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sabato, novembre 27, 2021

Vuoi abortire? Aspetta un momento…



Il periodo di riflessione che le leggi di alcuni Paesi impongono alle mamme prima di abortire funziona in un numero significativo di casi. La conferma arriva dall’Irlanda. Secondo i dati diffusi dal ministero della Sanità, circa il 20% di donne che inizialmente avevano fatto richiesta per abortire ha poi cambiato idea.

La legge irlandese, entrata in vigore nel gennaio 2019, prevede che tra la prima consultazione e l’eventuale intervento chirurgico di soppressione del bambino nel grembo della propria mamma debba intercorrere un periodo appunto di riflessione di almeno tre giorni. Questo qualora si abbia intenzione di praticare l’aborto nel primo trimestre di vita del bimbo nell’utero materno, cioè quando la legge consente l’aborto per un motivo qualsiasi. Infatti, per gli aborti previsti nel secondo e nel terzo trimestre, cioè quelli che vengono praticati in caso di diagnosticata malformazione del feto o di pericolo per la salute della madre, la legge non richiede alcun periodo di riflessione.

Rispondendo a una interrogazione presentata dal deputato Carol Nolan, molto attiva sul fronte pro life, il Ministero irlandese ha rivelato che nel Paese lo scorso anno sono stati praticati 6.455 aborti nel primo trimestre di vita del bimbo a fronte però di un numero di donne che ne aveva fatto richiesta molto più alto: 8.057. Quindi oltre 1.600 mamme hanno desistito e dato alla luce i propri figli. Si tratta quasi del 20%, un dato significativo che mostra l’efficacia del periodo di riflessione imposto dalla legge in vigore.

Certo, è possibile che alcune di quella mamme abbiano abortito all’estero, dopo una prima visita in Irlanda, ma qualora fosse, si tratterebbe di una percentuale molto piccola, viste le restrizioni in vigore lo scorso anno a causa del CoViD-19, per quanto riguarda sia i viaggi sia l’accesso ai servizi sanitari. D’altronde l’Irlanda, proprio dall’inizio della pandemia, consente la consultazione a distanza con il medico e l’aborto nel primo trimestre di vita del piccolo viene effettuato nella maggioranza dei casi non chirurgicamente in ospedale o in clinica, bensì mediante la pillola abortiva RU486. Non vi sono cioè ostacoli veri per chi voglia abortire, anche a casa, tranne quel periodo di riflessione.

I dati diffusi dal ministero della Sanità sono importanti giacché fra qualche settimana il parlamento irlandese metterà in discussione l’attuale legislazione sull’aborto, in vista di possibili, probabili cambiamenti. Ogni tre anni, infatti, la legislazione viene revisionata e tra le disposizioni che gli attivisti pro choice vorrebbero abrogare c’è proprio quella riguardante detto periodo obbligatorio di riflessione di tre giorni, che, a loro dire, sarebbe un inciampo oneroso alla scelta della donna.

Ma i dati mostrano appunto il contrario. La pausa serve a ponderare e, a volte, a riconsiderare la scelta di abortire, proprio perché tale scelta è (ovviamente) irreversibilmente letale. Dato che diverse donne prendono in considerazione l’interruzione della gravidanza nutrendo comunque dubbi forti, la pausa e la riflessione le aiutano a prendere coraggio per scegliere alla fine la vita piuttosto che la morte.

D’altronde un periodo di pausa così è previsto dalle legislazioni di molti Paesi. In Italia, per esempio, la pausa è di sette giorni, più del doppio che in Irlanda. In Belgio è di sei e cinque nei Paesi Bassi, mentre tre in Spagna e Portogallo. Non esiste invece nel Regno Unito, anche se un sondaggio del 2017 mostra che il 79% della popolazione sarebbe favorevole a istituirlo per un periodo di cinque giorni.

Chi sa quante vite vengono stroncate per una decisione affrettata e quante madri, poi pentite, piangono i propri figli abortiti. Se, come dimostrano i dati irlandesi, un quinto delle donne cambia intenzione dopo una prima visita, è anche grazie a questo periodo di riflessione. Abrogarlo significherebbe togliere un’opportunità di scelta a tutti, anche a chi considera l’aborto un diritto.

Proprio il mondo femminile che considera l’aborto un diritto (che non è la totalità del mondo femminile, che non è forse nemmeno la sua maggioranza) afferma che nessuno è “a favore dell’aborto”, dunque che distinguere fra pro life e pro aborto sarebbe capzioso. Tant’è che il mondo filoabortista si autodefinisce pro choice (come se invece chi è pro life non scegliesse la vita). Quello stesso mondo aggiunge pure che tutti, compreso chi considera l’aborto un diritto, è di per sé a favore della vita, non vuole la morte e ritiene dunque l’aborto una sorta di extrema ratio. Bene. Allora dovrebbe essere per primo il mondo femminile che considera l’aborto un diritto a volere a tutti costi una pausa di riflessione per le mamme che hanno intenzione di agire in modo irreversibilmente letale per il bimbo che portano in grembo. Una pausa quanto più lunga possibile.

sabato, luglio 31, 2021

Aborto libero, tsunami nordirlandese

 «100mila persone sono vive oggi grazie alle nostre leggi sull’aborto, perché cambiarle?». Così diceva, nel 2017, una campagna pubblicitaria pro-life nell’Irlanda del Nord, dove l’aborto era limitato solo a casi estremi. Ci furono proteste e l’authority per la pubblicità confermò che la stima era attendibile. Oggi si può invece affermare che quella stima non era attendibile: era precisissima.

