mercoledì, aprile 15, 2026

Il ramo d’ulivo

Siamo tornati alla vita passando sotto festoni di crisantemi lanciati fra un orizzonte e l’altro sopra campi sterminati di croci anonime. Qualcuno, fra noi, stampellando; altri torcendo le labbra a un sorriso diaccio, per smorzare il grido della carne piagata; i più sani marciando col passo dei fratelli ghermiti per aiutarli a salire le strade della montagna.

Nessuno ci ha preceduto — nessuno ci ha seguito — nessuno è venuto a incontrarci.

Abbiamo camminato sempre col cuore accelerato, senza fermarci mai. Abbiamo bevuto dentro le mani fangose l’acqua dei dossi verdastri, ci siamo spalmate le carni di un sole ardente, scoprendo le piaghe perché si scaldassero meglio.

Quelli tra noi che hanno gli occhi bendati e stroncate le braccia, si son fatti strappare dal compagno la benda per sentire il tepore sulle palpebre fredde e illuminarsene l’anima. Marciando coi piedi nella polvere e il capo assolato, la schiena premuta dal fagottino della biancheria e il fianco dal tascapane imbottito, ci siamo narrate le gesta:

«Eravamo rimasti io e lui nella caverna arroventata: il croato ferito dai nostri “lanciafiamme”, io dai suoi compagni d’agguato; lui colpito alla spalla da una pugnalata, io al fianco dalla mitragliatrice dell’imboccatura. Bruciavo dalla sete e facevo sforzi che mi spellavano la ferita per districare la cinghia della borraccia rimasta sotto il fianco sano. Il croato, che doveva crepar di sete anche lui, mi si avvicinò e mi fece intendere che mi avrebbe aiutato. Non soffriva. Certo aveva finto di morire perché lo risparmiassero. Districò il groviglio con disinvoltura, mi tolse la cinghia dal collo e, sordo alle mie urla d’assetato, “toccò il fondo” con avidità, fulminandomi con gli occhi iniettati d’odio e ridendo della mia impotenza. Poi si levò per andarsene e con forza mi scagliò addosso la borraccia. Sentii un gran male alle tempie e non vidi più...

Mi riebbi all’ospedale col fianco e la testa fasciati e gli occhi gonfi di terrore...

Pure, nelle azioni precedenti, quando si facevano prigionieri, avevo ricercato nelle loro file quelli che gli ufficiali miei chiamavano “jugoslavi” e con amore avevo spartito il mio sigaro e il mio pane. Gli ufficiali mi avevano insegnato ad amarli come popoli schiavi che volevano conquistarsi la libertà col nostro aiuto!».

Ognuno raccontò le sue vicende di guerra, marciando: anche quelli senz’occhi, premendo il gomito scarnito sul fianco del commilitone.

Le strade si allargavano adesso verso orizzonti più vasti. Qualcuno confuse il cielo di quel limite col mare del suo paese. Qualcuno scambiò un campanile con la guglia della sua «Piazza Maggiore» e si fermò ad ascoltare il canto delle monache lavandaie sotto un convento al limite della provincia alpina.

Quelli che ci incontravano si voltavano appena a guardare: carovanieri alpini o fluviali con gli occhi invasi da verdeggianti deserti e da campi di cielo stellato.

Uno dei nostri — il più sano — si fermò oltre un monte sventrato puntando il cielo:

«Questo è l’azzurro d’Italia». Non disse altro.

Era vero.

Lo avremmo riconosciuto fra una gamma di celeste, fra tutti i toni dell’azzurro. Era quello. Nessun altro gli somigliava.

L’avevamo tante volte toccato con la fronte salendo le cime più alte e i roccioni più vertiginosi. L’avevamo respirato tante volte aggrappandoci agli orli tremendi con mani d’artiglio. L’avevamo bevuto a sorsi sui picchi sverginati e mai c’era sembrato così pulito, così vergine come adesso che ci si spalancava sulla pianura infinita, fitta di case cittadine e villerecce.

Era quello l’azzurro “abitato”, l’azzurro che s’empiva di stelle così da inebriare gli specchi di tutti i paesi, ma solo per il paese d’Italia serbava intatta la veste del mattino intessuta da un reggimento d’arcangeli: l’azzurro che pareva ordito coi manti delle madonne più bionde, l’azzurro della patria era quello. Come non ce ne eravamo accorti prima?

Contro quel cristallo purissimo di cupola favolosa la terra sembrava riflettere il suo volto benefico, la sua anima turgida d’amore.

- Ecco, qui verranno a incontrarci!

I campanili rovesciavano le campane sulle piazze e sulle vie. Le finestre si guarnivano di verde, i tetti si coprivano d’oro, gli alberi offrivano bomboniere succulente, il vento svolgeva un disco di canzone frondosa. Uno scoppio di trombe riempiva le strade di fragore. Sui davanzali tornavano a sbattere i tricolori. Sulle terrazze tornavano a sventolare i fazzoletti dell’addio:

È l’ora delle mandolinate

a ritmo di bandiere

Tutti i treni del mondo a sportelli spalancati.

