giovedì, febbraio 24, 2011
Galileo in Pittsburgh
lunedì, febbraio 14, 2011
sabato, febbraio 12, 2011
Misura, decoro, rispetto: modelli per le nuove generazioni
Ci troviamo, come Azione cattolica italiana, nell’ambito del XXXI Convegno Bachelet, a riflettere sui 150 anni dell’unità d’Italia, un appuntamento che ci vede, come cattolici, particolarmente partecipi perché parte integrante della nostra nazione. La stessa associazione è stata, infatti, tra le primissime realtà dello Stato unitario ad avere una connotazione nazionale. Un’attenzione che è squisitamente nello stile dell’associazione chiamata e impegnata a formare le coscienze, capace di offrire alle persone di ogni età e condizione di vita un cammino di attenzione all’altro e al bene comune. Proprio Vittorio Bachelet, approfondendo il legame tra educazione e bene comune, sottolineava: «Educare al senso del bene comune vuol dire formare a un retto e vigoroso ideale, aiutando l’uomo a impadronirsene con l’intelligenza e ad adeguarvi la sua formazione spirituale morale tecnica. Vuol dire formare l’uomo a una lineare aderenza agli essenziali immutabili principi della convivenza umana e in pari tempo al senso storico, alla capacità cioè di cogliere il modo nel quale quei principi possono debbono trovare applicazione fra gli uomini del suo tempo; vuol dire altresì rendere consapevole l’uomo della necessità di attrezzarsi spiritualmente, intellettualmente, moralmente, tecnicamente per divenire capace di attuare concretamente quei principi nella concreta convivenza umana in cui è chiamato a vivere».
È per questo che la nostra riflessione, che parte dal cammino unitario nazionale, oggi si ferma a guardare alle vicende del Paese e a sottolineare alcune ripercussioni di natura educativa, forse sinora sottovalutate. Bene ha fatto il cardinale Angelo Bagnasco, nella recente prolusione ad Ancona al Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, a evidenziare il disastro antropologico che si compie a danno dei giovani e di quanti sono nell’età in cui si fanno le scelte definitive per il futuro della propria esistenza. C’è una rappresentazione fasulla dell’esistenza, c’è un tentativo di mettere in primo piano il successo basato «sull’artificiosità, la scalata furba, il guadagno facile, l’ostentazione e il mercimonio di sé». Il rischio è che le recenti vicende, che trovano ampio spazio nei media, facciano emergere la desiderabilità di stili di vita per i quali «il potere può tutto». È per questo motivo che torniamo a dire una parola non sui risvolti politici, ma su quelli, appunto, educativi.
NON È EDUCATIVA l’immagine della donna emersa in numerosi racconti giudiziari e mediatici. Ne è stata ripetutamente e insistentemente violata l’intangibile dignità, libertà, uguaglianza. NON È EDUCATIVA, allo stesso tempo e con la stessa intensità, l’immagine dell’uomo incapace di riconoscere nel corpo della donna, e nel proprio, un dono straordinario, certamente non finalizzato ad appagare un desiderio egoistico di possesso. È, invece, EDUCATIVO, a nostro avviso, ridire con forza, con parole condivisibili da tutti, la bellezza vera di ogni età e di ogni soggettività, il senso profondo dell’essere uomo e dell’essere donna. Per questo chiediamo al mondo dei media un modo diverso di comunicare senza ammiccamenti e senza ridurre la donna e l’uomo solo a corpo da guardare, da possedere, da sfruttare.
NON È EDUCATIVA l’idea che i giovani e gli adolescenti, per realizzarsi, debbano mettere da parte i propri talenti, seguendo tristi scorciatoie. È difficile costruire un mondo diverso e migliore se l’unico insegnamento trasmesso alle nuove generazioni è quello di cercare ostinatamente i favori del potente. È EDUCATIVO, ed importante, valorizzare e dare sempre più spazio ai giovani talenti dello studio, della ricerca, dei mestieri e delle professioni, ai giovani del volontariato e del servizio gratuito agli altri. Scegliamo con consapevolezza quali modelli culturali offrire a tutti, senza, ovviamente, cadere nel moralismo di facciata.
