascherata dal gergo coltissimo del professore tedesco) il succo della sua posizione: «Non ci si può servire della luce elettrica e della radio, o far ricorso in caso di malattia ai moderni ritrovati medici e clinici e nello stesso credere nel mondo degli spiriti e dei miracoli propostici dal Nuovo Testamento». Ovviamente Bultmann è uno dei capostipiti della setta giudaizzante: afferma che il giudeo-cristianesimo primitivo, quello vero, è stato ellenizzato per colpa di San Paolo, influenzato secondo lui dalle religioni misteriche e dallo gnosticismo. È Paolo che fa del profeta giudeo Gesù il Dio presente e il redentore, tipico delle religioni misteriche. Bultman vuol cancellare ogni «rappresentazione» che costringe il divino in categorie umane, immanentizzando la trascendenza assoluta di Dio, e abbassando a «fatto puramente umano» la redenzione di Cristo. Rigetta la dottrina cattolica che riduce Dio «a causa prima, un essere alla maniera del mondo», oggetto di conoscenza. Il suo Dio è totalmente inesprimibile e inconoscibile. Di Esso non si deve nemmeno parlare: «Ogni discorso umano su Dio al di fuori della fede, non parla di Dio ma del diavolo» Il suo Dio è talmente purificato e rettificato, che non esiste più.
2) Ciò spiega la grande diffidenza, se non ostilità dei clericali («cattoliconi») per Padre Pio: troppi miracoli. Guarda caso, la gente cristiana accorre e si affolla quando si annunciano miracoli, apparizioni della Vergine, guarigioni, profezie di sventura della medesima Vergine. Il cattolicesimo «razionale», demitizzato, in lingua locale, in chiese anti-tradizionali, non pare attrarre altrettanti fedeli. 

martedì, dicembre 11, 2012

The National Catholic Reporter ‘quotes’ Newman in support of an anti-papal campaign. Why emis/em it that liberals think that Newman was one of them? | CatholicHerald.co.uk


Benedict XVI presides at the beatification of John Henry Newman at Cofton Park in Birmingham (Photo: CNS)
Benedict XVI presides at the beatification of John Henry Newman at Cofton Park in Birmingham (Photo: CNS)
What is it about today’s theological liberals that they are so keen on quoting John Henry Newman in support of their own disobedience? I had forgotten how utterly contemptible the National Catholic Reporter (aka, says Father Z, the “fishwrap”, ie wet and stinking) really was; I suppose, since the only time one normally reads it is in the often admirable articles of John L Allen, that one sometimes takes away the impression that if they publish him they can’t be all that grossly subversive of Catholic values and teaching. But they really are, as we see exemplified by an editorial on women’s ordination this week which is really an excuse for yet another incitement to rejection of papal authority.
But why are they so keen on recruiting Newman of all people in their crypto-protestant revolt? Either they quote him out of context or just make it up. In this case, I think it’s almost certainly the latter, since Newman just didn’t think what they say he did: “Blessed John Henry Newman,” according to the NCR’s “editorial staff”, “said [just whereexactly?] that there are three magisteria in the church: the bishops, the theologians and the people.” This little pseudo-Newmanian gem is called in aid for an incitement to an anti-papal political campaign: “On the issue of women’s ordination, two of the three voices have been silenced, which is why the third voice must now make itself heard. We must speak up in every forum available to us: in parish council meetings, faith-sharing groups, diocesan convocations and academic seminars. We should write letters to our bishops, to the editors of our local papers and television news channels.” And so on.

More here.

lunedì, dicembre 10, 2012

giovedì, novembre 22, 2012

CampariedeMaistre: Il caso Savita e l'aborto "terapeutico"

CampariedeMaistre: Il caso Savita e l'aborto "terapeutico": di Giuliano Guzzo




Savita Halappanavar, giovane di origine indiana, è morta nei giorni scorsi in Irlanda a causa dell’aggravarsi delle proprie condizioni in seguito ad un aborto che i medici, nonostante i forti dolori accusati e le sue richieste, hanno tardato a praticarle motivando questo diniego – così si dice – sulla base della loro fede cattolica. Non è chiaro se l’aborto, se fosse stato praticato quando lei lo chiese, e cioè pochi giorni prima rispetto a quando poi è stato effettuato, le avrebbe allungato l’esistenza; sta di fatto che a questo dramma sta già facendo seguito, com’era prevedibile, una fortissima campagna a favore di una legislazione abortista in un Paese, l’Irlanda appunto, che a tutt’oggi ne è privo. La notizia ha naturalmente sollevato forti polemiche anche in Italia come dimostra, per esempio, il portale dell’Uaar, nel quale è addirittura riportato che Savita è «morta perché l’Irlanda “è un paese cattolico”. Tanto è cattolico, che vi si può morire perché i medici rifiutano un aborto, anche se è in pericolo la vita di una madre» [1].

Ora, dinnanzi a simili sparate sono necessarie, per depurare la realtà da pregiudizi e insinuazioni, alcune brevi ma essenziali precisazioni, anzitutto di natura giuridica: in Irlanda l’aborto è sì illegale, ma il cosiddetto “aborto terapeutico [2]” – quello che, se effettuato qualche giorno prima, avrebbe potuto impedire (anche se non è certo) la morte della povera Savila – è consentito. Infatti, l’articolo 40.3.3 della Costituzione irlandese riconosce a chiare lettere «
il diritto alla vita del nascituro unborne, salvo restando il diritto alla vita della madre» [3] e la Suprema Corte ha specificamente riconosciuto che, nel caso in cui la gravidanza costituisca un rischio reale e sostanziale per la vita (non per la salute) della donna, ivi incluso un rischio di suicidio, la protezione accordata al diritto alla vita consente, ancorché in via eccezionale, l’aborto [4].
Quel che in Irlanda manca non è quindi la possibilità per donne nelle condizioni di Savila di abortire, bensì un provvedimento che definisca accuratamente la procedura «da seguire per comprendere se un caso concreto» ricade o meno «nell’ipotesi eccezionale di rischio reale e sostanziale per la vita della madre» [5], anche se su Irish Indepedent l’avvocato Eilís Mulroy ha ricordato come «la scelta di indurre il travaglio precoce», oltre ad essere conforme – come abbiamo visto – alla legge, sia esplicitamente prevista dalle linee guida emanate dal Consiglio dei medici irlandesi [6]. Ne consegue che il diniego alle richieste di Savita (sul cui decesso sono in corso opportuni accertamenti) di abortire, non sarebbe da ascriversi – come viene fatto ingannevolmente credere – a dei divieti ma, tutt’al più, alla mancata chiarezza di alcuni regolamenti attuativi.
Continua qui.

mercoledì, novembre 07, 2012

Forward!

