domenica, giugno 14, 2026

L'appuntamento della carità

Per il caso del rag. GIUSEPPE ROMANO (Via Baglivo Uries, 42 - Napoli) ho raccolto un intero epistolario di anime buone, che va dal primo segnalatore Pietro Imperio (Napoli) al prof. Giovanni Blunda (Paceco, Trapani), a Demetrio Micozzi (Narni Scalo), a Luciano Barantini (Sanatorio Umberto I - Livorno), a Teresa Martinelli (Parma).

Merita di essere riportata, almeno in parte, la lettera del prof. Blunda, non perché sia più amara delle altre, ma perché l’egregio docente mette il dito sulla piaga:

«Per la S. Pasqua mi sono ricordato anche del rag. Giuseppe Romano. Ho ricevuto una lettera così accorata da farmi decidere a scriverLe la presente.

Quando ho letto il Suo “appuntamento” che segnalava il caso Romano, non mi è piaciuto l’accenno al suo passato di... epurato».

(Scusi: «epurato» è forse sinonimo di malfattore? — nota di Benigno).

«I fatti mi hanno dato ragione. Siamo stati solamente nove (ripeto: 9) a soccorrere quel povero disgraziato!

Come sono stato lieto dell’episodio gentile delle operaie di Lessona a favore del fratello D’Addario, così sono rimasto male nel constatare che coloro che possono hanno fatto distinzione di tessera.

La vera carità, la bontà e la fratellanza cristiana non fanno distinzioni, non usano i “distinguo” filosofici. L’esempio di chi sta in alto è veramente luminoso.

Vorrei scrivere ancora, ma temo di seccarLa. Scusi lo sfogo.

Mi creda l’aff.mo fratello in Cristo

GIOVANNI BLUNDA»

Cari amici lettori, la ramanzina del prof. Blunda (che, peraltro, dovrebbe dirmi a qual titolo, se non a quello di «perseguitato», avrei dovuto fare appello, fra tante atroci miserie, per segnalare il rag. Romano), la ramanzina — dicevo — calza proprio a pennello.

Dovrei, anzi, aggiungere una tiratina di quelle che lasciano il segno.

Non vi ho detto e ripetuto che la carità dei «distinguo», la generosità che indaga sulla tessera o la razza, si chiama, in parole non ermetiche, «carità pelosa»?

Dunque, vi sta bene il richiamo; e non cito Sant’Agostino, se no la sferzata sarebbe troppo dura.

Il «caso Romano» fa vergogna a noi tutti e il parroco Don Antonio Stella di Napoli avrà pensato male davvero degli «osservatoristi della domenica».

Dal povero «perseguitato» ho ricevuto una lettera che mi ha lasciato perplesso:

«Purtroppo, mio buon Benigno, penso che non farà a tempo a salvarmi. Mi perdoni Iddio e anche Lei; ma ormai sono stanco di questa lotta impari. Sono al bivio, ad un bivio mostruoso, ma esso salverà in un modo o nell’altro questi disgraziati che mi circondano.

Non mi si darà del vile. Una madre tubercolotica e i suoi quattro figliuoli non debbono morire per denutrizione. No, non sarà mai.

Le autorità sono restate mute al mio grido di dolore. Che Iddio perdoni come perdono io».

Bisogna dunque far presto, rimediare con un plebiscito, amici miei!

E voi di Napoli, possibile che non ci sia il modo di far lavorare un galantuomo?

Io lo affido anche al grande cuore di Mons. Baldelli della P.C.A. Il rag. Romano abbisogna di tutto.

Interveniamo prima che sia troppo tardi.

BENIGNO

26 giugno 1949


domenica, giugno 07, 2026

L'appuntamento della carità

Un ricordo turbava i sonni del Padre Oreste Cerri, già cappellano militare, quando, tornato dopo l’ultima atroce guerra nel Varesotto, risentiva l’angosciosa supplica raccolta dalle labbra dei morenti sui campi di battaglia:

«Padre, Le raccomando i miei bambini!».

Più angosciosa diventava la preghiera se gli accadeva, per avventura, d’incontrarsi in uno di quei bimbi orfani, vittime innocenti della guerra, abbandonati per le strade, rimasti soli a lottare con la vita. E così, ogni volta che apriva un giornale, dove in cronache drammatiche o in commoventi vicende apparivano come protagonisti questi relitti di umanità, egli ricordava quella promessa. Aveva promesso, aveva dovuto promettere ai moribondi, ed ora l’assillava l’inderogabile imperativo di mantenere.

Sor­se così nel 1946, senza mezzi, senza programma, tra innumerevoli difficoltà, in una vecchia baracca militare, che a mala pena poteva ospitare i primi dieci bambini, la Casa dell’Orfano di Vergiate (Varese) — c.c.p. 18/32321.

Nel 1947 le prime sei stanze in muratura permisero di portare a venticinque il numero dei ricoverati, che andò sempre aumentando con la costruzione di un nuovo edificio, resa possibile per il largo credito concesso dalle ditte fornitrici e per la collaborazione degli stessi piccoli ospiti.

