domenica, novembre 04, 2012

Tremende bazzecole - Il suicidio di un bambino a Roma è uno squillo di tromba che chiama gli adulti alla battaglia educativa (Annalisa Teggi su Tempi)

Tremende bazzecole - Il suicidio di un bambino a Roma è uno squillo di tromba che chiama gli adulti alla battaglia educativa (Annalisa Teggi su Tempi):


A Roma un bambino di 10 anni si è impiccato in bagno, mentre era a casa dei nonni. Questa non è una notizia di cronaca nera, è uno squillo di tromba che ci chiama in battaglia. È un grido forte, tragico e lacerante che risveglia il nostro intorpidito silenzio. C'è attorno a noi una sostanza viva e ferita di realtà che è ovattata dallo strabordante chiasso della sovra-comunicazione che ci sommerge. Dov'è la conoscenza che abbiamo perso nell'informazione? (si chiedeva T. S. Eliot).
C'è da far guerra al silenzio di conoscenza che ci assedia. Dietro ogni semplice fatto umano balena una scintilla di vero sulle nostre cose più intime e fondamentali, e ciò che quella scintilla indica va oltre l'informazione. Quel senso di vulnerabilità che sento su di me leggendo le poche scarne righe riguardo alla vicenda di questo bambino non voglio tamponarlo riempiendomi di dettagli sul fatto, e neppure di spiegazioni del fatto. Ci sento del mio in questo dolore impotente.
Non mi importa la causa effettiva di questa tragedia, sia essa la separazione dei genitori, il bullismo, la voglia di emulazione della violenza vista chissà dove o quant'altro. Perché – in fondo – la causa la conosco guardando me stessa, e delle ipotesi di psicologi e giornalisti non me ne faccio nulla. È una debolezza che mi riguarda e la riconosco: è qualcosa che è a monte di problemi gravi come il divorzio, il bullismo, l'emulazione ed è la fiacca debolezza da parte nostra (di adulti) di porgere un segno visibile e positivo che sia risposta all'eterno, quotidiano, gigantesco e originale bisogno di educazione che i nostri figli e alunni ci chiedono.
Un bambino che si suicida può avere ogni sorta di storia triste e tremenda alle sue spalle; in mille modi il mondo è capace di colpire chi è più esposto con l'orrore o l'insensatezza del male. Non è questo lo scandalo, per quanto doloroso sia. Lo scandalo è che il fronte umano sia così sguarnito da permettere che i più piccoli e i più esposti cadano. Siamo noi il punto debole, siamo sentinelle addormentate. Il fortino dell'educazione vacilla, ma non semplicemente a scuola – in noi stessi. Di fronte al celebre motto umanitario ottocententesco «Save the children» (non l'organizzazione che attualmente prende questo nome) il signor Chesterton rilanciò la posta in gioco sugli adulti:
«Finché non si salveranno i padri, non si potranno salvare i bambini e, allo stato attuale, noi non possiamo salvare gli altri, perché non sappiamo salvare noi stessi. Non possiamo insegnare cosa sia la cittadinanza se noi stessi non siamo cittadini; non possiamo dare ad altri la libertà se noi stessi abbiamo dimenticato l'ardente desiderio di libertà. L'educazione è semplicemente la trasmissione della verità; e come possiamo passare ad altri la verità se noi non l'abbiamo mai avuta tra le mani?» (da Cosa c'è di sbagliato nel mondo).
Qui non si parla di pedagogia scolastica o di psicologia familiare, perché non si parla di norme, o teorie sociologiche, ma di una piccola e solida proposta positiva di vita che i figli possano vedere all'opera in un genitore o in un insegnante non mentre sgrida o spiega, ma mentre vive accanto a loro. L'educazione è una chiara ipotesi di vita in atto. Non è un rassicurante placebo psicologico studiato a tavolino, ma è un autorevole giudizio all'opera nel vivere. È un solido punto di autorevolezza alle spalle e nell'orizzonte della coscienza viva di ogni persona. Quella roccaforte da cui non si recede, che è insieme il nido e la strada per il viaggio della vita. Qualcosa che sia un solido punto di appoggio e anche apertura, che sottragga la vita da qualsiasi sbiadita visione neutrale.
Un pacato e ragionevole discorso che metta equilibrio tra le cose non è educativo (del tipo: "il matrimonio è una scelta di mamma e papà, ma anche il divorzio è una scelta di mamma e papà"), perché non valorizza entrambe le ipotesi, ma le precipita nell'indistinzione reciproca. L'educazione deve essere parziale e creativa, perché il suo compito primo è negare che un essere umano vivo sia qualcosa di neutrale o indifferente. I bambini su questo non li freghi. Riconoscono l'autorevolezza e la riconoscono in chi ha il coraggio di fare scelte di preferenza. Noi adulti possiamo stare in salotto a gingillarci di chiacchiere e teorie, accontentantoci di un semplice e civile confronto tra le parti, ma il bambino ha la radicale purezza di aggrapparsi tenacemente a chi – invece – gli porge il barlume di una certezza difesa con entusiasmo.
La neutralità per il bambino non esiste, perché sta sempre da una parte o dall'altra, e vuole una parte in cui stare; neutralità per lui equivale a «nulla» e – per sua fortuna – lui ha gli occhi di chi vede ancora qualcosa in tutto. L'ombra della civile tolleranza, che ammorbidisce i contrasti tra le cose, ne uniforma la dignità e tende a istigarci a pensare che sia un valore aggiunto considerare ogni verità come relativa, è l'alleato naturale dello sconforto e del suicidio. Perché semina la nebbia dell'indifferenza, in mezzo a cui la scure delle contraddizioni della vita, quando arriva, trova vittime facili.
Il suicidio di un bambino è un delitto che entra in casa nostra, mette a nudo una debolezza educativa nostra. Così, infatti, prosegue il signor Chesterton, nel brano prima citato: «Gran parte della libertà moderna è, alle radici, paura. Non è tanto che noi siamo troppo audaci per sopportare le regole, è che siamo troppo paurosi per sopportare le responsabilità. Mi riferisco alla responsabilità di affermare la verità della nostra tradizione umana e di tramandarla con la voce dell'autorità, una voce insopprimibile. Questa è la sola ed eterna educazione: essere così sicuri che qualcosa è vero da avere il coraggio di dirlo a un bambino».
@AlisaTeggi

