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sabato, novembre 18, 2023

Rinascimento: quante banalità dure a morire

Arriva in libreria un saggio britannico annunciato da titoli, in inglese come in italiano, densi di luoghi comuni. Si tratta comunque – denunzie e demonizzazioni a parte – di un onesto trattato di storia italiana di facile e gradevole lettura.

Catherine Fletcher, Il libro nero del Rinascimento, Milano, Garzanti, 2022, pp. 466, euri 28,00.

Ti arriva sul tavolo un volume come questo ed ecco che t’invade la malinconia. Questo libro è stato salutato nientemeno che dal Sunday Times con le severe parole indirizzate ai lettori: “Se pensavate che il Rinascimento fosse solo bei quadri e riscoperta dei classici, vi sbagliavate di grosso”. E non dico l’illustre studioso, ma perfino il modesto travet della cultura media – l’insegnante, il recensore librario sui quotidiani – si chiede: ma come, siamo ancora a questo punto? Credevamo fosse chiaro che da circa due secoli i Gregorovius, i Michelet, i Burckhardt, sia pure svolgendo egregiamente il loro compito di scopritori e di divulgatori, avevano diffuso a proposito di quel lungo periodo della storia della civiltà e delle arti d’Europa, durato grosso modo dalla seconda metà del Tre a quella del Cinquecento, una massa immensa e inestricabile di pregiudizi e di luoghi comuni. Li abbiamo contrastati per lunghi decenni: abbiamo studiato i due lunghi periodi di crisi climatica, demografica, socioeconomica da concentrazione della ricchezza e da una spaventosa sperequazione, abbiamo rivelato i retroscena politici e le messinscene mediatiche sottostanti alla meravigliosa avventura del “mecenatismo”, non abbiamo certo taciuto le guerre, i colpi di stato, le congiure. E abbiamo anche corretto molti, troppi “luoghi comuni”.
Machiavelli non fu mai un apologeta del crimine voluto e prezzolato da un tiranno; e la virtuosa Lucrezia Borgia duchessa di Ferrara non fu affatto un’avvelenatrice.
Macché. Niente da fare. “Invidïosi veri”, direbbe il Padre Dante, come al solito predicando al vento. Gli occhiuti e sovente assoldati custodi del conformismo bignamesco non demordono. E hanno dalla loro due potenti alleati: anzitutto la pigrizia di molti insegnanti e di molti “addetti ai lavori” o sedice nti tali ai quali l’aggiornamento pesa; quindi il dogmatismo ottuso di troppi “operatori mediatici” pronti a smascherare qualunque forma di “revisionismo”, come dicono loro. Guai a sostenere che il “luminoso” Rinascimento non fu né sempre né dappertutto tale e che il “buio” medioevo non è mai esistito: non ci sono né fonti né studi, né argomenti che tengano. Vero è tuttavia che qua e là certe cose si rimettono in discussione: magari, anche lì, a costo di ulteriori malintesi.
Prendete il grosso libro di Catherine Fletcher, brava studiosa della Manchester Metropolitan University e collaboratrice della Bbc, la quale – esplicitamente rivolta ai suoi studenti, ai quali esso è dedicato – ha scritto un saggio dal titolo The beauty and the terror: an alternative history of the Italian Renaissance. Ebbene: alternative history  in che senso, e a che cosa? Con ogni evidenza, a una tradizione troppo “aurea”, o “rosata”, del Rinascimento italiano sereno scrigno di bellezza, almeno secondo una certa visione soprattutto angloamericana che fa scuola dai tempi di Burckhardt e che continua a riversare sulle nostre città e i nostri lidi – il che, tuttavia, è lontano dal farci dispiacere – legioni di turisti che annualmente invadono le strade e le piazze di Venezia o di Firenze, per quanto ameremmo fossero un po’ più educati e un po’ meno parsimoniosi. Ma l’editore italiano ha trovato il titolo inglese, tutto sommato, molto poco impressionante nella nostra lingua e dalle nostre parti. Noi, alla bellezza mischiata al terrore ci siamo tutto sommato piuttosto abituati. Semmai, una parvenza di “provocazione” in più poteva pervenire – si è pensato – dall’espressione “Libro Nero”, c he richiama alcuni, numerosi pamphlets politici specie antifascisti, anticomunisti e antiamericani. Anche il nostro caro, vecchio Umberto Eco (che ci manca molto) aveva collezionato esempi rinascimentali con i quali puntellare la tesi da lui esposta in un saggio, Il fascismo eterno (edizioni La Nave di Teseo), che onestamente non è tra le sue cose più brillanti.
E di storie rinascimentali “nere”, a onor del vero, ce ne sono molte: il che nulla toglie, va da sé, all’eccezionalità artistica e intellettuale di quel periodo. Ciò detto, bisogna notare che il contenuto del libro forse non rende intera giustizia al titolo italiano, mentre quello inglese a modo suo resta più adatto a descrivere la ricchezza dell’arte rinascimentale in rapporto al cinismo e sovente alla spietatezza con la quale alcuni potenti si facevano committenti d’arte per appoggiare il loro regime per mezzo di una sapiente rete di terrore, di complicità e di consenso. Questi potrebbero essere i tre key-word che dominano un libro ben costruito, denso di eventi accuratamente, anche se sinteticamente, narrati, che si apre su un quadro dell’Europa del Quattrocento per poi parlare delle corti, delle guerre, del Nuovo Mondo, della Riforma e Controriforma, delle guerre di religione, del pericolo turco. Un onesto tracciato storico di storia italiana che riesce di facile e gradevole lettura.
Franco Cardini

sabato, gennaio 02, 2021

ASPETTANDO IL CENTENARIO DANTESCO

SPIRITI MAGNI E GRANDI BUFALE

Di Franco Cardini

Nell’approssimarsi del 2021, “Anno Dantesco” – e nella speranza ch’esso ci porti in dono anche la liberazione dall’epidemia –, è utile auspicare che alcune questioni dantesche vengano definitivamente risolte; e che su alcuni equivoci si faccia finalmente piena luce.
In tempi di trasformazione epocale della “cultura diffusa” in seguito alla crisi delle istituzioni tradizionali scolastiche e universitarie e del diffondersi dei social (con la conseguenza allarmante di un intensificarsi della confusione dei linguaggi e della perdita progressiva di ancoraggi culturali autorevoli sui quali fondarsi) stanno pericolosamente riemergendo questioni dalle quali speravamo di essere definitivamente usciti.
Una delle più divertenti da un lato e angoscianti dall’altro riguarda Dante e il suo tempo: quella dei “Fedeli d’Amore”. Una strana storia, un equivoco nato fra Otto e Novecento e in seguito bizzarramente trascinatosi dopo l’affermarsi nella nostra cultura sia d’élite, sia “diffusa”, dell’interruzione di un dialogo che ha dato luogo a una sorta di schizofrenia, di dialogo tra sordi.
Cominciamo dal principio. Nel sonetto dantesco A ciascun’alma, il primo accolto nella Vita Nova, il poeta allora diciottenne (si è quindi nel 1283) c’informa di essere stato còlto nella sua stanza “da un soave sonno” dopo aver incontrato per la seconda volta “la gloriosa donna de la mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice”. Durante il sonno, egli narra di essere stato visitato verso l’alba da uno di quelli che Carl Gustav Jung avrebbe definito “sogni significanti”: svegliatosi, aveva composto un sonetto e lo aveva inviato alla ristretta cerchia di coloro che egli chiama “tutti li Fedeli d’Amore” – Guido Cavalcanti e Lapo Gianni principalmente –, pregandoli “che giudicassero la mia visione”. La quale era terribile: Dante aveva sognato il loro “signore”, cioè Amore personificato, il quale teneva fra le braccia “madonna” (cioè Beatrice) addormentata e che stringeva nella sua mano il cuore di Dante stesso, ardente; e, svegliatala, la costringeva spaventata a mangiarlo. Il “cuore ardente” e il “cuore mangiato” sono immagini archetipiche fondamentali nella nostra cultura, e anche in altre: ne parla anche il Boccaccio, nella nona novella della IV giornata del Decameron[1].
L’ispiratore primario del giovane Dante era il poeta Guido Guinizzelli, il quale a sua volta era divenuto un celebre caposcuola per la sua canzone Al cor gentil, nella quale con efficace e affascinante chiarezza, ma sulla base di un’esile autocoscienza filosofica, aveva diffuso la lezione ripresa in pieno XII secolo dal trattato De amore di Andrea Cappellano, chierico al servizio di Maria di Champagne, figlia di Luigi VII di Francia e della grande Eleonora d’Aquitania, e pertanto sorella di Riccardo Cuor di Leone. Ora, Eleonora aveva fatto conoscer in Francia settentrionale, cioè nel “paese della lingua d’oïl”, la poetica di suo padre Guglielmo IX, duca d’Aquitania e celebre trovatore, fondata sul servizio dell’innamorato all’amata: il primo considerato vassallo (fizel, cioè fidelis) della seconda, che gli ha concesso in feudo il suo stesso cuore. Ma la dottrina di Andrea era una metafora del magistero relativo all’amore che risaliva a Platone e che, dopo aver animato tutto il neoplatonismo medievale, era giunto nella cristianità occidentale alla sua piena maturazione con il platonismo della scuola di Chartres, cui ha dedicato un “classico” Tullio Gregory[2].
Il fatto è che nella Christianitas latina l’aristotelismo scolastico di Tommaso d’Aquino, principale referente di Dante, aveva spazzato via quasi del tutto – e il poco rimasto lo aveva stravolto – quella grande tradizione neoplatonica ellenistica che aveva resistito fino alla scuola di Chartres del XII secolo e senza la quale gli stessi Agostino e Boezio, capifila della filosofia cristiana medievale, risultavano quasi incomprensibili. Il grande successo di Dante, quindi il profondo mutamento culturale della Modernità e la riscoperta dantesca d’età romantica fecero il resto.
Durante il secolo XIX Dante e il suo richiamo ai “Fedeli d’Amore” (ormai divenuto un gruppo penitenziale esclusivo e segreto, una “sètta”) fu reinterpretato alla luce dell’equivoco misticismo politico laicista “ghibellino” di Ugo Foscolo[3], di Gabriele Rossetti[4] e di suo figlio il pittore preraffaellita Dante Gabriele[5], ohimè legittimati dalla sterminata, equivoca erudizione di Giovanni Pascoli[6]. Tutta questa affascinante, ingovernabile massa di coltissimi malintesi trovò un rielaboratore e sistematore in un professore liceale di filosofia, Luigi Valli, responsabile tra Otto e Novecento di una teoria generale complottistica che di Dante e dei suoi immaginari sodali faceva gli eroi contro una congiura oscurantistica ordita nei secoli dal papato[7].
Era così nata la “sètta” medievale dei “Fedeli d’Amore”, oscuramente collegata al catarismo, al templarismo e alla Weltanschauung massonica, alla quale avevano fornito credibilità gli stessi saggi dell’esoterista René Guénon. Il tutto era stato sigillato da un altro geniale e coltissimo pasticcione, Alfonso Ricolfi, anch’egli documentato critico dei “Fedeli d’Amore” e delle “Corti d’Amore” in polemica col Valli[8].
Bisogna dire che i professionisti della ricerca storico-filolgica dantesca, anziché replicare mostrando semplicemente gli equivoci generati dalle scarse cognizioni filologiche del giovane Dante (e anche di quello non più giovane) a proposito del neoplatonismo antico e medievale, si erano dottamente impegnati a sottolineare che i “Fedeli d’Amore” erano una costruzione immaginaria; e l’avevano fatto in modo irreprensibile, ma con l’aiuto di documenti autentici sì, che per loro natura tutto potevano provare però meno che l’inesistente non fosse mai esistito.
Risultato di tutto ciò, un’allucinante follia schizofrenica: da una parte storici e filologi occupati a scomunicare – si leggano le pagine di Eugenio Garin, di Antonio Viscardi, di Natalino Sapegno – l’inconsistenza e l’irrazionalismo dei seguaci del Rossetti e del Valli, dall’altra coloro che ne approfondiscono incuranti le tematiche. Il punto però è che entrambe le “scuole” – chiamiamole così – sono partite da dante e hanno seguito le polemiche nate sui “Fedeli d’Amore” fino ai giorni nostri senza ascoltare mai l’altra campana. Sarebbe stato sufficiente che gli studiosi seri e i dantisti filologicamente attrezzati avessero ricostruito – e avrebbero potuto ben farlo – le lacune di Dante relative ai fondamenti neoplatonici dell’Amor cortese. Il Contini e il Vinay c’erano andati vicini; nel segno ha colpito la scuola di Maria Teresa Beonio Brocchieri, che però non si era preoccupata di “disincantare” né il Pascoli né il Valli. Oggi, Franco Galletti torna sui “Fedeli d’Amore” con La bella veste della verità, (Udine, Mimesis, 2020, pp. 602), nel quale ricostruisce l’influenza della dottrina avviata (involontariamente) dal giovane Dante sui secoli successivi senza però nemmeno toccare “l’anello debole”, la sua inconsistente conoscenza del neoplatonismo del XII secolo che gli avrebbe fatto capir tutto; e sì che nel frattempo il capolavoro di Tullio Gregory è stato ristampato (esaminate il silenzio della sua bibliografia su alcuni autori a proposito di catari, di poesia francese medievale e di templari: capirete tutto). Quanto ad Alberto Ventura, che ha fornito al Galletti l’assistenza delle sue solide cognizioni islamologiche, egli parla certamente con ottime ragioni del sufismo musulmano, senza avvertirci (non era suo còmpito il farlo) che esso – pur essendo l’Islam, col commento aristotelico di Averroè, alla base della scolastica tomista – non aveva mai reciso né dissimulato il rapporto con la tradizione neoplatonica.
Insomma: un grazie a Rossetti che ha riportato la nostra attenzione sull’equivoco tardoromantico-esoterico-massonico della lettura di Dante e un invito a tutti a riprendere in mano le cose dal principio. Cultura, alla fine e nella sostanza, è questo: avere il coraggio e l’energia di rimettersi in discussione.