Ed ora?

«Si pensi — scrive Padre Cerri — che ben sei milioni di spese restano ancora da pagare, mentre si tratta di nutrire, vestire, istruire ben cinquanta bambini, giunti alla Casa col solo fardello delle loro sventure e per i quali non resta che la speranza nella solidarietà umana».

Non solo; sapeste quante piccole mani bussano alla porta, quante piccole bocche attendono di essere sfamate e implorano di entrare a far parte della famiglia! Ma per portare a termine la sua missione, Padre Cerri ha bisogno ancora di locali, arredi, servizi, materiale didattico, vestiario.

Egli rivolge un accorato appello alla generosità di quanti vorranno aiutarlo.

Accetta tutto, anche indumenti e mobili usati, biancheria, letti, utensili domestici. A proposito di letti, chi desidera onorare la memoria di un congiunto caduto in guerra può richiedere, mediante offerta, che venga intitolata al suo nome un’aula o un letto.

Siamo intesi: Padre Cerri aspetta...

BENIGNO

19 giugno 1949

domenica, maggio 31, 2026

L'appuntamento della carità

Cari amici, questa è vicenda che ho vissuto e sto vivendo io stesso. E voi potete fare a meno di domandarvi se l’appuntamento abbia veramente il volto angoscioso della verità o se qualche pietoso parroco, commosso da tanti spettacoli di incolmabile miseria, abbia «caricato» le tinte per raggiungere il benefico scopo.

Un sardo, un fierissimo sardo, rude come una tanca e incrollabile come un nuraghe, tutto fuoco e tutto gelo, a seconda che ami o che non ami, se ne andò volontario in Africa, ai tempi della riconquista della Libia, allora consentita ed oggi contesa alla gente nostra, ricca soltanto di cuore e di braccia.

Se ne andò felice di fare un po’ di largo alla Patria che adora e fece tutto il suo dovere, il che è più arduo, talvolta, dello stesso eroismo.

Una notte di battaglia la sua mitragliatrice scoppiò e una fiammata lo investì. Credette lì per lì di essere diventato cieco; ma dopo mesi durissimi di ospedale e di tormenti la vista, lentissimamente, tornò e, con la vista, la speranza.

Fedele a tutta prova alla sua missione di soldato, come sanno essere i sardi, tale rimase per lungo tempo, logorandosi di non poter più battersi in linea, dove si era meritato il segno del valore.

Congedato dopo aver servito «con fedeltà e onore» (oh, ambito certificato d’un’epoca di galantuomini!), si sposò con una brava figliola del suo paese, che presto gli diede due figli; due candidati alla fame.

Fece il falegname, il manovale, l’uomo di fatica, il rivendugliolo. Impoverito anche nella vista, vede sempre con terrore avvicinarsi la sera. (Quante volte l’ho incontrato per via, disperato di non poter continuare da solo il cammino, e l’ho accompagnato fino a casa!).

Attualmente è disoccupato da oltre un anno ed è ridotto in condizioni pietose. Frattanto, costretta dal bisogno, la famiglia si è disgregata, dispersa. Un bambino è in Sardegna presso un parente; la moglie è al servizio in una famiglia che ospita anche l’altro figliuolo.

Lui — SALVATORE COGHE, Via Santa Maura 72, scala B, int. 8 - Roma — si sfama, quando ne ha la possibilità, con le minestre dei reduci.

Così la Patria ricompensa il valore e il sacrificio dei suoi figli?

So che il più delle volte non è la Patria ad essere ingrata, ma gli uomini, gli eventi; e so pure che Coghe farebbe il più umile dei servizi per ricostruire la sua famigliola, per vivere con la sua sposa e i suoi piccoli.

Chi vorrà aiutarlo?

Chi non sa che Gesù — membro Egli stesso della Sacra Famiglia — volle consacrata al Suo nome questa cellula vitale dell’umano consorzio?

Amici, bisogna trovare pane e lavoro a questo soldato fedele e soccorrerlo, intanto, come il Signore vi ispira.

Darete una grande consolazione a

BENIGNO

domenica, maggio 24, 2026

L'appuntamento della carità

Un altro caro fratello nostro, ben noto ai lettori, GIUSEPPE D’ADDARIO (Via Sennino, 132-a - Bari) mi scrive:

«Lo faccia un nuovo appuntamento, caro Benigno: glielo domando un po’ per me, ma soprattutto per la mia povera madre.

Lei non può immaginare che tragedia, che calvario è la nostra vita. La mamma è tanto malata: per la magrezza dovuta alle lunghe e continue privazioni s’è tutta curvata su di un fianco. Dall’anno scorso ha avuto diversi spurghi di sangue.

Povera mamma mia, che triste vecchiaia le è riservata, dopo tutta una vita dedicata alla famiglia! E quanti dolori! La morte di mio fratello maggiore (già dottore in medicina) ed ora dover assistere al mio calvario, oltre a sopportare tante sue pene.