mercoledì, ottobre 31, 2012

Help the Hallowe'en Party!

Help the Hallowe'en Party!: When I were a lad, that's what the young 'uns used to say as they went from door to door-- "Help the Halloween Party!", not "Trick or Treat"!

I am rather sad that the American practice (is it American?) has replaced the Irish one (or at least the Dublin one), but apart from that-- and because I spend so much time on this blog waxing nostalgic and crying "O tempora! O mores!"-- I should say that I thoroughly approve of the ever-growing enthusiasm for Halloween.

It gives me a thrill to walk through my neighbourhood and see skeletons, witches and a whole miscellany of monsters staring out at me from windows. It is a wholesome and happy image, the image of mothers and fathers carefully helping their children to deck their house-fronts in evocations of blood, death, decay, decrepitude and ghastliness. One of my favourite movie tag-lines of all time is a tag-line that was used to promote the Texas Chainsaw Massacre: "The family that slays together, stays together". Homicide for the purposes of family cohesion is going a little too far, but arranging artful tableaux of horror and frightfulness is guaranteed to build a bond between the generations.

I haven't dressed up, not because I think it is silly of adults to do so, but simply because I don't have the guts. Most of the year we hide behind our costumes of trousers and shirts and sweaters, and few of us can really be called eccentric in our apparel. But when you dress up for Halloween, you are submitting your creative endeavours to the judgement of the public, and I'm neither arty-crafty enough nor courageous enough to face that. Not yet, anyway.

It could be said that Halloween is becoming too commercialised. I have some sympathy with this argument. When I were a lad (to relapse into nostalgia), I don't remember so many shop-bought or comparatively fancy window decorations. Nor do I remember the shops being so choc-a-bloc with plastic Halloweeen geegaws. I even remember writing a poem, in my teens, exulting in the fact that the "vampires of trade" had little to get their teeth into in Halloween, as opposed to Christmas. I can even remember the closing verse:

The Christmas we know is a media show
Brought to life through a flickering screen
But the Halloween night that they knew long ago
Comes to life in tonight's Haloween.

Well, that isn't true anymore. But what can you do? What Calvin Coolidge said about his own country-- "the business of America is business"-- has now become true of every country in the developed world. Buying and selling, instead of being one aspect of society, has become its main business, even its main amusement. This is highly regrettable, but since we are going to be frenetically buying and selling anyway, it may as well be plastic skeletons and fake vampire teeth.