[1] Se con Dante il cuore mangiato ha una dimensione onirica e metafisica, in Boccaccio recupera la fisicità della tradizione precedente. Due novelle del Decameron contengono questo tema: nella IV.9 «Messer Guiglielmo Rossiglione dá a mangiare alla moglie sua il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno ucciso da lui ed amato da lei; il che ella sappiendo poi, si gitta da un’alta finestra in terra e muore, e col suo amante è sepellita». Nella IV.1 «Tancredi, prenze di Salerno, uccide l’amante della figliuola e mandale il cuore in una coppa d’oro; la quale, messa sopra esso acqua avvelenata, quella si bee, e cosí muore». Entrambe le novelle sono inserite nella quarta giornata, quella degli amori infelici; nel secondo caso il pasto immondo non avviene, nel primo invece sì, in una delle varianti più note nella letteratura: l’amante si vendica del tradimento costringendo a mangiare il cuore dell’amante; tuttavia, in altri esempi è l’amante morente a chiedere che il suo cuore venga estratto e portato alla donna come prova della fedeltà. La storia del cuore di Guglielmo Guardastagno trova un parallelo molto preciso nella letteratura indiana (La storia di Raja Rasálu), mentre Boccaccio lo trae dalla leggendaria vita del trovatore occitano Guilhem de Cabestaing, vissuto a cavallo fra XII e XIII secolo: Guilhem è amante di Seremonda, moglie del signore Raimondo di Rossiglione, e quando quest’ultimo viene a sapere della loro relazione, lo uccide durante una battuta di caccia, ne estirpa il cuore e lo fa cucinare per essere servito a tavola alla sua consorte la quale, venuta a conoscenza della verità, si suicida gettandosi da una finestra del palazzo.

[2] T. Gregory, Anima mundi, n.ed., Firenze 1955, n.ed. Spoleto 2020.

[3] Per Ugo Foscolo e il suo equivoco “ghibellin fuggiasco”, cfr. l’edizione degli Atti del I congresso nazionale di studi danteschi, 1962, con contributi – fra gli alti – di B. Nardi e T. Marcialis, e P. Giannantonio, Dante e l’allegorismo, Firenze 1969.

[4] G. Rossetti, Il mistero dell’amor platonico nel medioevo, voll. 5, Londra 1840; Idem, La Beatrice di Dante, ivi 1842.

[5] R. Lo Schiavo, La poesia di Dante Gabriele Rossetti, Roma 1957.

[6] G. Pascoli, Scritti danteschi, a cura di A. Vicinelli, Milano 1952.

[7] La sua opera più nota è L. Valli, Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore, voll. 2, Roma 1928-30.

[8] A. Ricolfi, Studi sui Fedeli d’Amore, Roma 1933; Idem, Dal problema del gergo al crollo d’un regno, Genova 1940.

lunedì, novembre 09, 2020

8 NOVEMBRE 1620: “LA BATTAGLIA DELLA MONTAGNA BIANCA”

 8 NOVEMBRE 1620: “LA BATTAGLIA DELLA MONTAGNA BIANCA”

(liberamente tratto dal libro di F. Cardini, Praga. Capitale segreta d’Europa, Bologna, il Mulino, 2020, in libreria dal 5 novembre u.s.)

Tante cose, nella nostra storia europea, hanno trovato inizio proprio qui, sulle rive della Vltava, a Praga: dalla riforma del Sacro Romano Impero nel 1356 al magistero il Jan Hus che fu tutt’altro che un “anticipo” della Riforma protestante ma che al contrario, se il grande predicatore boemo fosse stato più e meglio ascoltato, avrebbe potuto evitarla, al presentarsi della forma forse più prestigiosa – insieme a quella spagnola – del barocco europeo, alla scrittura di alcuni dei capolavori della musica mozartiana e di quella romantica, alle versioni più affascinanti dello Jugendstyl, ad alcuni fra i più begli esempi di letteratura e di musica del nostro Otto e Novecento. Saremmo tutti europeisti migliori, se conoscessimo un po’ meglio la storia di Praga. Non ci sono stati solo il Golem e il buon soldato Švejk.
Ma lì sono accadute anche terribili tragedie. È a Praga che ha avuto inizio quell’infame carneficina fratricida che fu la “guerra dei Trent’Anni” fra 1618 e 1620.
Dopo la dieta generale degli “stati” dell’impero a Linz indetta nel 1614, che avrebbe dovuto ridefinire la compagine del Reich messa a dura prova dagli ultimi, disastrosi anni del governo di Rodolfo II d’Asburgo e da quelli del fratello Mattia, dalla tensione crescente tra la maggioranza protestante e la minoranza cattolica emerse nel 1619 l’elezione a re di Boemia e d’Ungheria del quarantenne Ferdinando duca di Stiria, nipote di Ferdinando I, allievo della Compagnia di Gesù ed esponente di un cattolicesimo restìo ai compromessi con protestanti e Fratelli Boemi.
Il nuovo deciso indirizzo, sostenuto dal gran cancelliere Zdanek von Lobkowicz, si scontrò con i leaders più radicali dello schieramento opposto: Václav Budova della Chiesa dei Fratelli Boemi e il luterano conte Mathias Thurn. La decisione delle autorità cittadine di far radere al suolo due cappelle protestanti abusivamente sorte su terre appartenenti alla comunità cattolica scatenò un incidente memorabile.
Fu la grande “Defenestrazione di Praga”. Il 23 maggio del 1618 i membri degli “stati” invasero il Hrad, il Castello alto sulla riva sinistra del fiume, e gettarono letteralmente fuori da una delle sue grandi finestre rinascimentali i due governatori cittadini, Vilem Slavata di Chlum e Jaroslav Borita di Martinic insieme con un segretario, Johannes Fabricius. Pare che un mucchio di letame, “accidentalmente” collocato proprio sotto la fatale finestra, attutisse la caduta dei tre che dovettero cavarsela con molta paura, moltissima umiliazione e magari qualche osso rotto. I cattolici si affrettarono a far circolare la voce che ad aver salvato la vita dei tre malcapitati fosse stato l’intervento miracoloso della Vergine Maria: idea involontariamente poco felice, vista la causa materiale della loro sopravvivenza che finiva con l’assimilare il suo mantello a una carrettata di rifiuti. Su tutto l’evento germogliò un florilegio di leggende metropolitane e di battute salaci e crudeli. La coincidenza del letame proprio in quel momento e in quel punto farebbe quasi pensare a una messinscena accuratamente preparata. Il fatto che i defenestratori fossero prevalentemente nobili tedeschi rappresentanti degli “stati” e i defenestrati fossero cechi determinò l’affermarsi, specie in età romantica, che alla base dell’episodio vi fosse l’odio o quanto meno la tensione fra le due comunità: ma sembra molto anacronistico l’affermarlo. Si trattò di una rivolta degli “stati”, sostenuti dalla plebe praghese, contro l’autorità regia. Scoppiò immediatamente in città un tumulto culminato in assalti ad alcuni edifici religiosi, in massacri di religiosi soprattutto francescani, in un attacco contro il ghetto dal momento che agli ebrei, oltre l’usura – una pratica ch’essi condividevano con i loro colleghi banchieri cristiani –, si rimproverava la costante protezione da parte della monarchia.
Quando il 25 maggio gli scabini della città dovettero dichiarare, molti di loro a denti stretti, la loro adesione alla rivolta, il carattere confessionale ch’essa aveva assunto fin dall’inizio andò definendosi e strutturandosi in progetto politico. Gli “stati” espressero un direttorio di trenta loro esponenti – dieci per ciascuno di loro: gli alti aristocratici, la piccola nobiltà, le città – e dettero vita a una “Confederazione boema” che oltre alla Boemia vera e propria comprendeva la Moravia, la Slesia, la bassa e l’Alta Lusazia. Il modello era costituito ovviamente dalle province Unite dei Paesi Bassi, un partner molto presente anche a livello socioeconomico, e l’indirizzo che andava emergendo insistente era sempre più quello calvinista. La Compagnia di Gesù, il cui istituto Clementinum era stato da poco insignito del rango di Studium generale, fu cacciata alla città.
Quando nell’estate 1619, morto Mattia, Ferdinando II di Boemia e Ungheria divenne anche re di Germania e dei romani, cioè “imperatore eletto”, gli “stati” ribelli risposero eleggendo a loro volta un antiré nella persona di un giovane principe calvinista, Federico del Palatinato, leader dell’Unione Evangelica dell’impero. Era stata una mossa – contrariamente a quel che immediatamente sostennero i cattolici – ispirata a prudente moderazione: l’ala più radicale degli “stati” avrebbe preteso una repubblica guidata collegialmente dal direttorio. E d’altronde, a garanzia della moderazione della scelta, c’era il fatto che Elisabetta Stuart, consorte di Federico, era figlia di Giacomo I d’Inghilterra che non avrebbe mai appoggiato un movimento repubblicano.
L’antiré fu incoronato nella cattedrale di San Vito il 4 novembre 1619; ma poco tempo dopo i suoi seguaci calvinisti s’impadronirono nella cattedrale profanandola, saccheggiandola, distruggendo immagini e reliquie e perfino organizzando all’interno dell’edificio sconsacrato una specie di banchetto che a loro modo di vedere sanciva la fine di un diabolico culto pagano, mentre secondo non solo i cattolici ma perfino i Fratelli Boemi e i luterani costituiva uno spettacolo desolante che umiliava un tempio sacro alle più gloriose memorie boeme. Non paghi di tutto ciò, i calvinisti cercarono anche di distruggere il calvario eretto sul Ponte di Pietra. Era troppo per i praghesi che, indignati, rifiutarono a Federico un prestito che gli avrebbe consentito di pagare i suoi mercenari.
La risposta fu pronta. Attorno all’imperatore si costituì una lega protagonisti della quale erano non solo i suoi parenti Asburgo di Spagna ma altresì il papa, i cattolici del Reich, un contingente francese nel quale militava anche un giovane destinato alla gloria filosofica, René Descartes; comandava l’armata Massimiliano duca di Baviera. Lo scontro avvenne l’8 novembre 1620 poco a ovest di Praga, quasi alle porte della città, presso una collina ch’era anche una cava di marna di color chiaro e ch’era perciò detta Bilá Hora, la “Montagna Bianca”. I protestanti non erano più di 21.000 ma occupavano una posizione vantaggiosa, tra il culmine della collina e il padiglione di caccia detto dalla sua forma geometrica Hvězda, “la Stella”; i 27.000 cattolici dovettero ascendere il colle combattendo, ma in un paio d’ore sbaragliarono il nemico ricacciandolo in rotta disordinata sulla via di Praga. Là asserragliati, gli evangelici guidati dall’animoso conte Thurn avrebbero potuto ben resistere entro la nuova, ben munita cinta muraria della riva destra. Ma la ferita della profanazione di San Vito dell’anno precedente non era ancora rimarginata, né i praghesi avevano voglia di combattere per un sovrano che non sentivano come il loro. Né il sire del Palatinato si dimostrò all’altezza della situazione: se la dette precipitosamente a gambe, trascinandosi dietro tutto quello ch’era riuscito ad arraffare nel Hrad. Da allora in poi, lo chiamarono “il Re d’un solo Inverno”. E non era un appellativo glorioso.
D’altronde, se i mercenari dell’Elettore Palatino si erano comportati male, non è che le truppe del duca di Baviera furono da meno (o da meglio). Entrati in Praga forse non proprio accorti con entusiasmo, tuttavia senza colpo ferire, si abbandonarono a un saccheggio durato cinque giorni e sottoposero a riscatto l’intera cittadinanza senza badar a distinzioni etniche o religiose. Tedeschi e cechi, cattolici ed evangelici, tutti furono spremuti e umiliati. Quel che non aveva potuto portar via Federico, se lo portò Massimiliano a Monaco. Intatto e indenne restò solo il quartiere ebraico, tutelato da una speciale ordinanza imperiale che fu accompagnata dalla conferma a due riprese, nel ’23 e nel ’27, dei privilegi accordati alla comunità. Il che spiega il lealismo degli ebrei di Praga nei confronti della casa d’Asburgo, ma anche la crescente animosità dei praghesi contro di loro. Del resto, non è che la generosa protezione imperiale fosse stata proprio gratuita.
A questo puto l’imperatore Ferdinando avrebbe potuto, forse dovuto, comportarsi almeno formalmente come “padre” del suo popolo. Il maldestro, incauto Rodolfo lo avrebbe fatto; e magari anche Mattia. Ferdinando però non amava Praga, che ormai aveva cessato di essere capitale dell’impero e che secondo lui, dopo il conato indipendentista e addirittura semirepubblicano, andava solo umiliata e punita. D’altronde, questo era lo spirito del tempo: il vento dell’assolutismo spirava ormai sull’Europa; e in Francia il cardinale di Richelieu si comportava nello stesso modo, stroncando qualunque conato d’indipendenza sia degli ugonotti, sia della nobiltà (quelle colombaie fatte distruggere di cui parla Alexandre Dumas…).
Punizione esemplare, quindi. Al termine di sette mesi di umiliazioni, la città intera fu chiamata ad assistere al suo Auto de Fé penitenziale. Tutto avvenne secondo un rito minuzioso. Il governatore militare Karl von Liechtenstein aveva fatto arrestare tutti i capi della rivolta e ventisette di loro vennero esemplarmente giustiziati il 21 giugno del 1621 in piena Staroměstské Máměstï, nel cuore della Città Vecchia, tra la torre del carillon e la chiesa del Týn. Con spirito di quasi ineccepibile imparzialità sia etnica, sia sociale, furono uccisi dieci tedeschi e diciassette cechi. Tutti gli “stati” socio-giuridici erano rappresentati: tre membri dell’alta nobiltà, sette cavalieri, dieci borghesi, il resto minutaglia popolana. Tutti, ovviamente, protestanti di varia estrazione: fra loro anche il nobile Budovec di Budova, capo dei Fratelli Boemi, e il conte Jachim Ondrej Slik. Aristocratici e cavalieri ebbero comunque l’onore e il privilegio di morire cum effusione sanguinis, nobilmente decapitati; gli altri furono impiccati. Tra loro v’era un “borghese” illustre, Jan Jesenius, ex rettore dell’università praghese e pioniere dell’anatomia. Siccome aveva giocato durante la “rivolta” un ruolo politico e diplomatico notevole, prima di giustiziarlo gli venne tagliata la lingua e il suo corpo venne squartato; i suoi resti, insieme con le teste di undici altri condannati, furono esposti entro gabbie di ferro sulla torre del Ponte di Pietra: vi sarebbero rimasti 10 anni, fino all’ingresso dei sassoni in città nel ’31. A evitare che la giustizia fatta potesse parere una vendetta confessionale, si era provveduto a scegliere un boia professionista, Jan Mydlar, che non era cattolico. Oggi, una targa in bronzo dorato sotto la loggia della cappella della torre del palazzo municipale, a destra guardando dell’orologio astronomico, ne ricorda i nomi; un mosaico pavimentale, poco lontano, disegna 27 croci; e 27 croci commemorative si ergono sulla “Montagna Bianca”.