Tutti gli oceani solcati da strade maestre.

E i davanzali sanno di mammelle

e le soglie di piedi nudi

e i letti di bucato.

Tutte le case odorano d’aprile.

***

Sì, quelli dei borghi e dei casolari, i figli umili e grandi della vanga e della terra incinta, del bosco e dell’aia, dell’orto e del vigneto, si sono variati di cuore, al ritorno, baciando le guance carnose della donna amata e il tricolore appeso alla finestra paesana.

Forse per quell’attimo d’apoteosi il loro cuore d’artiere potrà dimenticare. Forse, entrando nelle case, loro stessi avranno appeso sotto la volta il ramo d’ulivo benedetto dal dio sterminatore. E verranno a patti, anche, perché nessuno strappi alla volta il simbolo divino.

A noi nessuno è venuto incontro.

Abbiamo passato la porta della città addormentata guardandoci le mani piccole e crudeli «vogliose di balocchi mortali» e più d’uno ha rimpianto la bomboniera thévenot e il pugnale affilato.

Entrando a casa abbiamo spezzato il ramo che mani fraterne avevano appeso alla cornice del letto.

Ci hanno guardato tremando.

Staccata la pistola dalla cintura, gli occhi hanno brillato di gioia guerriera. Dentro la canna c’erano ancora riflessi d’assalto e brividi di carne colpita in pieno.

«Glorioso sfiancato contadino, bruciato dall’arsura nella caverna alpigiana, tu dimentica, figlio del solco. Noi odieremo per te religiosamente il predone che t’assetò, l’odieremo fino alla danza del viatico per la salvezza del nostro cielo ordito coi manti delle madonne più bionde: fino a quando ognuno avrà la sua casa sotto il suo azzurro, lambita dal suo fedelissimo mare».

La nostra passione non ha potuto ardere nel cuore della folla, non ha potuto offrirsi sul tripode umano come il grano d’incenso o la foglia dell’oliveto.

L’aroma della resina e dell’olivo è ancora in noi sigillato nella fiala d’acciaio che ci siamo costruita lassù. E non ce la lasceremo frodare.

Partimmo col grido dell’odio sgorgato dalla gola della folla plaudente e torniamo con quel grido a stento rappreso fra le labbra insanguinate: un grido che somiglia stranamente a quello delle veneziane stuprate.

Nulla è cambiato di là del mare conteso. C’è chi s’è calata la maschera perché non riconoscessimo lo stupratore? Fa nulla. Lo abbiamo riconosciuto.

C’è da strappare quella maschera obliqua, c’è da lavar meglio una piaga marcata.

La mascherata dei domino gialli e dei domino neri s’indugia negli angiporti in attesa della «Danza del viatico» e insozza le nostre fontane e ci avvelena l’aria.

 

Auro d’Alba

(Il Popolo d’Italia, 12 febbraio 1919)

 

Il ramo d’ulivo esce il 12 febbraio 1919, in un momento di eccezionale tensione del primo dopoguerra italiano. Il conflitto si è concluso da pochi mesi ma il ritorno dei combattenti non coincide affatto con una pacificazione morale e civile. Al contrario, molti reduci avvertono uno scarto doloroso fra il sacrificio vissuto al fronte e la tiepida, talora distratta, accoglienza della società civile.

Il brano riflette inoltre il particolare profilo del suo autore. Auro d’Alba, già vicino al Futurismo prima del conflitto, combatté nella Grande Guerra come bersagliere, ottenendo una medaglia d’argento e una croce di guerra. L’esperienza del fronte segnò in modo profondo la sua scrittura. Il ramo d’ulivo appare così come un testo di soglia: da una parte conserva il pathos memoriale del combattente, dall’altra trasforma già l’esperienza della guerra in un dispositivo polemico e ideologico, in cui il reduce è presentato come depositario di una verità che la società del dopoguerra non sa o non vuole riconoscere.

Particolarmente significativo, in questo senso, è il gesto simbolico che dà titolo al pezzo: il ramo d’ulivo, tradizionale emblema di pace e riconciliazione, viene spezzato all’ingresso nella casa. Il rientro non scioglie l’esperienza della guerra ma la prolunga interiormente e politicamente. Per questo il testo non va letto soltanto come pagina di prosa lirica o come semplice memoriale: esso partecipa già di quel clima di nazionalismo e di sacralizzazione del conflitto che avrebbe alimentato nuovi linguaggi della mobilitazione politica. Il passaggio dalla sofferenza del reduce a una vera e propria “religione dell’odio” costituisce, da questo punto di vista, il nucleo storico più rivelatore del brano.

All’inizio domina il tema del ritorno dei reduci. Non c’è il trionfo ma una processione sofferente: uomini che avanzano fra croci anonime, stampelle, piaghe, fasciature. Il ritorno alla vita non è una rinascita serena ma un’uscita dal regno dei morti. L’immagine dei “festoni di crisantemi” lo dice subito: il passaggio dei soldati è quasi un attraversamento di cimiteri.