Di me non Le parlo. Solo Le dico che il mio corpo non ha più un’oncia di carne. La mia pelle, per l’assoluta mancanza di grassi, è diventata come una suola. Ho il corpo e le gambe martoriate dalle punture delle siringhe che devo fare anche da solo...».

Ora io mi domando come le autorità di Bari possano permettere che un giovane finisca di consunzione con la sua vecchia madre senza che si provveda a sollevarlo da tanta miseria.

Mi domando come quella tale Banca presso la quale, da valido, egli prestò l’opera sua, possa rimanere indifferente dinanzi al quadro angoscioso di questo dipendente che, abbandonato da tutti, muore d’inedia mentre avrebbe bisogno di cure, supernutrizione, conforto di ogni genere.

Che Iddio mi perdoni, ma i più prossimi a lui come possono vivere in pace? E, in verità, chi può augurar loro la pace cristiana quando dimostrano tanta durezza di cuore?

I miei lettori han risposto e risponderanno ancora, sono certo; ma situazioni come questa non si risolvono con i palliativi. Si muova, si muova chi deve, prima che sia troppo tardi, prima che una povera vecchia madre, esaurita ogni speranza, si penta di aver dato la vita — il più alto dono di Dio — a un infelice.

POSTA DI BENIGNO

Assicuro al ring. CARLO NOCELLI (Collegio Don Bosco - Varazze) che le lire 1000 (quota di novembre) sono state spedite al rag. Giuseppe Romano (Via Baglivo Uries, 42 - Napoli) e il foglio è stato trasmesso alla P.C.A. tramite il nostro Direttore. Quanto alla proposta, è inattuabile. Mi salterebbero addosso a migliaia!

GIOVANNI DELL’ISOLA (Vietri sul Mare) ringrazia tutti i benefattori noti ed ignoti che gli permetteranno di acquistare altra streptomicina per il figlio. Ma ne occorrono ancora 100 grammi! Come si fa?

SIMONETTI BRUNA (Piazza Cocomeri, 4 - Lucca), il caso del rag. Romano è veramente pietoso e controllatissimo. Se Lei potrà fare qualcosa per trovargli lavoro sarà davvero benemerita. Chi non ambirebbe avere alle proprie dipendenze un galantuomo con quella scrittura che sembra stampa?

OLGA ZAMPA (Via Garibaldi, 8 - Valdagno). La ringrazio per quanto ha fatto e promette di fare per il rag. Romano, uno dei casi più pietosi fra i pietosi. Certa indifferenza e incomprensione mi ha fatto andare fuor dei gangheri.

MASSA (Apuania). — Ricevuto e spedito fin dal 17 al rag. Giuseppe Romano.

*** N. N. da Lecco. — Ricevuto lettera e soldi.

*** N. N. da Reggio Emilia. — Le 700 lire sono state spedite al rag. Romano.

venerdì, maggio 22, 2026

Leggendo Patmos. Intervista a Rodolfo Di Biasio

 

LEGGENDO PATMOS. INTERVISTA A RODOLFO DI BIASIO

A cura di Angelo Bottone

Publicata in: Franco Musarra and Bart Van den Bossche, eds., "Poesia nonostante tutto" Conversazioni con Rodolfo Di Biasio, Mario Luzi, Leonardo Mancino, Umberto Piersanti, Roberto Sanesi e Maria Luisa Spaziani. Leuven University Press / Franco Cesati Editore, 1999.


Come sono nati i Frammenti per il poemetto di Patmos?[1]

Io volevo scrivere un poemetto più ampio, senonché mi sono trovato di fronte all’impossibilità di un discorso compiuto e ho preferito affrontare il tema attraverso frammenti. Qui il tema è la nostra impossibilità di comunicare con gli altri e ho dovuto affrontarlo quasi con una strategia di raggiramento.


I frammenti sono nove e i poemetti sono divisi in tre parti.

Il numero nove è casuale mentre la tripartizione è voluta: sono l’avvio del tema come introduzione, la seconda parte di approfondimento e la terza di conclusione aperta. Alla fine c’è il desiderio che tutto venga chiuso in maniera circolare.


E infatti non c’è mai un punto conclusivo.

Nella mia poesia opera una memoria costante che cerca di lavorare a livello antropologico, non come canto di qualcosa che si è perduto e a cui si anela. Una memoria che si ripiega su se stessa, non è nel mio modo di vedere la realtà. Nonostante ciò che si dice circa la difficoltà della poesia, io credo che alla fine debba comunicare, se il poeta crea le premesse perché questo avvenga. Non sono d’accordo con quella poesia che si autocontempla.


Questa memoria aperta al futuro spiega la mancanza di punteggiatura?

Solo nel mio primo libro ho usato i punti. Il punto è un blocco esterno. Io vedo la poesia come qualcosa che cresce su se stessa. Tento di raggiungere la circolarità attraverso un discorso continuo che in fondo ha delle pause sintattiche.


Come e quando è nato Patmos?

