Siamo tornati alla vita passando sotto festoni di crisantemi lanciati fra un orizzonte e l’altro sopra campi sterminati di croci anonime. Qualcuno, fra noi, stampellando; altri torcendo le labbra a un sorriso diaccio, per smorzare il grido della carne piagata; i più sani marciando col passo dei fratelli ghermiti per aiutarli a salire le strade della montagna.
Nessuno ci ha preceduto —
nessuno ci ha seguito — nessuno è venuto a incontrarci.
Abbiamo camminato sempre
col cuore accelerato, senza fermarci mai. Abbiamo bevuto dentro le mani fangose
l’acqua dei dossi verdastri, ci siamo spalmate le carni di un sole ardente,
scoprendo le piaghe perché si scaldassero meglio.
Quelli tra noi che hanno
gli occhi bendati e stroncate le braccia, si son fatti strappare dal compagno
la benda per sentire il tepore sulle palpebre fredde e illuminarsene l’anima.
Marciando coi piedi nella polvere e il capo assolato, la schiena premuta dal
fagottino della biancheria e il fianco dal tascapane imbottito, ci siamo
narrate le gesta:
«Eravamo rimasti io e lui
nella caverna arroventata: il croato ferito dai nostri “lanciafiamme”, io dai
suoi compagni d’agguato; lui colpito alla spalla da una pugnalata, io al fianco
dalla mitragliatrice dell’imboccatura. Bruciavo dalla sete e facevo sforzi che
mi spellavano la ferita per districare la cinghia della borraccia rimasta sotto
il fianco sano. Il croato, che doveva crepar di sete anche lui, mi si avvicinò
e mi fece intendere che mi avrebbe aiutato. Non soffriva. Certo aveva finto di
morire perché lo risparmiassero. Districò il groviglio con disinvoltura, mi
tolse la cinghia dal collo e, sordo alle mie urla d’assetato, “toccò il fondo”
con avidità, fulminandomi con gli occhi iniettati d’odio e ridendo della mia
impotenza. Poi si levò per andarsene e con forza mi scagliò addosso la
borraccia. Sentii un gran male alle tempie e non vidi più...
Mi riebbi all’ospedale
col fianco e la testa fasciati e gli occhi gonfi di terrore...
Pure, nelle azioni
precedenti, quando si facevano prigionieri, avevo ricercato nelle loro file
quelli che gli ufficiali miei chiamavano “jugoslavi” e con amore avevo spartito
il mio sigaro e il mio pane. Gli ufficiali mi avevano insegnato ad amarli come popoli
schiavi che volevano conquistarsi la libertà col nostro aiuto!».
Ognuno raccontò le sue
vicende di guerra, marciando: anche quelli senz’occhi, premendo il gomito
scarnito sul fianco del commilitone.
Le strade si allargavano
adesso verso orizzonti più vasti. Qualcuno confuse il cielo di quel limite col
mare del suo paese. Qualcuno scambiò un campanile con la guglia della sua
«Piazza Maggiore» e si fermò ad ascoltare il canto delle monache lavandaie sotto
un convento al limite della provincia alpina.
Quelli che ci
incontravano si voltavano appena a guardare: carovanieri alpini o fluviali con
gli occhi invasi da verdeggianti deserti e da campi di cielo stellato.
Uno dei nostri — il più
sano — si fermò oltre un monte sventrato puntando il cielo:
«Questo è l’azzurro
d’Italia». Non disse altro.
Era vero.
Lo avremmo riconosciuto
fra una gamma di celeste, fra tutti i toni dell’azzurro. Era quello. Nessun
altro gli somigliava.
L’avevamo tante volte
toccato con la fronte salendo le cime più alte e i roccioni più vertiginosi.
L’avevamo respirato tante volte aggrappandoci agli orli tremendi con mani
d’artiglio. L’avevamo bevuto a sorsi sui picchi sverginati e mai c’era sembrato
così pulito, così vergine come adesso che ci si spalancava sulla pianura
infinita, fitta di case cittadine e villerecce.