NON È EDUCATIVA la percezione che il riserbo delle inchieste giudiziarie sia costantemente minato da interessi politici e giornalistici, e che sul sistema della giustizia si addensi l’ombra della manipolazione di parte. Allo stesso tempo,DISEDUCA al valore dell’informazione assistere sui media ad una guerra frontale, caratterizzata anche da “dossieraggi” e “killeraggi” contro i propri “nemici”, che siano politici della parte avversa o magistrati o uomini della cultura e dell’informazione. Vorremmo sottolineare che non è casuale la contemporanea perdita di credito, tra gli italiani, e della politica e della giustizia e dei media, i tre attori di un circolo che sta diventando oltremodo vizioso. È EDUCATIVO, al contrario, riaffermare il senso della deontologia e dell’imparzialità in professioni, ruoli e responsabilità pubblici ad alto valore civile, fondamentali per la tenuta della democrazia.
NON È EDUCATIVO coinvolgere nei conflitti giudiziari, mediatici e politici le istituzioni della Repubblica. Siamo ad un passo da un baratro che porterebbe i cittadini a ritenere le istituzioni come parte in causa dei conflitti tra persone e gruppi di potere, e non più come luoghi di tutela. È EDUCATIVO, al contrario, promuovere un intenso sforzo: tenere le istituzioni fuori dalla bagarre, restituirle alla loro credibilità pubblica e alla loro funzione di servizio, facendo in modo che in queste vicende possano essere punti di riferimento saldi, e non parti in gioco.
NON È EDUCATIVA la passività dell’opinione pubblica. È, invece, EDUCATIVO l’esercizio di una cittadinanza attiva e responsabile.
È dunque EDUCATIVO valorizzare il tanto che di buono, operoso, lungimirante, concreto offre ancora oggi il nostro Paese. Ci sono realtà, civili e ecclesiali, che ogni giorno si sforzano di veicolare queste idee per costruire davvero un tessuto di valori positivi e condivisi. Ci sono agenzie educative, come la scuola, in cui tra mille difficoltà si cerca di formare anche ad una vita civile consapevole. E ci sono famiglie – le quali costituiscono ancora il cardine della nostra società – che, pur fra innegabili difficoltà, cercano di dare una cornice di riferimento etica ai loro figli. Forse in questo momento tutto ciò può sembrare di secondaria importanza. Ma chi crede nel futuro sa che non è così. Ed è per questo che ci appelliamo a tutti i protagonisti delle attuali vicende perché recuperino urgentemente, per il bene del Paese, il senso della misura, del decoro, del rispetto. L’Italia necessita di giovani sereni, coscienziosi e operosi; di adulti sobri, responsabili e aperti. Su italiani come questi si può costruire un domani migliore.
Roma, 12 febbraio 2011
venerdì, febbraio 11, 2011
Roads and Ways to a Starting Point
Really, that's very important, though there is more to Jaki's work than this encomium of Duhem's work. (As you ought to know, 'encomium' is one of SLJ's pet words, it means praise. That quote is a succinct summary of Duhem's master-work, but also permeates and is permeated with Jaki's own work.)
Science found its only viable birth within a cultural matrix permeated by a firm conviction about the mind's ability to find in the realm of things and persons a pointer to their Creator. All great creative advances of science have been made in terms of an epistemology germane to that conviction, and whenever that epistemology was resisted with vigorous consistency, the pursuit of science invariably appears to have been deprived of its solid foundation.