Ho pubblicato nel 1986 Ritorni ed ho incominciato a lavorare a questo libro quattro o cinque mesi dopo. L’ultimo testo composto è il primo della raccolta, per il resto la successione rispetta i tempi di composizione. Si parte dalla frammentazione per arrivare all’utopia della regione inarrivabile che è la nostalgia del futuro. Io lavoro molto lentamente, torno sempre sul testo perché una poesia ha senso per me se si inserisce in un discorso di unità nella raccolta.


Leggendo si ha l’impressione che il testo dica sempre la stessa cosa.

Perfettamente, è come entrare continuamente in un luogo perché c’è sempre qualcosa che ti sfugge; è come guardare al microscopio ed al telescopio contemporaneamente.


C’è infatti questa idea della consunzione.

Questo dipende forse dal fatto che sono nato in un paese piccolissimo, Ventosa, in una terra tormentata, ma anche amata dal vento, dove, superata una cima, improvvisamente si trova il Tirreno davanti, visibile dal Circeo a Napoli, le isole lontane, con il Garigliano che scorre nella valle. Un piccolo paese con un’apertura totale. Nella mia poesia non c’è la città.


Ci sono solo elementi naturali, presocratici, l’unico accenno alla modernità è l’interruttore, così come nei Ritorni c’era il neon; entrambi questi elementi moderni richiamano la luce. La luce mi è cara. Ricordo che per andare a scuola dovevo alzarmi molto presto, di notte, ed ero felice quando arrivava il tempo in cui uscendo di casa già cominciava l’alba e la notte non c’era più.


La notte torna nella raccolta con l’endìadi “sonno-sogno”.

Sì, quello è l’ultimo poemetto dedicato ad un amico venuto a mancare improvvisamente, ed io tento di mettere in luce il sogno di una vita dedicata alle lettere, alla scrittura. Quest’uomo è per me ancora insepolto.


A che cosa si riferisce «l’albero canoro» nel Poemetto del sonno?[2]

È un’immagine nata dall’osservazione. Nella mia ora di passeggiata quotidiana incontro un gigantesco pino che si erge.


un dolore antico
spegne al tramonto l’albero canoro


Perché al ritorno non ci sono più uccelli. Da questa immagine passo ad una significazione altra dove il dolore spegne alla morte l’albero della vita che pulsa. Questo albero canoro tenta astrali connessioni e proietta verso una dimensione infinita dove il «ci culla» è l’illusione del bambino che si addormenta e si sente protetto.


Cosa sono i «lampi» del frammento 6?

Lampi è il nome di una spiaggia di Patmos fatta di sassi colorati, una delle cose più straordinarie che abbia visto. Tutto questo è bello fino a che lì questi sassi hanno musica, colori inenarrabili, quando li prendo muoiono nella mia mano che diventa anch’essa una fredda cosa, una cosa che ha intaccato questo ordine. La morte della pietra è anche la mia.


Poi «lampi» torna anche nel Poemetto del giovane anno[3].

Qui è sia il lampo della luce tra le foglie che il lampo dell’occhio, che si accende per un attimo e diventa incantesimo dell’anima.


È molto presente la sfera semantica del misterioso.

Io sono un po’ strabico. Ho un occhio alla realtà che mi aggredisce e l’altro a questa dimensione misteriosa, a questo «dentro di me» che non riesco a capire. Sento molto il fascino dei viaggi spaziali, di presenze aliene. Ho passato un tempo infinito a guardare il cielo; non è un caso che ho voluto una copertina fatta di nuvole.


Da che cosa nasce il suo senso del dolore?

Dall’educazione alla morte che ho avuto sin da piccolo. Io ricordo molto la guerra, mi ha segnato molto. È come se si fosse fermata una parte di me allora: la morte era diventata qualcosa di quotidiano. In questi ultimi anni non potevo guardare le immagini della Bosnia perché sentivo dentro l’odore delle macerie, della polvere da sparo che avevo respirato per mesi.


Che cosa intende quando dice «respiriamo il luogo dei superstiti» nel Poemetto del vento e del silenzio?[4]

È un’espressione che ripeto due volte. Quell’educazione mi ha dato un senso di precarietà per cui la vita è una sopravvivenza continua. Io sono superstite a me stesso, pur essendo molto vitale, una sorta di guardarsi vivere, non con l’inquietudine del personaggio sveviano, ma come se ogni volta sopravvivessi a me stesso. Se poi confrontiamo il numero dei vivi con quello dei morti, allora si potrebbe dire che noi siamo per un attimo superstiti di questo gran macello che è la vita.


Lei parla spesso del «caro occhio».

Quando cammino molto spesso guardo a terra, quindi è come se l’occhio avesse questa curvatura che permette di vedere la disuguaglianza del terreno. L’occhio ha bisogno di guardare bene, di ridurre il campo visivo.


Non c’è anche l’idea del cielo che copre e che schiaccia?

Certo, il cielo che incombe, che non si può raggiungere, perché il mio paese, trovandosi in una valle, è uno di quei luoghi in cui, per un gioco di prospettiva, il cielo sembra più basso. Perciò durante le notti stellate, ci si sente veramente schiacciati, e da questo nasce il desiderio di conoscere l’oltre e di viaggiare.