Nel marzo 2020 il governo di Londra liberalizzò l’aborto in Irlanda del Nord, cancellando la legge allora vigente. A tutto giungo di quest’anno il ministero della Sanità ha registrato 1.624 notifiche di aborti. Si tratta di un incremento significativo che conferma, se ce ne fosse bisogno, che i numeri crescono con la liberalizzazione.

La situazione nordirlandese è cambiata molto negli ultimi anni. Nel 2016, ancora vigeva un regime restrittivo, 724 donne si recarono in Inghilterra, a proprie spese, per abortire. Nel 2017 il governo britannico annunciò la copertura finanziaria per le residenti nella regione che abortissero in Inghilterra e da allora si è verificato un aumento costante di casi: 919 nel 2017, 1.053 nel 2018.

Nel 2019, per la prima volta, l’interruzione volontaria della gravidanza si è resa disponibile nella Repubblica d’Irlanda e 67 donne nordirlandesi ne hanno usufruito varcando il confine, mentre 1.014 si sono recate in Inghilterra e altre 22 hanno abortito in patria. Il numero di aborti totale per il 2019 ha raggiunto quindi quota 1.103, appunto un aumento ulteriore.

L’anno successivo, a seguito della liberalizzazione, si è verificato un nuovo aumento, anzi un grande balzo. I dati ufficiali del ministero contano gli aborti in 1.624 unità, riferendosi al periodo compreso fra marzo 2020 e maggio 2021. Se si tiene in considerazione che questi dati coprono un periodo di 14 mesi, si ha l’equivalente di una media di 116 aborti mensili, ossia 1.392 l’anno. Ancora una volta, un incremento netto. Questi dati parlano, inoltre, solo degli aborti effettuati nell’Irlanda del Nord, ai quali debbono aggiungersi appunto quelli cui le donne nordirlandesi si sono sottoposte in Inghilterra o nella Repubblica d’Irlanda.

Queste l’anno scorso sono state 371 per quanto concerne l’Inghilterra, più 36 per quanto riguarda la Repubblica d’Irlanda per un totale di 407 aborti, che, sommati ai circa 1.392 dei primi 12 mesi dall’entrata della nuova legge, totalizzano 1.800 soppressioni di bambini nel seno delle proprie mamme. Cioè + 66,5% in un solo anno, effetto drammatico della liberalizzazione voluta da Londra.

Se nel 2016 in Irlanda del Nord il numero degli aborti corrispondeva al 3% delle nascite, nel 2020 la percentuale si è impennata all’8,6: tradotto, ci sono stati molti più aborti e tante meno nascite.

Alcuni attivisti filoabortisti sostengono che, prima della liberalizzazione, molte donne ricorressero alle pillole abortive procurandosele clandestinamente e quindi producendo interruzioni di gravidanza che sfuggivano alle statistiche. Ma, anche se ciò fosse vero, è impossibile negare che la liberalizzazione ha drasticamente innalzato il tasso di abortività. Del resto è noto come l’aborto clandestino continui anche dopo la legalizzazione.

Il ministero per la Sanità dell’Irlanda del Nord non fornisce peraltro dettagli sui profili demografici delle donne che abortiscono, ma il rapporto ufficiale inglese in materia afferma che l’89% delle donne nordirlandesi che si sono recate in Inghilterra per abortire erano non coniugate (il 50,8% sono ufficialmente single, ma con un partner). Il 15,1% ha già abortito in precedenza e il 54,4% ha partorito almeno una volta. Il 40,3% si identifica come «bianca britannica», mentre il 45,3% come «bianca irlandese», con riferimento ai due gruppi etnici maggioritari in Irlanda del Nord. Privo di dettagli demografici è invece il rapporto ufficiale della Repubblica d’Irlanda.

Sì, appunto. Quella campagna pubblicitaria del 2017 era corretta. Almeno un centinaio di migliaia di vite sono state salvate prima che, lo scorso anno, Westminster imponesse un regime abortista liberale. E dunque sì, oggi molte migliaia invece muoiono e molte migliaia ancora moriranno.

sabato, luglio 03, 2021

Inghilterra e Galles, aborti record




In Inghilterra gli aborti continuano a crescere, raggiungendo nel 2020 un numero record. Il rapporto annuale presentato nei giorni scorsi dal governo britannico fornisce dati agghiaccianti.

Perché, nonostante il lockdown, l’anno scorso sono state 209.917 le donne che in Inghilterra e in Galles hanno abortito. È la cifra più alta, da quando il Regno Unito ha liberalizzato l’aborto nel 1967. Configura anche il tasso più alto tasso di abortività, 18,2, calcolato su mille donne in età fertile. Il rapporto non contempla Scozia e Irlanda del Nord, ma i dati scozzesi per il 2020 sono simili a quelli inglesi. Anche lì è stato infatti registrato il più alto tasso di abortività di sempre.