Immediatamente dopo emerge un secondo motivo decisivo: la solitudine del reduce. “Nessuno ci ha preceduto… nessuno è venuto a incontrarci.” Questa insistenza su “nessuno” è cruciale. Il reduce si sente abbandonato. Ha combattuto per la patria ma la patria concreta non lo accoglie. Da qui nasce una frattura: il ritorno non coincide con la pace, bensì con un senso di estraneità. Il soldato non rientra davvero nella vita comune: ne resta separato.

La sezione centrale del brano insiste sulla fisicità della guerra. Non è una guerra astratta o eroica in senso classico. È sete, ferita, sole sulle piaghe, fatica del camminare, corpi strappati. Anche il racconto del “croato” è significativo: non è solo un episodio di crudeltà individuale ma un piccolo dramma esemplare in cui il nemico appare come traditore, disumano, capace di negare perfino l’acqua a un ferito. Il particolare dei “jugoslavi”, che l’io narrante aveva imparato ad amare come popoli oppressi, rende il tradimento ancora più forte: il soldato dice di aver creduto a una fraternità possibile ma l’esperienza della guerra l’ha spezzata. Il risultato è una disillusione feroce.

Qui il brano compie un passaggio decisivo: dall’esperienza personale si scivola verso la generalizzazione ideologica. Il nemico non è più solo l’uomo della caverna; diventa un’intera presenza ostile, subdola, persistente. È il meccanismo tipico di molta letteratura nazionalista del dopoguerra: il trauma individuale viene trasformato in giustificazione morale dell’astio collettivo.

Molto bella, sul piano strettamente letterario, è la pagina sull’“azzurro d’Italia”. Uno dei soldati riconosce il cielo della patria e da quel momento il brano si innalza quasi in una sorta di estasi lirica. Il cielo italiano viene presentato come unico, inconfondibile, quasi sacro. Non è più solo un dato naturale: diventa un’epifania nazionale. L’azzurro è “abitato”, intessuto di angeli, vicino ai manti delle Madonne. Qui patria, religione e paesaggio si fondono. È una sacralizzazione della nazione: l’Italia non è semplicemente il paese di origine ma un’entità benedetta, distinta, quasi celeste.

Questo punto è centrale, perché spiega anche la violenza successiva. Se la patria è sacralizzata, allora il nemico non è solo un avversario politico o militare: diventa un profanatore. Per questo nel finale ricorrono immagini di contaminazione: fontane insozzate, aria avvelenata, maschere che si aggirano nei vicoli. Il lessico non è quello della semplice ostilità; è quello dell’impurità, dell’infezione, della minaccia nascosta.

C’è poi un passaggio molto interessante sul fantasma dell’accoglienza. I soldati immaginano campane, tricolori, terrazze, fazzoletti, case che odorano d’aprile. È quasi una visione di festa patriottica e popolare. Ma è una fantasia. Subito dopo arriva la smentita: “A noi nessuno è venuto incontro.” Questo contrasto è potentissimo. Prima l’aspettativa di apoteosi, poi il vuoto. Qui il brano tocca un nervo profondo del primo dopoguerra italiano: il sentimento che il sacrificio dei combattenti non sia stato veramente riconosciuto. In forma letteraria, è molto vicino al clima culturale della “vittoria mutilata” e del reducismo che alimentò vari nazionalismi del dopoguerra.

Da quel momento il testo si incupisce ancora di più. Il reduce non ritrova la pace domestica: entrando in casa, spezza il ramo d’ulivo. È un gesto simbolico fortissimo. L’ulivo è pace, riconciliazione, benedizione. Spezzarlo significa rifiutare la pacificazione. Il ritorno non guarisce il soldato; anzi, lo conferma nel proprio stato di guerra interiore. È come se dicesse: non posso accettare che la vita civile cancelli ciò che ho visto e sofferto.

Il passo successivo è il più inquietante. Il testo formula apertamente una sorta di religione dell’odio: “Noi odieremo per te religiosamente il predone...”. Qui l’odio non è più una passione spontanea ma un compito quasi sacro. La guerra genera un’etica rovesciata: non il perdono ma la fedeltà alla ferita; non la riconciliazione ma la custodia del rancore come missione. È questo, forse, il punto moralmente e politicamente più rivelatore dell’intero brano. Il dolore autentico del reduce viene piegato verso una nuova legittimazione dell’azione.

Anche l’ultima parte va letta in questa luce. I “domino gialli e neri” richiamano molto probabilmente i colori asburgici e quindi la presenza del vecchio nemico austro-ungarico, evocato come figura mascherata, clandestina, inquinante. In termini di significato, il nemico non sarebbe mai davvero sparito: si aggirerebbe ancora nei vicoli, pronto a riprendere la sua opera, sporcando le fontane e avvelenando l’aria, cioè corrompendo la vita nazionale dall’interno.