Conservative Christians (usually Protestants) in America often criticise Halloween for being a pagan festival. Of course, it's not true. But equally of course, it is far from silly to worry about demonic influence or opening yourself up to occult forces. Playing with a ouija board, no matter how jokingly, would be foolish and dangerous. So would any kind of invocation of demons. But most people are sane enough to take the ghastliness and ghoulishness for what it is, pure sport, and no more demonic than a tanner playing the part of Lucifer in a Mystery Play in medieval England.

I think that Halloween is an encouraging phenomenon for Christians. It shows that our culture still thirsts for the supernatural. And the unspoken, unnoticed fact that Hallowe'en is in fact the Eve of All Hallows shows that secular culture still needs to raid Christianity for its celebrations, since it cannot create celebrations of its own. All feasts are religious feasts-- even if they are religious feasts in disguise.

Last year was the first year I went to All Saints' Vigil Mass. Somehow, Halloween suddenly made sense. Not only historical sense, but poetic and dramatic sense. The Christian perspective, I increasingly think, is the one perspective from which life ceases to be seen as a bewildering anarchy, but instead is revealed as a glorious picture. I had the same experience when I started going to Mass a few years ago. Sunday, instead of being a dreary and depressing day of closed shops and gearing up for a return to school or work, became the joyous Day of the Lord, centred on the most important liturgy of the whole week. Of course, that is my experience as someone living in post-Christian Europe; but, since I believe Christ is the Lord of History, I think the same experience of suddenly seeing the master-pattern would strike a Christian convert in China or South Korea or Saudi Arabia.

I could write and write about Halloween. I could write about my life-long experience of Halloween in Ballymun, where bangers and fireworks begin to be set off from early September. In my mind, the exciting chill of the October air is impossible to think of without also thinking of the crackle and shriek of fireworks. I could fondly recall the bonfires of my childhood, which may have grown bigger in memory but which I truly believe were pretty monstrous by any standards. I only assisted in the building of the bonfire one year, but it is one of my happiest childhood memories. I could try to explain how the Halloweens of my boyhood helped to implant in me a passionate belief in the importance of specialness-- special times, special places, special situations, special practices. I think one of the great struggles of our era should be to prevent specialness from perishing from the Earth-- to hold back the crushing tide of sameness, as the world becomes one vast suburb, one vast audience, one vast supermarket.

But I can remember waxing nostalgic about Halloween in an English essay in school, when I was a ripe old codger of fourteen, so I think I will stop there.

sabato, ottobre 27, 2012


"Il misticismo tiene gli uomini sani. Fintanto che c’è il mistero, c’è la salute; distrutto il mistero, nasce la malattia. L’uomo qualunque è sempre stato sano perché è sempre stato un mistico. Ammetteva il crepuscolo. Ha sempre tenuto un piede sulla terra e un altro nel paese delle fate. Ha sempre lasciato libero se stesso di mettere in dubbio i suo dèi, ma anche (a differenza degli agnostici di oggi) di credere in essi. Gli è sempre stata più a cuore la verità che la congruenza".

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia

mercoledì, ottobre 17, 2012

Marine Traffic per conoscere in tempo reale nome e posizione delle navi di tutto il mondo.

Marine Traffic per conoscere in tempo reale nome e posizione delle navi di tutto il mondo.:
Marine Traffic è un sito che mostra su una mappa interattiva la posizione delle navi di tutto il mondo con molti dettagli riguardo alla bandiera, al tipo di nave, alla velocità di crociera, alle dimensioni, al pescaggio, alle foto e altro ancora. Ciascuna nave è rappresentata sulla mappa da una particolare icona a seconda che sia un nave passeggeri, un cargo, una petroliera (tanker),uno yacht o un peschereccio.

Questo sito rappresenta un grosso aiuto per la gente che frequenta il mare abitualmente o saltuariamente durante le vacanze estive. Sono state sviluppate anche delle applicazioni per avere tutte queste notizie nel tablet o addirittura nel cellulare.
Il funzionamento e le feature sono le stesse del sito come si può vedere dagli screenshot