C’è inoltre da specificare che i dati si riferiscono non al numero dei bambini abortiti, ma di donne che hanno abortito e quindi, poiché alcune di loro portavano in grembo più di un figlio, il numero di feti abortiti è ancora maggiore.

Dal punto di vista demografico, l’81% delle donne che hanno abortito in Inghilterra e in Galles nel 2020 sono single, una proporzione, questa, rimasta invariata nell’ultimo decennio. Il 51% di loro sono single con partner.

Inoltre, se gli aborti continuano a diminuire fra le minorenni, salgono invece per tutte le altre fasce di età, tendenza, questa, che si registra in tutti i Paesi occidentali e che si spiega tenendo conto di due fenomeni: la socializzazione online delle più giovani e la normalizzazione dell’aborto nel resto della popolazione.

Oggigiorno i ragazzi hanno meno contatti dal vivo, socializzano su Internet e, di conseguenza, diminuiscono le gravidanze e gli aborti fra le minorenni. D’altra parte la legalizzazione dell’aborto avvenuta in gran parte dell’Occidente negli ultimi cinquanta anni ha portato a una sua normalizzazione, motivo per cui l’interruzione di gravidanza viene percepita da molti semplicemente come un metodo di controllo delle nascite.

Secondo il rapporto citato, più della metà delle donne sopra i 30 anni che hanno abortito nel 2020 l’aveva già fatto in passato. Dieci anni fa erano il 44%. Quindi gli aborti ripetuti sono sempre più comuni.

Il 2020 è stato peraltro un anno eccezionale e il rapporto del governo britannico per Inghilterra e Galles dà un’idea netta dell’impatto esercitato dal CoViD-19 sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Nei primi tre mesi dell’anno, quindi prima di chiusure e restrizioni, il numero di donne che hanno abortito è salito del 4,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dopo un brusco picco in aprile (+28,7% rispetto al 2019), successivo al primo lockdown, negli altri mesi non vi è stata differenza sostanziale rispetto all’anno precedente (+0,1%). Nel quarto trimestre (ottobre-dicembre) si è avvertito dunque un leggero calo dello 0,8%, ma, se si confrontano i due anni, si registra un incremento totale dell’1,2%. Insomma, i numeri crescono e il nuovo coronavirus ne ha rallentato la crescita di poco.

Altra conseguenza della pandemia è la riduzione degli aborti selettivi che vengono effettuati per ridurre il numero di feti in caso di gravidanze multiple, cosa che, solitamente, avviene dopo un ciclo di fecondazione assistita. Diversi embrioni concepiti artificialmente vengono trasferiti nell’utero della donna e, quando il numero degli embrioni impiantati che sopravvivono è superiore a quello dei figli desiderati, alcuni di questi vengono selezionati e uccisi. In Inghilterra c’è stato un calo da 126 casi nel 2019 a 65 nel 2020. Una diminuzione significativa, spiegabile con il fatto che, durante la pandemia, molti servizi di fecondazione assistita hanno chiuso o ridotto le attività.

In Inghilterra abortiscono anche donne provenienti dall’estero e la maggioranza di queste sono irlandesi. Anche se i numeri sono scesi sensibilmente da quando, nel 2019, l’Irlanda ha liberalizzato l’aborto, il rapporto del governo britannico per il 2020 registra 194 donne residenti in Irlanda fra quelle che hanno abortito in Inghilterra e in Galles. Un terzo di queste interruzioni di gravidanza riguarda feti con disabilità non fatale. In Irlanda è del resto possibile accedere a questo genere di aborto fino alla dodicesima settimana, ma tali condizioni vengono spesso diagnosticate dopo il termine di legge, motivo per cui chi vuole abortire si reca in Inghilterra o in Galles.

Nonostante il numero totale di donne provenienti dall’Irlanda sia dimezzato rispetto al 2019, il numero di bimbi affetti da sindrome di Down abortiti ha continuato a salire. Erano 17 nel 2018, sono stati 27 nel 2019 e sono stati 35 l’anno scorso. Anche tra le donne inglesi sono cresciuti del 6% in un solo anno. Questo dato si spiega in parte con il fatto che sempre più donne si avvalgono dello screening prenatale, in grado di diagnosticare anomalie cromosomiche o genetiche. Ma la crescita nella soppressione di bimbi con sindrome di Down è anche una conseguenza della liberalizzazione dell’aborto, che viene sempre più usato per motivi eugenici, ossia per scartare chi viene considerato imperfetto.

Lo scienziato britannico Richard Dawkins, parlando alla radio nazionale irlandese qualche mese fa, aveva sostenuto che abortire i bimbi con sindrome di Down diminuirebbe la sofferenza nel mondo e, a chi si era scandalizzato per queste parole, egli aveva correttamente ricordato che si tratta di una pratica che in Occidente è comune. Il citato rapporto annuale del governo britannico fornisce un quadro tristissimo della situazione. Sempre più donne inglesi abortiscono e lo fanno sempre più ripetutamente.