Forward!:
Obama-Forward
When men have come to the edge of a precipice, it is the lover of life who has the spirit to leap backwards, and only the pessimist who continues to believe in progress.
G. K. Chesterton
HT: http://www.brutallyhonest.org

domenica, novembre 04, 2012

Tremende bazzecole - Il suicidio di un bambino a Roma è uno squillo di tromba che chiama gli adulti alla battaglia educativa (Annalisa Teggi su Tempi)

Tremende bazzecole - Il suicidio di un bambino a Roma è uno squillo di tromba che chiama gli adulti alla battaglia educativa (Annalisa Teggi su Tempi):


A Roma un bambino di 10 anni si è impiccato in bagno, mentre era a casa dei nonni. Questa non è una notizia di cronaca nera, è uno squillo di tromba che ci chiama in battaglia. È un grido forte, tragico e lacerante che risveglia il nostro intorpidito silenzio. C'è attorno a noi una sostanza viva e ferita di realtà che è ovattata dallo strabordante chiasso della sovra-comunicazione che ci sommerge. Dov'è la conoscenza che abbiamo perso nell'informazione? (si chiedeva T. S. Eliot).
C'è da far guerra al silenzio di conoscenza che ci assedia. Dietro ogni semplice fatto umano balena una scintilla di vero sulle nostre cose più intime e fondamentali, e ciò che quella scintilla indica va oltre l'informazione. Quel senso di vulnerabilità che sento su di me leggendo le poche scarne righe riguardo alla vicenda di questo bambino non voglio tamponarlo riempiendomi di dettagli sul fatto, e neppure di spiegazioni del fatto. Ci sento del mio in questo dolore impotente.
Non mi importa la causa effettiva di questa tragedia, sia essa la separazione dei genitori, il bullismo, la voglia di emulazione della violenza vista chissà dove o quant'altro. Perché – in fondo – la causa la conosco guardando me stessa, e delle ipotesi di psicologi e giornalisti non me ne faccio nulla. È una debolezza che mi riguarda e la riconosco: è qualcosa che è a monte di problemi gravi come il divorzio, il bullismo, l'emulazione ed è la fiacca debolezza da parte nostra (di adulti) di porgere un segno visibile e positivo che sia risposta all'eterno, quotidiano, gigantesco e originale bisogno di educazione che i nostri figli e alunni ci chiedono.
Un bambino che si suicida può avere ogni sorta di storia triste e tremenda alle sue spalle; in mille modi il mondo è capace di colpire chi è più esposto con l'orrore o l'insensatezza del male. Non è questo lo scandalo, per quanto doloroso sia. Lo scandalo è che il fronte umano sia così sguarnito da permettere che i più piccoli e i più esposti cadano. Siamo noi il punto debole, siamo sentinelle addormentate. Il fortino dell'educazione vacilla, ma non semplicemente a scuola – in noi stessi. Di fronte al celebre motto umanitario ottocententesco «Save the children» (non l'organizzazione che attualmente prende questo nome) il signor Chesterton rilanciò la posta in gioco sugli adulti:
«Finché non si salveranno i padri, non si potranno salvare i bambini e, allo stato attuale, noi non possiamo salvare gli altri, perché non sappiamo salvare noi stessi. Non possiamo insegnare cosa sia la cittadinanza se noi stessi non siamo cittadini; non possiamo dare ad altri la libertà se noi stessi abbiamo dimenticato l'ardente desiderio di libertà. L'educazione è semplicemente la trasmissione della verità; e come possiamo passare ad altri la verità se noi non l'abbiamo mai avuta tra le mani?» (da Cosa c'è di sbagliato nel mondo).
Qui non si parla di pedagogia scolastica o di psicologia familiare, perché non si parla di norme, o teorie sociologiche, ma di una piccola e solida proposta positiva di vita che i figli possano vedere all'opera in un genitore o in un insegnante non mentre sgrida o spiega, ma mentre vive accanto a loro. L'educazione è una chiara ipotesi di vita in atto. Non è un rassicurante placebo psicologico studiato a tavolino, ma è un autorevole giudizio all'opera nel vivere. È un solido punto di autorevolezza alle spalle e nell'orizzonte della coscienza viva di ogni persona. Quella roccaforte da cui non si recede, che è insieme il nido e la strada per il viaggio della vita. Qualcosa che sia un solido punto di appoggio e anche apertura, che sottragga la vita da qualsiasi sbiadita visione neutrale.
Un pacato e ragionevole discorso che metta equilibrio tra le cose non è educativo (del tipo: "il matrimonio è una scelta di mamma e papà, ma anche il divorzio è una scelta di mamma e papà"), perché non valorizza entrambe le ipotesi, ma le precipita nell'indistinzione reciproca. L'educazione deve essere parziale e creativa, perché il suo compito primo è negare che un essere umano vivo sia qualcosa di neutrale o indifferente. I bambini su questo non li freghi. Riconoscono l'autorevolezza e la riconoscono in chi ha il coraggio di fare scelte di preferenza. Noi adulti possiamo stare in salotto a gingillarci di chiacchiere e teorie, accontentantoci di un semplice e civile confronto tra le parti, ma il bambino ha la radicale purezza di aggrapparsi tenacemente a chi – invece – gli porge il barlume di una certezza difesa con entusiasmo.
La neutralità per il bambino non esiste, perché sta sempre da una parte o dall'altra, e vuole una parte in cui stare; neutralità per lui equivale a «nulla» e – per sua fortuna – lui ha gli occhi di chi vede ancora qualcosa in tutto. L'ombra della civile tolleranza, che ammorbidisce i contrasti tra le cose, ne uniforma la dignità e tende a istigarci a pensare che sia un valore aggiunto considerare ogni verità come relativa, è l'alleato naturale dello sconforto e del suicidio. Perché semina la nebbia dell'indifferenza, in mezzo a cui la scure delle contraddizioni della vita, quando arriva, trova vittime facili.
Il suicidio di un bambino è un delitto che entra in casa nostra, mette a nudo una debolezza educativa nostra. Così, infatti, prosegue il signor Chesterton, nel brano prima citato: «Gran parte della libertà moderna è, alle radici, paura. Non è tanto che noi siamo troppo audaci per sopportare le regole, è che siamo troppo paurosi per sopportare le responsabilità. Mi riferisco alla responsabilità di affermare la verità della nostra tradizione umana e di tramandarla con la voce dell'autorità, una voce insopprimibile. Questa è la sola ed eterna educazione: essere così sicuri che qualcosa è vero da avere il coraggio di dirlo a un bambino».
@AlisaTeggi

mercoledì, ottobre 31, 2012

Help the Hallowe'en Party!

