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venerdì, luglio 29, 2022

L’Irlanda sta legalizzando l’«utero in affitto»




Una commissione del parlamento irlandese ha proposto il riconoscimento della maternità surrogata commerciale, una pratica vietata in tutta l’Europa con l’eccezione di Russia, Ucraina e Bielorussia.

In alcuni Paesi, inclusa l’Italia, si discute di come punire chi ricorra al cosiddetto «utero in affitto» recandosi all’estero per la compera. Invece l’Irlanda, ormai persa in una deriva iperpermissivistica, si muove nella direzione opposta, una direzione che potrebbe addirittura farla diventare la nuova destinazione del turismo procreativo, ora che la guerra ha travolto proprio le mete tradizionali.

In febbraio il ministero della Sanità irlandese ha presentato un progetto di legge per regolare le diverse forme di fecondazione assistita, tra le quali appunto la «maternità surrogata». Non rientrava però tra gli intenti del governo affrontare la questione del riconoscimento delle nascite da madri surrogate fuori dal territorio nazionale. E però, dopo una campagna mediatica che ha visto protagonisti anche personaggi dello spettacolo che avevano fatto essi stessi ricorso a madri surrogate all’estero, il parlamento ha deciso di istituire una commissione ad hoc che, proprio nei giorni scorsi, ha presentato le proprie conclusioni sconcertanti.

Il progetto di legge del governo autorizza solo la «maternità surrogata» cosiddetta «altruistica», ma, allo stesso tempo, permette il rimborso di «spese ragionevoli» sostenute dalla «madre surrogata». Non solo, cioè, le spese mediche in senso stretto, ma anche qualsiasi perdita di reddito per un periodo di dodici mesi, che per molte donne rappresenterebbe una cifra sostanziale.

Uno degli esperti chiamati a testimoniare ha infatti detto alla Commissione che, «in base al progetto di legge, è possibile pagare una madre surrogata irlandese per spese ragionevoli. Una volta calcolati la perdita di reddito e altre spese, la cifra può facilmente arrivare a 10mila euro, cifra probabilmente non molto differente da quanto le madri surrogate vengono pagate in altri Paesi, con l’eccezione degli Stati Uniti». In Ucraina, dove solitamente vanno le coppie che cercano una «surrogata», il reddito pro capite medio è di 2mila e 500 euro l’anno.

Insomma, pur vietando in teoria la surrogata commerciale, in pratica la proposta del governo permette un certo margine di guadagno, tramite i rimborsi spese, che per molte donne più povere rappresenterebbe un vero e proprio lavoro.

Il rapporto della Commissione sottolinea pure l’ipocrisia del chiamare «altruistica» una pratica che implica pagamenti consistenti e chiede pertanto la modifica del progetto di legge. Ma lo stesso rapporto si spinge oltre e raccomanda il pagamento di alcuni servizi effettuati all’estero che la proposta del governo vieterebbe, in quanto di natura esplicitamente commerciale. Per esempio si vieta il pagamento di agenzie o cliniche che organizzano o danno effetto ad un contratto tra i committenti e la «madre surrogata».

Durante i lavori della Commissione, solo uno dei partecipanti aveva denunciato i rischi della «surrogata commerciale», che trasforma il bimbo in merce e la donna in incubatrice. Tutti gli altri, spinti da una campagna di stampa molto efficace, si sono dimostrati disponibili a soddisfare qualsiasi richiesta proveniente da coppie o single facenti ricorso a una «surrogata».

Alcuni funzionari statali che avevano contribuito a preparare il disegno di legge del governo, durante le audizioni della Commissione sulla «maternità surrogata» internazionale avevano richiamo l’impossibilità di utilizzare un doppio standard, permettendo il riconoscimento di una pratica vietata in patria solo perché essa è possibile all’estero. Se è sbagliato affittare un utero in Irlanda, perché dovrebbe essere accettabile all’estero?

Ma la Commissione afferma che, mentre sarebbe desiderabile che le condizioni contemplate nei contratti sottoscritti all’estero corrispondano alle condizioni richieste all’interno dello Stato irlandese, questo principio è quasi impossibile da far rispettare, e pertanto la Commissione crede che «sia sufficiente che le condizioni mediche e sanitarie stabilite dallo stato della surrogata siano soddisfatte».