[SLJ The Road of Science and the Ways to God, vii]
I may have said that 'Road is not a good start' in private, but I wish to retract in public, or at least qualify my remark. As I think about Jaki's writing, there is one great difficulty. It is hard to suggest a 'starting book' to begin the introduction to his work - very hard indeed. Since I like Chesterton, I usually suggest SLJ's Chesterton a Seer of Science since it is comparatively small (116 pages); it forms a complete unity, and it provides a good starting point for these two very important writers. It also covers four major points of synthesis: a correct view of science, a opposition of scientism, a criticism of evolutionism (NOTE the ending) and a triumphant championing of the universe - these points not only describe Chesterton, but also Jaki.
Yet others are not going to want to only read about Chesterton; they want to know more - they want to know about Wöhler and his synthesis of urea, or about the Olbers paradox, or about why the moon matters, or about how Galileo got the theology right and the Church got the science right, or how St. Augustine answered all the Galileo conundrums about a millennium in advance... oh my there are so many things to mention! (I could cause all sorts of havoc by mentioning his studies of Kant or of Bruno.) But mostly people want to know more about Pierre Duhem and his work - and especially they want to know more about Jaki's explorations of the history of science. Which is, after all, the reason we have this Duhem Society: to continue the work of our masters in the study of the Way of Science - 'Science writ large', as SLJ loved to put it.
One is also confronted with the eight collections of SLJ essays - these are good reading, and give a healthy seasoning of humour and insight along with their information - but they are collections and do not form a comprehensive scheme.
So I pondered this matter last night, and so I think this morning - and I wondered... Finally I decided to ask you, oh patient and kind reader, who may be less beset by conundrums at the present moment than I am:
What do you think? What book ought one start with, especially if one is NOT a historian of science, or even a scientist? Or is it time for the Duhem Society to write an introductory text? And please say why you think that, if you can.
Please comment here, or, if you prefer, send me an e-mail about this. (Click on 'Dr. Thursday' under the 'Contributors' on the right panel for contact info.)
lunedì, febbraio 07, 2011
When Irish Eyes Are Crying Business: vanityfair.com
venerdì, gennaio 28, 2011
Rubbettino Editore presenta Cosa c'è di sbagliato nel mondo (e Cosa c'è di giusto nel mondo) in e-book
Noi della SCI siamo entusiasti della ricchezza di proposte su Chesterton e del fatto che finalmente si scopre uno degli aspetti più importanti della personalità e del pensiero di Chesterton.
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Chesterton 2.0 – Cosa c'è di sbagliato nel mondo in versione E-BOOK
Rubbettino Editore presenta in ebook la prima traduzione italiana di Cosa c’è di sbagliato nel mondo di Gilbert Keith Chesterton, arricchita da Cosa c’è di giusto nel mondo, un documento inedito qui riportato in versione integrale.
Il volume, tradotto e annotato da Annalisa Teggi, già autrice di una memorabile traduzione chestertoniana de La ballata del cavallo bianco (Raffaelli, 2009), è già disponibile sui principali store on line di ebook.
Il libro: Nel giugno del 1910 Gilbert K. Chesterton dava alle stampe la prima edizione di Cosa c’è di sbagliato nel mondo; un testo rivoluzionario che con lucida ragionevolezza e disarmante ironia getta luce sulla condizione moderna dell’uomo e della società, riguardo a cui si chiama sempre in causa la parola crisi, il più delle volte con dimessa rassegnazione.
Cento anni fa Chesterton considerava i disastri portati dalla disuguaglianza economica, dalla separazione delle famiglie, dalla rovina del sistema educativo, dalla violazione delle libertà fondamentali, in nome dell’idolatria dello Stato e di quella del profitto.
Sono le piccole cose ordinarie le grandi aspirazioni dell’uomo ad esser messe in pericolo: l’uomo comune non chiede altro che un matrimonio d’amore, una piccola casa, professare in pace la propria religione, diventare nonno, godere del rispetto e della stima dei suoi simili e morire di morte naturale.