Help the Hallowe'en Party!: When I were a lad, that's what the young 'uns used to say as they went from door to door-- "Help the Halloween Party!", not "Trick or Treat"!

I am rather sad that the American practice (is it American?) has replaced the Irish one (or at least the Dublin one), but apart from that-- and because I spend so much time on this blog waxing nostalgic and crying "O tempora! O mores!"-- I should say that I thoroughly approve of the ever-growing enthusiasm for Halloween.

It gives me a thrill to walk through my neighbourhood and see skeletons, witches and a whole miscellany of monsters staring out at me from windows. It is a wholesome and happy image, the image of mothers and fathers carefully helping their children to deck their house-fronts in evocations of blood, death, decay, decrepitude and ghastliness. One of my favourite movie tag-lines of all time is a tag-line that was used to promote the Texas Chainsaw Massacre: "The family that slays together, stays together". Homicide for the purposes of family cohesion is going a little too far, but arranging artful tableaux of horror and frightfulness is guaranteed to build a bond between the generations.

I haven't dressed up, not because I think it is silly of adults to do so, but simply because I don't have the guts. Most of the year we hide behind our costumes of trousers and shirts and sweaters, and few of us can really be called eccentric in our apparel. But when you dress up for Halloween, you are submitting your creative endeavours to the judgement of the public, and I'm neither arty-crafty enough nor courageous enough to face that. Not yet, anyway.

It could be said that Halloween is becoming too commercialised. I have some sympathy with this argument. When I were a lad (to relapse into nostalgia), I don't remember so many shop-bought or comparatively fancy window decorations. Nor do I remember the shops being so choc-a-bloc with plastic Halloweeen geegaws. I even remember writing a poem, in my teens, exulting in the fact that the "vampires of trade" had little to get their teeth into in Halloween, as opposed to Christmas. I can even remember the closing verse:

The Christmas we know is a media show
Brought to life through a flickering screen
But the Halloween night that they knew long ago
Comes to life in tonight's Haloween.

Well, that isn't true anymore. But what can you do? What Calvin Coolidge said about his own country-- "the business of America is business"-- has now become true of every country in the developed world. Buying and selling, instead of being one aspect of society, has become its main business, even its main amusement. This is highly regrettable, but since we are going to be frenetically buying and selling anyway, it may as well be plastic skeletons and fake vampire teeth.

Conservative Christians (usually Protestants) in America often criticise Halloween for being a pagan festival. Of course, it's not true. But equally of course, it is far from silly to worry about demonic influence or opening yourself up to occult forces. Playing with a ouija board, no matter how jokingly, would be foolish and dangerous. So would any kind of invocation of demons. But most people are sane enough to take the ghastliness and ghoulishness for what it is, pure sport, and no more demonic than a tanner playing the part of Lucifer in a Mystery Play in medieval England.

I think that Halloween is an encouraging phenomenon for Christians. It shows that our culture still thirsts for the supernatural. And the unspoken, unnoticed fact that Hallowe'en is in fact the Eve of All Hallows shows that secular culture still needs to raid Christianity for its celebrations, since it cannot create celebrations of its own. All feasts are religious feasts-- even if they are religious feasts in disguise.

Last year was the first year I went to All Saints' Vigil Mass. Somehow, Halloween suddenly made sense. Not only historical sense, but poetic and dramatic sense. The Christian perspective, I increasingly think, is the one perspective from which life ceases to be seen as a bewildering anarchy, but instead is revealed as a glorious picture. I had the same experience when I started going to Mass a few years ago. Sunday, instead of being a dreary and depressing day of closed shops and gearing up for a return to school or work, became the joyous Day of the Lord, centred on the most important liturgy of the whole week. Of course, that is my experience as someone living in post-Christian Europe; but, since I believe Christ is the Lord of History, I think the same experience of suddenly seeing the master-pattern would strike a Christian convert in China or South Korea or Saudi Arabia.

I could write and write about Halloween. I could write about my life-long experience of Halloween in Ballymun, where bangers and fireworks begin to be set off from early September. In my mind, the exciting chill of the October air is impossible to think of without also thinking of the crackle and shriek of fireworks. I could fondly recall the bonfires of my childhood, which may have grown bigger in memory but which I truly believe were pretty monstrous by any standards. I only assisted in the building of the bonfire one year, but it is one of my happiest childhood memories. I could try to explain how the Halloweens of my boyhood helped to implant in me a passionate belief in the importance of specialness-- special times, special places, special situations, special practices. I think one of the great struggles of our era should be to prevent specialness from perishing from the Earth-- to hold back the crushing tide of sameness, as the world becomes one vast suburb, one vast audience, one vast supermarket.

But I can remember waxing nostalgic about Halloween in an English essay in school, when I was a ripe old codger of fourteen, so I think I will stop there.

sabato, ottobre 27, 2012


"Il misticismo tiene gli uomini sani. Fintanto che c’è il mistero, c’è la salute; distrutto il mistero, nasce la malattia. L’uomo qualunque è sempre stato sano perché è sempre stato un mistico. Ammetteva il crepuscolo. Ha sempre tenuto un piede sulla terra e un altro nel paese delle fate. Ha sempre lasciato libero se stesso di mettere in dubbio i suo dèi, ma anche (a differenza degli agnostici di oggi) di credere in essi. Gli è sempre stata più a cuore la verità che la congruenza".

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia

mercoledì, ottobre 17, 2012

Marine Traffic per conoscere in tempo reale nome e posizione delle navi di tutto il mondo.

Marine Traffic per conoscere in tempo reale nome e posizione delle navi di tutto il mondo.:
Marine Traffic è un sito che mostra su una mappa interattiva la posizione delle navi di tutto il mondo con molti dettagli riguardo alla bandiera, al tipo di nave, alla velocità di crociera, alle dimensioni, al pescaggio, alle foto e altro ancora. Ciascuna nave è rappresentata sulla mappa da una particolare icona a seconda che sia un nave passeggeri, un cargo, una petroliera (tanker),uno yacht o un peschereccio.