Cresce l’eugenetica e cresce l’aborto selettivo. Questi dati confermano che i tentativi, tipici in Inghilterra, di diminuire gli aborti attraverso la promozione di contraccezione ed educazione sessuale falliscono miseramente. Ci vuole infatti altro. Serve un cambiamento culturale profondo e questi numeri, così estremi, dovrebbero scuotere le coscienze e far pensare.

giovedì, aprile 08, 2021

Londra impone l’aborto a Stormont Il governo Conservatore viola accordi e devolution per instaurare un nuovo regime abortista

 


Il governo Conservatore viola accordi e devolution per instaurare un nuovo regime abortista

Il governo Conservatore britannico ha imposto l’aborto nell’Irlanda del Nord, sorpassando sia l’assemblea legislativa sia l’esecutivo locali. Lo ha fatto concedendo il potere al ministro per l’Irlanda del Nord, Brandon Lewis, di imporre alle autorità sanitarie nordirlandesi un regime abortivo estremamente permissivo.

Nel 2016 una chiara maggioranza nell’Assemblea dell’Irlanda del Nord aveva confermato la legge allora esistente, che consentiva l’aborto solo nel caso di pericolo per la salute fisica o mentale della madre. Poi, nel 2019, la Camera dei Comuni del parlamento britannico ha introdotto un nuovo regime che liberalizza l’aborto. Questa imposizione da parte di Londra venne giustificata con il fatto che in Irlanda del Nord in quel periodo non vi era esecutivo in funzione. Infatti uno stallo nelle negoziazioni fra i diversi partiti ha rinviato la formazione del governo locale fino a gennaio 2020.

Il nuovo regime imposto da Londra è entrato in vigore nel marzo 2020, ma senza il supporto del governo locale e dell’Assemblea di Stormont. Ora il governo di Londra, tramite il ministro per l’Irlanda del Nord, costringe di fatto il Servizio sanitario locale a seguire la legislazione imposta da Londra, anche se questa, secondo gli accordi di pace, è materia di competenza locale.

Con il nuovo regime l’aborto è consentito fino alla nascita per ogni genere di disabilità e fino a 24 settimane se la gravidanza comporta più rischi dell’aborto per la salute fisica e mentale della madre. In pratica si tratta di aborto a richiesta fino alla ventiquattresima settimana. L’aborto viene inoltre depenalizzato completamente, a differenza del resto del Regno Unito e della Repubblica d’Irlanda dove rimane un reato se effettuato al di fuori dei limiti di legge.

Alban Maginness, stimato politico locale ed ex sindaco di Belfast, ha commentato: «In questo modo Lewis dà priorità all’aborto rispetto ad altri servizi sanitari, come la cura del cancro, che in questo momento sono rinviati a causa della pandemia. Inoltre si fa beffa degli accordi sul decentramento. […] L’aborto è una questione divisiva, controversa, che richiede l’accordo del nostro esecutivo decentrato. E, come in altri casi, su una questione così delicata l’esecutivo non ha ancora raggiunto il consenso»

Contro la decisione del governo britannico si sono schierate tutte le Chiese. La Chiesa presbiteriana ha espresso «grave preoccupazione», definendo la scelta un indebolimento del processo di devolution e un’interferenza diretta del centro sul governo locale. I presbiteriani hanno persino chiesto che vengano ritirati i nuovi poteri al ministro Lewis.

Per la Chiesa metodista, la scelta usurpa il ruolo dell’esecutivo nordirlandese e il vescovo anglicano di Armagh, John McDowell, ha affermato che la proposta rivela mancanza di democrazia.

Dal canto proprio i vescovi cattolici giudicano la decisione del governo di Londra di sorpassare strutture decentralizzate che sono il frutto di accordi internazionali di pace come un’imposizione invisa alla popolazione, che mina smaccatamente il diritto alla vita dei bambini non ancora nati.

Ma non ci sono solo notizie cattive. L’Assemblea di Stormont ha infatti quasi contemporaneamente votato favorevolmente per la proibizione dell’aborto in caso di disabilità non letali e ora la proposta è passata al vaglio della Commissione competente. Sostenuta da diversi partiti, la proposta di legge ha buone possibilità di essere approvata. Pur dichiarandosi contrario, il Sinn Fein, il maggior partito repubblicano, si è astenuto al momento del voto. Ovvia e giustificata l’esultanza del mondo pro life. Certo, se la legge passasse sarebbe una piccola vittoria nella battaglia più ampia per contrastare l’imposizione del nuovo regime abortista, ma nessuno si sogna di denigrarla.

lunedì, aprile 05, 2021

Londra impone l’aborto a Stormont

 Il governo Conservatore britannico ha imposto l’aborto nell’Irlanda del Nord, sorpassando sia l’assemblea legislativa sia l’esecutivo locali. Lo ha fatto concedendo il potere al ministro per l’Irlanda del Nord, Brandon Lewis, di imporre alle autorità sanitarie nordirlandesi un regime abortivo estremamente permissivo.

Nel 2016 una chiara maggioranza nell’Assemblea dell’Irlanda del Nord aveva confermato la legge allora esistente, che consentiva l’aborto solo nel caso di pericolo per la salute fisica o mentale della madre. Poi, nel 2019, la Camera dei Comuni del parlamento britannico ha introdotto un nuovo regime che liberalizza l’aborto. Questa imposizione da parte di Londra venne giustificata con il fatto che in Irlanda del Nord in quel periodo non vi era esecutivo in funzione. Infatti uno stallo nelle negoziazioni fra i diversi partiti ha rinviato la formazione del governo locale fino a gennaio 2020.