Il genio di Chesterton sfida il mondo a compiere un passo indietro: non quello di un uomo impaurito che si sottrae alla battaglia, ma quello dell’uomo tutto intero che per buttarsi nell’avventura della vita non ricorre a ricette ideologiche e utopiche sul progresso, ma sta ancorato con saldezza e con audacia alle realtà originarie che sono alle sue spalle. Quelle verità che da sempre suggeriscono che il sigillo della vita è stato impresso nel mondo fin dal tempo della Creazione. L’uomo è sempre lo stesso, il mondo può cambiare come forma ma non nella sostanza. La società è una costruzione umana. Gli uomini, in quanto subcreatori, hanno il potere di trasformare la società. Sicché se qualcosa è sbagliato nel mondo, abbiamo la possibilità e il dovere di rimetterlo a posto, seguendo l’inesausta ambizione dell’uomo a trovare come via d’uscita un principio d’ordine nel caos del cosmo e nelle crisi di ogni tempo.
A compendio di questo saggio, l’autore scrisse nel Natale dello stesso anno Cosa c’è di giusto nel mondo, un documento inedito qui riportato in versione integrale.
Chi era Chesterton? In poche parole, possiamo ricordarlo senz’altro come iperbolico narratore e divertentissimo romanziere, saggista dagli arguti paradossi, giornalista polemista che mai offese nessuno e anzi divenne amico dei suoi migliori avversari, i grandi del suo tempo, George Bernard Shaw e H.G. Wells tra tutti; qualcuno l’ha indicato addirittura come il naturale “prossimo della lista”, dopo la beatificazione del cardinale Newman.
Di Chesterton (1874-1936) Rubbettino ha pubblicato Una breve storia d’Inghilterra e L’uomo eterno.
Formato EPub
Prezzo € 4,90
lunedì, gennaio 24, 2011
Vittime di Mediaset
Maurizio Blondet24 Gennaio 2011
Bisogna giungere alla conclusione che viviamo sotto un totalitarismo: un totalitarismo di tipo nuovo, inaudito, ma efficacissimo: nel senso almeno che i totalitarismi di successo riescono completamente a sostiture – nel cervello dei loro sudditi – la realtà, con un universo inventato, quello dell’ideologia.Nel caso di milioni di italiani, la realtà è stata espiantata e sostituita con Mediaset. Il fatto tragicomico è che il trapianto ha avuto il successo più completo, totale, proprio nel Capo di Mediaset (e di tutto). Non solo lo dimostra il suo ripetuto tentativo di sostituire ministri con show-girl. La prova ancora più evidente: quel che il Capo fa e rifà compulsivamente nella sua tavernetta di Arcore non è altro che uno spettacolo-tipo di Canale 5 – lustrini, canzoni, Lele Mora, veline scosciate in abbigliamenti da casìno – con la sola differenza che lì, il Capo può palpare le ragazze e portarsele a letto, esaudendo i desideri di centinaia di migliaia di maschi Mediaset-trapiantati.
Non è certo un caso che, dopo le rivelazioni scollacciate del Rubygate , il favore verso il Salame sia addirittura aumentato: dopo 25 anni, di totalitarismo Mediaset, è ovvio che il Capo si sia creato il suo pubblico, con la callosità morale Mediaset, la stupidità intellettuale Mediaset, la volgarità della vita come spettacolo di bassa lega Mediaset.
Lo spettacolo Mediaset è un pastone permanente e indifferenziato di lustrini, balletti e canzonette, piccoli concorsi a premi; ospiti d’onore del sottomondo dello spettacolo (mai un talento, disturberebbe la ridanciana vuotaggine che i pubblicitari richiedono, propizia ai consigli per gli acquisti).
Le seratine di Arcore colpiscono per la stessa piattezza e ripetività: le ragazze, nuove o no, sono presentate, il Capo canta una canzone, alcune delle ragazze simulano balli lesbici, poi la Minetti si toglie i reggipetto ed è il segnale. Berlusconi recita la parte del Berlusconi paterno e generoso, alla fine tutte hanno almeno un regalino e un ricordino. E’ Canale 5 in terza serata.