Questo sito rappresenta un grosso aiuto per la gente che frequenta il mare abitualmente o saltuariamente durante le vacanze estive. Sono state sviluppate anche delle applicazioni per avere tutte queste notizie nel tablet o addirittura nel cellulare.
Il funzionamento e le feature sono le stesse del sito come si può vedere dagli screenshot

Continua a leggere:

mercoledì, ottobre 10, 2012


That the Nature is a Heraclitean Fire and of the comfort of the Resurrection

Cloud-puffball, torn tufts, tossed pillows ' flaunt forth, then chevy on an air- 
built thoroughfare: heaven-roysterers, in gay-gangs ' they throng; they glitter in marches.Down roughcast, down dazzling whitewash, ' wherever an elm arches,    
Shivelights and shadowtackle in long ' lashes lace, lance, and pair.      
Delightfully the bright wind boisterous ' ropes, wrestles, beats earth bare
Of yestertempest’s creases; in pool and rut peel parches
Squandering ooze to squeezed ' dough, crust, dust; stanches, starches
Squadroned masks and manmarks ' treadmire toil there          
Footfretted in it. Million-fuelèd, ' nature’s bonfire burns on.      
But quench her bonniest, dearest ' to her, her clearest-selvèd spark              
Man, how fast his firedint, ' his mark on mind, is gone! 
Both are in an unfathomable, all is in an enormous dark           
Drowned. O pity and indig ' nation! Manshape, that shone      
Sheer off, disseveral, a star, ' death blots black out; nor mark   
                Is any of him at all so stark               
But vastness blurs and time ' beats level. Enough! the Resurrection,     
A heart’s-clarion! Away grief’s gasping, ' joyless days, dejection.         
                Across my foundering deck shone        
A beacon, an eternal beam. ' Flesh fade, and mortal trash         
Fall to the residuary worm; ' world’s wildfire, leave but ash:           
                In a flash, at a trumpet crash,    
I am all at once what Christ is, ' since he was what I am, and    
This Jack, joke, poor potsherd, ' patch, matchwood, immortal diamond,        
                Is immortal diamond.

Gerard Manley Hopkins

giovedì, settembre 27, 2012


«Maria Giulia: la più fedele di tutti»


Maria Giulia Moretta
Qualcuno ha scritto che “c'eravamo proprio tutti” in questa mattina di settembre intrisa di lacrime e sole. C'eravamo tutti, è vero, verissimo. Proprio come un giorno di settembre di cinque anni fa quando ci stringemmo intorno a don Piero per la sua consacrazione episcopale. Allora sentimmo viva più che mai la presenza di Gesù Maestro e Pastore seduto tra la folla ad insegnare e a sfamare il cuore dell'uomo. Stamane era lo stesso Gesù che piangeva l'amico Lazzaro, a ricordarci con fatica (nostra!) che la pietra del sepolcro sarà rotolata e anche noi “andremo incontro al Risorto”. Perché la fede è una molla che a volte si allunga oltre modo, altre volte si contrae quasi a rannicchiarsi in se stessa, ma non si spezza mai. Mai. Anche quando i pugni allo stomaco fanno male, quando il dolore assume un peso specifico dalla eco incalcolabile e, subito dopo, si trasforma in uno stato di preghiera e di abbandono. Perché ad ogni grande dolore segue sempre una grande pace. O se volete, in un senso audace, al dolore segue una Festa. C'eravamo tutti alla festa di Maria Giulia che guadagnava il Paradiso! Lo guadagnava prima di tutti, come ci ha ricordato Raimondo, perché lei era la donna del “già e non ancora”. Ho osato immaginare che tutte le nostre lacrime (sì, abbiamo pianto, senza filtri e senza copioni, abbiamo pianto lacrime vere, tutti, e tutti ce le siamo asciugate a vicenda senza se e senza ma, senza proferire parole che non servivano...), ebbene che queste lacrime d'amore abbiamo formato, in un solco già tracciato dal Mistero, un percorso dolce come quei ruscelli di montagna che Maria Giulia amava tanto, e che proprio Lei si sia fatta cullare fino alle braccia del Padre. C'eravamo tutti fin dal pomeriggio del suo rientro a San Salvo, quando, ininterrottamente, abbiamo visto e rivisto 40 anni di storia della nostra parrocchia di San Nicola: volti, nomi, biografie, destini, vocazioni, figli e nipoti, nostalgie ed orgoglio. Maria Giulia ha voluto che iniziassimo fin da subito i “festeggiamenti” per il quarantennale, e anche in questo ci ha preceduti e spiazzati. Una cosa mi sento di dire senza timore di smentita alcuna: Maria Giulia è stata la parrocchiana più FEDELE alla nostra parrocchia, nel senso più ampio e più fecondo del termine. C'era (e c'è) il nostro sconfinato amore alla parrocchia poi c'era (e c'è) Maria Giulia...! E ha ragione don Piero quando dice che non si può prescindere da Maria Giulia per decifrare la storia di questa comunità! Don Piero... e quella lacrima donata e condivisa perché un padre è vero sempre di fronte ai suoi figli, nella gioia e nel dolore. Insomma, c'eravamo tutti, e anche chi fisicamente non c'era, impedito da mille cose, c'era lo stesso, lo sappiamo, lo abbiamo sentito. C'era la Chiesa, la diocesi, la scuola, la Cooperativa, il Popolo, tanto popolo e tanta, tantissima parrocchia! Oggi è stato un grande giorno per la nostra parrocchia, ed io vorrei che tutti noi ci sforzassimo di approfondire e di capire cosa è stata la Comunità di San Nicola per la città di San Salvo, chi è stato quel giovane prete oggi Vescovo, chi e cosa sono stati quei ragazzi e quelle ragazze, di ieri, di oggi e di sempre, cosa ha dettato al tessuto cittadino questa grande storia, cosa ha lasciato nei meandri della società, della cultura, della solidarietà, di un nuovo umanesimo tutt'altro che relativo e scontato. Ne dobbiamo parlare tra noi e con la gente, ne parlerò anche alle istituzioni, lo sto già facendo. Giammai per una visione autoreferenziale: una parrocchia non ha nulla di autoreferenziale o di autarchico anche perchè sa bene che “solo Dio basta”...  Solo Dio e gli uomini che Dio ama, fede e vita, vangelo e storia concreta. Tutto questo, ed altro ancora, è stata Maria Giulia, lo hanno dimostrato le migliaia di presenze di questi giorni e un curriculum così vero, profondo e generoso che il Buon Dio non poteva esimersi da assumerla! Forse troppo presto ma l'orologio del cielo ha lancette sconosciute agli uomini e palesi ai santi e agli angeli. Il nostro ultimo incontro si è consumato in una stanza di ospedale, eppure su quel tavolo asettico e sempre dello stesso colore, siamo riusciti a spalmare le nostre idee e i nostri progetti. Sono ancora, Amica Cara, le NOSTRE idee e i NOSTRI progetti, che insieme a quelli di tutti diverranno impegni e fatti, come ci hai abituati ad agire e ad operare. Prima di andare via mi hai chiesto delle mie bambine, mi hai detto che le avevi viste in una foto e che ti scusavi perché non ancora venivi a salutare la piccolina: mi sono commosso, ti ho abbracciato e ti ho promesso che appena saresti stata meglio avremmo passato un po' di tempo insieme. Manterrò la promessa, racconterò ad Alessia e Virginia quello che il cuore vorrà dettare e pregare, dirò loro chi eri, chi sei e cosa siamo stati. E di quel giorno che c'eravamo proprio tutti, fino a scoprire dentro l'ennesima lacrima che TU CI SEI ANCORA. Oggi e sempre.