Il nuovo regime imposto da Londra è entrato in vigore nel marzo 2020, ma senza il supporto del governo locale e dell’Assemblea di Stormont. Ora il governo di Londra, tramite il ministro per l’Irlanda del Nord, costringe di fatto il Servizio sanitario locale a seguire la legislazione imposta da Londra, anche se questa, secondo gli accordi di pace, è materia di competenza locale.

Con il nuovo regime l’aborto è consentito fino alla nascita per ogni genere di disabilità e fino a 24 settimane se la gravidanza comporta più rischi dell’aborto per la salute fisica e mentale della madre. In pratica si tratta di aborto a richiesta fino alla ventiquattresima settimana. L’aborto viene inoltre depenalizzato completamente, a differenza del resto del Regno Unito e della Repubblica d’Irlanda dove rimane un reato se effettuato al di fuori dei limiti di legge.

Alban Maginness, stimato politico locale ed ex sindaco di Belfast, ha commentato: «In questo modo Lewis dà priorità all’aborto rispetto ad altri servizi sanitari, come la cura del cancro, che in questo momento sono rinviati a causa della pandemia. Inoltre si fa beffa degli accordi sul decentramento. […] L’aborto è una questione divisiva, controversa, che richiede l’accordo del nostro esecutivo decentrato. E, come in altri casi, su una questione così delicata l’esecutivo non ha ancora raggiunto il consenso»

Contro la decisione del governo britannico si sono schierate tutte le Chiese. La Chiesa presbiteriana ha espresso «grave preoccupazione», definendo la scelta un indebolimento del processo di devolution e un’interferenza diretta del centro sul governo locale. I presbiteriani hanno persino chiesto che vengano ritirati i nuovi poteri al ministro Lewis.

Per la Chiesa metodista, la scelta usurpa il ruolo dell’esecutivo nordirlandese e il vescovo anglicano di Armagh, John McDowell, ha affermato che la proposta rivela mancanza di democrazia.

Dal canto proprio i vescovi cattolici giudicano la decisione del governo di Londra di sorpassare strutture decentralizzate che sono il frutto di accordi internazionali di pace come un’imposizione invisa alla popolazione, che mina smaccatamente il diritto alla vita dei bambini non ancora nati.

Ma non ci sono solo notizie cattive. L’Assemblea di Stormont ha infatti quasi contemporaneamente votato favorevolmente per la proibizione dell’aborto in caso di disabilità non letali e ora la proposta è passata al vaglio della Commissione competente. Sostenuta da diversi partiti, la proposta di legge ha buone possibilità di essere approvata. Pur dichiarandosi contrario, il Sinn Fein, il maggior partito repubblicano, si è astenuto al momento del voto. Ovvia e giustificata l’esultanza del mondo pro life. Certo, se la legge passasse sarebbe una piccola vittoria nella battaglia più ampia per contrastare l’imposizione del nuovo regime abortista, ma nessuno si sogna di denigrarla.

martedì, dicembre 08, 2020

sabato, giugno 27, 2020

L'analisi dei dati. Le verità (scomode) sulla 194 tra obiettori, pillole e "punti Ivg"

L'analisi dei dati. Le verità (scomode) sulla 194 tra obiettori, pillole e "punti Ivg"



 venerdì 26 giugno 2020
La "mancanza di medici non obiettori"? In realtà sono anche troppi. Meno aborti? Per il boom dei "contraccettivi d'emergenza". Pochi ospedali dove si abortisce? Sono anche più di quelli dove si nasce
Le verità (scomode) sulla 194 tra obiettori, pillole e "punti Ivg"

E’ impressionante il contrasto fra il silenzio indifferente con cui è stata accolta la relazione al parlamento sull’applicazione della legge 194 che regolamenta l’aborto in Italia, e il rumore di certe manifestazioni vintage sull’aborto, stile anni ’70, che si sono materializzate recentemente, a Perugia per esempio, con cartelli “a tema” del tipo «L’unica chiesa che illumina è una chiesa che brucia».Eppure dovrebbero leggerla tutti, quella relazione, per scoprire dati bellamente ignorati da chi per esempio si straccia le vesti perché una amministrazione regionale – l’Umbria, in questo caso – ribadisce la volontà di seguire correttamente la legge e le indicazioni del Ministero della Salute.

Entrando nel merito, spiccano i dati sull’obiezione di coscienza: «Il 15% dei ginecologi non obiettori nel 2018 è assegnato ad altri servizi e non a quello Ivg, cioè non effettua Ivg pur non avvalendosi del diritto all’obiezione di coscienza. Si tratta di una quota rilevata in 175 strutture di undici regioni: Piemonte, P.A. Bolzano, Liguria, Toscana, Marche, Lazio, Molise, Puglia, Basilicata, Sicilia, Sardegna». In altre parole: mentre nelle piazze e in tanti giornaloni c’è ancora chi ripete ossessivamente la filastrocca contro gli obiettori di coscienza, in ben 175 strutture ospedaliere italiane ci sono decine di ginecologi – 230 – che hanno dato la loro disponibilità a effettuare aborti ma ai quali le rispettive amministrazioni hanno risposto “no, grazie, è meglio che facciate altro”. Questo accade anche nel Lazio, dove invece il governatore Zingaretti ha voluto e rivendicato bandi di concorso e assunzioni solo per medici non obiettori, protestando l’assoluta necessità di personale per effettuare aborti: tanta era l’urgenza che adesso neppure li utilizza. Tutto pretestuoso, dunque: ma c’è qualcuno a cui interessa?