domenica, luglio 12, 2020

La casa di Dio, la casa della nazione, la casa della cultura



Bentornati a casa, cari amici. Il Coronavirus è passato o forse no, forse si è chiusa solo la prima parte della sceneggiata, forse era tutto quasi un bluff (con parecchi morti, però), forse ci sarà la seconda ondata, forse il peggio deva ancora venire. Intanto ci si prepara a un’estate magra di turisti e di proventi, ricca in cambio di polemiche: con l’autunno arriveranno anche nuove elezioni e sono in molti a prepararsi. La domanda che parecchi politici sembrano farsi è non già come uscire dalla crisi, ma quali slogans trovare per avvantaggiarsi elettoralmente dalla situazione o far sì che ne sia svantaggiato l’avversario.
Si cerca di forgiarsi armi nuove e si riaffilano le vecchie. Xenofobia e antislamismo in primo piano: quelle sono roba evergreen. Un caro amico, illustre studioso, giorni fa è caduto perfino lui nella trappola del gatto arrostito e mangiato da un ivoriano in quel di Campiglia Marittima: e ci sono caduto anch’io. Entrambi gattofili indignati, abbiamo poi appreso che trattavasi di bufala: meno male, in fondo. Non è una bufala invece l’eroico golpe antimusulmano di sindaco e giunta comunale di Pisa, nuovi paladini di Carlomagno in lotta contro i nuovi saraceni. La comunità musulmana di Pisa (formata, si badi bene, anche da migranti ed extracomunitari, ma alla quale appartengono anche cittadini italiani la libertà di culto dei quali è garantita dalla Costituzione) aveva comprato tempo fa un terreno fabbricabile per erigerci la sua moschea: aveva pagato tutto regolarmente, si era procurata le licenze necessarie e si apprestava a dare il via ai lavori. Ma Orlando Sindaco e Oliviero e Turpino Paladini Assessori hanno deciso che quella era Roncisvalle: e hanno bloccato l’avanzata saracena (e il godimento dei diritti civili di alcuni cittadini italiani musulmani) con un’ordinanza che ha destinato l’area a un parcheggio. Ed ecco la sacrosanta motivazione, degna del Carmen in victoria Pisanorum (“Viva il Popolo di Pisa – per la vita e per la morte!”): La città di Pisa ha più bisogno di parcheggi che di moschee.
Ma il diavolo, alleato dei musulmani (lo dice anche l’Orlando Furioso), ci ha messo la coda: e il diabolico TAR è intervenuto dando ragione agli infedeli (…ma dove andremo a finire?).
Per ora le cose sono ferme a questo punto. Ma sapete la valanga di voti che quest’eroico assalto alle mura saracene frutterà al centrodestra pisano e quindi toscano il 20 settembre prossimo? Del resto a Sesto San Giovanni in quel di Milano, l’ex Stalingrado d’Italia, è accaduto qualcosa di simile: da Stalingrado a Roncisvalle.
Ma che strano… lo sapete che al tempo delle crociate, quelle vere, il Comune di Pisa stipendiava regolarmente una cancelleria dove c’erano traduttori di documenti pubblici dall’arabo in latino e dal latino in arabo? E che nel porto di Genova, imbarcandoci dal quale c’era una buona probabilità, giunti all’altezza della Corsica, di cader prigionieri dei corsari barbareschi e di finir la vita remando sulle galee di Tripoli o di Algeri, funzionava regolarmente una moschea per i mercanti saraceni che vi pregavano indisturbati, così come a Gerusalemme, nella moschea di al-Aqsa e sotto la protezione dei Templari, c’era un oratorio a disposizione di chi volesse pregare Allah? E tutto si faceva alla luce del sole, ogni tanto sbudellandosi nel nome della crociata o del jihad, ma anche commerciando e scambiandosi trattati di filosofia, di medicina e di matematica; e né Francesco d’Assisi, né il Saladino, né Federico di Svevia, né Raimondo Lullo hanno mai ritenuto disdicevole parlare di Dio tra seguaci del Vangelo e fedeli del Corano. Oggi, a Siviglia e a Cordoba si prega il Dio cristiano in chiese che sono state moschee; al Cairo e a Damasco in moschee che sono state chiese. Lo si fa da tempo. E allora?
Eppure, c’è chi s’indigna o si preoccupa per quel ch’è successo a Istanbul, che una volta si chiamava Costantinopoli. Ebbene, parliamone: che cos’è veramente successo?
Cominciamo dal principio.
Quella che in italiano siamo abituati a chiamare “Santa Sòfia” (per piacere, mettete almeno l’accento sulla “o”…) è un capolavoro dell’architettura imperiale romana del IV-V secolo d.C., cui s’ispirarono in tanti fra i quali, a quanto pare, nel XVI secolo il grande architetto ottomano Sinan, il “Michelangelo dei turchi”. E non c’è dubbio che sia uno dei monumenti-documenti più splendidi dell’architettura religiosa e di quella tout court di tutti i tempi. I veneziani del XIII secolo, che durante la “quarta crociata” del 1204 l’avevano saccheggiata e depredata, vi s’ispirarono per la loro mirabile cattedrale di San Marco; ma non c’è dubbio che, già da prima, essa era stata il modello di Giustiniano per San Vitale di Ravenna e degli architetti greci al servizio del califfo umayyade di Damasco, nell’VIII secolo, per la “Moschea della Roccia” di Gerusalemme. Insomma, l’asse della storia eurasiomediterranea passa per quella che i greci chiamano Hagia Sofia – foneticamente resa dai turchi con Ayasofia – e per noi Santa Sofia.
Sofia, vale a dire Sòphia, la Sapienza divina, la “Seconda Persona” della Trinità, il Figlio. È la cattedrale dedicata alla “Santa Sapienza” divina, vale a dire per la tradizione ortodossa al Cristo in quanto Logos, Sapienza e Verità eterna, la Seconda Persona della Trinità. Ma i cittadini grecofoni della Nèa Ryme, la “Nuova Roma”, la chiamavano semplicemente Megàle Ekklesìa, “la grande chiesa”; ed era considerata la Mater Ecclesiarum e il luogo più santo della Cristianità. Sognata e avviata da Costantino, era stata inaugurata nel 360 dall’imperatore Costanzo II. Ricca di strutture lignee, fu incendiata nel 404. Ricostruita e quindi incendiata di nuovo durante la cosiddetta “rivolta della Nika” del 532, spettò a Giustiniano il ricostruirla. Il grande imperatore non badò a spese e fece arrivare da tutti gli angoli dell’impero i marmi più pregiati; il progetto dell’immensa cupola fu probabilmente costruito sulla base dei calcoli di Erone d’Alessandria. L’imperatore e il patriarca Eutichio inaugurarono la nuova basilica il 27 dicembre 537, festa dell’evangelista Giovanni. Da allora il tempio divenne il luogo più sacro della Cristianità, illustrato anche dalle reliquie della passione del Cristo che l’imperatrice Elena madre di Costantino aveva inviato a Costantinopoli verso il 330.
Poiché i sovrani cristiani sono “figura del Cristo sulla terra”, quella cattedrale dedicata al Cristo dall’imperatore Costantino era edificio imperiale per eccellenza e le molteplici cupole che la coronano simboli delle sfere celesti dell’universo. Ben lo sapeva il doge Dandolo, le insegne del cui potere riproducevano quelle imperiali bizantine, e che dopo averla conquistata a spogliata volle farvisi seppellire. Ben lo sapeva quel khan turcomongolo che gli occidentali chiamavano col generico termine di “sultano”, Mehmed II, che dopo aver conquistato la Nèa Ryme (la “Nuova Roma”: tale il nome ufficiale di Costantinopoli) e averla ridenominata Istanbul – un’espressione greca foneticamente turchizzata che significa solo “Nella Città” – volle prendere il titolo d’origine persiana di Padishah, derivato dal latino Caesar, per sottolineare di aver conquistato l’impero romano. Ben lo sapeva il suo successore del Cinquecento, il grande Solimano, che noi chiamiamo “Solimano il Conquistatore”, ma che nel mondo musulmano è noto come Suleiman al Qanuni, “Solimano il restauratore del Canon”, che altro non è se non il Corpus Iuris giustinianeo che, nell’impero ottomano, fungeva da legge civile per quanto corretta dalla Sharia coranica. Ben lo sapevano gli zar della stirpe dei Romanov (Zar, come Padishah, deriva dal latino Caesar), che contendevano agli ottomani il vanto di potersi dire eredi dell’impero romano: questi per diritto di conquista dopo il 1453; quelli per diritto di fede, essendo cristiani ortodossi, e di sangue, discendendo da una principessa del casato dei Paleologi, gli ultimi basileis bizantini (e volendo occupare militarmente il Bosforo e l’accesso al Mediterraneo). E ben lo sapeva infine un imperatore forse taroccato, ma che si prendeva dannatamente sul serio: Napoleone, secondo il quale quando il mondo fosse stato abbastanza saggio da unificarsi, altra capitale non avrebbe potuto scegliere se non Costantinopoli. Se c’è qualcosa che non vi è ancora chiaro, rileggetevi Chateaubriand, Gérard de Nerval e Loti: capirete tutto.
Le vicende storiche dell’illustre monumento sono ben note e dal canto mio le ho già qui richiamate. Ci torno sopra con qualche particolare in più. L’imperatore e legislatore Giustiniano affidò agli architetti Isidoro di Mileto e Antemio di Tralle un complesso lavoro di totale ristrutturazione che durò solo cinque anni in quanto sostenuto da un finanziamento colossale. La sua immensa cupola, di circa 30 metri di diametro, crollò nel 555-556 e venne sostituita da un edificio di ridotte dimensioni che tuttavia, con i suoi 61 metri di altezza, 77 di lunghezza e 71 di larghezza, era comunque il più straordinario monumento dell’impero. Marmi e metalli preziosi furono impiegati a profusione per l’edificio, completamente rivestito all’interno di mosaici. Le pietre e le colonne che erano state utilizzate per costruirlo provenivano, a quanto si diceva, da diversi luoghi dell’impero, a cominciare dal saccheggio del grande tempio di Artemide a Efeso.
A partire dal VII secolo l’impero romano d’Oriente, che siamo soliti chiamare Bisanzio, fu scosso dalla crisi iconoclasta; diversi imperatori aderirono al movimento contrario alle immagini sacre, fino a quando il lungo periodo di contese si concluse sotto il regno del basileus Michele allorché una cerimonia in Aghia Sophia, tenuta l’11 marzo dell’843, riaffermò solennemente e definitivamente il dettato del secondo concilio di Nicea, legittimando di nuovo la proskynesis (prostrazione) dinanzi alle immagini: secondo un culto di adorazione per Dio, di venerazione per Maria, gli angeli, i santi.
