domenica, aprile 19, 2026

Nostra morte

Nulla di più sereno e drammatico a un tempo.Il compagno morto, coperto da una di quelle coltri crociate che si usano nelle chiese nella Settimana di Passione; il mio letto diviso dal suo da un tramezzo rosso; la finestra aperta al sole di primavera.

Fuori un gorgheggio d’uccelli, una canzone di giovinezza, un motivo d’ocarina, i latrati lamentosi dei cani della clinica torturati da atroci incisioni. E dappertutto la presenza tranquilla di una morte ariosa, fatta di luce, di sorrisi, di gaudio, di perdono. Se fosse stato il mio turno, non mi sarei quasi accorto del trapasso, o sarei stato contento.

Strano vecchio. Il volto somigliava a quello di un frate esumato; i cerchietti d’oro alle orecchie gli conferivano un aspetto quasi di santità. Era rassegnato a morire, perché non aveva mai chiesto nulla alla vita, e poche ore prima l’avevo sentito mormorare le sue preghiere.

Mi aveva narrato la sua sventura con estrema semplicità.

Da Villa Santa Lucia era partito un mattino all’alba per la sede della «Fondiaria», dovendo effettuare il pagamento delle tasse, e il colpo omicida, sparatogli da una siepe, l’aveva steso a mezza strada.

Nel delirio ricostruiva la scena selvaggia, ripetendo le parole di rampogna che gli erano uscite di bocca cadendo, serene e ammonitrici come quelle di Cristo ai suoi nemici:

«Perché mi avete sparato? Che male vi ho fatto? Non avete sbagliato il colpo?».

Sì, forse avevano sbagliato. Come Cristo, egli non aveva peccati.

«Che male vi ho fatto? Siete venuti nella mia casa e v’ho accolti col bicchiere colmo, accanto al fuoco. Avevo una botte alta sette cubiti e l’ho aperta per voi. Ognuno che entrava dalla mia porta ne usciva con un po’ di pane del mio forno, un po’ di farina della mia madia».

C’era qualcosa di solenne, di patriarcale in queste scene che io mi ricostruivo davanti alla vittima dell’odio anonimo: qualcosa di primordiale che mi accostava alla divina e umana realtà del mio sogno — tornare alle cose semplici, tornare alle opere buone, perdonare finalmente a chi ci offende, porgere l’altra guancia a chi ci percuote.

«Non per nulla, vecchio mio, la mia carne doveva soffrire nell’angustia di questo ospedale!».

Sentivo adesso la sua voce parlarmi così da presso che mi pareva giacessimo nello stesso letto, abolito ogni privilegio ed ogni comune miseria, soppresso ogni orgoglio, divinamente poveri e straricchi come il poeta di «Sora Acqua» e di «Frate Sole».

«Perché mi avete teso l’agguato? Ho aperto il solco conducendo fin tre paia di buoi; ho sparso il seme col ventilabro più capace; ho dato l’unico figlio alla guerra che Iddio non volle; ho mietuto dall’alba al tramonto fino a temere di non poter più rialzare la fronte, come fossi piegato in due. Quando stringevo la mano all’amico dovevo porgerle entrambe per sentirne il tepore, tanto la mia destra era callosa».

Ma forse non era soltanto rassegnato. Era stanco del suo caparbio lavoro, stanco per sé e per tutti gli avi, e sapeva che morire è riposarsi per sempre, rinascere nella vita eterna.

«Hanno arrestato un uomo: quegli che — si dice — m’abbia appostato. Io non l’ho visto e non posso accusarlo, e seppure…».

Non era delirio, era amore. E queste parole così traducevo per l’anima mia assetata:

«Non so chi m’abbia colpito, e mi duole, perché vorrei perdonargli. Se colui odia, vuol dire che più d’ogni altro abbisogna di misericordia».

Chi era? Un atomo disperso, un frammento incalcolabile dell’universo, un brandello d’umanità sanguinante, vittima del grande peccato originario — come me, come tanti che non vogliono ricordare che la vita terrena è soltanto un attimo d’eternità e che la morte può ricondurci sulla via maestra, se abbiamo camminato bene.

BENIGNO ASSUNTI


27 ottobre 1946


venerdì, aprile 17, 2026

Lessons from Italy’s catastrophic demographic decline


Last year, Italy, my country, recorded just 355,000 births in a population of about 59 million. That corresponds to a fertility rate of 1.14 children per woman of childbearing age, one of the lowest in Europe and indeed in the world. Around 650,000 Italians are now dying each year. You can see the direction of travel. It is catastrophic.

Italy, unfortunately, has a long history of below-replacement-level birth rates. Economic factors certainly matter, but a recent television programme suggested that the crisis goes deeper. Among the guests, the president of the Federation of Catholic Family Associations in Europe (FAFCE), Vincenzo Bassi, offered a compelling diagnosis: it is also about loneliness, trust, culture and the way society imagines the future.

The programme began with interviews with Italian university students. Some said they would like children, but only after their thirties. Others were unsure they would ever be able to afford a family. One young woman described lifelong commitment as an “encumbrance”; another said having children had become “almost a luxury.” Several spoke of uncertainty, not only about their own prospects, but about the state of the world itself.

Vincenzo Bassi did not deny the economic pressures, but he argued that the central problem is more existential and social. “The real problem is loneliness,” he said. A society may offer tax breaks and incentives, but if men and women feel isolated, unsupported and mistrustful, policies alone will struggle to reverse the decline.

Bassi also insisted that demography must be seen as part of any serious discussion of sustainable development. “Sustainable development is not possible without intergenerational balance,” he said. Children should not be viewed as a burden on public finances, but as part of a society’s human capital and future stability.

His remarks also carried a cultural and communal dimension. Too often, demographic decline is treated as something relevant only to families. Bassi reminds us that it affects everyone. A society without children is not simply poorer in numbers; it is weaker in continuity, solidarity and hope.

He suggested that birth rates might look different if they were measured not just across territories, but within real communities where people feel less alone. Later, reflecting on examples from Trentino-Alto Adige, the region in the North-East of Italy which has the highest fertility rate, Bassi highlighted their family-friendly environments. “Families, when they are in a network, are more stable and more generative”, he claimed.

After Bassi, the programme turned to the medical dimension of delayed parenthood with gynaecologist Maurizio Guida. His intervention was brief but blunt. Social expectations may have changed, he said, but biology has not. “The social change does not coincide with a change in human physiology.” Many young adults now imagine their thirties as the natural time to begin thinking about children. Yet Guida warned that female fertility declines sharply after 35 and falls further after 42 or 43.

Taken together, Bassi and Guida offered a powerful diagnosis. Italy’s birth crisis is not only about the economy. It is about loneliness, weak communities, cultural uncertainty, and a society that often ignores the conditions in which family life can flourish. Unless those deeper realities are faced, the country will continue to drift into demographic decline.

mercoledì, aprile 15, 2026

Il ramo d’ulivo

Siamo tornati alla vita passando sotto festoni di crisantemi lanciati fra un orizzonte e l’altro sopra campi sterminati di croci anonime. Qualcuno, fra noi, stampellando; altri torcendo le labbra a un sorriso diaccio, per smorzare il grido della carne piagata; i più sani marciando col passo dei fratelli ghermiti per aiutarli a salire le strade della montagna.

Nessuno ci ha preceduto — nessuno ci ha seguito — nessuno è venuto a incontrarci.

Abbiamo camminato sempre col cuore accelerato, senza fermarci mai. Abbiamo bevuto dentro le mani fangose l’acqua dei dossi verdastri, ci siamo spalmate le carni di un sole ardente, scoprendo le piaghe perché si scaldassero meglio.