In questa tensione irrisolta fra ritorno e mancata riconciliazione, Il ramo d’ulivo si impone come una testimonianza esemplare del periodo appena succesivo alla Grande Guerra ed non illumina soltanto il percorso individuale di Auro d’Alba ma aiuta anche a comprendere una più ampia traiettoria storica: quella di un momento storico in cui il trauma del conflitto, il risentimento dei reduci e la sacralizzazione della patria prepararono il terreno ai linguaggi, ai miti e alle passioni politiche che avrebbero accompagnato l’avvento del fascismo.

domenica, aprile 12, 2026

L'appuntamento della carità

Caro Benigno,

credo che additare all’uomo esempi di vita vissuta e consumata cristianamente, in modo eroico, valga molto più di ragionamenti teologici e filosofici. Per questo, con il solo ideale di poter fare un poco di bene a qualcuno, narro per le tue colonne la vita e la morte di mio padre, tanto intimo della tua grande famiglia di lettori.

Si spegneva a 64 anni, la sera del 3 gennaio 1949, Speme Salvatore, ex guardia municipale e custode di un villino di nobile famiglia. Soffriva da anni pene grandi, addirittura ineffabili negli ultimi mesi: un cumulo di malattie, l’una più spaventosa dell’altra, ne ha consumato l’esistenza: scompenso cardio-renale progressivo, catarro bronchiale cronico, prostata con conseguente impedimento urinario, per cui era costretto a tenere il catetere in permanenza, e altri mali minori quasi a contorno. Fu due volte, per dodici mesi complessivi, in ospedale per operazione di epicistite, senza alcun risultato; ultimamente fu operato di ascesso per iniezione mal fatta. Un attacco finale di uremia, per disfunzionamento totale dei reni, lo ha condotto alla tomba.

In mezzo a così gravi mali, costretto continuamente a letto, non ha mai cacciato un lamento, non si è mai infastidito; ha conservato sempre una calma eroica, sciogliendo inni di fede e di grazie alla volontà di Dio e alla divina Provvidenza, tanto più ardenti quanto più incrudelivano i mali. Questa eroicità nel saper soffrire, soprattutto per non infastidire chi lo curava — la moglie e l’unico figlio —, e la sua stessa morte, che fu più un dormire che un morire, hanno meravigliato tutti: i medici curanti, gli infermieri, lo stesso sacerdote Don Giovanni Bandino, cappellano di ospedale.

Fino a pochi giorni prima di morire soffriva cantando; era la sua passione il canto della migliore lirica italiana e il canto sacro. Ma la più vera e alta passione era vivere integralmente il cristianesimo. Finché ha potuto, ogni mattina si è trascinato all’alba alla vicina cappella dell’Istituto Maria Ausiliatrice per servire la Santa Messa e comunicarsi. Comunicarsi e recitare il Rosario era il suo conforto, anche costretto a letto e fino nell’estrema agonia.

La notizia della morte meravigliò tutti. Nessuno poteva immaginare che morisse un uomo che non diceva mai di soffrire, che non accusava dolori, che scherzava e cantava. Ma appena si sparse la notizia fu un esercito di accattoni e di poverelli a venirlo a visitare. Erano i suoi veri amici.

Eppure egli era povero: pativa spesso la fame e non pochi benefattori hanno dovuto pensare alle esequie. Era povero, eppure beneficiava numerose istituzioni caritative: a venticinque di queste si è dovuta comunicare la sua morte. Era povero, eppure alla sua porta hanno ogni giorno bussato i poveri e sempre hanno ricevuto qualcosa. Quando non aveva letteralmente nulla, si mortificava e chiedeva scusa agli accattoni.

Quando il villino fu occupato dalle truppe americane, egli fu minacciato di licenziamento dal posto di custode perché entrava troppa gente “sospetta”. Erano i suoi poveri, che non lo hanno mai lasciato e che, con il loro pianto, gli hanno fatto la più bella corona.

Gli stessi proprietari del villino — eredi di una nobiltà boriosa e altera — lo maltrattarono quando, infermo, non poteva più esercitare la custodia, lo licenziarono e non lo retribuirono negli ultimi mesi; ma si inginocchiarono attorno alla sua salma e pregarono.

Grande dolore gli fu il non poter vedere l’unico suo figlio, Andrea, sacerdote. Ma anche questo sacrificio lo offrì con gioia al Signore. Ed ora quel figlio, a sedici mesi dal sacerdozio, ha giurato sul suo sepolcro che vorrà essere l’apostolo della sofferenza e della povertà.

Accolito Speme          
Seminario Arcivescovile di Napoli

 

Questo è un appuntamento per tutti.          
Sono stato in forse se segnalare questa morte bella, che ha il volto di Cristo, nell’atmosfera della Pasqua santa, o dare la precedenza ai tanti casi pietosi che attendono. Ma la carità è come una grande sinfonia, sinfonia d’amore, il più alto amore che mente umana possa concepire e cuore cristiano sentire. E le grandi sinfonie hanno bisogno di un intermezzo: un poco di tregua, di respiro, per alimentarsi e… spiccare altri voli: vero, amici lettori?