Simbolo dell’unità religiosa dell’impero, la chiesa fu gravemente minacciata nelle fasi preliminari della conquista latina di Costantinopoli, nel 1204: in quell’occasione un gravissimo incidente avvenne mentre Alessio IV, il giovane principe che i “crociati” avevano rimesso sul trono, insieme al padre dopo un colpo di stato dello zio, in cambio della promessa di ingenti ricompense, era fuori dalla città accompagnato da alcuni dei baroni franchi in una spedizione contro i bulgari. Una banda di fiamminghi, pisani e veneziani mossero un attacco contro il quartiere musulmano per depredarlo: i residenti risposero con l’aiuto dei greci. Le conseguenze furono terribili perché un incendio divampò e il vento spinse le fiamme in profondità, estendendosi per circa 500 metri e arrivando a sfiorare Aghia Sophia. Seguirono settimane di tensione, al culmine delle quali i crociati saccheggiarono e conquistarono la capitale; preventivamente, i capi della crociata si erano riuniti per accordarsi sulla suddivisione del bottino e dell’Impero: al patriarca veneziano andava Aghia Sophia, convertita dalla confessione greca a quella latina che gli occupanti volevano imporre a una capitale recalcitrante. Proprio in quella sede, il 16 maggio del 1204 il conte Baldovino IX delle Fiandre venne incoronato imperatore di Costantinopoli mentre il veneziano Tommaso Morosini ne divenne patriarca. Così, quando con l’aiuto dei genovesi, nemici dei veneziani, i greci riconquistarono la città, o quel che ne restava dopo le devastazioni, il 13 marzo 1261 fu sempre in Aghia Sophia che Michele VIII fu incoronato basileus. Chi vuol saperne di più può leggere adesso il bel libro di Marina Montesano, Dio lo volle?, Roma, Salerno editore, 2020.
L’impero bizantino si trascinò stancamente da allora per un paio di secoli, fino a quando gli ottomani non misero fine all’agonia; tuttavia, non prima che i cattolici imponessero, in cambio dell’aiuto (che comunque non arrivò mai) contro il Turco, un passaggio forzato dei greci sotto la Chiesa di Roma: l’imperatore accettò, mentre buona parte del clero ortodosso e del popolo costantinopolitano si ribellava, e fu ancora in Aghia Sophia che il 12 dicembre del 1452 alla presenza del cardinale Isidoro patriarca latino di Costantinopoli, appositamente giunto da Roma, che si celebrò la fine dello scisma iniziato nel 1054.
Dopo la conquista ottomana del 1453, il sultano Mehmet II convertì la chiesa in moschea: come dicono molti cronisti dell’epoca, fra i quali il fiorentino Cristoforo Buondelmonti, al momento della conquista l’edificio si trovava in uno stato fatiscente; i restauri e gli abbellimenti continuarono sotto i successori del conquistatore; gli ultimi lavori importanti, realizzati verso la metà dell’Ottocento, furono affidati ad architetti italiani.
Dopo lo smantellamento dell’impero ottomano e la rivoluzione nazionalista di Mustafa Kemal Atatürk, nel 1935 si volle trasformare Ayasofya in un “tempio laico”, cioè in un museo, in linea con la politica del governo e a lode della nazione turca rinata a nuova vita, che considerava Santa Sofia un po’ come il suo Partenone. In anni recenti il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha permesso, se non favorito, il ritorno di diversi edifici del paese a luoghi di culto: in Istanbul Chora, un’altra chiesa bizantina di Istanbul che pure era diventata una moschea e poi un museo; e fuori dalla capitale edifici simili a Iznik e Trabzon. Da un paio d’anni a questa parte il presidente promette (o minaccia: secondo i punti di vista) di fare lo stesso con Ayasofya, che tornerebbe al suo ruolo di luogo di culto. Va detto ch’esso è stato tale – cristiano latino, cristiano greco o musulmano – per oltre 1500 anni. Evidentemente Erdoğan intende con ciò ottenere ulteriore consenso da parte della base tradizionalista (se non proprio fondamentalista) del suo partito, cercando di distogliere l’attenzione da una gestione politica non sempre cristallina: ma questa è una questione interna alla Turchia odierna, rispetto alla quale l’Occidente ha ben poco da dire. Di per sé, il suo ritorno alla funzione sacra originaria non deve destare inquietudine: soprattutto alla luce del fatto che, come capitale di due imperi, quello romano e quello ottomano, Aghia Sophia/Ayasofya non è mai stata un simbolo neutro. Lo “strappo” vero, più che nel 1204 quanto il santuario passò dai greci ai latini o nel 1453 quando passò dai cristiani ai musulmani, avvenne durante il regime laicista di Kemal, in tempi nei quali perfino il nominare il nome di Dio in parlamento era considerato un crimine. Oggi, un ritorno parziale al culto – in giorni speciali o attraverso l’organizzazione di uno spazio interno a “sala di preghiera” – non appare cosa che possa davvero urtare o scandalizzare qualcuno.
A meno che… Ma qui bisognerebbe intendersi su molte cose, a cominciare dal valore della tolleranza. Se oggi si profilasse la necessità o l’opportunità di trasformare una chiesa in museo – cosa del resto già accaduta più volte –, è molto probabile che chi vi si opponesse si vedrebbe accusato di oscurantismo e d’intolleranza. Stesse accuse che verrebbero lanciate contro chi intendesse restituire al culto religioso un monumento ormai usato come spazio civico o culturale. Dietro a questi due atteggiamenti c’è un pensiero “a senso unico” che per quanto è in me non ho alcuna intenzione di avallare. Esistono le case di Dio, le case “della nazione” – sacra e una “religione civica” – e le case “della cultura”. Sono dimore che possono anche esser simili; e ce ne sono che, nel tempo, hanno coperto tutte le tre funzioni. In tempo di pluralismo, è opportuno ritenere in linea di massima legittime tutte le opzioni e decidere secondo opportunità, caso per caso. Come credente, posso anche accettare che in alcuni casi un edificio sacro possa essere anche adibito ad altro uso. Ma che addirittura il metro di giudizio si ribalti fino a giungere al paradosso di dichiarare che un edificio riportato alle sue originarie funzioni religiose possa essere accusato di costituire una “profanazione” della “laicità”, questo poi no. La “laicità”, per sua natura, è già “profana” e non può essere se non “profana”. Come credente, posso anche rispettare la laicità. Ma “sacralizzarla”, poi, questo mi dispiace ma non si può. “Per la contraddizion che nol consente”: pericope dantesca da assumersi in questo caso alla lettera.

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mercoledì, giugno 03, 2020

Notre Dame: Il cuore di luce dell'Europa

Notre-Dame, la (nostra) Signora d’Europa nel nuovo libro di Cardini

Esce il 4 giugno il saggio (Solferino) dello storico fiorentino. È un viaggio nell’Occidente attraverso uno dei suoi simboli, la Cattedrale che bruciò nell’aprile 2019

di Roberta Scorranese

Era poco più di un anno fa, il 15 aprile 2019. Il mondo intero si fermò e rimase senza parole a guardare l’incendio che svettava su Parigi, “un immenso fiammifero gotico puntato verso il cielo”, come Franco Cardini ha definito il rogo che distrusse parte della cattedrale di Notre-Dame. L’eco immediata dei fatti fu, inaspettatamente, più di commozione che di polemica spicciola. Milioni di persone, da New York a Roma fino a Sydney, affidarono ai social network la partecipazione a quello che assomigliò subito a un dolore condiviso, laico, la lacerazione di un tessuto comune dove l’arte è una forma di identità.

È stato questo l’aspetto che più ha colpito Cardini, esperto medievista che passa buona parte dell’anno a Parigi. Il suo ultimo libro si intitola semplicemente Notre-Dame (Solferino) ed è un libro complesso, non privo di un carico emotivo che conduce il racconto verso traiettorie diverse, dalla storia alla letteratura fino all’arte e alla fede. Proprio come nella natura delle cattedrali, che non sono semplici luoghi di culto: sono gigantesche operazioni architettoniche, cantieri d’ingegneria che durano decenni e che cambiano l’economia e le leggi di un Paese, centri irradiatori della fede e, soprattutto, organismi vivi, in continua trasformazione. Come delle persone in carne ed ossa, le cui ferite commuovono ad ogni latitudine.

Nei giorni successivi all’incendio in tanti associarono Notre-Dame ad un simbolo dell’identità europea o, più vagamente, “occidentale”. In fondo quella cattedrale ha attraversato buona parte della storia del Vecchio Continente, dalle guerre di religione alle distruzioni giacobine, dall’incoronazione di Napoleone fino alla breve visita di Hitler nel 1940. Ma l’operazione di Cardini è più sottile, più emozionale, forse proprio perché parte dal presupposto che dei veri simboli europei, riconoscibili e accettati da tutti non ci sono. O sono mutevoli, somiglianti a quelli che i Gesuiti del Seicento definivano “esempi predicabili”: i bistrot di Parigi? Un vino italiano? Il Patanegra andaluso? Wagner? Michelangelo? Ma è evidente che più che rappresentare una coscienza europea questi simboli riconducono inevitabilmente a particolarismi nazionali.

A meno che non si accetti che la storia europea è una storia in divenire, che si nutre del suo stesso racconto e di un confronto a tratti aspro, a tratti più disteso. È una storia dove si litiga sulla nazionalità di Leonardo ma poi si arriva a un accordo scambiandosi i quadri di Raffaello. È una storia di Paesi “frugali” e Paesi a vocazione “espansiva”, ma dove i nostri ragazzi, da decenni, passano dagli uni agli altri con una naturalezza che se solo la osservassimo con un po’ di attenzione ci stupirebbe. Insomma, Cardini sembra suggerire una cosa: e se guardassimo all’Europa come una cattedrale mai conclusa?