Quelli tra noi che hanno gli occhi bendati e stroncate le braccia, si son fatti strappare dal compagno la benda per sentire il tepore sulle palpebre fredde e illuminarsene l’anima. Marciando coi piedi nella polvere e il capo assolato, la schiena premuta dal fagottino della biancheria e il fianco dal tascapane imbottito, ci siamo narrate le gesta:

«Eravamo rimasti io e lui nella caverna arroventata: il croato ferito dai nostri “lanciafiamme”, io dai suoi compagni d’agguato; lui colpito alla spalla da una pugnalata, io al fianco dalla mitragliatrice dell’imboccatura. Bruciavo dalla sete e facevo sforzi che mi spellavano la ferita per districare la cinghia della borraccia rimasta sotto il fianco sano. Il croato, che doveva crepar di sete anche lui, mi si avvicinò e mi fece intendere che mi avrebbe aiutato. Non soffriva. Certo aveva finto di morire perché lo risparmiassero. Districò il groviglio con disinvoltura, mi tolse la cinghia dal collo e, sordo alle mie urla d’assetato, “toccò il fondo” con avidità, fulminandomi con gli occhi iniettati d’odio e ridendo della mia impotenza. Poi si levò per andarsene e con forza mi scagliò addosso la borraccia. Sentii un gran male alle tempie e non vidi più...

Mi riebbi all’ospedale col fianco e la testa fasciati e gli occhi gonfi di terrore...

Pure, nelle azioni precedenti, quando si facevano prigionieri, avevo ricercato nelle loro file quelli che gli ufficiali miei chiamavano “jugoslavi” e con amore avevo spartito il mio sigaro e il mio pane. Gli ufficiali mi avevano insegnato ad amarli come popoli schiavi che volevano conquistarsi la libertà col nostro aiuto!».

Ognuno raccontò le sue vicende di guerra, marciando: anche quelli senz’occhi, premendo il gomito scarnito sul fianco del commilitone.

Le strade si allargavano adesso verso orizzonti più vasti. Qualcuno confuse il cielo di quel limite col mare del suo paese. Qualcuno scambiò un campanile con la guglia della sua «Piazza Maggiore» e si fermò ad ascoltare il canto delle monache lavandaie sotto un convento al limite della provincia alpina.

Quelli che ci incontravano si voltavano appena a guardare: carovanieri alpini o fluviali con gli occhi invasi da verdeggianti deserti e da campi di cielo stellato.

Uno dei nostri — il più sano — si fermò oltre un monte sventrato puntando il cielo:

«Questo è l’azzurro d’Italia». Non disse altro.

Era vero.

Lo avremmo riconosciuto fra una gamma di celeste, fra tutti i toni dell’azzurro. Era quello. Nessun altro gli somigliava.

L’avevamo tante volte toccato con la fronte salendo le cime più alte e i roccioni più vertiginosi. L’avevamo respirato tante volte aggrappandoci agli orli tremendi con mani d’artiglio. L’avevamo bevuto a sorsi sui picchi sverginati e mai c’era sembrato così pulito, così vergine come adesso che ci si spalancava sulla pianura infinita, fitta di case cittadine e villerecce.

Era quello l’azzurro “abitato”, l’azzurro che s’empiva di stelle così da inebriare gli specchi di tutti i paesi, ma solo per il paese d’Italia serbava intatta la veste del mattino intessuta da un reggimento d’arcangeli: l’azzurro che pareva ordito coi manti delle madonne più bionde, l’azzurro della patria era quello. Come non ce ne eravamo accorti prima?

Contro quel cristallo purissimo di cupola favolosa la terra sembrava riflettere il suo volto benefico, la sua anima turgida d’amore.

- Ecco, qui verranno a incontrarci!

I campanili rovesciavano le campane sulle piazze e sulle vie. Le finestre si guarnivano di verde, i tetti si coprivano d’oro, gli alberi offrivano bomboniere succulente, il vento svolgeva un disco di canzone frondosa. Uno scoppio di trombe riempiva le strade di fragore. Sui davanzali tornavano a sbattere i tricolori. Sulle terrazze tornavano a sventolare i fazzoletti dell’addio:

È l’ora delle mandolinate

a ritmo di bandiere

Tutti i treni del mondo a sportelli spalancati.

Tutti gli oceani solcati da strade maestre.

E i davanzali sanno di mammelle

e le soglie di piedi nudi

e i letti di bucato.

Tutte le case odorano d’aprile.

***

Sì, quelli dei borghi e dei casolari, i figli umili e grandi della vanga e della terra incinta, del bosco e dell’aia, dell’orto e del vigneto, si sono variati di cuore, al ritorno, baciando le guance carnose della donna amata e il tricolore appeso alla finestra paesana.

Forse per quell’attimo d’apoteosi il loro cuore d’artiere potrà dimenticare. Forse, entrando nelle case, loro stessi avranno appeso sotto la volta il ramo d’ulivo benedetto dal dio sterminatore. E verranno a patti, anche, perché nessuno strappi alla volta il simbolo divino.

A noi nessuno è venuto incontro.

Abbiamo passato la porta della città addormentata guardandoci le mani piccole e crudeli «vogliose di balocchi mortali» e più d’uno ha rimpianto la bomboniera thévenot e il pugnale affilato.

Entrando a casa abbiamo spezzato il ramo che mani fraterne avevano appeso alla cornice del letto.

Ci hanno guardato tremando.

Staccata la pistola dalla cintura, gli occhi hanno brillato di gioia guerriera. Dentro la canna c’erano ancora riflessi d’assalto e brividi di carne colpita in pieno.

«Glorioso sfiancato contadino, bruciato dall’arsura nella caverna alpigiana, tu dimentica, figlio del solco. Noi odieremo per te religiosamente il predone che t’assetò, l’odieremo fino alla danza del viatico per la salvezza del nostro cielo ordito coi manti delle madonne più bionde: fino a quando ognuno avrà la sua casa sotto il suo azzurro, lambita dal suo fedelissimo mare».

La nostra passione non ha potuto ardere nel cuore della folla, non ha potuto offrirsi sul tripode umano come il grano d’incenso o la foglia dell’oliveto.

L’aroma della resina e dell’olivo è ancora in noi sigillato nella fiala d’acciaio che ci siamo costruita lassù. E non ce la lasceremo frodare.

Partimmo col grido dell’odio sgorgato dalla gola della folla plaudente e torniamo con quel grido a stento rappreso fra le labbra insanguinate: un grido che somiglia stranamente a quello delle veneziane stuprate.

Nulla è cambiato di là del mare conteso. C’è chi s’è calata la maschera perché non riconoscessimo lo stupratore? Fa nulla. Lo abbiamo riconosciuto.

C’è da strappare quella maschera obliqua, c’è da lavar meglio una piaga marcata.

La mascherata dei domino gialli e dei domino neri s’indugia negli angiporti in attesa della «Danza del viatico» e insozza le nostre fontane e ci avvelena l’aria.

 

Auro d’Alba

(Il Popolo d’Italia, 12 febbraio 1919)

 

Il ramo d’ulivo esce il 12 febbraio 1919, in un momento di eccezionale tensione del primo dopoguerra italiano. Il conflitto si è concluso da pochi mesi ma il ritorno dei combattenti non coincide affatto con una pacificazione morale e civile. Al contrario, molti reduci avvertono uno scarto doloroso fra il sacrificio vissuto al fronte e la tiepida, talora distratta, accoglienza della società civile.

Il brano riflette inoltre il particolare profilo del suo autore. Auro d’Alba, già vicino al Futurismo prima del conflitto, combatté nella Grande Guerra come bersagliere, ottenendo una medaglia d’argento e una croce di guerra. L’esperienza del fronte segnò in modo profondo la sua scrittura. Il ramo d’ulivo appare così come un testo di soglia: da una parte conserva il pathos memoriale del combattente, dall’altra trasforma già l’esperienza della guerra in un dispositivo polemico e ideologico, in cui il reduce è presentato come depositario di una verità che la società del dopoguerra non sa o non vuole riconoscere.