Continua a leggere:

mercoledì, ottobre 10, 2012


That the Nature is a Heraclitean Fire and of the comfort of the Resurrection

Cloud-puffball, torn tufts, tossed pillows ' flaunt forth, then chevy on an air- 
built thoroughfare: heaven-roysterers, in gay-gangs ' they throng; they glitter in marches.Down roughcast, down dazzling whitewash, ' wherever an elm arches,    
Shivelights and shadowtackle in long ' lashes lace, lance, and pair.      
Delightfully the bright wind boisterous ' ropes, wrestles, beats earth bare
Of yestertempest’s creases; in pool and rut peel parches
Squandering ooze to squeezed ' dough, crust, dust; stanches, starches
Squadroned masks and manmarks ' treadmire toil there          
Footfretted in it. Million-fuelèd, ' nature’s bonfire burns on.      
But quench her bonniest, dearest ' to her, her clearest-selvèd spark              
Man, how fast his firedint, ' his mark on mind, is gone! 
Both are in an unfathomable, all is in an enormous dark           
Drowned. O pity and indig ' nation! Manshape, that shone      
Sheer off, disseveral, a star, ' death blots black out; nor mark   
                Is any of him at all so stark               
But vastness blurs and time ' beats level. Enough! the Resurrection,     
A heart’s-clarion! Away grief’s gasping, ' joyless days, dejection.         
                Across my foundering deck shone        
A beacon, an eternal beam. ' Flesh fade, and mortal trash         
Fall to the residuary worm; ' world’s wildfire, leave but ash:           
                In a flash, at a trumpet crash,    
I am all at once what Christ is, ' since he was what I am, and    
This Jack, joke, poor potsherd, ' patch, matchwood, immortal diamond,        
                Is immortal diamond.

Gerard Manley Hopkins

giovedì, settembre 27, 2012


«Maria Giulia: la più fedele di tutti»


Maria Giulia Moretta
Qualcuno ha scritto che “c'eravamo proprio tutti” in questa mattina di settembre intrisa di lacrime e sole. C'eravamo tutti, è vero, verissimo. Proprio come un giorno di settembre di cinque anni fa quando ci stringemmo intorno a don Piero per la sua consacrazione episcopale. Allora sentimmo viva più che mai la presenza di Gesù Maestro e Pastore seduto tra la folla ad insegnare e a sfamare il cuore dell'uomo. Stamane era lo stesso Gesù che piangeva l'amico Lazzaro, a ricordarci con fatica (nostra!) che la pietra del sepolcro sarà rotolata e anche noi “andremo incontro al Risorto”. Perché la fede è una molla che a volte si allunga oltre modo, altre volte si contrae quasi a rannicchiarsi in se stessa, ma non si spezza mai. Mai. Anche quando i pugni allo stomaco fanno male, quando il dolore assume un peso specifico dalla eco incalcolabile e, subito dopo, si trasforma in uno stato di preghiera e di abbandono. Perché ad ogni grande dolore segue sempre una grande pace. O se volete, in un senso audace, al dolore segue una Festa. C'eravamo tutti alla festa di Maria Giulia che guadagnava il Paradiso! Lo guadagnava prima di tutti, come ci ha ricordato Raimondo, perché lei era la donna del “già e non ancora”. Ho osato immaginare che tutte le nostre lacrime (sì, abbiamo pianto, senza filtri e senza copioni, abbiamo pianto lacrime vere, tutti, e tutti ce le siamo asciugate a vicenda senza se e senza ma, senza proferire parole che non servivano...), ebbene che queste lacrime d'amore abbiamo formato, in un solco già tracciato dal Mistero, un percorso dolce come quei ruscelli di montagna che Maria Giulia amava tanto, e che proprio Lei si sia fatta cullare fino alle braccia del Padre. C'eravamo tutti fin dal pomeriggio del suo rientro a San Salvo, quando, ininterrottamente, abbiamo visto e rivisto 40 anni di storia della nostra parrocchia di San Nicola: volti, nomi, biografie, destini, vocazioni, figli e nipoti, nostalgie ed orgoglio. Maria Giulia ha voluto che iniziassimo fin da subito i “festeggiamenti” per il quarantennale, e anche in questo ci ha preceduti e spiazzati. Una cosa mi sento di dire senza timore di smentita alcuna: Maria Giulia è stata la parrocchiana più FEDELE alla nostra parrocchia, nel senso più ampio e più fecondo del termine. C'era (e c'è) il nostro sconfinato amore alla parrocchia poi c'era (e c'è) Maria Giulia...! E ha ragione don Piero quando dice che non si può prescindere da Maria Giulia per decifrare la storia di questa comunità! Don Piero... e quella lacrima donata e condivisa perché un padre è vero sempre di fronte ai suoi figli, nella gioia e nel dolore. Insomma, c'eravamo tutti, e anche chi fisicamente non c'era, impedito da mille cose, c'era lo stesso, lo sappiamo, lo abbiamo sentito. C'era la Chiesa, la diocesi, la scuola, la Cooperativa, il Popolo, tanto popolo e tanta, tantissima parrocchia! Oggi è stato un grande giorno per la nostra parrocchia, ed io vorrei che tutti noi ci sforzassimo di approfondire e di capire cosa è stata la Comunità di San Nicola per la città di San Salvo, chi è stato quel giovane prete oggi Vescovo, chi e cosa sono stati quei ragazzi e quelle ragazze, di ieri, di oggi e di sempre, cosa ha dettato al tessuto cittadino questa grande storia, cosa ha lasciato nei meandri della società, della cultura, della solidarietà, di un nuovo umanesimo tutt'altro che relativo e scontato. Ne dobbiamo parlare tra noi e con la gente, ne parlerò anche alle istituzioni, lo sto già facendo. Giammai per una visione autoreferenziale: una parrocchia non ha nulla di autoreferenziale o di autarchico anche perchè sa bene che “solo Dio basta”...  Solo Dio e gli uomini che Dio ama, fede e vita, vangelo e storia concreta. Tutto questo, ed altro ancora, è stata Maria Giulia, lo hanno dimostrato le migliaia di presenze di questi giorni e un curriculum così vero, profondo e generoso che il Buon Dio non poteva esimersi da assumerla! Forse troppo presto ma l'orologio del cielo ha lancette sconosciute agli uomini e palesi ai santi e agli angeli. Il nostro ultimo incontro si è consumato in una stanza di ospedale, eppure su quel tavolo asettico e sempre dello stesso colore, siamo riusciti a spalmare le nostre idee e i nostri progetti. Sono ancora, Amica Cara, le NOSTRE idee e i NOSTRI progetti, che insieme a quelli di tutti diverranno impegni e fatti, come ci hai abituati ad agire e ad operare. Prima di andare via mi hai chiesto delle mie bambine, mi hai detto che le avevi viste in una foto e che ti scusavi perché non ancora venivi a salutare la piccolina: mi sono commosso, ti ho abbracciato e ti ho promesso che appena saresti stata meglio avremmo passato un po' di tempo insieme. Manterrò la promessa, racconterò ad Alessia e Virginia quello che il cuore vorrà dettare e pregare, dirò loro chi eri, chi sei e cosa siamo stati. E di quel giorno che c'eravamo proprio tutti, fino a scoprire dentro l'ennesima lacrima che TU CI SEI ANCORA. Oggi e sempre.