Sì, proprio come Notre-Dame. Ed è qui che parte un racconto affascinante che intreccia storia, arte e letteratura con scioltezza. Affiora un sentire naturale, forse perché ci somiglia. Perché noi siamo tutto questo. Noi siamo il Medioevo cupo e rutilante inventato proprio lì, tra quelle guglie, da Victor Hugo, ma siamo anche il Medioevo che “fa luce”, come nelle vetrate di Saint-Denis e nella chiesa ideale dell’abate Sugerio o nel Paradiso dantesco. Noi siamo allo stesso tempo il gotico severo di Chartres e quello leggero del veneziano Palazzo Ducale.

Studiando le vicende di Notre-Dame scopriamo poi altre radici comuni, per esempio che l’Europa tutta ha una straordinaria capacità di reinventarsi: quale migliore soluzione per tornare al Medioevo che inventarne uno nuovo come fece Eugène Viollet-le-Duc, l’architetto che a metà Ottocento rifece la cattedrale? E così come il nostro Palladio fu capace di creare un codice architettonico riprodotto in tutto il mondo nei secoli, anche il gotico di Hugo e di Viollet-le-Duc conquistò i magnati americani, come si vede a Boston, per esempio.

Ci sono fili sottili che legano l’inglese Ruskin al francese Proust e all’italiano Eco: tutti e tre hanno concepito le proprie opere come cattedrali, dove il gusto di perdersi ha una qualità superiore, dove la vertigine vince sull’equilibrio. “La cattedrale – scrive Cardini – era molto grande anche perché era adibita a vero e proprio ‘edificio pubblico’, in cui tutta la cittadinanza avrebbe potuto essere contenuta”. Quale migliore viatico per una ricerca dell’identità europea, che ascolti tutti e non lasci “nessuno indietro”, come abbiamo sentito spesso dire in questi ultimi, terribili, mesi?

Perché il cuore di una cattedrale non è chiaro e definito, ma si fa cercare. Lo aveva intuito un grande artista, Claude Monet, che decise di dipingere la cattedrale di Rouen osservandola in giorni diversi e in diverse ore della giornata. Cercate la luce, sembra dire quella celebre serie di quadri. Cercate la luce, sembra dire la nostra storia comune.

Corriere della Sera, 2 giugno 2020

domenica, aprile 19, 2020

LEWIS, INDIMENTICABILE E INDISPENSABILE

Quando mi chiedono che cosa leggere per aver sul serio un’idea del cosiddetto medioevo, e di quel che tale periodo (per convenzionalmente “costruito” che sia stato a posteriori, come qualunque periodo storico, da noialtri moderni) ha davvero significato per la nostra civiltà, e che cosa abbiamo spiritualmente perduto con la sua fine, e soprattutto quando mi chiedono che cosa può capire e che cosa deve ricordare un cristiano dalla lezione del medioevo, non ho dubbi: propongo un piccolo libro di Clive Staples Lewis, L’immagine scartata, edito in italiano anni fa dalla Marietti e che, se fosse fuori catalogo, sarebbe indispensabile ripubblicare. Uno dei pochi libri indispensabili della mia ormai molto vasta biblioteca di medievista.
Clive Staples Lewis nacque a Belfast nel 1998. Non era la città migliore per nascervi cattolici, ma certo una delle più stimolanti. L’anno della sua nascita – guarda caso – era l’Anno dei portenti: quello appunto della magica “generazione del ’98” alla quale appartengono anche quella magica “generazione del ’98” che tanto profondamente ha segnato la poesia, la letteratura e la cultura del nostro secolo. Veramente, tale espressione appartiene anzitutto alla cultura e alla letteratura spagnola: il 1898 è difatti – con la sconfitta nella “guerra di Cuba” contro gli Stati Uniti – l’anno della fine dell’impero coloniale di Spagna, Ma, un po’ in tutta l’Europa cattolica quell’anno venne preso a simbolo di un tournant de siècle.
Ebbe poco successo una decina di anni fa, qui da noi, il film Shadowlands, tratto da una pièce teatrale che in Inghilterra fu invece molto apprezzato e che era splendidamente interpretato da Anthony Hopkins. In italiano, la pellicola era stata banalmente battezzata Viaggio in Inghilterra: ed era la storia – ben poco appetibile, in tal modo presentata – dell’amore d’una signora ebreo-statunitense nato a distanza per un malinconico professore inglese che vive rintanato tra i riti stereotipi d’una Oxford in apparenza sempre uguale a se stessa e che scrive fiabe per ragazzi.
Shadowlands, “le Terre dell’Ombra”. Ormai tutti conoscono John Ronald Reuel Tolkien e Il Signore degli Anelli, dopo il travolgente successo cinematografico. Ma forse solo quelli che hanno passato almeno il mezzo secolo ricordano che cosa significò, a metà degli anni Settanta, l’arrivo nel nostro paese – in ritardo – di quel capolavoro: ch’era stato pubblicato dall’Editore Rusconi su consiglio di un indimenticabile, coraggioso e raffinato intellettuale controcorrente, Alfredo Cattabiani, al quale non saremo mai grati abbastanza; come non lo saremo mai alla brava e sensibile traduttrice dell’opera, Vittoria Alliata. Ma nell’Italia di allora, provinciale quasi più di quanto non lo sia adesso, provincialismo e conformismo vestivano panni “di sinistra”: quasi tutti ignoravano che cosa Tolkien significasse altrove, dal Canada agli Stati Uniti all’Inghilterra all’Australia; e molti fingevano d’ignorare come la sua “letteratura d’evasione” fosse una delle scaturigini profonde della “rivoluzione” del Sessantotto.
Ci si allarmò allora dinanzi alle prospettive di fuga eroico-fantastica dell’immaginazione che esso pareva proporre e che sembrava in grado di turbare quell’impegno sociale e politico ch’era l’oppio soprattutto dei giovani e degli intellettuali del tempo. Shadowfax, “Mantello d’Ombra”, era il nome d’un cavallo incantato della saga di Tolkien.
Il protagonista di Shadowlands, il triste e riservato professore di Oxford, non era il gioviale e sanguigno Tolkien, bensì un suo sensibile amico: membro, come lui, d’una strana ed eterogenea famiglia – gli “Inklings”, gli “Inchiostringi” – della quale faceva parte anche l’anglicano-esoterista Charles Williams (vicino all’associazione esoterica della Golden Dawn), il domenicano medievista Gervase Matthews e Tolkien stesso. Tra gli Inklings – per quanto non del tutto identificabili con essi – un gruppo ristretto era quello dei cosiddetti Oxford Christians: cattolici o anglicani, sovente convertiti dopo un passato laico o agnostico, stretti attorno alla ricerca filologica e poetica e diffidenti nei confronti degli esiti dissacranti della Modernità.
Il protagonista di Shadowlands è uno dei maestri della “generazione del ’98”: appunto Lewis, nato in quell’anno dei portenti a Belfast e che al principio degli anni Trenta – fra l’insegnamento universitario e la quieta redazione di affascinanti racconti per ragazzi (il “Ciclo di Narnia”) – fu “sorpreso” da una crisi religiosa che sarebbe divenuta il vero tournant della sua vita. Ne sarebbero nati alcuni libri straordinari di meditazione religiosa: da The Screwtape Letters (“Le lettere di Berlicche”), un’irresistibile e impietosa presentazione del mondo moderno attraverso l’immaginaria corrispondenza tra due diavoli corruttori, fino a Surprised by Joy, una meditazione profonda sul senso della vita e delle sue prove.
Attento ai problemi della lingua e della parola, studioso di filologia e di letteratura rinascimentale inglese, Lewis dedicò nondimeno al medioevo le sue cure più attente e amorose. È molto noto il suo studio sui rapporti tra filosofia e poesia medievali, Allegoria d’amore, edito nel 1936 e arrivato in Italia tardivamente, grazie comunque alla Einaudi. Ma si deve alla genovese Marietti se anche il pubblico italiano ha conosciuto – in ristretti ambienti, perché il “muro del silenzio” della critica conformista gli ha fatto il vuoto intorno – quello ch’è forse il suo lavoro più straordinario: L’immagine scartata. Si tratta di una magistrale guida al pensiero e alla spiritualità (come si diceva una volta, con termine ormai desueto) del nostro medioevo: il modo d’intendere l’uomo e l’universo che la Modernità ha, appunto, “scartato”. Lewis c’insegna come fra XI e XIV secolo la Bibbia, i classici, la tradizione orale dei popoli celtici e germanici andarono convergendo verso un’immagine di armonia e di coerenza, di serena e forte organicità. Questo autentico prezioso “compagno di strada” per chi vada in cerca di “radici” autentiche, al di là delle speculazioni demagogiche ormai a questa parola troppo spesso collegate. Non è il libro d’un romantico o d’un nostalgico: è l’opera paziente e amorosa d’un filologo che si addentra in un modo ormai “altro” – eppure ancora vicino, possibile, libero, a misura d’uomo – d’intendere il mondo.

Fanco Cardini

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sabato, febbraio 01, 2020

LA GIOVANNA D’ARCO DI FRANCO CARDINI

LA GIOVANNA D’ARCO DI FRANCO CARDINI. Di Riccardo Pasqualin.


Giovanna d’Arco (ca 1412 – 1431)
«Per Giovanna si fece fabbricare un’armatura e le si assegnò uno stendardo le cui insegne, dipinte o ricamate, fu lei stessa a scegliere, ispirata dalle “voci”. Un vessillo candido sul quale, all’immagine di Dio “in maestà” assiso sull’arcobaleno e affiancato da due angeli che recavano nelle mani il giglio di Francia (o, secondo alcune versioni, il crocifisso), si accompagnavano i nomina divina che sarebbero stati da allora l’impresa (come sul piano emblematico la si definiva) della Pulzella: Jesus-Maria. Il nome del Salvatore, in alcune immagini dello stendardo pervenuteci, figura secondo gli usi del tempo abbreviato nel trigramma IHS, il medesimo usato e diffuso ad esempio nella predicazione di Bernardino da Siena che ne aveva fatto con fervore oggetto di adorazione.»
Sono trascorsi diversi anni da quando Franco Cardini ha presentato al pubblico italiano la “sua” Giovanna d’Arco, ma è una biografia molto piacevole, che non ha smesso di essere apprezzata.
Giovanna nacque, con ogni probabilità, verso il 1412 (convenzionalmente, si dice, il giorno dell’Epifania di quell’anno), ma la sua esistenza si consumò rapidamente, la sua avventura ebbe inizio nel 1429 e si concluse solo due anni dopo, il 30 maggio 1431, quando, non ancora ventenne, salì sul rogo a Rouen.
Il medievista ribadisce che il mito di Giovanna è sorto già quando ella era ancora in vita e la figura di questa ragazza guerriera, nel corso dei secoli, è stata riletta attraverso le lenti di ideologie diametralmente opposte tra loro: «diventata emblema ora di cattolici tradizionalisti ora di populisti anticlericali, ora della destra ora della sinistra, ora di meetings patriottici ora di movimenti femministi».
Jeanne, che tutti chiamavano «Jeannette», venne alla luce nel villaggio di Domrémy; figlia di contadini e analfabeta, giovanissima, lasciò la casa paterna guidata dalla convinzione di dover  compiere a ogni costo il progetto che Dio aveva voluto affidarle e che le era stato rivelato da voci misteriose: liberare la Francia dagli eserciti inglesi.
Presentatasi alla corte di Carlo VII (1403-1461), ottenne dal monarca il comando di un’armata e, nel maggio del 1429, influenzando in maniera prodigiosa il morale delle truppe, riuscì a liberare Orléans e a vincere il nemico a Patay (18 giugno 1429).
Durante la cosiddetta Guerra dei Cent’Anni (durata, in realtà, dal 1337 al 1453) «gli inglesi avevano in Francia dei partigiani soprattutto nelle città mercantili, dove c’erano borghesi che facevano buoni affari con i centri al di là della Manica» sottolinea Cardini, «nonché chierici e universitari troppo fedeli a una visione del mondo legata all’universalismo cristiano per lasciarsi affascinare dal giovane sentimento di nazione», mentre tra i nobili e i contadini il «radicamento nazionale», o meglio proto-nazionale, era molto sentito.
Il destino di Giovanna è noto e commovente, abbandonata dalla corte e dal re per calcoli diplomatici e per diffidenza, non poté proseguire la guerra contro gli anglo-borgognoni. Venne ferita alle porte di Parigi e nel 1430, mentre marciava alla volta di Compiègne, fu catturata dai borgognoni, che la cedettero agli inglesi.
Tradotta davanti a un tribunale ecclesiastico, dopo un interrogatorio estenuante, fu condannata come eretica e bruciata sul rogo.
L’eroina francese, divenuta un simbolo dell’amore patriottico nel suo paese, fu poi riabilitata nel 1456 e proclamata santa e patrona di Francia da Benedetto XV, nel 1920.
All’inizio del testo, Cardini descrive l’influenza che questo personaggio storico ha avuto nella sua vita e racconta la sua Giovanna d’Arco con un libro agevole, accessibile a tutti, che unisce un taglio divulgativo alla precisione e alla passione che hanno sempre contraddistinto lo studioso: «Il fatto è che Giovanna è una figura “moderna”. Anzitutto per il carattere paradossale, in apparenza contraddittorio, della sua esperienza: una fedelissima figlia della Chiesa che finisce però bruciata come eretica; una rappresentante esemplare dell’identità francese, che però – in quanto contadina della regione della Mosa – è al tempo stesso una marginale».
Giovanna «Ha rischiato di degradarsi a simbolo politico e d’essere usata come passe-partout demagogico» scrive lo storico, ma questo processo non si è mai arrestato e la leggenda della Pulzella è soggetta a un costante processo di rilettura che non accenna ad arrestarsi.
Cardini affronta anche la questione delle molteplici interpretazioni di questa figura così complessa (e innegabilmente segnata da tratti che possono apparire ambigui), ma la più sicura delle conclusioni è che «il rogo di Giovanna concluse una fase estrema della “guerra dei Cent’Anni”: quella, molto breve, dominata dalla speranza e dalla volontà di cacciar con la forza gli inglesi dal continente». E le conseguenze storiche della Guerra dei Cent’Anni sono evidenti. Da un lato, perdendo tutti i loro possedimenti sul continente nel 1453 – eccezion fatta per Calais (caduta in mano francese solo nel 1558) – agli inglesi venne a mancare un confine turbolento e scomodo, e furono spinti a sviluppare una politica isolazionista. Dall’altro, questo conflitto rappresentò un passaggio decisivo per l’apertura della modernità: le lotte fra le nazioni e gli Stati monarchici assoluti trovano la loro radice proprio nel conflitto franco-inglese fra Tre e Quattrocento.
Riccardo Pasqualin