Quello dei non obiettori che non sono impegnati per aborti è un dato in aumento rispetto agli anni scorsi: nel 2017 erano il 9,8%, pari a 146 ginecologi, mentre nel 2015 erano l’8%, pari a 98. Guardando i dati, insomma, emerge che ogni anno ci sono sempre più medici non obiettori rispetto a quelli necessari per fare aborti.

D’altra parte gli aborti sono diminuiti dai 234.801 nel 1983, anno record, ai 76.328 di quest’anno, cioè meno di un terzo, mentre i non obiettori sono restati praticamente costanti: da 1.607 a 1.538. E’ evidente che il carico di lavoro personale per ogni non obiettore è calato di conseguenza: attualmente, se tutti i non obiettori fossero impiegati nei servizi Ivg ognuno effettuerebbe 1,2 aborti a settimana, considerando 44 settimane lavorative. Un dato che si ripete nelle singole regioni, come si può vedere dalle tabelle nella relazione al Parlamento, da cui risulta che si contano sulle dita di una mano le situazioni in cui ci si discosta da questi valori: si tratta di due strutture in particolare, una in Puglia dove gli interventi a settimana sono 14,6 (e dove risultano al tempo stesso non obiettori inutilizzati per Ivg), e una in Calabria, dove sono 9,5.

Sono informazioni accessibili a chiunque: eppure continua la leggenda secondo la quale gli obiettori di coscienza sono un problema per l’accesso all’aborto. E’ evidente, leggendo i dati, la motivazione ideologica di questi attacchi, che mirano a colpire gli obiettori nelle loro legittime scelte, stabilite per legge e fondate sulla Costituzione. E’ anche evidente che se si dimostrasse l’insufficienza del servizio pubblico si aprirebbe la strada alle organizzazioni profit che da anni cercano di entrare in Italia con le loro catene di cliniche private. Niente di nuovo: ideologia e interessi economici spesso vanno di pari passo.

La relazione al Parlamento firmata dal ministro della Salute Roberto Speranza, inoltre, conferma quanto già dichiarato dai ministri che lo hanno preceduto: il servizio Ivg appare sovradimensionato rispetto a quello dei punti nascita, considerando i numeri di aborti e di nascite. Per ogni punto Ivg ci sono 1,1 punti nascita: il numero di strutture in cui si possono effettuare aborti è quindi quasi pari a quello in cui nascono i bambini. Ma il rapporto fra nascite e aborti non è lo stesso: nel 2018 le nascite sono state 439.747 e gli aborti 76.328. In altre parole, per ogni aborto sono nati 5,8 bambini, ma l’offerta del servizio è quasi pari. Addirittura in diverse regioni i punti aborto superano i punti nascita: in Lombardia, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Sardegna. E soprattutto in Umbria.


Continua qui.

domenica, giugno 14, 2020

Selective abortion of Down Syndrome babies rises in UK

Vengo citato in questo articolo che fa riferimento al fatto che nel 2019, dopo la legalizzazione dell'aborto in Irlanda, è cresciuto il numero di donne irlandesi che sono andate in Inghilterra ad abortire dopo una diagnosi di Sindrome di Down. Ne parlavo proprio nell'ultimo blog che potete leggere qui sotto.




giovedì, maggio 16, 2019

Facebook censors our new ‘still one of us’ ad campaign


Facebook has censored our new ‘still one of us’ ad campaign which we launched last week. It has been placed behind a notice of warning and we are no longer allowed us to promote it. The campaign is currently running on a number of billboards in various parts of the country and we had extended the campaign to Facebook where we were paying a small amount (€150 in total) to bring it to a wider audience.
The company said the image of an unborn child that appears in the ad comes under the heading of ‘graphic’ or ‘violent’ imagery. Below is what Facebook users now see where the ad once appeared. (Note, we can still post the image on our Facebook page but cannot pay to bring it to a wider audience).

Needless to say, there is nothing graphic or violent about an image of an unborn child in the womb. On the contrary, it is extremely life-affirming.
In fact, the European Parliament is current running a video that appears on Facebook and elsewhere called ‘Choose your future’. It opens with an image of an unborn child in the womb very like the one used in our campaign. Should Facebook also declare this to be ‘graphic’ content?
This decision by such an enormous company as Facebook affects the ability of the pro-life movement in general to get its message out to the public even in a gentle way. Are we now at a point where images of an unborn child in the womb cannot be shown in public even though parents see such images every day in hospitals all over the country and have no hesitation showing such images to their children?
We are in a new and censorious era. The Facebook decision is extremely concerning. We are currently trying to have it reviewed and will keep you updated.