Era quello l’azzurro
“abitato”, l’azzurro che s’empiva di stelle così da inebriare gli specchi di
tutti i paesi, ma solo per il paese d’Italia serbava intatta la veste del
mattino intessuta da un reggimento d’arcangeli: l’azzurro che pareva ordito coi
manti delle madonne più bionde, l’azzurro della patria era quello. Come non ce
ne eravamo accorti prima?
Contro quel cristallo
purissimo di cupola favolosa la terra sembrava riflettere il suo volto
benefico, la sua anima turgida d’amore.
- Ecco, qui verranno a
incontrarci!
I campanili rovesciavano
le campane sulle piazze e sulle vie. Le finestre si guarnivano di verde, i
tetti si coprivano d’oro, gli alberi offrivano bomboniere succulente, il vento
svolgeva un disco di canzone frondosa. Uno scoppio di trombe riempiva le strade
di fragore. Sui davanzali tornavano a sbattere i tricolori. Sulle terrazze
tornavano a sventolare i fazzoletti dell’addio:
È l’ora delle mandolinate
a ritmo di bandiere
Tutti i treni del
mondo a sportelli spalancati.
Tutti gli oceani
solcati da strade maestre.
E i davanzali sanno di
mammelle
e le soglie di piedi
nudi
e i letti di bucato.
Tutte le case odorano
d’aprile.
***
Sì, quelli dei borghi e
dei casolari, i figli umili e grandi della vanga e della terra incinta, del
bosco e dell’aia, dell’orto e del vigneto, si sono variati di cuore, al
ritorno, baciando le guance carnose della donna amata e il tricolore appeso
alla finestra paesana.
Forse per quell’attimo
d’apoteosi il loro cuore d’artiere potrà dimenticare. Forse, entrando nelle
case, loro stessi avranno appeso sotto la volta il ramo d’ulivo benedetto dal
dio sterminatore. E verranno a patti, anche, perché nessuno strappi alla volta
il simbolo divino.
A noi nessuno è venuto
incontro.
Abbiamo passato la porta
della città addormentata guardandoci le mani piccole e crudeli «vogliose di
balocchi mortali» e più d’uno ha rimpianto la bomboniera thévenot e il
pugnale affilato.
Entrando a casa abbiamo
spezzato il ramo che mani fraterne avevano appeso alla cornice del letto.
Ci hanno guardato
tremando.
Staccata la pistola dalla
cintura, gli occhi hanno brillato di gioia guerriera. Dentro la canna c’erano
ancora riflessi d’assalto e brividi di carne colpita in pieno.
«Glorioso sfiancato
contadino, bruciato dall’arsura nella caverna alpigiana, tu dimentica, figlio
del solco. Noi odieremo per te religiosamente il predone che t’assetò,
l’odieremo fino alla danza del viatico per la salvezza del nostro cielo
ordito coi manti delle madonne più bionde: fino a quando ognuno avrà la sua
casa sotto il suo azzurro, lambita dal suo fedelissimo mare».
La nostra passione non ha
potuto ardere nel cuore della folla, non ha potuto offrirsi sul tripode umano
come il grano d’incenso o la foglia dell’oliveto.
L’aroma della resina e
dell’olivo è ancora in noi sigillato nella fiala d’acciaio che ci siamo
costruita lassù. E non ce la lasceremo frodare.
Partimmo col grido
dell’odio sgorgato dalla gola della folla plaudente e torniamo con quel grido a
stento rappreso fra le labbra insanguinate: un grido che somiglia stranamente a
quello delle veneziane stuprate.
Nulla è cambiato di là
del mare conteso. C’è chi s’è calata la maschera perché non riconoscessimo lo
stupratore? Fa nulla. Lo abbiamo riconosciuto.
C’è da strappare quella
maschera obliqua, c’è da lavar meglio una piaga marcata.
La mascherata dei domino
gialli e dei domino neri s’indugia negli angiporti in attesa della «Danza del
viatico» e insozza le nostre fontane e ci avvelena l’aria.