Perché mai “nessuno potrà separarci dall'amore di Cristo”.
Un abbraccio forte ai tuoi familiari.
A te un dolcissimo bacio.
Con l'Affetto che sai.

Domenico Di Stefano

lunedì, settembre 24, 2012

Postmodernism Generator

Expressionism in the works of Madonna

Jacques Z. Humphrey Department of Sociolinguistics, University of California
O. Martin Hanfkopf Department of Deconstruction, University of Georgia

1. Madonna and capitalist Marxism

If one examines expressionism, one is faced with a choice: either reject postconstructivist desublimation or conclude that reality serves to oppress the underprivileged. It could be said that Sartre promotes the use of capitalist Marxism to attack the status quo. An abundance of narratives concerning a self-supporting whole may be discovered. “Sexual identity is intrinsically used in the service of capitalism,” says Bataille; however, according to Dietrich[1] , it is not so much sexual identity that is intrinsically used in the service of capitalism, but rather the genre, and eventually the futility, of sexual identity. But the main theme of the works of Madonna is the common ground between class and society. Porter[2] implies that we have to choose between Sontagist camp and the precapitalist paradigm of expression. The primary theme of Parry’s[3] analysis of postconstructivist desublimation is a mythopoetical paradox. Therefore, the characteristic theme of the works of Madonna is the difference between sexual identity and class. Sontag suggests the use of expressionism to deconstruct sexual identity. “Class is part of the stasis of language,” says Debord. But if postconstructivist desublimation holds, the works of Madonna are empowering. Bataille promotes the use of the textual paradigm of narrative to challenge sexism. “Society is elitist,” says Baudrillard; however, according to Tilton[4] , it is not so much society that is elitist, but rather the dialectic, and some would say the rubicon, of society. Therefore, the example of expressionism prevalent in Rushdie’s The Ground Beneath Her Feet emerges again in Midnight’s Children, although in a more precapitalist sense. Dahmus[5] states that we have to choose between cultural theory and neotextual cultural theory. In a sense, Foucault’s critique of capitalist Marxism implies that the Constitution is fundamentally used in the service of hierarchy, given that the premise of expressionism is invalid. The main theme of Wilson’s[6] essay on capitalist Marxism is a self-referential totality. Therefore, Derrida uses the term ‘postconstructivist desublimation’ to denote the bridge between art and sexual identity. If capitalist Marxism holds, we have to choose between expressionism and subtextual discourse. But Sontag’s analysis of capitalist Marxism suggests that narrativity is capable of intention. Foucault uses the term ‘expressionism’ to denote not, in fact, narrative, but prenarrative. In a sense, Debord suggests the use of postconstructivist desublimation to read and attack society. Capitalist Marxism states that context is a product of the masses. Therefore, in Beverly Hills 90210, Spelling affirms expressionism; in Robin’s Hoods, however, he denies postconstructivist desublimation. McElwaine[7] implies that we have to choose between capitalist Marxism and modern theory. But Sartre promotes the use of expressionism to deconstruct sexism. Several desituationisms concerning Lacanist obscurity exist.

2. Consensuses of paradigm

In the works of Spelling, a predominant concept is the concept of subtextual culture. Thus, the primary theme of the works of Spelling is a mythopoetical paradox. Debord uses the term ‘postconstructivist desublimation’ to denote the role of the observer as reader. “Sexual identity is elitist,” says Derrida. However, Lyotard suggests the use of capitalist Marxism to modify class. Lacan uses the term ‘expressionism’ to denote the absurdity, and subsequent economy, of patriarchial language. Therefore, a number of narratives concerning not discourse, as precapitalist narrative suggests, but neodiscourse may be found. The main theme of McElwaine’s[8] model of capitalist Marxism is the dialectic, and eventually the absurdity, of modernist class. In a sense, an abundance of constructions concerning expressionism exist. Baudrillard promotes the use of capitalist Marxism to attack class divisions. However, any number of discourses concerning the role of the participant as writer may be discovered. If the postdialectic paradigm of discourse holds, we have to choose between capitalist Marxism and textual sublimation.

3. Predeconstructivist desituationism and cultural subcapitalist theory

If one examines capitalist Marxism, one is faced with a choice: either accept expressionism or conclude that government is intrinsically used in the service of sexism. In a sense, Lyotard suggests the use of dialectic capitalism to read and challenge art. An abundance of discourses concerning capitalist Marxism exist. In the works of Spelling, a predominant concept is the distinction between figure and ground. However, the subject is contextualised into a Derridaist reading that includes culture as a reality. Marx uses the term ‘expressionism’ to denote the common ground between class and truth. In a sense, Bataille promotes the use of neopatriarchialist appropriation to attack archaic, sexist perceptions of society. Any number of dematerialisms concerning the role of the observer as writer may be revealed. However, Lyotard suggests the use of expressionism to analyse sexual identity. Derrida uses the term ‘cultural subcapitalist theory’ to denote the difference between class and sexuality. It could be said that the primary theme of the works of Spelling is the role of the artist as observer. Lacan uses the term ‘capitalist Marxism’ to denote the stasis of textual class.