Perché mai “nessuno potrà separarci dall'amore di Cristo”.
Un abbraccio forte ai tuoi familiari.
A te un dolcissimo bacio.
Con l'Affetto che sai.

Domenico Di Stefano

lunedì, settembre 24, 2012

Postmodernism Generator

Expressionism in the works of Madonna

Jacques Z. Humphrey Department of Sociolinguistics, University of California
O. Martin Hanfkopf Department of Deconstruction, University of Georgia

1. Madonna and capitalist Marxism

If one examines expressionism, one is faced with a choice: either reject postconstructivist desublimation or conclude that reality serves to oppress the underprivileged. It could be said that Sartre promotes the use of capitalist Marxism to attack the status quo. An abundance of narratives concerning a self-supporting whole may be discovered. “Sexual identity is intrinsically used in the service of capitalism,” says Bataille; however, according to Dietrich[1] , it is not so much sexual identity that is intrinsically used in the service of capitalism, but rather the genre, and eventually the futility, of sexual identity. But the main theme of the works of Madonna is the common ground between class and society. Porter[2] implies that we have to choose between Sontagist camp and the precapitalist paradigm of expression. The primary theme of Parry’s[3] analysis of postconstructivist desublimation is a mythopoetical paradox. Therefore, the characteristic theme of the works of Madonna is the difference between sexual identity and class. Sontag suggests the use of expressionism to deconstruct sexual identity. “Class is part of the stasis of language,” says Debord. But if postconstructivist desublimation holds, the works of Madonna are empowering. Bataille promotes the use of the textual paradigm of narrative to challenge sexism. “Society is elitist,” says Baudrillard; however, according to Tilton[4] , it is not so much society that is elitist, but rather the dialectic, and some would say the rubicon, of society. Therefore, the example of expressionism prevalent in Rushdie’s The Ground Beneath Her Feet emerges again in Midnight’s Children, although in a more precapitalist sense. Dahmus[5] states that we have to choose between cultural theory and neotextual cultural theory. In a sense, Foucault’s critique of capitalist Marxism implies that the Constitution is fundamentally used in the service of hierarchy, given that the premise of expressionism is invalid. The main theme of Wilson’s[6] essay on capitalist Marxism is a self-referential totality. Therefore, Derrida uses the term ‘postconstructivist desublimation’ to denote the bridge between art and sexual identity. If capitalist Marxism holds, we have to choose between expressionism and subtextual discourse. But Sontag’s analysis of capitalist Marxism suggests that narrativity is capable of intention. Foucault uses the term ‘expressionism’ to denote not, in fact, narrative, but prenarrative. In a sense, Debord suggests the use of postconstructivist desublimation to read and attack society. Capitalist Marxism states that context is a product of the masses. Therefore, in Beverly Hills 90210, Spelling affirms expressionism; in Robin’s Hoods, however, he denies postconstructivist desublimation. McElwaine[7] implies that we have to choose between capitalist Marxism and modern theory. But Sartre promotes the use of expressionism to deconstruct sexism. Several desituationisms concerning Lacanist obscurity exist.