Particolarmente significativo, in questo senso, è il gesto simbolico che dà titolo al pezzo: il ramo d’ulivo, tradizionale emblema di pace e riconciliazione, viene spezzato all’ingresso nella casa. Il rientro non scioglie l’esperienza della guerra ma la prolunga interiormente e politicamente. Per questo il testo non va letto soltanto come pagina di prosa lirica o come semplice memoriale: esso partecipa già di quel clima di nazionalismo e di sacralizzazione del conflitto che avrebbe alimentato nuovi linguaggi della mobilitazione politica. Il passaggio dalla sofferenza del reduce a una vera e propria “religione dell’odio” costituisce, da questo punto di vista, il nucleo storico più rivelatore del brano.

All’inizio domina il tema del ritorno dei reduci. Non c’è il trionfo ma una processione sofferente: uomini che avanzano fra croci anonime, stampelle, piaghe, fasciature. Il ritorno alla vita non è una rinascita serena ma un’uscita dal regno dei morti. L’immagine dei “festoni di crisantemi” lo dice subito: il passaggio dei soldati è quasi un attraversamento di cimiteri.

Immediatamente dopo emerge un secondo motivo decisivo: la solitudine del reduce. “Nessuno ci ha preceduto… nessuno è venuto a incontrarci.” Questa insistenza su “nessuno” è cruciale. Il reduce si sente abbandonato. Ha combattuto per la patria ma la patria concreta non lo accoglie. Da qui nasce una frattura: il ritorno non coincide con la pace, bensì con un senso di estraneità. Il soldato non rientra davvero nella vita comune: ne resta separato.

La sezione centrale del brano insiste sulla fisicità della guerra. Non è una guerra astratta o eroica in senso classico. È sete, ferita, sole sulle piaghe, fatica del camminare, corpi strappati. Anche il racconto del “croato” è significativo: non è solo un episodio di crudeltà individuale ma un piccolo dramma esemplare in cui il nemico appare come traditore, disumano, capace di negare perfino l’acqua a un ferito. Il particolare dei “jugoslavi”, che l’io narrante aveva imparato ad amare come popoli oppressi, rende il tradimento ancora più forte: il soldato dice di aver creduto a una fraternità possibile ma l’esperienza della guerra l’ha spezzata. Il risultato è una disillusione feroce.

Qui il brano compie un passaggio decisivo: dall’esperienza personale si scivola verso la generalizzazione ideologica. Il nemico non è più solo l’uomo della caverna; diventa un’intera presenza ostile, subdola, persistente. È il meccanismo tipico di molta letteratura nazionalista del dopoguerra: il trauma individuale viene trasformato in giustificazione morale dell’astio collettivo.

Molto bella, sul piano strettamente letterario, è la pagina sull’“azzurro d’Italia”. Uno dei soldati riconosce il cielo della patria e da quel momento il brano si innalza quasi in una sorta di estasi lirica. Il cielo italiano viene presentato come unico, inconfondibile, quasi sacro. Non è più solo un dato naturale: diventa un’epifania nazionale. L’azzurro è “abitato”, intessuto di angeli, vicino ai manti delle Madonne. Qui patria, religione e paesaggio si fondono. È una sacralizzazione della nazione: l’Italia non è semplicemente il paese di origine ma un’entità benedetta, distinta, quasi celeste.

Questo punto è centrale, perché spiega anche la violenza successiva. Se la patria è sacralizzata, allora il nemico non è solo un avversario politico o militare: diventa un profanatore. Per questo nel finale ricorrono immagini di contaminazione: fontane insozzate, aria avvelenata, maschere che si aggirano nei vicoli. Il lessico non è quello della semplice ostilità; è quello dell’impurità, dell’infezione, della minaccia nascosta.

C’è poi un passaggio molto interessante sul fantasma dell’accoglienza. I soldati immaginano campane, tricolori, terrazze, fazzoletti, case che odorano d’aprile. È quasi una visione di festa patriottica e popolare. Ma è una fantasia. Subito dopo arriva la smentita: “A noi nessuno è venuto incontro.” Questo contrasto è potentissimo. Prima l’aspettativa di apoteosi, poi il vuoto. Qui il brano tocca un nervo profondo del primo dopoguerra italiano: il sentimento che il sacrificio dei combattenti non sia stato veramente riconosciuto. In forma letteraria, è molto vicino al clima culturale della “vittoria mutilata” e del reducismo che alimentò vari nazionalismi del dopoguerra.

Da quel momento il testo si incupisce ancora di più. Il reduce non ritrova la pace domestica: entrando in casa, spezza il ramo d’ulivo. È un gesto simbolico fortissimo. L’ulivo è pace, riconciliazione, benedizione. Spezzarlo significa rifiutare la pacificazione. Il ritorno non guarisce il soldato; anzi, lo conferma nel proprio stato di guerra interiore. È come se dicesse: non posso accettare che la vita civile cancelli ciò che ho visto e sofferto.

Il passo successivo è il più inquietante. Il testo formula apertamente una sorta di religione dell’odio: “Noi odieremo per te religiosamente il predone...”. Qui l’odio non è più una passione spontanea ma un compito quasi sacro. La guerra genera un’etica rovesciata: non il perdono ma la fedeltà alla ferita; non la riconciliazione ma la custodia del rancore come missione. È questo, forse, il punto moralmente e politicamente più rivelatore dell’intero brano. Il dolore autentico del reduce viene piegato verso una nuova legittimazione dell’azione.

Anche l’ultima parte va letta in questa luce. I “domino gialli e neri” richiamano molto probabilmente i colori asburgici e quindi la presenza del vecchio nemico austro-ungarico, evocato come figura mascherata, clandestina, inquinante. In termini di significato, il nemico non sarebbe mai davvero sparito: si aggirerebbe ancora nei vicoli, pronto a riprendere la sua opera, sporcando le fontane e avvelenando l’aria, cioè corrompendo la vita nazionale dall’interno.

In questa tensione irrisolta fra ritorno e mancata riconciliazione, Il ramo d’ulivo si impone come una testimonianza esemplare del periodo appena succesivo alla Grande Guerra ed non illumina soltanto il percorso individuale di Auro d’Alba ma aiuta anche a comprendere una più ampia traiettoria storica: quella di un momento storico in cui il trauma del conflitto, il risentimento dei reduci e la sacralizzazione della patria prepararono il terreno ai linguaggi, ai miti e alle passioni politiche che avrebbero accompagnato l’avvento del fascismo.

domenica, aprile 12, 2026

L'appuntamento della carità

Caro Benigno,

credo che additare all’uomo esempi di vita vissuta e consumata cristianamente, in modo eroico, valga molto più di ragionamenti teologici e filosofici. Per questo, con il solo ideale di poter fare un poco di bene a qualcuno, narro per le tue colonne la vita e la morte di mio padre, tanto intimo della tua grande famiglia di lettori.

Si spegneva a 64 anni, la sera del 3 gennaio 1949, Speme Salvatore, ex guardia municipale e custode di un villino di nobile famiglia. Soffriva da anni pene grandi, addirittura ineffabili negli ultimi mesi: un cumulo di malattie, l’una più spaventosa dell’altra, ne ha consumato l’esistenza: scompenso cardio-renale progressivo, catarro bronchiale cronico, prostata con conseguente impedimento urinario, per cui era costretto a tenere il catetere in permanenza, e altri mali minori quasi a contorno. Fu due volte, per dodici mesi complessivi, in ospedale per operazione di epicistite, senza alcun risultato; ultimamente fu operato di ascesso per iniezione mal fatta. Un attacco finale di uremia, per disfunzionamento totale dei reni, lo ha condotto alla tomba.