Auro d’Alba
(Il Popolo d’Italia,
12 febbraio 1919)
Il ramo d’ulivo esce il 12 febbraio 1919, in un momento di
eccezionale tensione del primo dopoguerra italiano. Il conflitto si è concluso
da pochi mesi ma il ritorno dei combattenti non coincide affatto con una
pacificazione morale e civile. Al contrario, molti reduci avvertono uno scarto
doloroso fra il sacrificio vissuto al fronte e la tiepida, talora distratta,
accoglienza della società civile.
Il brano riflette inoltre
il particolare profilo del suo autore. Auro d’Alba, già vicino al Futurismo
prima del conflitto, combatté nella Grande Guerra come bersagliere, ottenendo
una medaglia d’argento e una croce di guerra. L’esperienza del fronte segnò in
modo profondo la sua scrittura. Il ramo d’ulivo appare così come un
testo di soglia: da una parte conserva il pathos memoriale del combattente,
dall’altra trasforma già l’esperienza della guerra in un dispositivo polemico e
ideologico, in cui il reduce è presentato come depositario di una verità che la
società del dopoguerra non sa o non vuole riconoscere.
Particolarmente
significativo, in questo senso, è il gesto simbolico che dà titolo al pezzo: il
ramo d’ulivo, tradizionale emblema di pace e riconciliazione, viene spezzato
all’ingresso nella casa. Il rientro non scioglie l’esperienza della guerra ma
la prolunga interiormente e politicamente. Per questo il testo non va letto
soltanto come pagina di prosa lirica o come semplice memoriale: esso partecipa
già di quel clima di nazionalismo e di sacralizzazione del conflitto che
avrebbe alimentato nuovi linguaggi della mobilitazione politica. Il passaggio
dalla sofferenza del reduce a una vera e propria “religione dell’odio”
costituisce, da questo punto di vista, il nucleo storico più rivelatore del
brano.
All’inizio domina il tema
del ritorno dei reduci. Non c’è il trionfo ma una processione sofferente:
uomini che avanzano fra croci anonime, stampelle, piaghe, fasciature. Il
ritorno alla vita non è una rinascita serena ma un’uscita dal regno dei morti.
L’immagine dei “festoni di crisantemi” lo dice subito: il passaggio dei soldati
è quasi un attraversamento di cimiteri.
Immediatamente dopo
emerge un secondo motivo decisivo: la solitudine del reduce. “Nessuno ci ha
preceduto… nessuno è venuto a incontrarci.” Questa insistenza su “nessuno” è
cruciale. Il reduce si sente abbandonato. Ha combattuto per la patria ma la
patria concreta non lo accoglie. Da qui nasce una frattura: il ritorno non
coincide con la pace, bensì con un senso di estraneità. Il soldato non rientra
davvero nella vita comune: ne resta separato.
La sezione centrale del
brano insiste sulla fisicità della guerra. Non è una guerra astratta o eroica
in senso classico. È sete, ferita, sole sulle piaghe, fatica del camminare,
corpi strappati. Anche il racconto del “croato” è significativo: non è solo un
episodio di crudeltà individuale ma un piccolo dramma esemplare in cui il
nemico appare come traditore, disumano, capace di negare perfino l’acqua a un
ferito. Il particolare dei “jugoslavi”, che l’io narrante aveva imparato ad
amare come popoli oppressi, rende il tradimento ancora più forte: il soldato
dice di aver creduto a una fraternità possibile ma l’esperienza della guerra
l’ha spezzata. Il risultato è una disillusione feroce.
Qui il brano compie un
passaggio decisivo: dall’esperienza personale si scivola verso la
generalizzazione ideologica. Il nemico non è più solo l’uomo della caverna;
diventa un’intera presenza ostile, subdola, persistente. È il meccanismo tipico
di molta letteratura nazionalista del dopoguerra: il trauma individuale viene
trasformato in giustificazione morale dell’astio collettivo.