Non ha paura di toccare il cielo?

No, io amo volare; quando salgo su un aereo sono felice. Il cielo è curvo ma si può sondare. La notte dello sbarco sulla luna fu per me un momento straordinario, e scrissi una poesia dove parlò di crocicchi celesti. Nella mia poesia sembra ci sia molto movimento, ma in realtà alla fine è immobile. Nell’ultimo poemetto dico: «Così tutto si slabra / e ad un tempo si fa immobile / una fissità delle cose / icone che non trasmigrano». Queste slabbrature sembrano dare varchi, ma uno vi è dentro immobile e la regione che chiude il libro è la regione inarrivabile.


Il guasto nell’alchimia delle cellule nostre nel Poemetto del desiderato risveglio[5] è l’idea d’imperfezione che nella tradizione giudaico-cristiana viene chiamata peccato originale?

Sì, sono d’accordo. Io dico: «l’altro non è che lo sguardo di pietra a quella prima luce, folgorante, della nascita che ci ha traumatizzati e che pietrifica dallo sguardo del bambino; o un guasto»; qui c’è veramente il senso del peccato, dell’imperfezione, delle cellule che dovrebbero funzionare.


Il sangue perfetto della carne[6] dà l’idea del passaggio, dell’umanità che si trasmette nel sangue.

«Un fiero fiume / ci lasciamo dietro». Ho lavorato molto sulla storia, luogo dove attingere le cose, ma c’è qui il senso del dolore per tutti quelli che ci lasciamo dietro continuamente.


Paul Ricoeur, in Tempo e Racconto, mostra come, nel narrare la propria vita, da un lato c’è un bisogno poetico di concordanza, che Aristotele aveva ben capito, e dall’altro la discordanza della vita stessa di stampo agostiniano. Nella sua opera c’è questa dimensione autobiografica?

S. Eustachio che viene fuori, attraverso Petrarca e tutta una tradizione: «di questo alto e basso / i due estremi / perdo la linea di congiunzione» - questa è la frammentazione, la discordanza -; «la sola che possa forse / riportarmi a cogliere / l’insieme delle cose / così come esse si dispongono / in interiore homine / e là esse si fanno / senso». Il dramma è questo, la perdita di senso di oggi. Mi accorgo di essere frastornato da una serie di informazioni e di fatti senza avere il tempo di connotarli. Ma la mediazione è anche necessaria.


Bisogna sopravvivere.

Appunto, i superstiti. Questo lo facciamo tutti.


Altrimenti i drammi ci schiaccerebbero, anche questo è un dramma: il dover dimenticare.

Mi accorgo di aver perduto la capacità di dare un senso a quello che sta accadendo, perché guardando a tavola la televisione, dovrei in ogni momento alzarmi e non mangiare più. C’è un’accelerazione che mi impedisce di pensare fino in fondo qualcosa e di metabolizzarla veramente, in interiore homine. Anche nel campo librario vengono pubblicati tanti volumi che passano invano. Alla fine una biblioteca potrebbe essere fatta di pochi libri fondamentali. Io penso che la poesia sia una lettura che chiede disponibilità, e che non vuole fretta.


Note

[1] Frammenti per il poemetto di Patmos è il titolo della prima sezione della raccolta Patmos, Grottammare (AP), Stamperia dell’Arancio, 1995, pp. 9-17.

[2] Ibid., p. 35.

[3] Ibid., p. 46.

[4] Ibid., p. 23.

[5] Ibid., p. 29.

[6] Ibid., p. 35.

[7] Frammenti per il poemetto di Patmos, cit., p. 13.

mercoledì, maggio 20, 2026

From Porch to Patio

Considerate un diverso tipo di “tecnologia”: il modo in cui abitiamo il mondo nel nostro ambiente urbano. Più di ogni altro popolo, gli americani hanno cercato una soluzione abitativa che favorisse una concezione di se stessi come esseri indipendenti e autonomi, principalmente attraverso la creazione dei primi sobborghi, resa possibile dall’avvento dell’automobile. Il sobborgo, tuttavia, non era semplicemente una “creazione” dell’automobile; piuttosto, l’automobile e i suoi elementi accessori – autostrade, stazioni di servizio, centri commerciali, catene di fast-food – hanno permesso uno stile di vita che gli americani, proprio per la loro profonda adesione a certi princìpi filosofici, erano predisposti a preferire. A parte l’influsso che ebbe l’automobile, possiamo riscontrare altri segnali di questa attitudine, ad esempio nella trasformazione della modalità di costruzione documentata nell’eccellente articolo del 1975 dello storico dell’architettura Richard Thomas, intitolato “From Porch to Patio”. Thomas descrive un evidente cambiamento, in età postbellica, nella tipologia di costruzione delle abitazioni, nelle quali il portico, che in precedenza costituiva la loro caratteristica più importante nella costruzione, scomparve a favore di un cortile interno nascosto dietro la casa. Egli descrive il ruolo sociale ed anche civico svolto dal portico: non solo offriva temperature più fresche e una piacevole brezza prima dell’avvento dell’aria condizionata, ma forniva anche “spazi intermedi”, una sorta di angolo comunitario tra l’ambiente privato della casa e gli spazi pubblici del marciapiede e della strada. Il portico, spesso situato a due passi dal marciapiede, rappresentava il riflesso architettonico di un’epoca con un’alta aspettativa di socialità tra i vicini. Il cortile sul retro divenne popolare nello stesso periodo in cui aumentò l’utilizzo dell’automobile e nacque il sobborgo: tutto contribuì a creare un ambiente urbano favorevole alla privacy, alla separazione, all’isolamento e a un minor interesse nei confronti degli spazi sociali e delle pratiche comunitarie.