In mezzo a così gravi mali, costretto continuamente a letto, non ha mai cacciato un lamento, non si è mai infastidito; ha conservato sempre una calma eroica, sciogliendo inni di fede e di grazie alla volontà di Dio e alla divina Provvidenza, tanto più ardenti quanto più incrudelivano i mali. Questa eroicità nel saper soffrire, soprattutto per non infastidire chi lo curava — la moglie e l’unico figlio —, e la sua stessa morte, che fu più un dormire che un morire, hanno meravigliato tutti: i medici curanti, gli infermieri, lo stesso sacerdote Don Giovanni Bandino, cappellano di ospedale.

Fino a pochi giorni prima di morire soffriva cantando; era la sua passione il canto della migliore lirica italiana e il canto sacro. Ma la più vera e alta passione era vivere integralmente il cristianesimo. Finché ha potuto, ogni mattina si è trascinato all’alba alla vicina cappella dell’Istituto Maria Ausiliatrice per servire la Santa Messa e comunicarsi. Comunicarsi e recitare il Rosario era il suo conforto, anche costretto a letto e fino nell’estrema agonia.

La notizia della morte meravigliò tutti. Nessuno poteva immaginare che morisse un uomo che non diceva mai di soffrire, che non accusava dolori, che scherzava e cantava. Ma appena si sparse la notizia fu un esercito di accattoni e di poverelli a venirlo a visitare. Erano i suoi veri amici.

Eppure egli era povero: pativa spesso la fame e non pochi benefattori hanno dovuto pensare alle esequie. Era povero, eppure beneficiava numerose istituzioni caritative: a venticinque di queste si è dovuta comunicare la sua morte. Era povero, eppure alla sua porta hanno ogni giorno bussato i poveri e sempre hanno ricevuto qualcosa. Quando non aveva letteralmente nulla, si mortificava e chiedeva scusa agli accattoni.

Quando il villino fu occupato dalle truppe americane, egli fu minacciato di licenziamento dal posto di custode perché entrava troppa gente “sospetta”. Erano i suoi poveri, che non lo hanno mai lasciato e che, con il loro pianto, gli hanno fatto la più bella corona.

Gli stessi proprietari del villino — eredi di una nobiltà boriosa e altera — lo maltrattarono quando, infermo, non poteva più esercitare la custodia, lo licenziarono e non lo retribuirono negli ultimi mesi; ma si inginocchiarono attorno alla sua salma e pregarono.

Grande dolore gli fu il non poter vedere l’unico suo figlio, Andrea, sacerdote. Ma anche questo sacrificio lo offrì con gioia al Signore. Ed ora quel figlio, a sedici mesi dal sacerdozio, ha giurato sul suo sepolcro che vorrà essere l’apostolo della sofferenza e della povertà.

Accolito Speme          
Seminario Arcivescovile di Napoli

 

Questo è un appuntamento per tutti.          
Sono stato in forse se segnalare questa morte bella, che ha il volto di Cristo, nell’atmosfera della Pasqua santa, o dare la precedenza ai tanti casi pietosi che attendono. Ma la carità è come una grande sinfonia, sinfonia d’amore, il più alto amore che mente umana possa concepire e cuore cristiano sentire. E le grandi sinfonie hanno bisogno di un intermezzo: un poco di tregua, di respiro, per alimentarsi e… spiccare altri voli: vero, amici lettori?

Eccoti dunque accontentato, fratello Andrea Speme. Questa vita e questa morte serviranno d’esempio; e se sono servite intanto a farti giurare che sarai l’apostolo della carità, benedette le sofferenze che accompagnarono il transito di tuo padre! Un altro “pazzo di Cristo” si è schierato alla destra di Dio.

BENIGNO

 

1 maggio 1949

giovedì, aprile 09, 2026

Parents are not asking for denominational schools to disappear


A clear majority of parents who responded to the Government’s school survey do not want their children’s schools to move away from a denominational ethos.

Only 40 pc said they would like to see their school become multi-denominational. That means 60pc did not. No county recorded a majority in favour of change. Even Wicklow, which had the highest support for change, was still below 50pc. These are only county-level figures for now; the individual school results, which will matter much more in practice, will be presented in May.

Participation in the survey was significant, but still limited. The Department of Education said the validated household response rate was 41.3pc. This was not a general poll of the public. It asked parents in denominational schools whether they wanted a change of ethos. 

As in many consultations, those who want change are often more motivated to reply. If so, the 40pc figure may even overstate support for divestment. The parents who did not respond could easily change the picture, and it is perfectly reasonable to think most of them are content with the current model.

According to the Department of Education’s own figures, currently 88.3pc of primary schools are Catholic, 5.5pc are multi-denominational, and the rest are under other religious patrons, mainly Church of Ireland. (Multi-denominational would include Educate Together schools, which prefer to call themselves "equality-based schools").

Nothing in this survey suggests parents are clamouring for a wholesale remaking of that system.

Yet much of the media coverage created a different impression. The Irish Times reported a “large number of parents” seeking a shift to multi-denominational ethos, while RTÉ led with “40% of parents want multi-denominational schools”. 

Those headlines are not false, but they do give a misleading sense of momentum. The more important figure is that a clear majority did not support change.

The Department itself also framed the issue in a way that was far from neutral. In its FAQ on patronage transfer, it stated: “To support Irish society changes, it is important to consider the option of making schools with a multi-denominational ethos more widely available, where the school community supports this. … There is demand for schools that don’t have a denominational/religious ethos at their core.”

That language plainly presents one direction of change as the natural and desirable one. It is not hard to see how this could influence responses.

There is, however, one area where parents do appear strongly open to change: mixed-sex education. The survey found high support for moving single-sex schools to co-education status, even in places where parents want to keep the school’s ethos. That is an important distinction. Parents seem open to practical modernisation, but not to a radical break with the school’s identity.

The real lesson of this survey is straightforward. Parents are not asking for denominational schools to disappear. Support for them remains stronger than many policymakers and commentators seem willing to admit.

domenica, aprile 05, 2026

L'appuntamento della carità

 N.B. — 2) Giuseppe D’Addario mi prega di pubblicare:

Cari e buoni fratelli benefattori,

dal mio letto di dolore invio a voi tutti il mio ricordo ed i miei auguri per la Resurrezione.

Che il Signore, nel giorno della Sua gloria, con la Sua infinita misericordia, faccia scendere abbondanti su voi e su tutti i vostri cari i doni della Santa Pasqua.

Il vostro fratello in Cristo,      
GIUSEPPE D’ADDARIO

Via Sennino, 132a – Bari

 

17 aprile 1949


Caro Benigno,

ho sentito il Suo richiamo sull’«Osservatore Romano della Domenica» e, dopo aver aderito a quanto in precedenza segnalato, vengo ora io a segnalarLe il caso pietoso di due fratelli: Mentana e Vallante Pancacci, di Riparbella (Pisa), ciechi entrambi fin dal primo anno di nascita.

Rimasti soli, poiché i genitori sono già morti e una sorella se n’è andata in America, donde non è più tornata, questi due ciechi furono da bambini ricoverati e in seguito rimandati al loro paese natale.

Da quel tempo vivono di carità e delle modeste retribuzioni che i figli di poveri operai corrispondono per le ripetizioni che impartisce loro la cieca Mentana (diplomata maestra elementare).

Il fratello Vallante, invece, che fu sempre malaticcio, non ha mai potuto imparare nulla che potesse confortare la sua notte perenne.

La signorina Mentana Pancacci ha 29 anni; il fratello Vallante ne ha 35. Nulla posseggono.