La cosa più sconfortante, è che Berlusconi chiami queste cose «le mie seratine raffinate»: se sono queste le cose più raffinate a cui riesce a pensare, è la prova che Mediaset non gli ha divorato solo il cervello (quello va da se: lo fa con tutti), ma tutti i centri del vizio e del peccato – il che è più grave. Un despota che ha deciso di affondare nella lussuria con così vasta larghezza di mezzi, ha quasi il dovere di esercitare estenuate efferatezze, escogitare inimmaginabili piaceri: il ricordo di Elagabalo ed Erode dovrebbe incitarlo, osceni mimi, cinedi in zafferano, assenzio droghe rare ed oppio, almeno lingue di pappagallo.
Ma a Mediaset non si sa di Elagabalo, né di lascivie eccessive. Le ragazze pagate per le seratine, basta che siano forti di tette e di culo, sane. Non ocorre non solo oppio, ma – ne sono convinto, nemmeno champagne e caviale (non piacciono a nessuno); probabilmente, se viene fame, ad un certo punto appare il risottino d’ordinanza, risottino Mediaset uscito dalla raffinata foresteria Mediaset: Ragazze, mangiate fin che è caldo.
Berlusconi, si sono dette due delle prostiute-veline, sembra la caricatura di se stesso: in realtà, Berlusconi è la caricatura di se stesso ogni minuto, e nelle seratine dà piena stura alla sua recita di caricatura di se stesso. Il cumenda che fa il regalino. Il veccchio che palpa, ma paterno, che ascolta i loro problemi. Che si sceglie una tra le dozzinanti un po’ in fretta perchè l’indomani si alza presto.
Il tutto resta, in fondo, uno spettacolo osceno per famiglie, come tutti i format Mediaset. In questo senso il Salame può dire: «Non faccio nulla di cui vergognarmi». Ovviamente, è uno spettacolo per famiglie Mediaset, totalmente risucchiate da Mediaset, quelle in cui Mediaset ha a poco a poco espiantato quanto restava non si dice di moralità, ma di buon senso cattolico. In cui rispetto degli ignoranti per la cultura (un tempo esistente in poveri contadini che si dannavano per fare del figlio un dottore), non sia stato sostituito dalla contentezza di sè e della propria bassezza stupida e scipita.
Le famiglie Mediaset, esistono: non solo in padri e fratelli che incitavano le figlie bbone a prostituirsi al Salame (Brava! Colpo grosso! Quello ci sistema per tutta la vita. Su Mediaset non si dice mai dove finisce una velina tre mesi dopo). Sono i milioni che votano Berlusconi proprio per le sue seratine, convinti che sia perseguitato da giudici: è vero, ma la simpatia per Berlusconi, oggi, rivela solo la callosita morale deì suoi ìtaliani, gli italiani Mediaset.
Ne consegue che una (oggi inimmaginabile) rinascita dell’Italia, dovrà necessariamente passare per la distruzione, l’incinerazione di Mediaset e del sistema pubblicitario che la mantiene. E ne è mantenuto.
domenica, gennaio 23, 2011
Nel mattino del mondo
Nel mattino del mondo
Bruno Forte
È il silenzio il custode dell'inizio: sta oltre ogni parola ciò di cui si potrebbe parlare solo prescindendo dalle condizioni già poste del dire. Pensare puramente l'inizio equivarrebbe a pensare quanto precede le strutture stesse del pensiero, per affacciarsi a ciò che è "fuori" dello spazio e "prima" del tempo: il vagheggiato «primo mattino del mondo» sfugge alla ricerca del soggetto, che, per quanto si sforzi, non è in grado di uscire da queste categorie dello spazio e del tempo. L'ultimo approdo dell'indagine volta a scrutare l'inizio è dunque il senso del mistero che tutto avvolge, la percezione dell'incompiutezza di ogni sforzo teso dal basso a voler offrire una spiegazione totale. La posta in gioco è alta, perché abbraccia il senso del vivere e del morire umano: perciò essa ci riguarda tutti, come mostrano i possibili esiti della risposta alla domanda sulle origini di tutto ciò che esiste.