domenica, marzo 24, 2019

La maggioranza delle coppie che fanno nascere bimbi malati non lo rimpiange



coppie_scarpe_bambini

Una condizione di disabilità diagnosticata in un feto è sempre devastante. Molti ritengono sia un motivo legittimo per abortire ma nuovi studi dimostrano che la stragrande maggioranza delle coppie che portano questi bambini alla nascita sono contenti di averlo fatto, e ne risultano anche dati più positivi per loro in termini di come si sentiranno successivamente.
Una recente ricerca, che ha coinvolto più di 400 genitori, ha dimostrato che oltre il 97% di loro non ha rimpianto di aver proseguito una gravidanza affetta da una patologia fetale. Ciò conferma studi precedenti. Le ricerche condotte presso il Centro medico della Duke University hanno rilevato che esiste un «beneficio psicologico per le donne nel continuare la gravidanza dopo la diagnosi prenatale di un difetto fetale letale». Lo studio ha coinvolto 158 madri e 109 padri. Ha scoperto che le donne che avevano abortito «avevano molte più probabilità di riferire sentimenti di disperazione, evasione e depressione rispetto alle donne che continuavano la gravidanza». Ciò potrebbe essere dovuto a diversi fattori. I ricercatori ipotizzano che la continuazione della gravidanza conceda più tempo alle donne per rielaborare la sofferenza e alla fine raggiungere l’accettazione della diagnosi. Inoltre, possono ricevere più sostegno da familiari e amici poiché la perdita del loro neonato è più visibile e accettabile.
Sintomi psichiatrici come lo stress post-traumatico, il dolore e la depressione sono comuni dopo una perdita di gravidanza dovuta ad anomalie fetali ma quasi tutte le donne che decidono di partorire, non si pentono della loro scelta. «Continuare la gravidanza consente maggiori opportunità di trovare un senso e creare memoria, come l’opportunità di stringere il bambino e prendersene cura, scattare fotografie, formare altri ricordi e magari partecipare alla ricerca, alla donazione di tessuti od organi, ognuno dei quali può contribuire positivamente al processo di elaborazione del lutto».
L’analisi ha mostrato che «colpa ed elusione sono state riscontrate più spesso in donne che l’hanno interrotta», mentre la continuazione della gravidanza è stata associata a un minore disagio psichiatrico. «La scelta attiva che l’interruzione comporta, sembra aumentare la probabilità che la colpa venga vissuta, anche nel caso di anomalie fetali letali».
Un altro studio qualitativo riguardante genitori che non hanno abortito i loro figli disabili, pubblicato sul Journal of Prenatal Psychological Health, afferma che «contrariamente alla comune reazione della società in cui ci si concentra su ciò che di sbagliato ha il bambino, questi genitori si sono concentrati su tutto ciò che è positivo dei loro bambini». L’articolo descrive come la loro esperienza genitoriale sia stata accelerata e compressa, sapendo che il tempo da trascorrere con il loro bambino sarebbe stato breve e imprevedibile. Alcune coppie hanno creato opportunità per loro, e le loro famiglie, di interagire con il bambino quando era ancora nell’utero, con l’aiuto di macchine a ultrasuoni. La maggior parte pianificò attentamente la nascita, i funerali e talvolta il battesimo del loro bambino.
Tutti i genitori «hanno espresso la sensazione di dover essere il più vicino possibile al loro bambino», sotto forma di intimità fisica e anche di godersi il tempo limitato ma prezioso con il proprio bimbo. Concentrare il loro amore sul momento presente e anche sulla memoria ha permesso loro di trovare un senso nella propria sofferenza.
Uno studio del Medical Center dell’Università di Rochester menziona il trattamento spesso insensibile da parte degli operatori sanitari. «I genitori erano spesso sorpresi che i medici non fossero in grado di capire i loro bisogni. Questo risultato è coerente con il lavoro precedente che mostra che alcuni medici mettono in dubbio la decisione dei genitori di continuare la gravidanza». Un altro studio ha rilevato che la maggior parte dei genetic counsellor, che offrono assistenza a famiglie affette da malattie genetiche, ha menzionato l’aborto come un’opzione (83%), ma solo il 37% ha discusso la continuazione della gravidanza e il 13% ha presentato l’adozione come alternativa all’aborto. Ciò conferma quel che spesso dicono le famiglie che hanno avuto esperienze simili, ossia che si sentono pressate ad abortire.
Lo studio della Duke University ha anche indagato sul sostegno psicosociale fornito dalle comunità religiose ai genitori in lutto. Hanno messo a confronto le persone coinvolte in attività religiose organizzate (Ora), come la partecipazione a celebrazioni in chiesa, con coloro che invece esprimevano la loro religiosità più individualmente, in attività come preghiere personali, meditazione, ecc. (Nessuna attività religiosa organizzata o Nora). Hanno scoperto che «mentre l’Ora e il Nora sono associati alla continuazione della gravidanza, solo l’Ora è stato associato a un [buon] risultato psicologico … Mentre le attività religiose organizzate (Ora) aumentavano, diminuiva il dolore riportato». I ricercatori ipotizzano che frequentare la chiesa o altri incontri sacri contribuisca a ridurre il dolore conseguente alla perdita della gravidanza, probabilmente grazie al sostegno fornito dalle comunità religiose.
Tutti questi studi dimostrano che anche se il loro bambino è condannato a morire, coloro che non scelgono l’aborto vivono esiti più positivi. Questi genitori trasformano la loro tragedia in un’occasione profonda e intima per incontrare, abbracciare e amare il loro bambino.