Patrick J. Deneen, “Perché il liberalismo ha fallito”, edizioni La Vela, Lucca.

domenica, maggio 17, 2026

L'appuntamento della carità

 APPUNTAMENTO DELLA CARITÀ


Acquaviva Platani (Caltanissetta), 22 gennaio 1949

Caro Benigno,

c’è al mio paese un mendicante, certo Totò Sapia — Acquaviva Platani (Caltanissetta), Via Garibaldi, 107 — che strappa le lacrime a vederlo: vermis et non homo. Avrà 25 anni.

Affetto da paralisi infantile, ha le gambe e il braccio sinistro atrofizzati. È storpio, non può reggersi in piedi e cammina strisciando, aiutandosi faticosamente con la destra. Stracciato, infangato, percorre come un serpente le vie erte e pietrose e ogni domenica attende alla porta della chiesa la carità dei fedeli.

È tanto buono. Bisogna vederlo pregare e accostarsi alla S. Comunione con un sorriso che lo illumina e fa tremare di commozione. Ha una matrigna mezzo scema e un padre poverissimo, e per giunta ubriacone.

Ho scritto, ho parlato ad amici per farlo ricoverare. Sarà possibile? Se qualche anima buona volesse aiutarlo, non farebbe opera santa e altamente umanitaria? Penso che Gesù ne sarà contento.

Prof. GIANNI GIANNINO

Castellammare di Stabia, 25 gennaio 1949


Carissimo Benigno,

un mio fratello ha un figlio di 15 anni che fa il ginnasio presso i Padri Passionisti a Calvi Risorta (Caserta) e, trovandosi come me disoccupato, non può pagare la retta mensile.

È venuto più d’una volta nella decisione di riprendere il ragazzo, ma poi, visto che è studioso e — come dicono i Padri — dimostra veramente di avere la vocazione, ha sempre rimandato. Senonché, se entro il corrente mese (!) non farà pervenire l’occorrente per un vestito nuovo, l’Istituto si vedrà costretto a rimandarlo, non potendo provvedere a tutto.

Vedi tu... Si tratta di non fare andare perduta una vocazione, ed io credo che anche questa è carità, anzi quella che maggiormente il Signore compenserà.

Il ragazzo si chiama:

ANDREA SCAFARTO
Scuola Apostolica
Calvi Risorta (Caserta)

NICOLA SCARFATO

Via Privata 25


Commenti? Superflui.

Dissertare sulla molta messe e sui pochi operai? I miei amici guardino le date delle due lettere: sono più eloquenti di qualsiasi monito.

N.B. — Corrado Genovesi da Pachino ringrazia tutti i benefattori che, anche dalla Svizzera, hanno risposto al suo appello.

Il parroco Sabato M. Corvino (Casa della Carità per i poveri vecchierelli), Siano (Salerno), mi comunica che ogni martedì fa celebrare una Messa secondo le intenzioni dei benefattori e li benedice.

domenica, maggio 10, 2026

L'appuntamento della carità

Non posso seguire un turno in questi fecondi appuntamenti, ma una precedenza di gravità. E la lotta con lo spazio mi obbliga a tenere spesso il broncio al direttore, che non sa proprio dove trovarlo. Mai come in questa mia vicenda di… soccorritore lo spazio mi è sembrato più despota. Chi attende, dunque, mi perdoni se il cuore non regge al pensiero di chi, morente, invoca l’aiuto dei fratelli in questo mondo in cui la dilagante genìa degli «indifferenti» (ah, personaggi di non troppo noto romanzo di Alberto Moravia!) fa più male, talvolta, che non la stessa criminalità.

Ecco due casi confermati da parroci e constatati de visu:

1.
Il giovane Dell’Isola Giovanni, Vietri sul Mare (Salerno), via C. Colombo 15, trovasi affetto dalla più grave malattia, senza poterla curare. Egli, nel maggio 1947, subì l’asportazione di un rene; però la ferita non si è rimarginata, dando luogo alla formazione di una fistola nella regione renale destra, con pregressa nefrectomia per T.B.C.

Le condizioni dell’infermo sono gravi; tuttavia il male potrebbe essere superato mercé il rapido impiego della streptomicina, cui la famiglia del degente non può far fronte. Si è bussato a varie porte, ricavandone poco o nulla. Il malefico bacillo, intanto, continua inesorabile il suo deleterio cammino, rendendo sempre più atroci le sofferenze fisiche e morali della povera vittima.