Così, la resa al silenzio dell'ultima sponda può assumere la forma della rinuncia nichilista: si può rinunciare alla domanda, che muove la ricerca, sopprimendo la stessa nostalgia che è alla base dell'interrogare; si può accettare come unica evidenza attingibile la dignità di vivere eroicamente il frammento del presente, come se esso fosse capace di ospitare tutta la consistenza o la leggerezza dell'essere. La resa nichilista, però, è solo apparente: assegnare al nulla il ruolo di orizzonte originario e finale significa restare nel trionfo del già posseduto. Il nulla – se esteso ad avvolgere tutte le cose – resta una forma rovesciata del trionfo dell'io: ciò che manca al nichilista è la coscienza dell'altro, l'uscita dalla solitudine del soggetto e dalla rinuncia a comunicare. L'itinerario che muove dalla domanda sull'inizio conduce, però, a un altro possibile approdo: dove è riconosciuto lo spazio silenzioso di ciò che è al di là dello spazio e il tempo senza tempo di ciò che è al di là del tempo, una voce può offrirsi. Non una voce dell'al di qua, semplice prolungamento dei ragionamenti mondani imprigionati negli schemi dell'identità, ma la voce dell'Altro, che sia puramente tale. L'alterità irrompe nel regno della logica prigioniera di sé; la differenza si fa strada nel dominio dell'identità. L'evento di questo puro inizio, che supera le secche delle proiezioni dei desideri e dei fallimenti mondani, perché non diviene nella coscienza dell'uomo, ma viene a lui, indeducibile e improgrammabile, è il miracolo della rivelazione. E la rivelazione parla dell'inizio parlando della creazione .
La creazione "preistoria" dell'alleanza. «La Bibbia parla della creazione in guisa di racconto (Dio ha creato il mondo, gli uomini) e di corrispondente risposta espressa nella lode del Creatore. Ma stranamente nella Bibbia ciò non costituisce una formula di fede...» . Nei racconti delle origini Israele riflette un patrimonio comune all'umanità arcaica, connesso al bisogno originario dell'essere umano di garantire in qualche modo la consistenza del mondo, dando sicurezza alla conturbante fragilità della vita. Ciò che è nuovo e peculiare nel discorso biblico è il legame che esso stabilisce fra il racconto dell'inizio e la storia della salvezza d'Israele. Si potrebbe dire che la testimonianza della Genesi sulla creazione è una «profezia retrospettiva»: partendo dall'esperienza che il popolo eletto ha fatto del Dio della storia, lo sguardo della fede biblica si estende ad abbracciare la realtà delle origini, colta come una sorta di «preistoria dell'alleanza» (Vorgeschichte des Bundes: Karl Barth). Fra le due componenti non c'è semplice sovrapposizione, ma integrazione, senza peraltro escludere una non perfetta fusione (testimoniata ad esempio dalle ripetizioni di Gen 1,6 e 7; 11 e 12; 14s. e 16ss.; 24 e 25; dalla sfasatura fra il numero delle opere e il numero dei giorni; e dal contrasto fra l'atto creatore significato in Gen 1,1 e l'idea di un caos primordiale, preesistente all'azione creatrice-ordinatrice).
Continua qui.
sabato, gennaio 22, 2011
Irish music meets Italian passion
Irish music meets Italian passion
MUSIC WEBSITE: Rossella Bottone and Luisella Mazza’s lo-fi approach to music interviews is winning online fans, but it’s their passion for Irish music that’s the driving force behind onemoretune.ie, writes LAUREN MURPHY
‘ONE MORE TUNE.” It’s not exactly the sort of phrase you could imagine a crowd of post-gig revellers in Naples, Rome or Milan chanting, but two Dublin-based Italians have adopted the mantra for their own purposes. Rossella Bottone and Luisella Mazza didn’t know each other before they moved to Dublin – but their common interest in music and media led them to establish Onemoretune.ie in 2008. The website documents the Irish music scene through a series of interviews, conducted with both native artists and international acts that pass through Dublin on their European tours.