martedì, marzo 05, 2019

Radio Maria: Tavola Rotonda - 03/03/2019


Qui trovate la registrazione della tavola rotonda sulle nuove leggi sull'aborto condotta da Rodolfo Casadei il 3 marzo.
A discutere di Stati Uniti ed Irlanda c'erano io e Raffaella Frullone.



mercoledì, febbraio 27, 2019

Radio Maria

Domenica 3 marzo sarò ospite della trasmissione curata da Rodolfo Casadei su Radio Maria. Si parlerà di aborto negli USA e in Irlanda, dalle 21.00 alle 22.50.

mercoledì, febbraio 13, 2019

Le leggi che vietano le proteste al di fuori delle strutture per l’aborto sono estremamente rare



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Il Ministro della Sanità irlandese Simon Harris ha promesso di introdurre “zone di esclusione” per prevenire le proteste al di fuori degli ospedali, delle cliniche e degli ambulatori di chirurgia generale in cui avvengono gli aborti o vengono prescritte pillole per abortire. Questo renderebbe l’Irlanda l’unico Paese in Europa ad avere una tale legge, come gli stessi Lawyers for Choice (Giuristi per la Libertà di Scelta) hanno effettivamente ammesso in un blog di recente. Una legislazione esiste già, in Irlanda come in altri Paesi, per limitare le attività di protesta che causano danni agli altri.
Lo scorso settembre, il Ministro degli Interni del Regno Unito ha respinto una richiesta di introdurre per legge le zone di esclusione, sostenendo che «l’introduzione di zone-cuscinetto nazionali non sarebbe una risposta proporzionata, considerando le esperienze della maggior parte degli ospedali e delle cliniche e considerando che la maggior parte delle attività sono perlopiù di tipo pacifico». Questa decisione è stata presa dopo una valutazione approfondita delle proteste al di fuori delle cliniche per aborti e dopo una consultazione pubblica.
«È un reato visualizzare immagini o parole che possono causare molestie, allarmi o angoscia. La polizia ha il potere di imporre condizioni a una manifestazione statica se ritengono che ciò possa comportare gravi disordini pubblici, gravi danni alla proprietà o gravi perturbazioni alla vita della comunità o se lo scopo dell’assemblea è di intimidire gli altri. Ci sono anche reati ai sensi del Protection from Harassment Act del 1997, quando qualcuno persegue una condotta che si prevede approderà all’offesa di un’altra persona. Esiste anche una legislazione civile che può essere utilizzata per limitare attività di protesta dannose. Abbiamo visto prove che tale legislazione è stata efficace», ha detto il ministro dell’Interno.
Nell’ottobre 2018, la Commissione neozelandese ha assunto una posizione simile: «La Commissione non ha visto alcuna prova chiara che le leggi esistenti sul comportamento intimidatorio e antisociale siano inadeguate, come sarebbe necessario per giustificare l’introduzione di zone di accesso sicure».
Le zone di esclusione esistono solo in alcune parti del Canada, dove l’aborto è consentito fino alla nascita per qualsiasi motivo, in un piccolo numero di Paesi negli Stati Uniti e in alcune parti dell’Australia. In Gran Bretagna, come spiegano i Lawyers for Choice, «le autorità locali hanno poteri ristretti e limitati nel tempo per assegnare gli ordini di protezione dello spazio pubblico nei confronti delle singole cliniche colpite ai sensi dell’Anti-Social Behaviour, Crime and Policing Act 2014». Nulla esiste a livello nazionale.
La particolarità del regime di aborto in Irlanda è che coinvolge i medici di base. Pochi altri Paesi hanno le pillole per abortire dispensate dai medici generici. Ciò accade generalmente in cliniche o ospedali. Il vero torto non sta nelle proteste, ma nel governo che fa abortire qui tramite un “servizio” guidato dai medici generici. In Irlanda c’è stata una sola protesta al di fuori di una clinica di medici di base finora. A Galway, agli inizi di gennaio, un piccolo gruppo di attivisti pro vita, per lo più donne, tenevano cartelli senza immagini che dicevano “Dì no all’aborto” o citavano il giuramento di Ippocrate. La protesta è stata tranquilla e dignitosa. Non ha interferito con le normali attività della clinica. Un’altra protesta simile è avvenuta di fronte all’ospedale Nostra Signora di Lourdes a Drogheda. Non c’era alcuna intimidazione o ostruzione.
Tuttavia, come risposta a questi due episodi, un certo numero di politici e organizzazioni pro aborto hanno chiesto al ministro Simon Harris di introdurre una legislazione speciale il più presto possibile, come ha promesso durante i recenti dibattiti in Parlamento sulla nuova legge sull’aborto. I dettagli di questa proposta di legge sulle “zone di esclusione” non sono ancora noti, ma l’intimidazione, le molestie, l’esposizione di materiale offensivo o l’ostruzione dell’accesso alle cure non sono già consentiti dalla legge, e giustamente. Non è necessario limitare le proteste pacifiche. C’è un buon motivo per cui la legislazione nazionale in nessun Paese europeo consenta zone di esclusione al di fuori dei locali dei fornitori di aborto; farlo è un attacco al diritto fondamentale di protestare e abbiamo già leggi contro molestie e intimidazioni.