Eccoti dunque accontentato, fratello Andrea Speme. Questa vita e questa morte serviranno d’esempio; e se sono servite intanto a farti giurare che sarai l’apostolo della carità, benedette le sofferenze che accompagnarono il transito di tuo padre! Un altro “pazzo di Cristo” si è schierato alla destra di Dio.

BENIGNO

 

1 maggio 1949

domenica, aprile 05, 2026

L'appuntamento della carità

 N.B. — 2) Giuseppe D’Addario mi prega di pubblicare:

Cari e buoni fratelli benefattori,

dal mio letto di dolore invio a voi tutti il mio ricordo ed i miei auguri per la Resurrezione.

Che il Signore, nel giorno della Sua gloria, con la Sua infinita misericordia, faccia scendere abbondanti su voi e su tutti i vostri cari i doni della Santa Pasqua.

Il vostro fratello in Cristo,      
GIUSEPPE D’ADDARIO

Via Sennino, 132a – Bari

 

17 aprile 1949


Caro Benigno,

ho sentito il Suo richiamo sull’«Osservatore Romano della Domenica» e, dopo aver aderito a quanto in precedenza segnalato, vengo ora io a segnalarLe il caso pietoso di due fratelli: Mentana e Vallante Pancacci, di Riparbella (Pisa), ciechi entrambi fin dal primo anno di nascita.

Rimasti soli, poiché i genitori sono già morti e una sorella se n’è andata in America, donde non è più tornata, questi due ciechi furono da bambini ricoverati e in seguito rimandati al loro paese natale.

Da quel tempo vivono di carità e delle modeste retribuzioni che i figli di poveri operai corrispondono per le ripetizioni che impartisce loro la cieca Mentana (diplomata maestra elementare).

Il fratello Vallante, invece, che fu sempre malaticcio, non ha mai potuto imparare nulla che potesse confortare la sua notte perenne.

La signorina Mentana Pancacci ha 29 anni; il fratello Vallante ne ha 35. Nulla posseggono.

Raccomando tanto, caro Benigno, questo caso disperato ai buoni che La leggono. La cieca godrebbe un mondo se avesse la possibilità di acquistare una radio, per studiare ancora e poter, attraverso questo nuovo mezzo, alleviare le loro pene.

Accetterebbe molto volentieri di insegnare in qualche Istituto, sia di ciechi che di vedenti, anche come istitutrice in un doposcuola.

La sua parola e la sua speranza nella divina Provvidenza danno tanto coraggio anche a noi, che ci sembra impossibile sia priva della vista. Ma poterle leggere nel cuore!

Non ho parole per descrivere lo squallore della loro mensa e di tutta la casa; Lei certamente mi supplirà in ciò e La ringrazio, anche a nome dei due ciechi.

Obbl.mo
Edoardo SARADINI

Hai detto così bene, caro Saradini, che non vedo proprio come potrei supplirti.

Io sono convinto che, se ognuno di noi rinunciasse una volta al giorno a un boccone del suo pane, la miseria nera scomparirebbe. Ma sì, vai un po’ a proporlo al ricco epulone! Ti ride in faccia.

Non ridono però i miei amici lettori, in nome dei quali ti assicuro che i due fratelli Mentana e Vallante, ciechi su questa terra perché destinati a un’eternità di luce, avranno la loro piccola radio.

E chissà che la signorina Mentana non avrà anche il suo posticino d’insegnante?

Non sono ricchi i miei amici lettori, e perciò hanno un cuore grande così...

Quanto al ricco epulone, che ebbe il cuore di sasso, beh, non vorrei trovarmi al suo posto, anche se dovessi restare quaggiù a godermela mille anni.

BENIGNO

N.B. — Debbo avvertire che, senza l’esplicita garanzia dei parroci, non posso prendere in esame nessun caso, anche il più disperato.

La segnalazione del Saradini è accompagnata dalla conferma del sacerdote Don Giuseppe Del Bravo, pievano di Riparbella (Pisa).


24 aprile 1949

venerdì, aprile 03, 2026

domenica, marzo 29, 2026

L'appuntamento della carità

NAPOLI, 16-1-’49

Caro Benigno,

scusami del tu cristiano e della carta… non epistolare.

Vivacemente, cristianamente ti prego di interessarti al caso pietosissimo di un ragioniere, epurato per motivi politici, oggi misero e derelitto. Ripudiato dalla vita civile dopo gli avvenimenti dell’aprile 1945, attende ogni giorno il pane per sé, sua moglie e i bambini. Religioso, pieno di fede, accetta in pudico silenzio la sua miseria.

Nulla più in suppellettili in casa. Nulla, alla lettera. Una pia suora, piangendo, mi ha raccontato il fatto. Io non posso proprio nulla; tanto è vero che ho scritto al Santo Padre per un impiego per me. Tuttavia cercherò di fare quel che posso, memore di ciò che sulla carità dice Sant’Agostino, come tu hai stampato sull’«Osservatore» domenicale.