Molto bella, sul piano
strettamente letterario, è la pagina sull’“azzurro d’Italia”. Uno dei soldati
riconosce il cielo della patria e da quel momento il brano si innalza quasi in
una sorta di estasi lirica. Il cielo italiano viene presentato come unico,
inconfondibile, quasi sacro. Non è più solo un dato naturale: diventa
un’epifania nazionale. L’azzurro è “abitato”, intessuto di angeli, vicino ai
manti delle Madonne. Qui patria, religione e paesaggio si fondono. È una
sacralizzazione della nazione: l’Italia non è semplicemente il paese di origine
ma un’entità benedetta, distinta, quasi celeste.
Questo punto è centrale,
perché spiega anche la violenza successiva. Se la patria è sacralizzata, allora
il nemico non è solo un avversario politico o militare: diventa un profanatore.
Per questo nel finale ricorrono immagini di contaminazione: fontane insozzate,
aria avvelenata, maschere che si aggirano nei vicoli. Il lessico non è quello
della semplice ostilità; è quello dell’impurità, dell’infezione, della minaccia
nascosta.
C’è poi un passaggio
molto interessante sul fantasma dell’accoglienza. I soldati immaginano campane,
tricolori, terrazze, fazzoletti, case che odorano d’aprile. È quasi una visione
di festa patriottica e popolare. Ma è una fantasia. Subito dopo arriva la
smentita: “A noi nessuno è venuto incontro.” Questo contrasto è potentissimo.
Prima l’aspettativa di apoteosi, poi il vuoto. Qui il brano tocca un nervo
profondo del primo dopoguerra italiano: il sentimento che il sacrificio dei
combattenti non sia stato veramente riconosciuto. In forma letteraria, è molto
vicino al clima culturale della “vittoria mutilata” e del reducismo che
alimentò vari nazionalismi del dopoguerra.
Da quel momento il testo
si incupisce ancora di più. Il reduce non ritrova la pace domestica: entrando
in casa, spezza il ramo d’ulivo. È un gesto simbolico fortissimo. L’ulivo è
pace, riconciliazione, benedizione. Spezzarlo significa rifiutare la pacificazione.
Il ritorno non guarisce il soldato; anzi, lo conferma nel proprio stato di
guerra interiore. È come se dicesse: non posso accettare che la vita civile
cancelli ciò che ho visto e sofferto.
Il passo successivo è il
più inquietante. Il testo formula apertamente una sorta di religione dell’odio:
“Noi odieremo per te religiosamente il predone...”. Qui l’odio non è più una
passione spontanea ma un compito quasi sacro. La guerra genera un’etica rovesciata:
non il perdono ma la fedeltà alla ferita; non la riconciliazione ma la custodia
del rancore come missione. È questo, forse, il punto moralmente e politicamente
più rivelatore dell’intero brano. Il dolore autentico del reduce viene piegato
verso una nuova legittimazione dell’azione.
Anche l’ultima parte va
letta in questa luce. I “domino gialli e neri” richiamano molto probabilmente i
colori asburgici e quindi la presenza del vecchio nemico austro-ungarico,
evocato come figura mascherata, clandestina, inquinante. In termini di significato,
il nemico non sarebbe mai davvero sparito: si aggirerebbe ancora nei vicoli,
pronto a riprendere la sua opera, sporcando le fontane e avvelenando l’aria,
cioè corrompendo la vita nazionale dall’interno.
In questa tensione
irrisolta fra ritorno e mancata riconciliazione, Il ramo d’ulivo si
impone come una testimonianza esemplare del periodo appena succesivo alla
Grande Guerra ed non illumina soltanto il percorso individuale di Auro d’Alba
ma aiuta anche a comprendere una più ampia traiettoria storica: quella di un momento
storico in cui il trauma del conflitto, il risentimento dei reduci e la
sacralizzazione della patria prepararono il terreno ai linguaggi, ai miti e
alle passioni politiche che avrebbero accompagnato l’avvento del fascismo.