Raccomando tanto, caro Benigno, questo caso disperato ai buoni che La leggono. La cieca godrebbe un mondo se avesse la possibilità di acquistare una radio, per studiare ancora e poter, attraverso questo nuovo mezzo, alleviare le loro pene.

Accetterebbe molto volentieri di insegnare in qualche Istituto, sia di ciechi che di vedenti, anche come istitutrice in un doposcuola.

La sua parola e la sua speranza nella divina Provvidenza danno tanto coraggio anche a noi, che ci sembra impossibile sia priva della vista. Ma poterle leggere nel cuore!

Non ho parole per descrivere lo squallore della loro mensa e di tutta la casa; Lei certamente mi supplirà in ciò e La ringrazio, anche a nome dei due ciechi.

Obbl.mo
Edoardo SARADINI

Hai detto così bene, caro Saradini, che non vedo proprio come potrei supplirti.

Io sono convinto che, se ognuno di noi rinunciasse una volta al giorno a un boccone del suo pane, la miseria nera scomparirebbe. Ma sì, vai un po’ a proporlo al ricco epulone! Ti ride in faccia.

Non ridono però i miei amici lettori, in nome dei quali ti assicuro che i due fratelli Mentana e Vallante, ciechi su questa terra perché destinati a un’eternità di luce, avranno la loro piccola radio.

E chissà che la signorina Mentana non avrà anche il suo posticino d’insegnante?

Non sono ricchi i miei amici lettori, e perciò hanno un cuore grande così...

Quanto al ricco epulone, che ebbe il cuore di sasso, beh, non vorrei trovarmi al suo posto, anche se dovessi restare quaggiù a godermela mille anni.

BENIGNO

N.B. — Debbo avvertire che, senza l’esplicita garanzia dei parroci, non posso prendere in esame nessun caso, anche il più disperato.

La segnalazione del Saradini è accompagnata dalla conferma del sacerdote Don Giuseppe Del Bravo, pievano di Riparbella (Pisa).


24 aprile 1949

venerdì, aprile 03, 2026

domenica, marzo 29, 2026

L'appuntamento della carità

NAPOLI, 16-1-’49

Caro Benigno,

scusami del tu cristiano e della carta… non epistolare.

Vivacemente, cristianamente ti prego di interessarti al caso pietosissimo di un ragioniere, epurato per motivi politici, oggi misero e derelitto. Ripudiato dalla vita civile dopo gli avvenimenti dell’aprile 1945, attende ogni giorno il pane per sé, sua moglie e i bambini. Religioso, pieno di fede, accetta in pudico silenzio la sua miseria.

Nulla più in suppellettili in casa. Nulla, alla lettera. Una pia suora, piangendo, mi ha raccontato il fatto. Io non posso proprio nulla; tanto è vero che ho scritto al Santo Padre per un impiego per me. Tuttavia cercherò di fare quel che posso, memore di ciò che sulla carità dice Sant’Agostino, come tu hai stampato sull’«Osservatore» domenicale.

Ha bisogno di tutto: medicine, viveri, denaro, biancheria. Prima di ridursi così ha venduto tutto per non disturbare nessuno.

«Dice San Carlo Borromeo che la migliore carità è quella di far lavorare».

Fa’ qualcosa di duraturo, continuativo per lui. Segnalalo alla Pontificia Commissione di Assistenza. «Inizia una sottoscrizione». Insomma, quel poverino attende qualcosa che lo sfami e gli dia un po’ di pace.

L’indirizzo è:

Rag. Giuseppe Romano         
Vico Baglivo Uries, 42 – Napoli.

Tanti ringraziamenti e saluti in Corde Jesu dal tuo fedele «osservatorista»

PIETRO IMPERIO       
Via Canale a Montecalvario, 42 – Napoli.

 

Questa supplica è regolarmente corredata dal certificato del parroco Antonio Stella (Parrocchia S. Giorgio dei Genovesi) e mi ha fatto ricordare il «qui si parrà la tua nobilitate» di dantesca memoria, che giro senz’altro agli amici lettori.

Ho già detto che la carità cristiana non ha mai chiesto al fratello la tessera o la razza. Dovrei anzi esprimere più ampiamente un mio modesto avviso in merito a «quegli» avvenimenti.

Oggi è estremamente pericoloso indagare sul colore e sui distintivi portati all’occhiello. Quel che conta è la buona fede. Comunque, da tempo m’interessa sapere se si tratta di galantuomini o di ribaldi.

Che ne dite, amici?

Giuseppe Romano è un galantuomo e perciò merita il vostro aiuto. Se poi la P. C. A. vuole intervenire, meglio ancora.

Amici di Napoli, nessuno di voi può offrire direttamente o indirettamente lavoro al povero diseredato? Coraggio! Sarebbe una gran gioia per me sapere un giorno che il fratello Romano ha trovato da sistemarsi.

Mi darete questa consolazione?

Io di duraturo non so offrire che le mie preghiere. La lettera, come vedete, è di vecchia data, e il caso è urgente.

BENIGNO

N.B. — Segnalo inoltre a chi ha la possibilità di sistemarlo Lucidi Giacomo, attualmente sfollato presso la Scuola Armando Diaz (Via Acireale, 14 – Lequile, Lecce) dopo una dolorosa odissea.

Si tratta di un aggiustatore meccanico di precisione, già in servizio nella Direzione di Artiglieria di Tripoli.

3 aprile 1949

sabato, marzo 28, 2026

Scottish parliament votes against ‘assisting dying’


On 17th March, a Bill to legalise assisted dying in Scotland was rejected at its final parliamentary stage by 69 votes to 57, with one abstention and two members not voting.

Twelve MSPs changed their position since the first vote in May last year, many of them influenced by evidence from palliative care specialists, who argued that good end-of-life care reduces the demand for assisted dying.

In its final form, the Bill limited assisted dying to mentally competent adults resident in Scotland with a terminal illness, who made a voluntary and informed request free from coercion, verified by at least two doctors. The person would have had to administer the life-ending medication themselves; direct euthanasia, involving a doctor administering the substance, was not permitted.

Over time, the debate shifted from the abstract question—“should this be considered?”—to a more practical one: “is this workable and safe enough to enact?” Some MSPs who supported the principle were ultimately not convinced that the proposed safeguards were sufficiently robust or effective.

A recurring concern was not only the risk of explicit coercion, but the more subtle possibility that individuals might feel pressure because they are ill, dependent, costly to care for, or perceive themselves as a burden. The committee’s Stage 1 report had already highlighted safeguards as an area requiring strengthening, and warned that eligibility criteria might, over time, be challenged and widened.

Concerns were also raised about the protection and role clarity of healthcare professionals. The British Geriatrics Society, for example, wrote to MSPs ahead of the final vote, stating that the Bill did not contain adequate safeguards to protect older people and failed to sufficiently protect healthcare professionals who do not wish to participate.

Those MSPs who changed their position came from across the political spectrum (five Conservatives, four SNP, and three Labour), underlining that this was not a party-political issue.

The Scottish National Party did not impose a party whip, treating the vote as a matter of conscience. In the final division, SNP MSPs voted 37 in favour and 22 against, while the Health Secretary, Neil Gray, abstained.

The SNP leader and First Minister, John Swinney, voted against the Bill. He stated: “I am concerned that it will fundamentally change the relationship between patients and doctors in a detrimental way. I am concerned that vulnerable individuals in our society, who may feel that they are a burden to their loved ones or to society, may opt to end their life prematurely. And lastly, I am concerned that the legislation will not protect us from the scope of this legislation being extended, and I think that would be regrettable.”

His predecessor, Humza Yousaf, had also opposed assisted dying during his time as First Minister. Likewise, former First Minister Nicola Sturgeon expressed similar concerns, warning that what is presented as a “right to die” could, for some, become “a duty to die”.