1. Dietrich, M. Q. ed. (1982) Deconstructing Socialist realism: Capitalist Marxism and expressionism. University of Oregon Press
2. Porter, C. D. C. (1999) Expressionism and capitalist Marxism. Panic Button Books
3. Parry, W. ed. (1988) The Reality of Genre: Capitalist Marxism and expressionism. University of Massachusetts Press
4. Tilton, Y. G. (1992) Capitalist Marxism in the works of Rushdie. Yale University Press
5. Dahmus, U. ed. (1986) Realities of Stasis: Expressionism in the works of Stone. And/Or Press
6. Wilson, B. U. (1970) Capitalist Marxism in the works of Spelling. University of Michigan Press
7. McElwaine, W. P. O. ed. (1985) The Burning House: Expressionism in the works of Cage. Harvard University Press
8. McElwaine, Y. R. (1999) Expressionism and capitalist Marxism. And/Or Press

The essay you have just seen is completely meaningless and was randomly generated by the Postmodernism Generator. To generate another essay, follow this link.

domenica, settembre 23, 2012

LA FILOSOFIA POPOLARE E IL POPULISMO FILOSOFICO Una volta, tanti anni fa, andai in televisione a parlare di filosofia. Il programma, allestito da Rai Educational, si chiamava "Il grillo". Ero circondato da studenti delle scuole superiori, c' era un tema, e poi dovevo fare tutto da solo, compresa un' autopresentazione. "A cosa serve la filosofia?", questa era la domanda; avevo un' ora (televisivamente, un tempo enorme) per rispondere assieme ai ragazzi. Me la cavai dicendo che a rigore la filosofia non serviva a nulla, tranne che a interrogarsi in modo critico attorno al senso della parola "servire". Non si combatte il populismo filosofico chiudendosi in casa (o nel proprio studiolo, o nella propria aula, che è una specie di casa), insomma rivendicando un atteggiamento elitario. Semmai lo si affronta davvero solo "scendendo in piazza" e rischiando di abbandonare il comodo piedistallo dello studioso solitario o attorniato solo da una sparuta cerchia di pari. Ma, allora, cosa significa fare filosofia e cosa vuol dire combattere il populismo filosofico? Ci sono parecchi equivoci da stanare e da chiarire. Una filosofia che abdichi al proprio compito critico, anche radicalmente critico, forse anche masochisticamente autocritico, non serve a nulla: legittima di volta in volta l' opinione corrente, le fornisce un po' di belletto teoretico. Perciò il cosiddetto "filosofo" è da sempre un personaggio alquanto scomodo, talora irritante, e da sempre, se è un "vero" filosofo, rischia la sua faccia e deve avere il coraggio di sfidare il potere delle idee prevalenti e già codificate. Non basta dire che il filosofo è uno che ama le idee in un mondo involgarito: la filosofia serve a qualcosa solo se accende dei segnali rossi attorno a certe idee lanciando un allarme. Per esempio, dovrebbe riuscire a distinguere tra populismo filosofico e filosofia popolare, saper individuare bene la natura, il senso e le conseguenze di questo equivoco abbastanza clamoroso sul quale si è costruito il recente dibattito sulle feste filosofiche e sulla filosofia prêt-à-porter (inaugurata a luglio su Repubblica, da Roberto Esposito e proseguita con altri interventi in questi mesi). Fin dall' antichità la filosofia ha avuto una vocazione popolare: ciò significa che essa si occupa e si preoccupa dell' esperienza quotidiana, si rivolge ai "cittadini" proponendo loro uno stile di vita. La filosofia ha da sempre una vocazione pubblica ed etica, anche quando sembra essere solo un esercizio del soggetto su se stesso. Questa vocazione attraversa tutta la sua storia, solo che oggi i cittadini non sono più un gruppo limitato di persone ma un insieme che riguarda tendenzialmente l' intera società senza distinzioni. Il bisogno di filosofia è avvertito oggi da tutti e perciò hanno presa le feste filosofiche che chiunque può frequentare, e si sviluppano di continuo iniziative di massa che hanno come scopo la divulgazione. La filosofia popolare deve cessare di essere critica? No, certamente, ma essa si annoda, oggi, con la cosiddetta "cultura televisiva" e accade così che la mediatizzazione appiattisca questa criticità o addirittura la elimini. Può esistere una filosofia popolare senza una tale "semplificazione" che snatura la filosofia stessa? Sì, può esistere, ma qui si deve innestare una verae propria battaglia culturale contro il "populismo" filosofico, cioè contro la tendenza a ridurre il pensiero filosofico a modelli semplici e unificati. La battaglia tra chi asseconda questa riduzione e chi la combatte, magari anche nelle piazze, dunque anche nelle feste filosofiche (a FilosofiaGrado, qualche giorno fa, ho parlato proprio di questo). Combattere la semplificazione populistica che è visibilmente in atto significa spingere il pedale della criticità, e battersi per il pensiero critico vuol dire, a mio parere, evidenziare gli aspetti paradossali del discorso filosofico, il suo connaturato pluralismo, il suo piacere della sfumatura, il suo rifiuto delle fissazioni, la sua vocazione storica e genealogica. Non a caso questa battaglia ha ora come campo un' idea di verità non bloccata né presupposta. Uno dei miei autori preferiti, A.N. Whitehead, aveva lanciato una campagna contro le "cattive astrazioni". Il populismo filosofico è una cattiva astrazione. Riduce la filosofia a un' ideologia prêt-à-porter. Lavorare contro il populismo filosofico e le sue cattive semplificazioni significa allora accettare la sfida mediatica e tentare di salvare l' identità del filosofo, oggi decisamente messa a rischio. Questa identità è attraversata da parte a parte da una tensione ironica. Se dalla cassetta degli attrezzi del filosofo si toglie l' ironia, con la quale è possibile spiazzare i problemi e farli vedere in una luce inabituale, il cosiddetto filosofo rischia di diventare un funzionario del pensiero abbastanza grigio. PIER ALDO ROVATTI Repubblica, 19 settembre 2012

mercoledì, settembre 19, 2012

Ecco il "Vangelo della moglie di Gesù"

È davvero encomiabile la scelta, da parte dell’Università di Harvard, di offrire una dettagliata scheda informativa su un presunto testo evangelico che è stato appena scoperto, e che farà sicuramente parlare di sé nei prossimi giorni. Si tratta di un frammento papiraceo datato al IV secolo, scritto in copto, che gli studiosi hanno proposto di identificare come parte di un inedito “Vangelo della moglie di Gesù”.