Ha bisogno di tutto: medicine, viveri, denaro, biancheria. Prima di ridursi così ha venduto tutto per non disturbare nessuno.

«Dice San Carlo Borromeo che la migliore carità è quella di far lavorare».

Fa’ qualcosa di duraturo, continuativo per lui. Segnalalo alla Pontificia Commissione di Assistenza. «Inizia una sottoscrizione». Insomma, quel poverino attende qualcosa che lo sfami e gli dia un po’ di pace.

L’indirizzo è:

Rag. Giuseppe Romano         
Vico Baglivo Uries, 42 – Napoli.

Tanti ringraziamenti e saluti in Corde Jesu dal tuo fedele «osservatorista»

PIETRO IMPERIO       
Via Canale a Montecalvario, 42 – Napoli.

 

Questa supplica è regolarmente corredata dal certificato del parroco Antonio Stella (Parrocchia S. Giorgio dei Genovesi) e mi ha fatto ricordare il «qui si parrà la tua nobilitate» di dantesca memoria, che giro senz’altro agli amici lettori.

Ho già detto che la carità cristiana non ha mai chiesto al fratello la tessera o la razza. Dovrei anzi esprimere più ampiamente un mio modesto avviso in merito a «quegli» avvenimenti.

Oggi è estremamente pericoloso indagare sul colore e sui distintivi portati all’occhiello. Quel che conta è la buona fede. Comunque, da tempo m’interessa sapere se si tratta di galantuomini o di ribaldi.

Che ne dite, amici?

Giuseppe Romano è un galantuomo e perciò merita il vostro aiuto. Se poi la P. C. A. vuole intervenire, meglio ancora.

Amici di Napoli, nessuno di voi può offrire direttamente o indirettamente lavoro al povero diseredato? Coraggio! Sarebbe una gran gioia per me sapere un giorno che il fratello Romano ha trovato da sistemarsi.

Mi darete questa consolazione?

Io di duraturo non so offrire che le mie preghiere. La lettera, come vedete, è di vecchia data, e il caso è urgente.

BENIGNO

N.B. — Segnalo inoltre a chi ha la possibilità di sistemarlo Lucidi Giacomo, attualmente sfollato presso la Scuola Armando Diaz (Via Acireale, 14 – Lequile, Lecce) dopo una dolorosa odissea.

Si tratta di un aggiustatore meccanico di precisione, già in servizio nella Direzione di Artiglieria di Tripoli.

3 aprile 1949

sabato, marzo 28, 2026

Scottish parliament votes against ‘assisting dying’


On 17th March, a Bill to legalise assisted dying in Scotland was rejected at its final parliamentary stage by 69 votes to 57, with one abstention and two members not voting.

Twelve MSPs changed their position since the first vote in May last year, many of them influenced by evidence from palliative care specialists, who argued that good end-of-life care reduces the demand for assisted dying.

In its final form, the Bill limited assisted dying to mentally competent adults resident in Scotland with a terminal illness, who made a voluntary and informed request free from coercion, verified by at least two doctors. The person would have had to administer the life-ending medication themselves; direct euthanasia, involving a doctor administering the substance, was not permitted.

Over time, the debate shifted from the abstract question—“should this be considered?”—to a more practical one: “is this workable and safe enough to enact?” Some MSPs who supported the principle were ultimately not convinced that the proposed safeguards were sufficiently robust or effective.

A recurring concern was not only the risk of explicit coercion, but the more subtle possibility that individuals might feel pressure because they are ill, dependent, costly to care for, or perceive themselves as a burden. The committee’s Stage 1 report had already highlighted safeguards as an area requiring strengthening, and warned that eligibility criteria might, over time, be challenged and widened.

Concerns were also raised about the protection and role clarity of healthcare professionals. The British Geriatrics Society, for example, wrote to MSPs ahead of the final vote, stating that the Bill did not contain adequate safeguards to protect older people and failed to sufficiently protect healthcare professionals who do not wish to participate.

Those MSPs who changed their position came from across the political spectrum (five Conservatives, four SNP, and three Labour), underlining that this was not a party-political issue.

The Scottish National Party did not impose a party whip, treating the vote as a matter of conscience. In the final division, SNP MSPs voted 37 in favour and 22 against, while the Health Secretary, Neil Gray, abstained.

The SNP leader and First Minister, John Swinney, voted against the Bill. He stated: “I am concerned that it will fundamentally change the relationship between patients and doctors in a detrimental way. I am concerned that vulnerable individuals in our society, who may feel that they are a burden to their loved ones or to society, may opt to end their life prematurely. And lastly, I am concerned that the legislation will not protect us from the scope of this legislation being extended, and I think that would be regrettable.”

His predecessor, Humza Yousaf, had also opposed assisted dying during his time as First Minister. Likewise, former First Minister Nicola Sturgeon expressed similar concerns, warning that what is presented as a “right to die” could, for some, become “a duty to die”.