Likewise, former First Minister Nicola Sturgeon expressed similar concerns. “The issue that most concerns me is a situation where somebody, even if it is a small number of people, feels an internal pressure to exercise a right to die. It becomes not a right to die, but a duty to die”, she said to Sky News.

This outcome in Scotland comes at a time when similar proposals in England and Wales have also struggled to secure parliamentary approval, encountering significant resistance, particularly in the British House of Lords. In a society as secular and multicultural as the United Kingdom, such decisions suggest that concerns about safeguarding the vulnerable and preserving the integrity of medical care continue to carry weight across political and cultural divides. There is reason to hope that Irish policymakers, too, will approach the issue with similar prudence, resisting pressure from lobby groups and upholding a commitment to the protection of human life and dignity.

domenica, marzo 22, 2026

L'appuntamento della carità

Da Vittoria (Sicilia), 18 dic. 1948

A Benigno dell’Osservatore Romano della Domenica.

Ora ho addensato le mie energie, lasciatemi libere dall’estenuante lavoro scolastico, in una popolazione studentesca tralignata, per far prosperare l’Istituto di cui v’è il titolo in questi fogli.

(Si tratta dell’«Istituto Cuore Immacolato di Maria per l’assistenza ai fanciulli della strada», Vittoria – Sicilia – Via Garibaldi, 273).

Una singolare giovane Suora, d’alta cultura e prodigiosa missionaria — Suor Maria Liliana Toselli, milanese, Madre Generale e fondatrice di una Congregazione d’Azione Cattolica — nel suo mirabile slancio di carità vuole dotare Vittoria di un Istituto atto ad elevare, con puri e generosi concetti cristiani e sociali, i fanciulli del popolo — tristemente travolto dall’indigenza e dalla semplicità — ed anche i fanciulli della classe media che abbiano più penosamente risentito quel collasso morale del dopoguerra, delle carenze fisiologiche determinate da privazioni e da povertà, e soprattutto dal turbamento spirituale e politico che sconvolge l’anima nazionale.

Attorno a questa mirabile Suora ci siamo serrati in gruppo volonteroso formando un Comitato organizzatore per appoggiare fervidamente la sua iniziativa.

Disponiamo già di un piccolo edificio antico, che dovrà divenire il nucleo dell’Istituto di assistenza pratica e spirituale.

Ci adoperiamo con ogni slancio fraterno, pietoso ed ansioso di bene per procacciare appoggi, aiuti, concorsi e solidarietà generosa e fidente.

A questo fine, a nome del Comitato, Le faccio istanza onde voglia concedere il Suo prezioso appoggio per dischiuderci e propiziarci concorsi e contributi tangibili di Enti, Ministeri, Opere caritative nazionali e straniere — specie di contributi parrocchiali di cattolici esteri — affinché il nostro compito arduo e massiccio possa ricevere un impulso rasserenante, largo, fraternamente gioioso.

Le nostre referenze si possono assumere presso S. E. l’Arcivescovo di Siracusa ed anche presso il Vicario Foraneo, Arciprete di Vittoria, R.mo Raffaele Cassibba.

La coadiutrice segretaria      
NERINA VICH

 

Oltre che rivolgermi al cuore degli amici lettori, richiamo l’attenzione particolare di quegli Enti nominati dall’ottima coadiutrice, che hanno il dovere di aiutare il nascente Istituto di Suor Maria Liliana Toselli, cui vanno indirizzate le offerte.

Bonificare l’infanzia — d’anima e di corpo — equivale a rinnovare l’umanità.

Il sogno è grandioso. Io non dubito che l’appello trovi buon terreno di semina e di fioritura.

BENIGNO

 

30 marzo 1949

domenica, marzo 15, 2026

L'appuntamento della carità

Caro Benigno,

ieri mi ha scritto da Pachino un mio conoscente: un giovane operaio che verso la fine del ’46 ha avuto un infortunio sul lavoro cadendo dal ponte di una casa in costruzione; ne uscì con una gamba malconcia.

In un primo tempo fu ricoverato all’ospedale civile di Siracusa. Dopo quattro mesi ne è uscito senza alcun miglioramento. In passato ha fatto anche delle cure, ma ora mi informa che le sue condizioni non migliorano; anzi, da cinque mesi è a letto perché non ha potuto fare la cura necessaria per mancanza di mezzi.

L’I.N.A.I.L. avrebbe potuto provvedere a tutto, ma non era assicurato e qualsiasi domanda di assistenza gli viene respinta. Così, nonché curarsi, non può sfamarsi neppure.

Intanto ha bisogno di streptomicina, calcio, vitamine e altro; deve invece assistere — impotente — a un lento processo di decalcificazione e di progressivo indebolimento, tanto da ridursi nel fondo di un letto.

È sposato con due figli in tenera età e con una sorella a carico. Si chiama GENOVESI CORRADO, abitante in Pachino (Siracusa), in via dei Medici, 16.

N.B. — Io che scrivo mi trovo in Seminario a Siracusa, alunno del terzo corso di teologia: mi è quindi impossibile, almeno per il momento, inviarLe la testimonianza del parroco che si trova a Pachino. Se vuole avere la bontà di crederci ugualmente e farne un «Appuntamento», gliene sarò grato, e molto più il beneficato, che potrà essere sollevato un poco dal suo dolore e dalla sua miseria.

Nel libro Sacerdoti e laici nel secolo XX del dott. Bruers ho letto questa frase, a proposito della carità:
«Iddio ha posto fra Sé e noi i poveri, per fare di noi dei beneficati».

Non so se la citazione sia esatta; ad ogni modo è sempre vero che chi dà riceve sempre, se non altro la gioia di avere aiutato un fratello (che non è un beneficio da poco). Lo dica ai lettori dei Suoi «Appuntamenti».

Accolito Giovanni Accetta

 

Caro Accetta,

come vedi io lo dico; ma tu mettimi in grado di raccomandare, con l’appoggio dei parroci, i casi davvero pietosi come questo dell’operaio Genovesi, che i buoni si faranno in quattro per sollevare dal suo letto di dolore.

Perché i nostri lettori, fedeli alla dottrina del Maestro, non chiederanno mai ai lavoratori che si valgono di queste colonne la tessera o la razza, ma un fiore meraviglioso che odora di paradiso, un fiore da cogliere nei giardini della carità e offrire al Dio Crocifisso.

Bruers se ne intende.

Stai certo dunque che Corrado Genovesi riceverà, attraverso i fratelli ignoti e lontani, la visita di Gesù. Io conosco il cuore dei miei lettori.


BENIGNO

13 marzo 1949

sabato, marzo 14, 2026

Buon compleanno ad Auro d'Alba, qui ritratto da Ivo Pannaggi su L'Almanacco Enciclopedico del Popolo d'Italia, 1928.



 

domenica, marzo 08, 2026

L'appuntamento della carità

È arrivato all’amministrazione del giornale, a mezzo c.c.p., un versamento di L. 5256, accompagnato dalla seguente causale: «Abbiamo letto sull’“Osservatore Romano della Domenica” n. 51 il pietoso caso dell’amico D'Addario. Con fraterno e cristiano affetto inviamo questa piccola somma unita alla assicurazione delle nostre preghiere per lo sventurato amico. »

p. Un piccolo gruppo di operaie Lessonesi – Zoccola Giannina vedova Grosso, Lessona Biellese.

Amici, sarò un sentimentalone impenitente (e Dio mi mantenga tale), ma questa breve nota, stilata alla buona, col cuore in mano, alla vigilia dell’Epifania, vale per me — e deve valere per tutti i fratelli in Cristo — come un inno sacro o una preghiera.