Continua su Lettere Paoline.

domenica, settembre 16, 2012

mercoledì, agosto 22, 2012

lunedì, agosto 20, 2012


I have known many happy marriages, but never a compatible one. The whole aim of marriage is to fight through and survive the instant when incompatibility becomes unquestionable. For a man and a woman, as such, are incompatible.
G. K. C.

giovedì, agosto 09, 2012


La filosofia uccisa dai festival
(e dagli eventi di “Repubblica”)

Fulvio AbbatePubblicato da 
il 8 agosto 2012.
Pubblicato in Le Altre Idee.
Cos’è la filosofia nelle società ad alta pressione spettacolare? Semplice, è l’oroscopo dei diplomati, destinato ai pochi che hanno letto anche soltanto un libro nella vita, fosse pure Siddharta di Hermann Hesse.
Scorgo proprio adesso su la Repubblica un articolo a firma Roberto Esposito testualmente dedicato a una “disciplina che vive una stagione di successo popolare”. Tra festival, dibattiti, inviti speciali, al termine dei quali, aggiunge lo scettico, la terra non s’è mossa neppure di un millimetro, anzi, su tutto, come in un gradito ritorno all’inquietante sistema tolemaico, sorge infine, come ennesimo sole nero, il volto di Massimo Cacciari, filosofo appunto, incoronato da una barba da pensatore, fra Nietzsche e Schnauzer gigante con pedigree rilasciato al “San Raffaele” di Milano; sempre iconograficamente parlando, va da sé. L’articolo apparso sul quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, a sua volta filosofo di se stesso, prova a indagare il tema ispido del pensiero in funzione, il pensiero come spinterogeno dialettico, muovendo da un interrogativo che, in definitiva, si incarna nelle delibere quotidiane degli assessorati alla cultura o nell’occhio magico degli sponsor disposti a investire “in cultura”. Trent’anni fa c’erano le mostre della Transavanguardia (con Chia, Paladino e gli altri), dei Nuovi Selvaggi tedeschi (con A. R. Penck, Baselitz, ecc.), dei graffitisti Usa (con Haring, Basquiat, Rammellzee…) adesso invece s’innalza la brochure dell’Opera Nazionale Dopolavoro Filosofico.
Ma sono davvero utili questi convegni, di più, questi festival della filosofia? Dove il pubblico prende posto in anticipo nella convinzione che verrà inaugurato il bingo della Verità, dove c’è modo, in assenza dei pezzi grossi trapassati, gli Heidegger, i Foucault, i Castoriadis o magari perfino dei viventi Habermas o Balibar, di imbattersi, oltre nel già citato Cacciari, negli altrettanto validi nostrani Emanuele Severino, Remo Bodei, Giulio Giorello, Giacomo Marramao e magari, che so, perfino in Franco Battiato, venuto lì a spiegare finalmente cosa cazzo è mai l’era del cinghiale bianco; perché ci stanno sempre bene gli artisti in questo genere di cose, magari anche Vinicio Capossela; avanti, un po’ di banale profondità d’autore, per “alleggerire”, dare un pendant “secolarizzato” all’evento, non guasta, assicura il promotore.
Continua qui.

mercoledì, agosto 08, 2012


Chi decide quale debba essere la “nostra” dimensione politica?



Paolo Ponzio


L’intervento di Roberto Esposito su La Repubblica dal titolo «Filosofia prêt-à-porter» riporta nuovamente l’attenzione su una situazione bizzarra nella quale si trova oggi gran parte del pensiero filosofico contemporaneo: quella di una sagra all’interno della quale ogni interlocutore cerca di ergersi, come un novello don Chisciotte, a difensore del suo “mulino” di idee senza che si tenga in conto alcuno quale sia la loro origine filosofica e il contesto al quale esse si riferiscono. È ciò che si vede, e in questo ha ragione Esposito, in tanti festival di filosofia, caffè socratici e manifestazioni affini che propongono un discorso filosofico senza più – direi, forse in maniera tranchant – l’onere della prova.
Certo, una filosofia così a buon mercato, che non rende più ragione del suo essere e del suo statuto disciplinare, sempre meno avrà da dire alle scienze e alle questioni antropologiche che pure chiedono di lei e del suo giudizio. E tuttavia, a ben vedere, un tale panorama non può che essere rintracciato nella evoluzione storica che il pensiero filosofico ha assunto a partire con la modernità e con la sua presunta pretesa di conoscere l’uomo unicamente attraverso il metodo della scienza naturale, congetturando la possibile scoperta di leggi che avrebbero determinato l’essere e il comportamento dell’uomo stesso.
Era questo il sogno di gran parte del pensiero positivistico e materialistico che sembrava essersi concluso con la caduta del muro di Berlino e la fine delle ideologie. Riecheggiano, a tal proposito, le parole di Romano Guardini nel suo La fine dellepoca moderna, quando affermava che «L’uomo quale è concepito dai tempi moderni non esiste. I rinnovati tentativi di richiuderlo in categorie alle quali non appartiene: meccaniche, biologiche, psicologiche, sociologiche, sono tutte variazioni della volontà fondamentale di fare di lui un essere che sia “natura” e diciamo pure natura spirituale. E non si vede ciò che egli è anzitutto ed in modo assoluto: persona finita, che come tale esiste, anche quando non lo voglia, anche quando rinneghi la propria natura. […] Persona che ha la stupenda e terribile libertà di conservare o di distruggere il mondo, e persino di affermare e di realizzare se stessa o di abbandonarsi e perdersi”. (p. 80). 
Guardini sembra tracciare con chiarezza quale possa essere la via per uno sviluppo differente della posizione filosofico-politica attuale: l’affermazione della persona in quanto dotata di quella libertà che lo fa “voler-essere” anche quando vorrebbe rinnegare la sua natura. Di qui il valore inestimabile della “natura” umana: un bene che neanche l’uomo stesso può manipolare pienamente e da cui non ci si stancherà mai di ripartire.


Continua su Il sussidiario.