lunedì, giugno 17, 2019

Francesco e le nuove povertà


Pare ci sia al giorno d’oggi un sacco di gente che vorrebbe imitare E seguire Francesco d’Assisi.  A dire il vero, e giudicando gusti e way of life della gente e specie dei giovani, a parte la barba o l’uso di jeans qua e là strappucchiati (e mi dicono che spesso si tratta di strappi “griffati”), una gran sequela Francisci, una qualche possibile imitatio Francisci a giro per il mondo non la vedo. Mi sembra soprattutto che i grandi ostacoli odierni alla comprensione di una vera vocazione francescana (dico solo “comprensione”: non assunzione di modello o scelta di vita) siano due: l’amore eccessivo quando non addirittura esclusivo di se stessi, qualcosa di più e magari di differente del buon vecchio sordido egoismo, qualcosa che si potrebbe qualificare forse come un individualismo assoluto; e l’attaccamento alla dimensione dell’”avere” contrapposto all’”essere”, che si manifesta non solo come desiderio di danaro e di cose, ma anche come “bisogno” di visibilità, magari di rapporto con gli altri che sia comunque sempre un comandare e un prendere piuttosto che una disposizione non dico a obbedire e a dare, ma anche soltanto ad ascoltare e a comprendere.
Il quadro che da ciò emerge parrà quello di una banale perdita, magari progressiva, di valori cristiani: è il “processo di secolarizzazione”, si dirà; magari è la progressiva scristianizzazione della società, ormai galoppante nella sostanza al di là di forme e di consuetudini, di ipocrisie e di conformismi.
C’è di più. E’ lo stadio fino ad oggi ultimo (ma non è detto sia estremo né finale) raggiunto dal processo di globalizzazione, ch’è il motore della Modernità. I due connotati di essa sono appunto l’individualismo e la “volontà di potenza” riassumibile nell’impulso ad “avere” sempre di più, quindi a guadagnare, a produrre, a  consumare, a distruggere, a costruire, il tutto sneza un fine che sia la riproduzione di questa ruota di dannati. Come fa dire Goethe a Mefistofele: “Sono lo Spirito che nega eternamente”: la negazione – non la sintesi – come centro di un processo dialettico demonicamente teso al Nulla.
Oliver Rey, nel suo magistrale Dismisura, contrappone i due modelli dello heros  traditionalis Ercole che giunto al luogo nel quale le acque del Mediterraneo e quelle dell’Atlantico s’incontrano vi erige due ammonitrici colonne recanti il motto Non plus ultra, e dello heros modernus Carlo V che ad esso sostituirà quello Plus Ultra cancellando dal mondo occidentale la “cultura del limite”.
Ecco, Questa è la Modernità, per quanto Carlo V non ne sia per molti versi un autentico rappresentante: ci vorrà lo stato assoluto, con la sua omologazione dei sudditi, a fare il passo successivo e definitivo per giungervi. E figli più sfortunati dell’individualismo e della “volontà di potenza” che hanno conosciuto dai loro ex “padroni” colonialisti sono per la stragrande maggioranza gli africani che ormai da anni si riversano sulle nostre coste e che spesso non sono i più poveri della loro società, in quanto gli ancor più poveri di loro quei viaggi della speranza non hanno neppure di che pagarseli. Ma il “popolo dei gommoni” conosce il Paese di Cuccagna occidentale attraverso TV e smartphone: e valica il mare inseguendo il sogno della ricchezza e del benessere.
Anche queste sono le “nuove povertà “ del nostro tempo: tali non tanto perché i loro rappresentanti mancano quasi di tutto (sempre meno comunque di quelli che si sono lasciati alle spalle, nel loro continente), bensì perché hanno accettato di barattare il “diritto di primogenitura” della coerente accettazione della sfida che la prevaricazione occidentale ha loro lanciato  impoverendoli, assoggettandoli e strappando loro perfino l’immaginario con il “piatto di lenticchie” della corsa all’appropriarsi delle briciole che cadono dalla mensa dei ricchi o di quelli che loro appaiono tali. Passando da un “centro di raccolta” all’altro e da un “lavoro nero” all’altro, non riusciranno Forse mai nemmeno a cogliere la verità più intima, profonda e disperante della Modernità: il suo non esser mai riuscita a conseguire con successo quella felicità la ricerca della quale è  il punto immanente di arrivo delle nostre carte costituzionali.
Avrebbero bisogno davvero di Francesco. E della sua “vera letizia”.
Franco Cardini

lunedì, marzo 04, 2019

IL “NULLA” NEL NOME DELLA ROSA

In margine alla riproposizione televisiva del romanzo di Umberto Eco

Ebbene Rai TV – primo canale, quello un tempo democristiano e “cattolico” – ci ripropone in versione televisiva il romanzo di Umberto Eco più noto al grande pubblico, ossia “Il Nome della rosa”.
Recensendo l’evento sul suo blog personale, lo storico Franco Cardini, al quale mi legano rapporti di stima e personale amicizia, ha osservato, in ordine al romanzo, a suo giudizio troppo mal letto e troppo poco compreso: «Là, si snoda il tragico duello tra chi dai propri errori e dalla lezione della storia ha appreso l’umana pietà e chi cerca nell’Eterno la chiave dell’inflessibile Verità, che ignora il sorriso e condanna il perdono».
Comprendo, per parte mia, perfettamente cosa vuol dire lo storico fiorentino, che di Eco fu amico benché distante per quanto riguarda le rispettive posizioni di fede: cattolico praticante il primo; “cattolicissimo professore e polemista ateo innamorato della scolastica”, come lo definisce sempre Cardini con richiamo al giovanile integralismo cattolico-tomista, il secondo.
Cardini intende dire che spesso i cristiani, soprattutto se colti (san Francesco d’Assisi guardava alla cultura come ad una forma di potere che può portare al peccato di superbia), hanno presentato la Verità in modo talmente rigido da oscurare la Carità.
E’ vero, verissimo! La storia ecclesiale è piena di dispute tra scuole teologiche intorno a questioni di approccio filosofico alla Verità spesso condotte certo in insospettata libertà ma senza clemenza per gli avversari. Per non parlare – anche se sarebbe invece bene parlarne di più allo scopo di decostruire le tante leggende eccessivamente nere montate in proposito a discapito della verità storica – della prassi di “convincere” di Essa con metodi inquisitoriali.
L’inquisitore domenicano del romanzo, Bernardo Gui, è personaggio storicamente reale che nel suo trattato inquisitoriale ha lasciato scritto: «Il dolore induce a riflettere». Eppure non fu il mostro che spesso si dipinge, dato che, come da prassi inquisitoriale ecclesiale, il ricorso alla tortura era molto raro. Ci si limitava più spesso – il che era comunque una pressione psicologica – soltanto a mostrare all’imputato gli strumenti di essa. La tortura, del resto, non è stata una invenzione della Chiesa. La tortura è sempre esistita ed è stata praticata presso tutte le culture. Anzi, per l’appunto, la Chiesa fu molto moderata nel suo uso inquisitoriale laddove, al contrario, molto meno scrupoli si facevano le inquisizioni laiche sui malcapitati nemici politici del sovrano di turno.
Se è dunque vero che spesso i cristiani hanno dimenticato la Carità in nome della Verità, è pur altrettanto vero, tuttavia, che oggi accade il contrario e molti cristiani edulcorano o dimenticano la Verità in nome della Carità.
Ora, è per questo che Umberto Eco resta, a mio giudizio, una intelligenza che non ha saputo cogliere l’et-et sempre necessario. Forse per colpa del suo giovanile integralismo cattolico che appunto in nome della Verità dimenticava la Carità ed al quale egli ha, poi, reagito in modo inappropriato ossia rovesciando i termini del dilemma.
Eco, da giovane, in nell’età preconciliare, era considerato, all’interno dell’Azione Cattolica pacelliana, l’enfant prodige e la sicura promessa della cultura cattolica che, in quell’epoca, sovente sfoggiava toni trionfalistici, anche politici, nella convinzione che l’avversario andasse prima sottomesso e poi convertito. Era una cattolicesimo filosofico che non si accorgeva di aver ridotto, contro lo stesso Aquinate, il tomismo a un soffocante razionalismo, facile preda della critica neo-gnostica della Nouvelle Theologie franco-tedesca (Ranher e De Lubac) la quale, proprio in quegli anni, lo stava segretamente minando dalle fondamenta scavandogli sotto enormi gallerie sulle quali sarebbe crollato nella svolta antropologica del post-concilio. Una debacle del tomismo neoscolastico dell’epoca che, a mio giudizio, è stata provvidenziale avendo permesso allo stesso di liberarsi delle incrostazioni e sovrastrutture razionaliste e di ritrovare la sua originarietà grazie, soprattutto, all’opera di padre Cornelio Fabro).
Come cattolico, al di là degli umani errori di noi cristiani che restiamo comunque, alla pari degli altri, uomini fallibili nelle nostre scelte storiche, sento tuttavia necessario ribadire che non è con il nominalismo che si risolve il dramma umano. Perché l’essenza della rosa non è il suo nome come il Nome di Dio non è l’Essenza di Dio ma soltanto il veicolo del suo rivelarsi e manifestarsi.
Insomma abbandonare Tommaso d’Aquino per Guglielmo di Ockham, anche se travestito da Sherlock Holmes (nel romanzo Guglielmo di Baskerville),  non è la strada che salva, dato che dietro la disputa sugli “universalia” si nasconde la scelta del cuore umano tra Cielo e terra, Eterno e temporale, Pienezza e nulla. Laddove la terra ed il temporale non hanno più collegamenti vitali – sacramentali – con il Cielo e l’Eterno, l’umanità perde la Pienezza ed il Senso e precipita nel nulla e nel non-senso.
Ed infatti il mondo a partire dal XIV secolo, quello nel quale è ambientato il romanzo di Umberto Eco, è molto progressivamente peggiorato, sotto il profilo spirituale, e se oggi l’Occidente naufraga nel nichilismo forse dovremmo cercarne le cause anche nel nominalismo nel quale era già insito tutto il “nulla”, tutta la leggerezza dell’essere, che giustifica l’animalizzazione dell’umano alla quale siamo ormai, purtroppo, fin troppo avvezzi.
Voglio dire che Umberto Eco, certamente una intelligenza alta e tormentata, non ha affatto migliorato il mondo e, forse, al di là delle sue intenzioni, lo ha profondamente peggiorato.
Una cosa è dire non dimenticate la Carità, altra è dire non esiste la Verità.
Negando esistenza e cittadinanza alla Verità si aprono autostrade larghissime al capitale, alla finanza, alla globalizzazione che oggi, a distanza di qualche decennio dalla pubblicazione del romanzo di Eco, stanno mettendo più che mai in croce il terzo mondo e le classi più deboli dell’Occidente. Potere, Usura e Lussuria – per dirla con Thomas Stearn Eliot – vincono, senza più limitazioni, intralci e condizionamenti, laddove la Verità viene oscurata.
Un bel risultato per chi si diceva di sinistra!
D’altro canto, è vero!, stiamo oggi assistendo ad una reazione “cattivista”, eguale e contraria, che rischia di coinvolgere anche molti cristiani. Ho visto, di recente, in televisione le celebrazioni di una festa nazionale polacca in pompa magna con tanto di governo e sfilata militare. Seguivano con canti, fiaccole e bandiere anche i militanti delle forze sovraniste polacche e di alcune delegazioni straniere come la nostra Forza Nuova. Venivano innalzate effigi di Cristo Re e scanditi slogan sì contro il globalismo ma perché esso porta gli immigrati ed i mussulmani. Nulla contro la finanza apolide. Nulla contro il Capitale transnazionale.
Intanto Giorgia Meloni va in America per incontrare Donald Trump in nome del (neo)conservatorismo. Ma già in precedenza Matteo Salvini si era esibito in performance di sostegno all’“unica democrazia” del Vicino Oriente. Peccato che si tratti di una democrazia nucleare ed alleata dei Sauditi foraggiatori dei salafiti che tagliano le gole dei cristiani orientali.
Questa è la deriva plebea e volgare del sano identitarismo. Una deriva che stravolge anche lo Spirito che è Verità ed insieme Carità, perché, come dice l’apostolo Giovanni, “Dio è Amore”.
Un ultimo appunto. Umberto Eco era ossessionato dal “fascismo eterno” e, come ricorda Cardini nella sua recensione, per Jorge Luis Borges – il poeta argentino, che nel romanzo ha la sua controfigura nel “Santo Satana” benedettino Jorge de Burgos, cieco come il modello reale –   provava insieme ammirazione ed avversione. Per Eco Borges, con il suo esoterismo, ha incarnato la quintessenza della cultura reazionaria del XX secolo. Anche qui però i conti non tornano ed Eco li ha evidentemente sbagliati.
Infatti il “fascismo eterno” se lo è inventato lui e non è mai esistito. Per due ovvi motivi, ben noti agli storici e ai filosofi politici. Il primo è che è esistito solo il fascismo storico, il secondo è che esso non è stato affatto reazionario. Perché il fascismo, al di là dei suoi compromessi con le forze di destra, è stato uno dei rami dell’albero socialista. E poi Borges reazionario? Sarà pure, ma Borges era un esoterista, uno gnostico, che coltivava un visionarismo a mezza strada tra una mistica olista e panteista ed un onirismo da psicologia del profondo. La cultura esoterica può anche essere etichettata come reazionaria ma poi bisogna indagare a fondo quanto, ed è tanto!, di essa nutre le radici del laicismo, del razionalismo, dell’illuminismo. Insomma della modernità anticristiana.