Domenico Gargano, Segretario         
Sezione D.C. - Vietri sul Mare

2.
«Mi occorrerebbero dai 20 ai 30 grammi di streptomicina, ma non ho un soldo e la mia famiglia langue nella miseria. Avrei anche bisogno di scarpe, vestito e biancheria personale, ma devo rinunciare a tutto. Non ho trovato finora nessuna anima buona che si sia commossa, all’infuori di lei. Poveri noi T.B.C.! Vogliono la nostra fine per forza. Ma il Signore vede e sono sicuro che non mi abbandonerà. Sia benedetto chi mi porgerà la mano».

Roberto Bonfiglioli    
Ospedale dei Cappuccini - Volterra (Pisa)

3.
Scrivo a nome di Anna Maria Duranti, di anni 4, affetta da grave rachitismo e priva della protezione e dell’aiuto del padre; sostentata solo dal lavoro della mamma, troppo povera per avere la possibilità di comprare le scarpe ortopediche prescritte, data la deformazione delle ossa.

La povera madre lavora da mattina a sera, adattandosi alle fatiche più pesanti pur di provvedere ai numerosi medicinali e al vitto della sua bambina; ma di fronte a questa enorme spesa è avvilita, non sopportando il pensiero che la piccola sarà zoppa a causa della miseria che la priva di questo indispensabile rimedio.

Duranti Anna Maria  
Piazza di Spagna, 35 – Roma 
(presso Bianchi, portineria)

 

Si può resistere a queste grida di dolore?

N.B. — Farà opera santa chi potrà trovare una qualsiasi occupazione a Umberto Perelli, Civitaretenga (L’Aquila). Ha sofferto tutto: un’odissea da romanzo — guerra, ferite, congelamento, deportazione, fame. Possiede licenza industriale e ottime referenze. Padre morto; madre pressoché settantenne, inferma e quasi cieca, non può più attendere al suo mestiere di sarta.

Segnalo agli amici di Roma l’aggiustatore meccanico di precisione (sa fare tutto!) Lucido Giacomo, sfollato presso la Scuola Armando Diaz, via Acireale 14 - Roma (e non a Lequile, come fu erroneamente indicato). Ha subito gravi operazioni. Ora sta bene, ma non ha di che sfamare i suoi piccoli.

Attendo con ansia di conoscere che il bravo e onesto operaio è stato occupato.

BENIGNO

29 maggio 1949

mercoledì, maggio 06, 2026

Why Boys Need Fathers


Boys today are caught in a downward spiral, according to a new report by the UK Centre for Social Justice (CSJ). They are spending more time on screens, less time with other people, and less time outdoors. Many feel lonely, cut off and unsure of themselves. They are also doing less well at school and are less likely to flourish later in life.

Behind many of the statistics now emerging lies a simple and uncomfortable truth: too many boys are growing up without the guidance of a father or another stable male role model.

The CSJ’s recent report, Lost Boys: Mentors and Role Models, paints a troubling picture of the state of many boys’ lives in Britain. It notes that the happiness of children has fallen sharply in recent years. In 2010–2012, 36pc of boys aged 10 to 15 said they were completely happy with life, compared with 33pc of girls. Today, those figures have fallen to 27pc and 18pc respectively.

The report is based in part on consultations with dozens of charities working directly with boys and young men. Those charities described boys who are increasingly isolated, disconnected and lacking in direction. They also stressed that many are growing up without strong male role models. According to the report, 2.5 million children in Britain now live in a home without a father.

This is where family structure enters the picture. Too often, it is treated as an awkward subject, something best avoided. But it is impossible to understand the problems facing many boys without looking at the weakening of family life. Stable families do not guarantee success, and family breakdown does not doom a child to failure. But family structure plainly matters. Children generally do best when they grow up in secure, committed homes, and boys in particular often seem to suffer when that stability is missing.

This point is reinforced by another CSJ study, which found that just two in ten poor white children live with married parents, compared with almost six in ten poor children from ethnic minority backgrounds. That is a striking gap. Stable family life does not solve every problem, but it gives children a far stronger foundation. Where fathers are present, involved and committed, boys are much more likely to thrive.

The charities consulted by the CSJ repeatedly identified fathers as the most likely and most influential role model for boys. This is not to diminish the remarkable work done by mothers, including the many who raise sons alone with great devotion. But fathers often offer something distinctive: a model of male identity, and an example of how to channel strength, anger, responsibility and emotional struggle in constructive ways.

This matters because boys are looking for an example of what kind of man they should become. Fathers help shape that picture. They are central to a boy’s sense of identity. A loving and steady father-son relationship can help a boy grow in confidence, emotional balance and self-discipline. Research cited in the report suggests that boys with positive relationships with their fathers are more likely to do better in education, work and relationships later in life. (1)

The reverse is also true. When fathers are absent, boys are more likely to struggle. Studies have found worse outcomes in education, employment, mental health and family life for boys who grow up without their fathers.