Bottone, 35, initially unearthed a love for Irish music through her work for Italian magazine Jam. “It started with The Frames, Nina Hynes and Gemma Hayes in early 2000,” she says. “I was regularly checking what Road Records would suggest on their website, and my brother, who was – and still is – living in Dublin would buy me those records, which were impossible to find in Italy. As a journalist, I covered many Irish artists long before I moved here. I remember flying to Denmark and Germany to see The Frames play and review their concert, as they wouldn’t come to Italy at that time.”
When Bottone moved to Dublin in 2007 – initially for a six-month course at Dublin Business School, having completed a masters in music management and marketing – she looked up Mazza, whose blog she had followed at home in Italy. Mazza, 28, had never been to Ireland before, but was offered a job at Google’s European HQ after spending time in Barcelona. The pair became fast friends, then colleagues at Google and eventually, gig buddies. It was at a Jeffrey Lewis show in 2008, when a spur-of-the-moment interview with the Moldy Peaches frontman was captured on Mazza’s HandyCam, that the idea for Onemoretune.ie was first bandied about.
“We figured we needed to film a good number of interviews before going online – so we recorded interviews for six or seven months, and only after that we launched the website,” says Bottone. “That period of pre-launch interviews was incredibly positive: we would contact well-known artists such as Vyvienne Long, Jape, Saul Williams, Amiina, Ane Brun, and they trusted us, even if there was no trace of the website yet. That openness was very encouraging.”
In the ensuing two years the duo have conducted more than 70 interviews, with Bottone researching and conducting each grilling, and Mazza recording and editing the footage. Some of the international acts in their archive include Wild Beasts, Joan as Policewoman and Roots Manuva, while the Irish contingent is led by the likes of Glen Hansard, Adrian Crowley and Lisa Hannigan.
Their videos are shot in what a diplomatic music critic might call a “lo-fi” manner, but they receive “tens of thousands” of hits every month. Their musings on our music scene have also had some press coverage from BBC Radio, and their love of Irish acts is documented in a regular column for Italy’s Rumore magazine.
Yet despite their dedication, the site is still very much a labour of love. “We don’t consider it as a source of income, it’s rather a hobby. An expensive hobby sometimes,” Bottone laughs.
“The key features of the website are also its challenges,” she adds. “For instance, our interviews are very spontaneous and often scheduled at very short notice – so we had to learn to minimise logistic efforts. [That means] not carrying heavy lights or microphones, just a very light camera – which causes serious quality limitations at the editing stage. But in general, we tend to prioritise spontaneity and a flexible set of quality guidelines versus over-planning and academic set-up – and it seems to work well.”
The pair’s plans for the near future include a documentary feature detailing the intricacies of their site. They plan to feature many of the artists they’ve chatted to over the past two years, although they’re still working on the “ideal format” to cram their growing archive into.
Bottone also co-runs a booking agency called Littlemaps, which has organised Italian tours for Delorentos and Nina Hynes in recent years, and she plans to book more up-and-coming local acts in venues the length and breadth of the boot-shaped peninsula. But what exactly is it about our scene that inspires such zeal in two non-natives?
“It seems music is just in the Irish blood, and in one way or another, it needs to come out,” she smiles. “Dublin also has the major advantage of being a capital city, where most things, including gigs of all size and genres, happen. It’s also ideally located on the way to and from the UK and the US – two key areas for a lot of musicians. Italy is much more fragmented. Even in times of recession, Dublin is a great place to be if you are a music lover. The concentration of venues in town is exceptional, and there is such a variety on offer, from huge festivals to tiny free gigs. It’s like Irish people really need music. And if you talk to young people, it seems like everyone here is in a band, or more than one. It’s just amazing.
“We just wanted to show people abroad how vivid this scene is. People always talk about London and Berlin as the coolest places for music, but Dublin has nothing less than them. It’s just that nobody knows.”