Luigi Copertino

mercoledì, gennaio 30, 2019

IN MEMORIAM RICORDO DI FABRIZIO FABBRINI

IN MEMORIAM
RICORDO DI FABRIZIO FABBRINI

E’ mancato, il 23 gennaio scorso, a Firenze, il professor Fabrizio Fabbrini, storico e giurista, già assistente del professor La Pira, docente di diritto romano e di storia romana: uno dei primi obiettori di coscienza cattolici, che a testimoniare la sua buona fede obiettò solo pochi giorni prima della fine del servizio militare. Fra i fondatori del Movimento Internazionale della Riconciliazione, ne fu il presidente negli anni ’70, quando venne firmata la convenzione col Ministero della Difesa per avviare l’esperienza del servizio civile nelle sedi del movimento.
Sempre fedele alla ricerca della verità, anche controcorrente, Fabbrini ha aperto nuove strade in vari campi: ha pubblicato molti libri, tra cui particolarmente importanti quelli su Augusto e l’impero romano; l’ultimo di essi, uscito quest’anno per i tipi della Libreria Editrice Fiorentina, è intitolato Il re alla sbarra. Riguarda la morte di Luigi XVI ed è corredato di una bibliografia immensa.
Con Fabbrini, prematuramente scomparso nel pieno della sua attività intellettuale e professionale, il mondo cattolico, la Chiesa e la cultura italiana perdono un grande interprete che avrebbe avuto ancora molto da dire e da dare. 
Nel maggio scorso era caduto per strada ad Arezzo, dove abitava, procurandosi una lesione cervicale che lo rese tetraplegico. Ha vissuto sette mesi in preghiera, senza poter muovere altro che un po’ la testa, pur rimanendo pieno di speranza cristiana attinta alla sua fede incrollabile.
Pubblico qui di seguito una memoria a lui dedicata nel numero di “Azione Nonviolenta” del 24 gennaio 2019.
Fabrizio Fabbrini, 1938-2019, testimone e studioso
Lo ricordiamo ripubblicando una sua intervista nella quale ripercorre la sua scelta giovanile come obiettore di coscienza al servizio militare. L’obiezione di coscienza al servizio militare gli causò la condanna a Forte Boccea. Peraltro, quell’obiezione di coscienza (che diede poi luogo al suo riconoscimento nella legislazione italiana) fu affermata da Fabbrini a poche ore dal termine del suo servizio militare (compiuto fino in fondo) con la dichiarazione di essere stato fedele alle istituzioni della Repubblica Italiana e che l’obiezione di coscienza al servizio militare era motivata anche dall’essere obbediente al dettato dei Padri della Chiesa.
L’incontro con Giorgio La Pira fu per lui determinante perché la nonviolenza fosse incanalata nel pensiero lapiriano di cui è stato il massimo conoscitore e diffusore all’interno del progetto cristiano della pace universale dei popoli.
 Claudio Turini
La storia di Fabbrini, che a 10 giorni dal congedo rifiutò di rivestire la divisa
Era il 6 dicembre 1965, il giorno prima della fine del Concilio Vaticano II. A Fabrizio Fabbrinimancavano solo dieci giorni al congedo. Era aviere in una caserma di Roma. I suoi ufficiali lo tenevano d’occhio. Sapevano che voleva obiettare e gli avevano già fatto capire che se ci avesse provato lo avrebbero spedito a casa con un congedo anticipato. L’importante era non creare precedenti. Il suo colonnello glielo aveva detto chiaramente. «Avevano una paura terribile che qualcuno del mondo cattolico facesse obiezione, perché con il Concilio in corso c’era una cassa di risonanza enorme. E il Concilio si era espresso favorevolmente sull’obiezione di coscienza». Fabbrini ci racconta così quella mattina di dicembre. «Pensai di uscire dalla caserma, portandomi dietro la divisa in un sacco, come se andassi a casa e in presenza di alcuni amici cattolici che mi facevano da testimoni, sono andato alla Tenenza dei Carabinieri e ho consegnato la divisa militare e un manifestino dove esprimevo le mie motivazioni. Mi arresti, ho detto all’ufficiale. No, la rimando in caserma. No: mi deve arrestare perché sono in flagranza di reato, replicai io, che da giurista conoscevo la legge. Allora l’ufficiale dovette telefonare al mio colonnello il quale venne di corsa, tutto disperato: Ma cosa fai figliolo? Perché mi metti di mezzo?, mi chiese. Si rientrò in caserma e il colonnello mi consegnò all’ufficiale di picchetto che mi diede il triplice ordine di vestire la divisa, dopodiché mi reclusero. Il giorno dopo fui trasferito nel carcere militare di Forte Boccea».
Ne seguì nel mese di febbraio un processo clamoroso «che anziché durare 15 minuti come accadeva in genere in questi casi, durò 10 giorni. Tanta era la gente – continua Fabbrini – che dovettero aprire la sala in cui era stato processato il generale Reider e che non veniva aperta da allora. Ricordo che era il martedì di Carnevale. Il dibattimento finì alle 10 di mattina e si ritirarono in camera di consiglio. Ricomparvero alle 11,30 di sera». Fu condannato ad un anno e 8 mesi di reclusione. Ma il 6 giugno del 1966, a sei mesi dall’arresto, fu rimesso in libertà. Per il ventennale della Repubblica il Parlamento votò amnistia e indulto. Fabbrini rifiutò l’amnistia e ancora oggi si vanta di avere quella condanna sulla fedina penale. Ma non poté dire di «no» all’indulto che serviva a svuotare le carceri.
«Quattro giorni dopo la condanna – racconta ancora Fabbrini – mi arrivò il telegramma che mi diceva che non ero più assistente ordinario all’Università di Roma. Allora La Pira mi spedì un telegramma dicendo: Se da Roma la cacciano, a Firenze c’è posto per lei. A giugno venni a Firenze, per ringraziare La Pira. In realtà il posto non c’era e dovetti fare il concorso per insegnare storia e filosofia alle superiori. Poi nel 1969 si liberò un posto di assistente ordinario. Vinsi quel concorso e divenni assistente ordinario di Giorgio La Pira».
Fabbrini era nato a Forlì il 28 luglio del 1938. Cresciuto a Udine, si era poi trasferito a Roma, seguendo il padre, funzionario della Banca d’Italia. Nel 1964, quando a 26 anni ricevette la cartolina precetto, era già un pacifista cattolico, fondatore in Italia del Mir, il Movimento internazionale per la riconciliazione. L’anno prima aveva partecipato al grande raduno oceanico a Roma, con Lanza Del Vasto: «Vennero dal tutto il mondo. Invocavamo una presa di posizione del Concilio sull’obiezione di coscienza che in effetti poi ci fu».
Al Car a Cosenza aveva subito provato ad obiettare, ma la cosa era fallita, perché i vertici militari avevano messo a tacere la cosa. Gli era però costato uno scontro con il cappellano militare, che lo aveva «scomunicato», proibendogli di accostarsi alla Comunione. Allora Fabbrini chiese di parlare con il vescovo, che però era a Roma per il Concilio. «Mi ricevette un dotto vicario – racconta – il quale mi disse: Guardi io sono con lei e capisco la sua posizione, però la norma morale della Chiesa è questa: chi disobbedisce allo Stato disobbedisce a Dio». Su questo tema scrisse anche all’allora arcivescovo di Firenze, il card. Ermenegildo Florit, che si era pronunciato pubblicamente sull’obbligo per un cattolico di obbedire all’autorità dello Stato. «Gli scrissi: Scusi, possiamo anche ammettere che sia così. Però esiste una differenza tra uno Stato normale e uno ateo? Anche in un paese dittatoriale e ateo come l’Urss, un cattolico deve sempre obbedire? Mi rispose: Sì anche in quel caso, a meno che non sia la Chiesa stessa a comandare di disobbedire. Era questo il vero problema. Era una cosa seria da un punto di visto teologico. Che poi risentiva di una visione luterana dell’autorità dello Stato».
Sempre da militare, Fabbrini insiste sul tema dell’obiezione. Scrive una lettera aperta a Paolo VI e la invia a sette quotidiani. Fu pubblicata in prima pagina, anche dall’«Unità». E a Fabbrini costò 15 giorni di cella di rigore.
Il suo «caso», come quello pochi anni prima di Giuseppe Gozzini, fece clamore. Gli attirò consensi ma anche contestazioni. «Quando passeggiavo per le vie di Roma – ricorda – mi insultavano, mi sputavano, mi tiravano le uova marce. Ovunque mi recassi a parlare – e capitava spesso – c’erano gruppetti che venivano a contestarmi». Nel giugno del 1966, appena uscito di prigione, dette alle stampe un libro che gli era stato commissionato da Danilo Zolo, una sorta di documentario giornalistico sull’obiezione di coscienza: Tu non ucciderai: i cattolici e l’obiezione di coscienza in Italia (Cultura editore). «Venne presentato a Roma alla fine di giugno ’66 da La Pira e da altri parlamentari. Allora era il momento di maggiore tensione sul problema. C’era il Vietnam… E nel mio libro il primo caso di cui mi occupavo era quello di La Pira e della proiezione che fece a Firenze nel novembre del 1961 del film di Autan-Lara Tu ne tueras pas».
«Tutta la mia azione – ci tiene a ribadire Fabbrini – era diretta a portare su queste posizioni la Chiesa. Non l’ho fatto per una mia particolare avversione ai fatti di sangue, ma perché da cattolico avevo in mente le parole di Pietro: “È meglio obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”. E poi c’era don Sturzo – lo riportavo nel mio libro – che aveva detto che oggi il cattolico deve disubbidire e disertare». E qualcosa si mosse anche nella Chiesa «ufficiale». «Alla fine del 1967 ci fu una marcia con 300 sacerdoti, guidata dal vescovo di Ivrea Bettazzi da Verona a Peschiera del Garda, dove c’era il carcere militare, per chiedere la liberazione di tutti gli obiettori di coscienza. Che progressi aveva fatto questa nostra idea!».
Che la sua testimonianza avesse smosso le coscienze e raccolto insospettate simpatie lo dimostrano due fatti inediti che Fabbrini ci racconta.
«In carcere, il cappellano mi disse: Senti io ti do la comunione. Io gli risposi: Non posso. E lui di rimando: Non farmi dire…. Insomma, mi fece capire che aveva il permesso dal Papa…».
L’altro episodio risale al febbraio 1965, alla vigilia della condanna. «La sera prima i miei genitori sentirono suonare e videro in strada una di quelle grandi auto del Vaticano. Scende uno di quei laici che lavorano presso la Santa Sede e consegna quattro pacchetti: una lettera di vicinanza del Papa, una medaglia d’oro per mio padre, una per mio fratello e un rosario per mia mamma da parte di Paolo VI. Io questa cosa non la rivelai. Se l’avessi detta nel processo sarebbe stato come un coprirmi di forza. Poi quando uscii, nell’estate, volevo ringraziare il Papa e seppi che era stato mons. Capovilla, già segretario di Giovanni XXIII e ancora in Vaticano, prima di diventare vescovo di Chieti. Mi ricevette e mi disse: Ho pregato io il Santo Padre di fare questo gesto, perché responsabili ne siamo noi…».
A Fabbrini restava però un rammarico. Che questa battaglia fosse stata poi monopolizzata dai radicali e avesse preso percorsi diversi. E si sentiva un po’ in colpa. «Nel ’68 – ci raccontò – l’amico Aldo Capitini mi scrisse pregandomi di entrare nell’arena politica: Fatti eleggere nella Dc, così avremo un deputato non violento. In effetti la Dc di Milano, soprattutto il movimento giovanile, mi offrì una candidatura sicura (che poi andò a Granelli). E io cretino, la rifiutai. Perché il mio accusatore che era il generale Stellacci, un grandissimo oratore, aveva detto: Noi rivedremo Fabbrini tra qualche mese alle elezioni…. Sbagliai. Mi dispiace di aver fatto allora questo atto di superbia, perché avrei potuto fare da parlamentare qualcosa cosa che magari altri non hanno fatto».
(Tratto da un’intervista su “Toscana Oggi” del 5 dicembre 2012).
Personalmente ammiravo la coerenza della testimonianza di Fabbrini, per quanto non fossi d’accordo con lui. Negli anni successivi ci capitò spesso di parlare e di collaborare: e le nostre rispettive visioni del mondo, entrambe impiantate sulla fede cattolica e sulla fedeltà alla Chiesa, si andarono avvicinando fino a quasi coincidere. Ne fa fede il suo ultimo libro. Le sofferenze degli ultimi mesi su questa terra lo hanno condotto, forse, a un livello spirituale sul quale chi può testimoniare di esso dovrà meditare ed attrarre l’attenzione della gerarchia ecclesiale. Fabbrini ha dato prova di esercizio in grado eroico della fede cristiana:  il che coincide appunto con la corretta definizione di santità.
Questo articolo è stato pubblicato in MC da francocardini .