Likewise, former First Minister Nicola Sturgeon expressed similar concerns. “The issue that most concerns me is a situation where somebody, even if it is a small number of people, feels an internal pressure to exercise a right to die. It becomes not a right to die, but a duty to die”, she said to Sky News.

This outcome in Scotland comes at a time when similar proposals in England and Wales have also struggled to secure parliamentary approval, encountering significant resistance, particularly in the British House of Lords. In a society as secular and multicultural as the United Kingdom, such decisions suggest that concerns about safeguarding the vulnerable and preserving the integrity of medical care continue to carry weight across political and cultural divides. There is reason to hope that Irish policymakers, too, will approach the issue with similar prudence, resisting pressure from lobby groups and upholding a commitment to the protection of human life and dignity.

domenica, marzo 22, 2026

L'appuntamento della carità

Da Vittoria (Sicilia), 18 dic. 1948

A Benigno dell’Osservatore Romano della Domenica.

Ora ho addensato le mie energie, lasciatemi libere dall’estenuante lavoro scolastico, in una popolazione studentesca tralignata, per far prosperare l’Istituto di cui v’è il titolo in questi fogli.

(Si tratta dell’«Istituto Cuore Immacolato di Maria per l’assistenza ai fanciulli della strada», Vittoria – Sicilia – Via Garibaldi, 273).

Una singolare giovane Suora, d’alta cultura e prodigiosa missionaria — Suor Maria Liliana Toselli, milanese, Madre Generale e fondatrice di una Congregazione d’Azione Cattolica — nel suo mirabile slancio di carità vuole dotare Vittoria di un Istituto atto ad elevare, con puri e generosi concetti cristiani e sociali, i fanciulli del popolo — tristemente travolto dall’indigenza e dalla semplicità — ed anche i fanciulli della classe media che abbiano più penosamente risentito quel collasso morale del dopoguerra, delle carenze fisiologiche determinate da privazioni e da povertà, e soprattutto dal turbamento spirituale e politico che sconvolge l’anima nazionale.

Attorno a questa mirabile Suora ci siamo serrati in gruppo volonteroso formando un Comitato organizzatore per appoggiare fervidamente la sua iniziativa.

Disponiamo già di un piccolo edificio antico, che dovrà divenire il nucleo dell’Istituto di assistenza pratica e spirituale.

Ci adoperiamo con ogni slancio fraterno, pietoso ed ansioso di bene per procacciare appoggi, aiuti, concorsi e solidarietà generosa e fidente.

A questo fine, a nome del Comitato, Le faccio istanza onde voglia concedere il Suo prezioso appoggio per dischiuderci e propiziarci concorsi e contributi tangibili di Enti, Ministeri, Opere caritative nazionali e straniere — specie di contributi parrocchiali di cattolici esteri — affinché il nostro compito arduo e massiccio possa ricevere un impulso rasserenante, largo, fraternamente gioioso.

Le nostre referenze si possono assumere presso S. E. l’Arcivescovo di Siracusa ed anche presso il Vicario Foraneo, Arciprete di Vittoria, R.mo Raffaele Cassibba.

La coadiutrice segretaria      
NERINA VICH

 

Oltre che rivolgermi al cuore degli amici lettori, richiamo l’attenzione particolare di quegli Enti nominati dall’ottima coadiutrice, che hanno il dovere di aiutare il nascente Istituto di Suor Maria Liliana Toselli, cui vanno indirizzate le offerte.

Bonificare l’infanzia — d’anima e di corpo — equivale a rinnovare l’umanità.

Il sogno è grandioso. Io non dubito che l’appello trovi buon terreno di semina e di fioritura.

BENIGNO

 

30 marzo 1949

domenica, marzo 15, 2026

L'appuntamento della carità

Caro Benigno,

ieri mi ha scritto da Pachino un mio conoscente: un giovane operaio che verso la fine del ’46 ha avuto un infortunio sul lavoro cadendo dal ponte di una casa in costruzione; ne uscì con una gamba malconcia.

In un primo tempo fu ricoverato all’ospedale civile di Siracusa. Dopo quattro mesi ne è uscito senza alcun miglioramento. In passato ha fatto anche delle cure, ma ora mi informa che le sue condizioni non migliorano; anzi, da cinque mesi è a letto perché non ha potuto fare la cura necessaria per mancanza di mezzi.

L’I.N.A.I.L. avrebbe potuto provvedere a tutto, ma non era assicurato e qualsiasi domanda di assistenza gli viene respinta. Così, nonché curarsi, non può sfamarsi neppure.

Intanto ha bisogno di streptomicina, calcio, vitamine e altro; deve invece assistere — impotente — a un lento processo di decalcificazione e di progressivo indebolimento, tanto da ridursi nel fondo di un letto.

È sposato con due figli in tenera età e con una sorella a carico. Si chiama GENOVESI CORRADO, abitante in Pachino (Siracusa), in via dei Medici, 16.