Vale cioè appunto il doppio standard e vale la morale doppia: un po’ più severi in patria, ma chiudendo un occhio su quanto avviene all’estero. E questo ovviamente incrementerà il turismo procreativo.

L’Irlanda, se passasse la proposta della Commissione, diventerebbe l’unico Stato al mondo a dare riconoscimento legale a contratti stranieri di «utero in affitto». Ora, esisterebbe una salvaguardia: il bimbo deve avere per esempio un legame genetico con almeno uno dei genitori committenti. Ma un altro passaggio sconcertante del rapporto è il fatto che la Commissione ritenga tale requisito, previsto dal progetto di legge del governo, non necessario se e quando la «maternità surrogata» avviene in Irlanda. Significa che un uomo celibe potrebbe pagare una donna per mettere al mondo un bambino che venga concepito utilizzando i gameti di due donatori, i quali verranno anche loro rimborsati. Quale sarebbe la differenza tra questa pratica e il comprare bambini?

Il bimbo crescerebbe senza avere alcuna relazione con la madre genetica, con il padre genetico, con l’altra madre che l’ha custodito per nove mesi e poi partorito, e con i fratelli e le sorelle genetici, se esistono. Giuridicamente sarà insomma legato solo all’estraneo che l’ha commissionato, pagando i diversi attori di questa tragedia. Pare incredibile come un Paese un tempo cattolico, come l’Irlanda, abbia perso del tutto il senso del legame materno e si appresti ad approvare una pratica aberrante che il resto d’Europa rigetta e condanna.

venerdì, marzo 11, 2022

Una soluzione alla «maternità surrogata» c’è: divieto totale




Dublino – A fronte della pressione per il riconoscimento della cosiddetta «maternità surrogata» nell’ordinamento giuridico del Paese, l’Oireachtas, il parlamento d’Irlanda, istituisce una Commissione speciale di esame. Ma l’ufficio del Procuratore generale, Paul Gallagher, che fornisce consulenza giuridica al governo, ha espresso parere molto critico, sottolineando i limiti etici della «maternità surrogata» commerciale attraverso un documento che ammonisce contro la mercificazione dei bambini, lo sfruttamento delle donne e, qualora proibita in Irlanda ma riconosciuta quando avviene all’estero, la creazione di un standard doppio.

«Se i contratti di surrogata commerciale vengono proibiti in Irlanda, a motivo delle preoccupazioni legate alla salute dei bimbi e delle madri», spiega il documento, «queste preoccupazioni emergono ancor di più nei confronti dei contratti stipulati al di fuori dello Stato. Riconoscere gli accordi commerciali stranieri, mentre si limita la maternità surrogata domestica ad accordi altruistici, e quindi offrendo più protezione alle donne irlandesi che a quelle straniere, creerebbe una dictomia nel diritto irlandese difficile da giustificare».

Argomentazioni analoghe sono del resto già state presentate da organizzazioni di ispirazione cristiana a difesa della famiglia, quali l’Iona Institute.

La «maternità surrogata» commerciale implica infatti il pagamento di donne bisognose, solitamente cittadine di Paesi poveri, affinché concepiscano e partoriscano per conto di una coppia, o di un singolo, che ha commissionato il bimbo. Spesso almeno uno dei gameti viene fornito dai genitori, ma a volte l’ovulo, o il seme, proviene da donatori, che vengono pure essi pagati o rimborsati. In Europa la surrogata commerciale è legale solo in Ucraina, Bielorussia e Russia.

Molti Paesi europei vietano del resto anche la surrogata cosiddetta “altruistica” poiché fa letteralmente a pezzi la maternità, coinvolgendo diverse donne e così creando possibili problemi di identità per il bimbo.

Ora, la proposta di legge che dovrebbe regolare la materia in Irlanda permetterebbe solo la surrogata “altruistica” mentre proibirebbe i contratti commerciali. Ma, per aggirare l’ostacolo, alcuni committenti si recano da tempo all’estero e oggi reclamano il pieno riconoscimento di queste nascite.