Ho ricostruito con l’immaginazione la scena ed ho visto Giannina correre di qua e di là per lo stabilimento col nostro giornale, e mostrarlo alle amiche buone. Certo, una giovinezza inerte come quella del povero D’Addario, con la vecchia mamma malata a carico, costretto a vivere nel fondo di un lettuccio misero, senza possibilità di curarsi, deve aver fatto battere di pietà il cuore generoso delle operaie di Cristo, le quali sanno che Marta fece bene, sì, ad occuparsi delle faccende di casa, ma meglio fece Maria, che non perse una parola del Maestro, feconda di Grazia. Fece meglio Maria, ché non è da credere, come credono molti, che trascurasse le cose di questo mondo. Gli è che di fronte alla presenza di Gesù ebbe così fine intuito da rimandarne il disbrigo. E il Maestro la lodò, mentre rimproverò dolcemente Marta.

Le brave operaie lessonesi han fatto qualcosa di più; hanno ascoltato le parole del Cristo: «Beati i misericordiosi» mentre accudivano al quotidiano lavoro, perché sanno che il lavoro eseguito in purità di spirito diventa preghiera: e la preghiera, a sua volta, è sempre ricca di opere di bene.

Ho pensato che un filo invisibile, un filo che parte dal dogma della «Comunione dei Santi» può completare il quadro evangelico di questa carità esercitata fra poveri, e però più che mai bene accetta al Signore.

Amici, ricordiamo ogni sera nelle nostre preghiere il piccolo gruppo delle operaie lessonesi perché siano di monito ed esempio ad eventuali «compagne» fuorviate.

«Ora et labora»: è questo un appuntamento cui presiede Gesù.

Tre avvertimenti:

  1. Gli amici lettori non mi addolorino chiedendomi... la luna, cioè la sistemazione di operai o intellettuali disoccupati.
  2. I beneficati ringrazino direttamente i benefattori. Fa sempre piacere sapere che all’appuntamento — ci si è effettivamente trovati in due.
  3. «Repetita iuvant»: spedire sempre le offerte direttamente ai fratelli da beneficare.

 

BENIGNO

27 febbraio 1949

sabato, marzo 07, 2026

A quiet revival? Adult baptisms and an unexpected religious trend


For many years the dominant narrative about religion in the West has been one of steady decline. Church attendance has fallen, fewer children are baptised, and in several countries the proportion of people describing themselves as religious has decreased sharply. In places such as Ireland, France, Belgium and the Netherlands, the weakening of traditional religious culture has been widely documented.

Yet alongside this well-known story, a quieter and less noticed development has begun to appear. In a growing number of Catholic dioceses across Europe, North America and beyond, more adults are asking to be baptised or received into the Church. The numbers remain modest in national terms, but the pattern has become visible enough to attract attention.

Some commentators have begun to speak of a “quiet revival.” The phrase is meant to capture a paradox. Conventional indicators of religious vitality, such as Mass attendance, infant baptisms, or religious identification, often continue to decline. Yet at the same time, a new form of religious engagement seems to be emerging: adults consciously choosing to enter the Church.

Recent reports illustrate how geographically widespread this phenomenon appears to be. France has attracted particular attention because of the scale of the increase. The country recorded more than 10,000 adult baptisms in 2025, the highest number ever observed. When adolescents are included, nearly 18,000 catechumens were baptised at Easter that year. Belgium has seen adult baptisms roughly triple over the past decade, while the Netherlands has reported steady increases despite being one of Europe’s most secular societies.

Ireland has also begun to see signs of the trend. In the Archdiocese of Dublin, for example, the number of adults preparing for baptism or reception into the Church has grown sharply in recent years. Only a few years ago the figures were in the teens; today they exceed one hundred. Although the numbers remain small relative to the population, the growth is large enough to be noticeable within parish life.

Similar developments are being reported elsewhere. In England several dioceses have recently celebrated the largest Rite of Election ceremonies in fifteen years or more. In the United States, a number of dioceses have reported striking increases in the number of catechumens and candidates preparing for Easter. In some places the numbers have risen by around 20 to 50 per cent compared with the previous year, while in others the growth since the early 2020s has been even more pronounced. Australia has seen comparable developments: in the Archdiocese of Brisbane, for instance, the number of participants in the Rite of Election has almost doubled in a single year.

The pattern extends beyond the Western world. In Singapore, the Catholic Church expects roughly 1,250 new Catholics to be baptised or received at Easter, reflecting a steady rise in recent years. When a similar development appears simultaneously in such different regions, it becomes difficult to attribute it simply to local circumstances.

One of the most intriguing aspects of the trend is the age profile of the converts. In France the largest group of adult catechumens is now between 18 and 25 years old. Many come from families with little or no religious practice. They are not returning to a faith they inherited; rather, they are discovering it for the first time.

This helps explain a paradox that has become increasingly visible in countries such as France. The decline of cultural Christianity and the weakening of religion as a social inheritance may actually create the conditions for more adult conversions. In earlier generations most people were baptised as infants, whether or not they would later practise the faith. Religion was embedded in the culture and transmitted automatically through family and community. Today that cultural framework has largely disappeared. As a result, a growing proportion of adults reach maturity without ever having been baptised at all.

This means that the potential pool of adult catechumens is much larger than it once was. When religion ceases to be something inherited, those who become believers must do so deliberately. The decline of cultural Christianity therefore produces an unexpected effect: fewer automatic baptisms, but potentially more intentional conversions later in life. In this sense, the rise in adult baptisms may not contradict secularisation so much as represent a new stage within it.

It is important, however, to keep the phenomenon in perspective. Even where adult baptisms are increasing rapidly, they remain small in comparison with national populations. They do not reverse the broader trend of declining religious affiliation. The rise in adult baptisms should not be interpreted as a dramatic religious revival.

Yet statistics alone do not capture the whole picture. At the level of parish life, even a modest group of catechumens can make a noticeable difference. Priests often remark that a handful of adults preparing for baptism can transform the atmosphere of a parish. New converts frequently bring enthusiasm, curiosity and a willingness to ask questions that long-time parishioners may take for granted. In communities where religious practice has weakened, such groups can be a source of encouragement.

Another possible explanation for the timing of the surge has received surprisingly little attention: the Covid-19 pandemic. During the pandemic years churches across much of the world were closed or severely restricted. Catechetical programmes were interrupted, and many sacramental celebrations, including baptisms and confirmations, were postponed.

For adults preparing to enter the Church, the disruption could be significant. The catechumenate normally involves a process of formation that may last two or three years. When lockdowns interrupted parish life, many candidates were unable to complete that process at the expected time. Once normal church life resumed, several cohorts of catechumens may have finished their preparation simultaneously. From a statistical point of view, this would naturally produce a temporary surge in baptisms.

There may also have been a second effect. The pandemic was a period of uncertainty, isolation and heightened awareness of mortality. For some people it prompted deeper reflection about meaning, faith and community. It is therefore plausible that a number of individuals began exploring religion during that time.

What is striking is that many commentators have largely ignored or underplayed the role of Covid in explaining the recent increase. Most articles focus instead on broader cultural or spiritual factors. Yet the pandemic explanation is both simple and compelling. It helps to explain why the rise in adult baptisms appears particularly pronounced in the years immediately following the reopening of churches.

If this interpretation is correct, part of the current surge may prove temporary. As the backlog of delayed catechumens works its way through the system, the numbers could stabilise in the coming years. Nevertheless, the deeper pattern may persist: religion becoming less a matter of cultural inheritance and more a matter of conscious choice.