N.B. — Io che scrivo mi trovo in Seminario a Siracusa, alunno del terzo corso di teologia: mi è quindi impossibile, almeno per il momento, inviarLe la testimonianza del parroco che si trova a Pachino. Se vuole avere la bontà di crederci ugualmente e farne un «Appuntamento», gliene sarò grato, e molto più il beneficato, che potrà essere sollevato un poco dal suo dolore e dalla sua miseria.

Nel libro Sacerdoti e laici nel secolo XX del dott. Bruers ho letto questa frase, a proposito della carità:
«Iddio ha posto fra Sé e noi i poveri, per fare di noi dei beneficati».

Non so se la citazione sia esatta; ad ogni modo è sempre vero che chi dà riceve sempre, se non altro la gioia di avere aiutato un fratello (che non è un beneficio da poco). Lo dica ai lettori dei Suoi «Appuntamenti».

Accolito Giovanni Accetta

 

Caro Accetta,

come vedi io lo dico; ma tu mettimi in grado di raccomandare, con l’appoggio dei parroci, i casi davvero pietosi come questo dell’operaio Genovesi, che i buoni si faranno in quattro per sollevare dal suo letto di dolore.

Perché i nostri lettori, fedeli alla dottrina del Maestro, non chiederanno mai ai lavoratori che si valgono di queste colonne la tessera o la razza, ma un fiore meraviglioso che odora di paradiso, un fiore da cogliere nei giardini della carità e offrire al Dio Crocifisso.

Bruers se ne intende.

Stai certo dunque che Corrado Genovesi riceverà, attraverso i fratelli ignoti e lontani, la visita di Gesù. Io conosco il cuore dei miei lettori.


BENIGNO

13 marzo 1949

sabato, marzo 14, 2026

Buon compleanno ad Auro d'Alba, qui ritratto da Ivo Pannaggi su L'Almanacco Enciclopedico del Popolo d'Italia, 1928.



 

domenica, marzo 08, 2026

L'appuntamento della carità

È arrivato all’amministrazione del giornale, a mezzo c.c.p., un versamento di L. 5256, accompagnato dalla seguente causale: «Abbiamo letto sull’“Osservatore Romano della Domenica” n. 51 il pietoso caso dell’amico D'Addario. Con fraterno e cristiano affetto inviamo questa piccola somma unita alla assicurazione delle nostre preghiere per lo sventurato amico. »

p. Un piccolo gruppo di operaie Lessonesi – Zoccola Giannina vedova Grosso, Lessona Biellese.

Amici, sarò un sentimentalone impenitente (e Dio mi mantenga tale), ma questa breve nota, stilata alla buona, col cuore in mano, alla vigilia dell’Epifania, vale per me — e deve valere per tutti i fratelli in Cristo — come un inno sacro o una preghiera.

Ho ricostruito con l’immaginazione la scena ed ho visto Giannina correre di qua e di là per lo stabilimento col nostro giornale, e mostrarlo alle amiche buone. Certo, una giovinezza inerte come quella del povero D’Addario, con la vecchia mamma malata a carico, costretto a vivere nel fondo di un lettuccio misero, senza possibilità di curarsi, deve aver fatto battere di pietà il cuore generoso delle operaie di Cristo, le quali sanno che Marta fece bene, sì, ad occuparsi delle faccende di casa, ma meglio fece Maria, che non perse una parola del Maestro, feconda di Grazia. Fece meglio Maria, ché non è da credere, come credono molti, che trascurasse le cose di questo mondo. Gli è che di fronte alla presenza di Gesù ebbe così fine intuito da rimandarne il disbrigo. E il Maestro la lodò, mentre rimproverò dolcemente Marta.

Le brave operaie lessonesi han fatto qualcosa di più; hanno ascoltato le parole del Cristo: «Beati i misericordiosi» mentre accudivano al quotidiano lavoro, perché sanno che il lavoro eseguito in purità di spirito diventa preghiera: e la preghiera, a sua volta, è sempre ricca di opere di bene.

Ho pensato che un filo invisibile, un filo che parte dal dogma della «Comunione dei Santi» può completare il quadro evangelico di questa carità esercitata fra poveri, e però più che mai bene accetta al Signore.

Amici, ricordiamo ogni sera nelle nostre preghiere il piccolo gruppo delle operaie lessonesi perché siano di monito ed esempio ad eventuali «compagne» fuorviate.

«Ora et labora»: è questo un appuntamento cui presiede Gesù.

Tre avvertimenti:

  1. Gli amici lettori non mi addolorino chiedendomi... la luna, cioè la sistemazione di operai o intellettuali disoccupati.
  2. I beneficati ringrazino direttamente i benefattori. Fa sempre piacere sapere che all’appuntamento — ci si è effettivamente trovati in due.
  3. «Repetita iuvant»: spedire sempre le offerte direttamente ai fratelli da beneficare.

 

BENIGNO

27 febbraio 1949