Caro Benigno,
credo
che additare all’uomo esempi di vita vissuta e consumata cristianamente, in
modo eroico, valga molto più di ragionamenti teologici e filosofici. Per
questo, con il solo ideale di poter fare un poco di bene a qualcuno, narro per
le tue colonne la vita e la morte di mio padre, tanto intimo della tua grande
famiglia di lettori.
Si
spegneva a 64 anni, la sera del 3 gennaio 1949, Speme Salvatore, ex guardia
municipale e custode di un villino di nobile famiglia. Soffriva da anni pene
grandi, addirittura ineffabili negli ultimi mesi: un cumulo di malattie, l’una
più spaventosa dell’altra, ne ha consumato l’esistenza: scompenso cardio-renale
progressivo, catarro bronchiale cronico, prostata con conseguente impedimento
urinario, per cui era costretto a tenere il catetere in permanenza, e altri
mali minori quasi a contorno. Fu due volte, per dodici mesi complessivi, in
ospedale per operazione di epicistite, senza alcun risultato; ultimamente fu
operato di ascesso per iniezione mal fatta. Un attacco finale di uremia, per
disfunzionamento totale dei reni, lo ha condotto alla tomba.
In
mezzo a così gravi mali, costretto continuamente a letto, non ha mai cacciato
un lamento, non si è mai infastidito; ha conservato sempre una calma eroica,
sciogliendo inni di fede e di grazie alla volontà di Dio e alla divina
Provvidenza, tanto più ardenti quanto più incrudelivano i mali. Questa eroicità
nel saper soffrire, soprattutto per non infastidire chi lo curava — la moglie e
l’unico figlio —, e la sua stessa morte, che fu più un dormire che un morire,
hanno meravigliato tutti: i medici curanti, gli infermieri, lo stesso sacerdote
Don Giovanni Bandino, cappellano di ospedale.
Fino
a pochi giorni prima di morire soffriva cantando; era la sua passione il canto
della migliore lirica italiana e il canto sacro. Ma la più vera e alta passione
era vivere integralmente il cristianesimo. Finché ha potuto, ogni mattina si è
trascinato all’alba alla vicina cappella dell’Istituto Maria Ausiliatrice per
servire la Santa Messa e comunicarsi. Comunicarsi e recitare il Rosario era il
suo conforto, anche costretto a letto e fino nell’estrema agonia.
La
notizia della morte meravigliò tutti. Nessuno poteva immaginare che morisse un
uomo che non diceva mai di soffrire, che non accusava dolori, che scherzava e
cantava. Ma appena si sparse la notizia fu un esercito di accattoni e di
poverelli a venirlo a visitare. Erano i suoi veri amici.
Eppure
egli era povero: pativa spesso la fame e non pochi benefattori hanno dovuto
pensare alle esequie. Era povero, eppure beneficiava numerose istituzioni
caritative: a venticinque di queste si è dovuta comunicare la sua morte. Era
povero, eppure alla sua porta hanno ogni giorno bussato i poveri e sempre hanno
ricevuto qualcosa. Quando non aveva letteralmente nulla, si mortificava e
chiedeva scusa agli accattoni.
Quando
il villino fu occupato dalle truppe americane, egli fu minacciato di
licenziamento dal posto di custode perché entrava troppa gente “sospetta”.
Erano i suoi poveri, che non lo hanno mai lasciato e che, con il loro pianto,
gli hanno fatto la più bella corona.
Gli
stessi proprietari del villino — eredi di una nobiltà boriosa e altera — lo
maltrattarono quando, infermo, non poteva più esercitare la custodia, lo
licenziarono e non lo retribuirono negli ultimi mesi; ma si inginocchiarono
attorno alla sua salma e pregarono.
Grande
dolore gli fu il non poter vedere l’unico suo figlio, Andrea, sacerdote. Ma
anche questo sacrificio lo offrì con gioia al Signore. Ed ora quel figlio, a
sedici mesi dal sacerdozio, ha giurato sul suo sepolcro che vorrà essere
l’apostolo della sofferenza e della povertà.
Accolito
Speme
Seminario Arcivescovile di Napoli
Questo
è un appuntamento per tutti.
Sono stato in forse se segnalare questa morte bella, che ha il volto di Cristo,
nell’atmosfera della Pasqua santa, o dare la precedenza ai tanti casi pietosi
che attendono. Ma la carità è come una grande sinfonia, sinfonia d’amore, il
più alto amore che mente umana possa concepire e cuore cristiano sentire. E le
grandi sinfonie hanno bisogno di un intermezzo: un poco di tregua, di respiro,
per alimentarsi e… spiccare altri voli: vero, amici lettori?
Eccoti
dunque accontentato, fratello Andrea Speme. Questa vita e questa morte
serviranno d’esempio; e se sono servite intanto a farti giurare che sarai
l’apostolo della carità, benedette le sofferenze che accompagnarono il transito
di tuo padre! Un altro “pazzo di Cristo” si è schierato alla destra di Dio.
BENIGNO
1
maggio 1949