For now, the rise in adult baptisms remains a phenomenon that deserves careful attention. Even if the numbers are modest, they reveal something important about the changing nature of religious belief in contemporary society. In an age often described as secular, the search for faith has not disappeared. Instead, it may simply be taking a quieter, more deliberate form.

domenica, marzo 01, 2026

L'appuntamento della carità

Il commento, stavolta, deve precedere e seguire l’appuntamento perché questo è così impellente, così angosciato che gronda lacrime e sangue. Vi confesso, amici, che ho letto quanto segue con una stretta al cuore — io che di ferite ne ho dovuto curare più d’una, e profonde — tanto da pensare che Carlo Levi ebbe forse ragione d’intitolare quel suo bel libro, non sempre buono, d’un realismo crudo e spesso truculento: «Cristo si è fermato ad Eboli». Tutti i casi più pietosi, compreso il caso D’Addario, impallidiscono di fronte a quelli segnalati dal PARROCO SABATO M. CORVINO di SIANO (SALERNO) c.c.p. 6-2362, impegnato come un manovale di Cristo, senza calce e mattoni, nella costruzione di una... di là da venire «Casa della Carità per i poveri vecchi infermi». Con quattro palpitanti esempi di miseria... nera questo povero prete diventa più efficace di un consumato scrittore, tanto può la verità sulla letteratura.

SIANO, 12 gennaio 1949       
Caro Sig. Benigno, burla anche questa?! Spero di no! Ho letto il Suo «Appuntamento della Carità» sull’«Osservatore Romano della Domenica» del 9 gennaio. È così! E chi può pensarla diversamente? Sono prete da 38 anni ed ho sempre lavorato e vissuto tra la povera gente. Raccolgo in casa mia una diecina di vecchierelli abbandonati, mentre sono impegnato nella costruzione di una apposita Casa. La parrocchia è poverissima, numerosa di oltre 6000 abitanti, in territorio ristretto. Non vi sono benestanti che pochissimi; quasi tutti lavoratori, senza lavoro. Non vi è industria né fabbrica alcuna.

Le segnalo quattro tra i casi più disperati e pietosi:

  1. Una famiglia di nove persone: il padre DI BENEDETTO VINCENZO fu Gaetano (Via Casa Leo, Siano) fuggito di casa per disperazione da circa otto mesi (neppure la Questura sa dove sia), moglie con sette figli, sola, senza alcuna risorsa. La prima figlia di 16 anni ha dato alla luce un figlio illegittimo. Un figlio di 13 anni è impazzito ed è ricoverato nel manicomio di Nocera Inferiore. Nell’umido freddo tugurio in cui si annidano, manca tutto fuorché la desolazione.
  2. Un vecchio: TIBERIO ANTONIO fu Nunziante (Vico Donnarumma) ebbe ben 19 figli, ora tutti morti. Alla vecchia moglie fu tolta la misera paga di 700 lire mensili. Ha 80 anni e dorme in una specie di tucul come una bestiola e nella disperazione maledice gli uomini.
  3. La famiglia di DOMENICO DI BENEDETTO, soprannominato Falatello (Via Roma): padre impazzito; figli, moglie e nonni languiscono nella più desolante miseria: cinque figli scalzi, quasi nudi, sprovvisti di tutto, certo votati tutti alla T.B.C.
  4. RINALDI GAETANELLA fu Nunziante (Vico Arno) vecchia pure di 80 anni: vive in un immondo porcile, priva di tutto, immobilizzata per un cancro purulento; soffre dolori e abbandoni crudelissimi; nessuno si avvicina a lei per paura d’infezione.

Povero me! In questo secolo di progresso... e di carità, con questi quadri vergognosi, si osa parlare di diritti dell’uomo... E dei poveri vecchi dei nostri abbandonati paesi, senza ricovero, senza case, senza un pronto soccorso, con una sempre crescente popolazione, chi avrà cura? Ci vuole venire Lei incontro con un aiuto? Amen! Amen utinam! In ansiosa attesa. Un abbraccio fraterno.

Parroco Sabato M. Corvino   
Casa della Carità       
Siano (Salerno), c.c.p. 6-2362

Amici, avete notato l’amarezza e l’ironia che traspaiono da questa lettera? (Io d’amarezza ne so qualcosa e l’ho offerta a Dio che tutto vede e sa). È un quadro di miseria che fa cascare le braccia, qualcosa di apocalittico che fa torcere lo sguardo e ferma il boccone in gola. Incitarvi? So che è superfluo perché conosco il vostro cuore. Debbo, anzi, ringraziarvi oggi a nome del sacerdote Carlo Caporali di Badia Prataglia (Arezzo) per la vostra generosità, che per questo nuovo appuntamento fiorirà — sono certo — irresistibile. Ora il problema è questo: a chi mandare il vostro obolo? Alle quattro famiglie di tribolati o al parroco? Fate quel che il Signore vi ispira. La Sua misericordia, lo sapete, ha sì grandi braccia...

BENIGNO

6 febbraio 1949

mercoledì, febbraio 25, 2026

Euthanasia numbers in Canada continue to soar

 

In Canada in 2024, an astonishing total of 16,499 people died by euthanasia, according to the latest official report. It means the number dying in this way has trebled in just five years. Under Canada’s very liberal ‘assisted dying’ law, a person does not have to be terminally ill to avail of euthanasia. Worryingly, half of those who asked to be euthanised said they felt they were a burden on their relations. What was once presented as an exceptional measure has rapidly become a routine feature of the ‘healthcare’ system in Canada. This is not the mark of a civilised country.

Another 4,017 people who requested ‘Medical Assistance in Dying’ (MAID) died before receiving it. If they had not, then the number euthanised would have exceeded 20,000. This suggests not only rising demand, but also a growing cultural expectation: euthanasia is increasingly seen as a normal pathway at the end of life.

The expansion of eligibility criteria is central to this shift. Under Canadian law, a person must have a “grievous and irremediable medical condition”. However, since 2021 this includes individuals whose natural death is not reasonably foreseeable (so-called Track 2 cases). In 2024, there were 729 such cases and only 32.2pc of these patients had access to palliative care, according to the official report. People are choosing death because adequate care and support are lacking.

The nature of suffering reported by patients is equally revealing. The most common reason cited was loss of the ability to engage in meaningful activities (over 95pc in both tracks). But beyond this, deeply social and psychological factors loom large. Half of all patients reported feeling like a burden on family, friends, or caregivers, while 44pc of non-terminal patients reported isolation or loneliness.

These are not simply medical conditions; they are profoundly human experiences that, in many cases, could be addressed through better care, stronger community support, and more robust social services. The concept of “self-perceived burden” is well known in palliative care. It reflects a distressing sense of guilt and dependency that can fuel a desire for death. That such feelings are so widespread among MAID recipients should concern us deeply.

The percentage of disabled individuals among non-terminal euthanasia recipients was significantly higher. The data also show that 32.9pc of respondents identified as having a disability, rising sharply to 61.5pc among Track 2 (non-terminal) cases. This raises serious ethical concerns about whether some of society’s most vulnerable individuals are being failed rather than protected.

In every case in 2024, a lethal substance was administered by a medical practitioner. Although self-administration (assisted suicide) is legally permitted in most of Canada, it is very rarely chosen. The state-sanctioned ending of life is therefore overwhelmingly carried out by medical professionals, which is a profound betrayal of the healing vocation of medicine.

The human cost of this system is illustrated by the case of Roger Foley, a Canadian man with a severe neurological condition. Foley repeatedly warned that he felt pressured towards euthanasia due to inadequate care options. He spoke openly about being offered euthanasia while struggling to secure the support needed to live with dignity. “I’m fighting to my last breath, but I’m up against a regime that is cruel, desensitised, and out for blood,” he said.

Taken together, these figures and stories point to a profound shift in how Canadian society understands care, suffering, and human dignity. When loneliness, disability, and the fear of being a burden become pathways to assisted death, we must ask whether the healthcare system is no longer alleviating suffering, but instead eliminating those who suffer. Is this what we want for Ireland?