domenica, gennaio 13, 2019

LA RIVOLUZIONE DELL’IGNORANZA PER FORTUNA C’E’ IL “MURO ANTARTICO”

Su “La Repubblica” dell’11.1., Alessandro Baricco ha scritto un lunghissimo articolo a proposito dell’odierna rivoluzione della “gente” contro l’élite. A suo avviso è in corso una sorte di rivoluzione, favorita dall’informatica e dalla “democratizzazione delle informazioni”, della gente comune contro qualunque tipo di “apprendista stregone”. E’ la rivoluzione degli incolti e felici di esserlo contro tutti gli specialisti, i “soloni”, quelli che con la scusa dell’avere studiato vorrebbero imporre agli altri il loro punto di vista. Una rivoluzione democratica: se in TV assisti, ad esempio, a un dibattito, che so, sui vaccini, e da una parte c’è un illustre clinico o un ricercatore di grande esperienza e di altissimo livello e dall’altra c’è un no vax che sull’oggetto del contendere ha letto un paio di articoli di “Focus” e ha orecchiato un discorso in autobus, l’avviso del competente e quello dell’incompetente sono sullo stesso piano: sono due punti di vista, valgono ciascuno un voto. Sulla base di ciò, di recente, una signora del governo ha cercato di zittire un ex ministro dell’economia criticabilissimo sotto molti aspetti ma noto per essere un economista illustre semplicemente con un “Questo lo dice Lei!”. E’ la Rivoluzione dell’Ignoranza, sulla base della quale si esige il “rispetto degli incompetenti” non in quanto cittadini vittime di un sistema sociale iniquo che ha impedito loro di studiare abbastanza, bensì in quanto incompetenti per scelta, ignoranti fieri e orgogliosi di esserlo e nemici di ogni forma di competenza e di autorevolezza nel nome della lotta democratica dell’Ignoranza contro la Meritocrazia. E’ la rivoluzione contro la quale ha combattuto la sua ultima battaglia mediatica Umberto Eco: quella dei diecimila ignoranti che dilagano sui media imponendo le loro sciocchezze in quanto sono appunto diecimila, quindi hanno diecimila volte più ragione – è un principio democratico, che diàmine! – dello specialista isolato che fa confluire sull’esile peso del suo unico voto a disposizione il peso di una vita di studio e di ricerca. La mia cazzata, caro mio, vale quanto il tuo Illuminato Parere; e se siamo in diecimila a dir cazzate vinciamo noi: è un elementare principio democratico.
E ormai se ne stanno vedendo di tutti i colori. I no vax non sono ancora nulla. Ad esempio, assistiamo al “fai-da-te” geografico. In quanti modi si può immaginare il mondo in cui viviamo?
Avete presente la “teoria della terra cava” e il sedicente professor Hans Horbiger? Ancora nell’Ottocento, occultisti e misteriosofi parlavano di queste cose con grande sicurezza: e ispirarono il Jules Verne – che era un gran reazionario, ma soprattutto un gran furbone – per Un viaggio al centro della terra. Durante il Terzo Reich, pare che il professor Horbiger riuscisse a tirar dalla sua anche qualche gerarca nazista. Secondo lui la terra era cava e noi ci abitavamo dentro, come formiche attaccate alle pareti concave dell’interno di una boccia per pesci rossi.
L’idea che la terra è piatta, dal canto suo, è in fondo plausibile: lo abbiamo pensato un po’ tutti, da bambini, quando ci siamo chiesti com’è che chi sta nell’emisfero australe non cade dalla superficie del pianeta nel vuoto cosmico e com’è che l’acqua degli oceani non cola fuori del loro alveo. Le antiche culture che l’hanno immaginata così sono state molteplici; le cosmogonie egizia, babilonese, induista e buddhista ne parlano in questo senso.
Ma già gli antichi greci, buoni navigatori e osservatori eccellenti, non ci cascavano più. I pitagorici, a loro volta debitori di tesi indiane, persiane e forse cinesi, avevano già intuito qualcosa sulla sfericità del pianeta. Aristotele non aveva dubbi al riguardo. Ma la decisiva e definitiva dimostrazione della sfericità della terra si deve a un matematico, geografo e astronomo greco-egizio di ventitré secoli fa, Eratostene di Cirene (280 a.C.- 195 a.C.), direttore della biblioteca di Alessandria, che riuscì addirittura a misurare con esattezza quasi perfetta la lunghezza dei meridiani terrestri.
Vero è che, all’inizio del medioevo, nacquero al riguardo perplessità connesse con il parziale oblìo della scienza antica. Il terrapiattista più celebre è, senza dubbio, un mercante egizio-bizantino del VI secolo d.C., Cosma detto “Indicopleuste” (perché pare avesse viaggiato nell’Oceano indiano), secondo il quale la terra era un parallelepipedo, una specie di cofano, fatto a somiglianza della biblica Arca dell’Alleanza: le terre emerse e i mari giacevano sul fondo del cofano, il cielo ne era il coperchio e ai quattro lati di esso altrettante alte muraglia di pietra, come immense montagne, reggevano la volta celeste. La Bibbia sembrava dargli ragione, ma la scienza del tempo – tanto cristiana quanto, più tardi, musulmana – non lo prese sul serio e continuò a preferirgli Aristotele e Tolomeo. Terra ferma al centro dell’universo, questo sì, fino a Copernico e anche un po’ oltre: ma piatta no davvero. Chi oggi sostiene che nell’antichità e nel medioevo ci si immaginava una terra piatta e circolare circondata dall’oceano è vittima di un equivoco: gli antichi sostenevano semplicemente che la terra era sì sferica, ma ad esser un circolo più o meno compatto era l’insieme delle terre emerse e abitate (l’”ecumène”) completamente circondate dall’oceano, che, dunque, visto dalle sponde detta terraferma, si presentava come un anello circolare liquido: mentre in realtà occupava con la sua massa acquea la maggior parte della sfera terrestre.
I terrapiattisti odierni hanno un’idea simile, ma in realtà hanno fatto il cammino inverso rispetto a Cosma: se egli s’immaginava la terra grosso modo quadrangolare, essi, anziché la “quadratura del cerchio”, propongono la “circolatura del quadrangolo”. La loro terra è immaginata a somiglianza della proiezione verticale del pianeta, con il polo nord ch’è un punto centrale e il polo sud che coincide con la circonferenza esterna del pianeta ed è costituito da un’immensa massa continentale montagnosa, un “orlo rialzato” della superficie terrestre: che, se non altro, ha la funzione d’impedire alle acque oceaniche e anche a noi di precipitare dal bordo della terraferma nel vuoto cosmico. Ora proveranno le loro teoria con una grande crociera, o forse una serie di crociere. Le quali, partendo almeno concettualmente dal polo nord e procedendo verso sud, senza dubbio invariabilmente arriveranno all’Antartide constatando com’esso si presenti come un’immensa muraglia di ghiaccio che serra l’Oceano impedendogli di colar giù nel vuoto cosmico. Certo, le rotte delle loro navi seguiranno i meridiani; saranno quindi convergenti verso il polo sud. Ma non sarà loro difficile organizzare una serie di video games virtuali, che li convinceranno di aver seguito una serie indefinita di percorsi “a raggiera”, dal “punto”-polo nord alla “circonferenza”-polo sud.
Il principio di base è sempre lo stesso, quello che sorregge tanti blogs e convince tanti twitters. La scienza è una grande massa di fake news messa insieme dagli scienziati, anzi dagli “scientisti”: boriosi agenti prezzolati al soldo di complottisti intenti a raccontarci la balla della terra sferica perché pretendono di dominarci con le loro colte fandonie. Secoli di scoperte e di prove scientifiche sono tutte un bluff organizzato da una banda  di secchioni che pretendono di possedere la verità perché “hanno studiato”. Se si può “dimostrare” che i vaccini non servono a nulla, figurarsi  poi quale tipo di rispetto si può portare alla scienza geografica. Ô ça ira, ça ira, ça ira! Tous les cultivés à la lanterne! Dopo la Rivoluzione del Berretto Frigio, largo alla Rivoluzione delle Orecchie d’Asino!
Franco Cardini