There are echoes of this problem in Ireland as well. The Watch Them Grow report on children’s experiences of parental separation shows how difficult family breakdown can be for children and how important it is that both parents remain meaningfully involved in their lives wherever possible. We may not discuss this issue enough, but that does not make it any less real.

If we are serious about helping boys, we cannot focus only on schools, screens or mental health services, important though these are. We also need to speak again about fathers, commitment and family stability. Boys need love, discipline, encouragement and example. Above all, they need men in their lives who are present, dependable and willing to show them how to become good men.


NOTE

(1) Sarah McLanahan et al, The Causal Effects of Father Absence, Annual Review of Sociology (2013); Hine et al, Teachers’ experiences of the impact of fatherlessness on male pupils (2022).

domenica, maggio 03, 2026

L'appuntamento della carità

Ariano Irpino, 4 febbraio 1949

Sig. Benigno,

tra il bianco e il gelo della neve — siamo su un valico appenninico ad oltre 800 metri — abbiamo esequiato la salma di Lorenzo Miedico, muratore di 45 anni. Dopo cinque settimane di broncopolmonite, seguita da tifo, finito in peritonite con perforazione, egli lascia nella più cruda indigenza (miseria nera!) la vedova Maria Sciarriulo fu Francesco (Via Nazionale 36, Ariano Irpino - Avellino), con una nidiata di otto figli in tenera età, dalle due ventenni a Crescenzio, di un anno e mezzo.

Si pensi: tutte le volte che sono entrato in quel terraneo, diviso da un tramezzo, in parte occupato da una scala per il passaggio dei padroni di casa, illuminato da acetilene, ho costantemente osservato gli ultimi quattro piccoli stretti attorno a una brace semispenta, le ginocchia coperte da uno straccio destinato a mantenere quel poco di tepore, ma più ancora a sostituire scarpe, calze e calzoncini letteralmente assenti! Per tale ragione anche i più grandi non frequentavano la scuola, non venivano in chiesa e rinunciavano perfino alla minestra che avrebbero potuto trovare presso l’E.C.A. o il refettorio del Papa.

Il Direttore della locale clinica chirurgica, impietosito della situazione, nella estrema e debolissima speranza che restava, si offrì con assoluto disinteresse per l’intervento del caso. Il bravo Lorenzo lasciò fare. Aveva ricevuto Gesù-Viatico «con tutto il cuore», come «il primo Medico e la prima Medicina». Relativamente al corso del male aveva concluso: «Come vuole Lui!».

E Lui ha voluto che Lorenzo Gli andasse incontro, dopo aver compiuto un sacrificio tanto grande.

La situazione che ne deriva è di quelle che scandalizzano farisei e semicredenti: come la si può definire una cosa giusta?

Giusta non è, se dovesse durare così per colpa di noi tutti. La nostra scarsa, distratta e ristretta carità si dava forse una scusa fino a ieri: «Hanno un papà che lavora…». Oggi non più.

Prima della deposizione al tumulo, parroco e parrocchiani presenti hanno preso solenne impegno di considerare come parte integrante della propria famiglia i nove orfani (ivi compresa la vedova, che lo stesso giorno ha visto morire anche la povera madre sua!). Si farà di tutto per dare lavoro onorato ai grandi, ricovero educativo ai piccoli (anche questo non sarà senza strazio della mamma, che vorrebbe averli tutti e sempre con sé), un tetto non indegno di esseri umani. Oggi stesso sono stati fatti in tal senso i primi passi. Ma dai primi agli ultimi e definitivi spesso corrono mesi, e talora anni. È quanto si vorrebbe evitare anche con il concorso degli assidui ai tuoi «Appuntamenti».

Il «grazie» per l’efficacia dei tuoi «appuntamenti». Per il miglior benessere di quanti vi rispondono invocheranno il Cielo, oltre ai nove beneficati, i piccoli dell’asilo e della parrocchia.

Sac. Guido Casullo, prevosto 
Ariano Irpino (Avellino)

 

Reverendo Casullo, c’è un suo collega — il sacerdote Nicola Guglielmi, in Sannicandro di Bari — che accoglierebbe con gioia qualcuno dei ragazzi del povero Lorenzo Miedico. Gli scriva subito e prenda accordi.

No, Reverendo, la situazione derivata da «quella» morte non si può definire, dal punto di vista umano, una cosa giusta: essa è tale da scandalizzare farisei e miscredenti, i quali sogghignano… oh, lo so bene! Ma come possiamo noi pretendere di «misurare» i disegni di Dio? Giudicare noi, limitati come siamo nel tempo e nello spazio, l’Infinito? È duro, lo so, piegare il capo, pronunciare il fiat, ma i santi ci insegnano che nella Sua volontà è la Vita.

Quanto a colmare l’attesa fra i primi e gli ultimi passi, già sento battere il cuore dei miei lettori, i quali penseranno a dare anche la risposta a farisei e… titubanti.

BENIGNO

 

22 maggio 1949