domenica, agosto 05, 2012


Contro lo sport

Violenza e conigli. L’insostenibile leggerezza di un flagello mondiale

Nelle cosiddette società sviluppate e complesse,i crimini più gravi sono compiuti da istituzioni, non da individui. E quanto più grandi, continui e istituzionali sono i crimini, tanto più difficile è percepirli a occhio nudo. Così argomentava Enzensberger un quarto di secolo fa nel suo libro “Mediocrità e follia”, parafrasando un’idea sviluppata già negli anni Cinquanta da Günter Anders in “L’uomo è antiquato”. Non c’è dunque da meravigliarsi se ogni tanto qualche osservatore o studioso punta la sua lente sui crimini morali e materiali che si annidano nella pratica corrente di un’istituzione: esercito, polizia, scuola, sanità, giustizia, comunicazione. Nelle liberaldemocrazie la violenza è diluita e mascherata ma non assente.
E’ dello sport e degli stadi che si occupa il libro di Marc Perelman “Sport barbaro. Critica di un flagello mondiale” (Medusa, 174 pp. 14 euro). Fin dalle prime pagine la mia reazione immediata è stata di sorpresa e di rammarico. Ma guarda (mi sono detto) queste cose, anche se in termini diversi, le ho pensate da così tanto tempo e tante volte che ormai non ci facevo più caso. La forza dell’abitudine ci addormenta. Il sottinteso bellico, violento, distruttivo, razzistico o ebete dello sport, delle emozioni che scatena e degli interessi che soddisfa è stato spesso notato. Ma alla fine e dopo ogni critica e denuncia, lo sport trionfa sempre, si impone su tutto: gli istinti che esprime sono così primitivi e primari, che sembra invulnerabile a ogni obiezione. Sono decine gli amici e conoscenti che, per quanto appassionati di calcio, hanno smesso da decenni di frequentare gli stadi. Ma neppure questa reazione di paura e di disgusto di molti tifosi riesce a essere convincente. Basta che lo spettacolo venga goduto in televisione perché la barbarie sia dimenticata e il calcio, nonostante tutto, ridiventi sano e santo. Viene semmai visto e denunciato come “antiumano” chi lo critica.
Leggendo Marc Perelman, mi è tornata in mente una pagina di Piergiorgio Bellocchio pubblicata nel numero 5 di Diario nel 1987, anche perché Bellocchio impiega poche righe per dire quello che Perelman dilata analiticamente in un libro. Ma come sappiamo i libri risultano più autorevoli dei saggi brevi e se non viene esibita una congrua bibliografia ogni affermazione sembra meno scientificamente persuasiva.
Scriveva Bellocchio: “La criminalità degli stadi, dove la domenica si celebra il rito calcistico fondato sulla violenza verbale e fisica; violenza premeditata, covata e nutrita durante l’intera settimana; violenza che se non si propone ancora come obiettivo esplicito l’eliminazione fisica dell’avversario, limitandosi per lo più a minacciarla, pur tuttavia finisce spesso per ottenerla ugualmente, e quando l’evento si compie, lo si celebra; la criminalità degli stadi ha conseguito i suoi massimi trionfi quando questi luoghi sono stati utilizzati per segregare, torturare, massacrare gli avversari politici. Un uso eccezionale, ma non abnorme. Sono stati piuttosto momenti della verità, rivelatori della natura profonda di questo tempio, totale realizzazione della sua potenzialità. Galera e mattatoio. Poi il sangue viene lavato e lo stadio torna al normale suo uso: partite di calcio, concerti rock, meeting religiosi. Violenza rituale di routine, fisiologica (…) Le ricorrenti invocazioni dei forni crematori hitleriani contro gli atleti israeliani non sono tanto un sintomo di rigurgito antisemita; la specifica ideologia nazista c’entra poco. Se i tifosi sapessero dei massacri italiani in Libia e in Etiopia, si può star sicuri che verrebbero entusiasticamente sbandierati in occasione di incontri contro squadre libiche e etiopiche. Abbiamo visto schernire come ‘conigli’ i morti dello stadio di Bruxelles e auspicare il ripetersi di altre Bruxelles. E non dimentichiamo che, nonostante la strage, quella partita fu regolarmente giocata, seguita con sportiva emozione dagli spettatori, e coronata dagli abbracci finali dei vincitori”.
L’analisi di Marc Perelman usa Freud (lo sport distoglie i giovani dal sesso), Kracauer (“Lo sport abbrutisce le masse”), Benjamin (“I Giochi olimpici sono reazionari”). Ricorda l’uso autocelebrativo delle olimpiadi fatto dalla Germania nazista nel 1936 e dalla Cina totalitaria nel 2008, denuncia le mille ipocrisie retoriche del Comitato olimpico e le enormi spese inutili per la costruzione di edifici giganteschi e mostruosi che violentano la forma storica delle città.
E’ difficile dubitare che nel secolo delle masse e della loro mobilitazione organizzata lo sport non facesse parte della tendenza generale. Ma mi sembra che il furore critico di Perelman si travasi con troppo ottimismo in un progetto di boicottaggio e di lotta politica allo sport. Ancora una volta, la tradizione culturale francese mostra di credere nei poteri sociali e politici dell’illuminismo e in quelli dell’intellettuale, poteri che certo in Francia sono tuttora maggiori che in quasi tutti i paesi del mondo. L’autore sembra ritenere che il passaggio dalla teoria critica alla prassi sia naturale, ovvio, lineare, diretto. Ma per Adorno e Horkheimer, molto citati e approvati nel libro, non era esattamente così. Alla domanda: “Se questa è l’analisi, che cosa proponete?”, i due filosofi avrebbero risposto che proponevano la loro analisi, cioè la comprensione delle cose, nient’altro. Per loro, questo non era poco. Con gli intellettuali e con la loro decisione di agire, Adorno era spietato. E’ stato lui a scrivere: “Comunque agisca, l’intellettuale sbaglia”. A partire da questo aforisma si potrebbe scrivere un altro libro.

giovedì, agosto 02, 2012

Chesterton e Gandhi

Chesterton e Gandhi:
Nel suo editoriale uscito nell'edizione del 2 Ottobre 1909 dell'Illustrated London News Chesterton affrontò la questione del nazionalismo indiano. Scrisse: "La prova della democrazia non è se il popolo vota ma se il popolo governa. L'essenza di una democrazia è che il tono nazionale e lo spirito del tipico cittadino è evidente e suggestivo nelle azioni dello stato". Ed egli riteneva che "la debolezza principale" dei nazionalisti indiani alla ricerca dell'indipendenza consistesse nel fatto che il loro nazionalismo fosse "non molto indiano e non molto nazionale": "C'è una differenza tra un popolo conquistato che domanda le proprie istituzioni e lo stesso popolo che domanda le istituzioni del conquistatore". L'articolo fu letto da Gandhi, che era a Londra in quel momento per fare pressioni per "una maggiore libertà del diritto di residenza, viaggio e commercio per i membri della diaspora indiana in Sud Africa" dove egli allora viveva.
Fece riferimento all'articolo in un dispaccio che inviò al giornale che aveva fondato a Durban, l'Indian Opinion. Questo articolo per varie ragioni non apparve che nel Gennaio dell'anno seguente. Nel frattempo, Gandhi aveva risposto alle critiche di Chesterton completando in dieci giorni, a bordo della nave che lo riportava in Sud Africa, "un'ampia difesa delle virtù dell'antica civiltà indiana". Scritto nella lingua madre di Gandhi, fu pubblicato col titolo "Hind Swaraj", ed anche in inglese col titolo "Indian Home Rule" (letteralmente "governo domestico indiano", o più propriamente autogoverno indiano, nota di traduzione), a Durban nel 1910.

Ian Ker, G. K. Chesterton - A biography, Oxford Press, 2011 (nostra libera traduzione)


(nella foto: un giovane Gandhi ai tempi della sua presenza in Sud Africa)