Secondo la legge, la donna che partorisce è la madre del bimbo che nasce. Quando ci si affida a un soggetto terzo, però, la donna in una coppia commissionante non risulta essere la madre legale del bambino. E nel caso i commissionanti fossero due uomini, quello non legato geneticamente al bambino non viene considerato padre dal punto di vista legale. In assenza però di una legislazione precisa in Irlanda i giudici decidono di volta in volta sui casi singoli.

Nel 2021, un rapporto del governo sulla protezione del bambino, affrontando le diverse forme di «riproduzione assistita», raccomandava il riconoscimento, da parte dell’Irlanda, della «maternità surrogata» avvenuta all’estero, qualora venissero soddisfatti alcuni criteri. Ma vietare alcune pratiche e poi riconoscerle legalmente solo perché avvenute all’estero è una contraddizione stridente.

L’ufficio del Procuratore generale suggerisce quindi alla Commissione parlamentare alcune soluzioni possibili.

Si potrebbe mantenere lo status quo e quindi quanti desiderino diventare genitori legali di bambini nati da accordi commerciali avvenuti all’estero, dovrebbero rivolgersi a un giudice che considererà i casi uno per uno.

Una seconda opzione potrebbe essere applicare a questi accordi internazionali gli stessi criteri che valgono per quelli nazionali. Quindi, solo quanti abbiano fatto ricorso alla «maternità surrogata» “altruistica” all’estero diverrebbero legalmente genitori in patria, mentre accordi di altro tipo non sarebbero riconosciuti.

Una terza opzione consisterebbe nel consentire la «maternità surrogata» commerciale in Irlanda, questo farebbe dell’Isola l’unico caso in Europa e non solo.

Infine c’è un’opzione che né questo documento né il progetto di legge considerano, benché sia la soluzione adottata in Germania, Italia, Francia, Spagna, Austria, Norvegia, Finlandia e in molti altri Paesi europei: vietare totalmente la surrogata in qualsiasi forma. Eviterebbe i problemi che ogni procedura, commerciale o “altruistica”, necessariamente comporta.

sabato, giugno 01, 2019

Benvenuti nel paradiso infernale dell’utero in affitto



Qui arrivano soprattutto modelle e attrici, «mi dicono di punto in bianco “se rimango incinta, perderò la mia parte”, “lavoro, non ho tempo”, “faccio sfilate, recito, ho un bell’aspetto e non voglio sfigurare il mio corpo”». Perché la gravidanza ti sfigura, «se poi non fai gli esercizi necessari ti ci vorrà un po’ per tornare alla normalità. Il tuo osso pelvico si apre, accumuli grasso, accumuli macchie che non vanno via. Non sto dicendo che è un motivo per usare una surrogata, ma per alcune persone lo è». Quello che avete appena letto è una parte dell’intervista realizzata dal Guardian al Pacific Fertility Center di Los Angeles, un posto in cui «le persone che hanno tutto fanno i loro bambini». Lampadari di cristallo, rivestimenti in velluto e pelle nei toni del crema e del visone, «sembra di stare nella sala prova di un negozio di abiti da sposa di alta gamma», scrive la giornalista, invece siamo nella clinica per la maternità surrogata più amata dalle star di Hollywood. Fotografie digitali di neonati sorridenti compaiono sugli schermi piatti alle pareti e, fluttuando verso l’alto, scompaiono come bollicine di champagne.

«COMANDANO I SOLDI»

È qui che da 25 anni il dottor Vicken Sahakian “crea” famiglie per migliaia di privilegiati e ricconi di tutto il mondo, etero, gay, giovani e anziani che hanno reso la California il paradiso dell’utero in affitto. Qui non servono giri di parole, se non hai problema a usare ovuli, sperma e uteri di altre persone, tutto è possibile, scrive il Guardian. «Comandano i soldi, se ce li hai potrai avere un bambino. È triste ma accade così», spiega il medico. Che immediatamente si corregge, «in realtà non c’è nulla di triste, è una cosa piuttosto felice. Io credo in questo tipo di scienza. Credo nell’equilibrio familiare, nella selezione di genere, nella selezione di embrioni difettosi, nell’uso di donatori di ovuli, donatori di sperma, questo è quello che faccio. E io amo quello che faccio. L’obiettivo finale qui è portare felicità a qualcuno».

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