2. Consensuses of paradigm

In the works of Spelling, a predominant concept is the concept of subtextual culture. Thus, the primary theme of the works of Spelling is a mythopoetical paradox. Debord uses the term ‘postconstructivist desublimation’ to denote the role of the observer as reader. “Sexual identity is elitist,” says Derrida. However, Lyotard suggests the use of capitalist Marxism to modify class. Lacan uses the term ‘expressionism’ to denote the absurdity, and subsequent economy, of patriarchial language. Therefore, a number of narratives concerning not discourse, as precapitalist narrative suggests, but neodiscourse may be found. The main theme of McElwaine’s[8] model of capitalist Marxism is the dialectic, and eventually the absurdity, of modernist class. In a sense, an abundance of constructions concerning expressionism exist. Baudrillard promotes the use of capitalist Marxism to attack class divisions. However, any number of discourses concerning the role of the participant as writer may be discovered. If the postdialectic paradigm of discourse holds, we have to choose between capitalist Marxism and textual sublimation.

3. Predeconstructivist desituationism and cultural subcapitalist theory

If one examines capitalist Marxism, one is faced with a choice: either accept expressionism or conclude that government is intrinsically used in the service of sexism. In a sense, Lyotard suggests the use of dialectic capitalism to read and challenge art. An abundance of discourses concerning capitalist Marxism exist. In the works of Spelling, a predominant concept is the distinction between figure and ground. However, the subject is contextualised into a Derridaist reading that includes culture as a reality. Marx uses the term ‘expressionism’ to denote the common ground between class and truth. In a sense, Bataille promotes the use of neopatriarchialist appropriation to attack archaic, sexist perceptions of society. Any number of dematerialisms concerning the role of the observer as writer may be revealed. However, Lyotard suggests the use of expressionism to analyse sexual identity. Derrida uses the term ‘cultural subcapitalist theory’ to denote the difference between class and sexuality. It could be said that the primary theme of the works of Spelling is the role of the artist as observer. Lacan uses the term ‘capitalist Marxism’ to denote the stasis of textual class.

1. Dietrich, M. Q. ed. (1982) Deconstructing Socialist realism: Capitalist Marxism and expressionism. University of Oregon Press
2. Porter, C. D. C. (1999) Expressionism and capitalist Marxism. Panic Button Books
3. Parry, W. ed. (1988) The Reality of Genre: Capitalist Marxism and expressionism. University of Massachusetts Press
4. Tilton, Y. G. (1992) Capitalist Marxism in the works of Rushdie. Yale University Press
5. Dahmus, U. ed. (1986) Realities of Stasis: Expressionism in the works of Stone. And/Or Press
6. Wilson, B. U. (1970) Capitalist Marxism in the works of Spelling. University of Michigan Press
7. McElwaine, W. P. O. ed. (1985) The Burning House: Expressionism in the works of Cage. Harvard University Press
8. McElwaine, Y. R. (1999) Expressionism and capitalist Marxism. And/Or Press

The essay you have just seen is completely meaningless and was randomly generated by the Postmodernism Generator. To generate another essay, follow this link.

domenica, settembre 23, 2012

LA FILOSOFIA POPOLARE E IL POPULISMO FILOSOFICO Una volta, tanti anni fa, andai in televisione a parlare di filosofia. Il programma, allestito da Rai Educational, si chiamava "Il grillo". Ero circondato da studenti delle scuole superiori, c' era un tema, e poi dovevo fare tutto da solo, compresa un' autopresentazione. "A cosa serve la filosofia?", questa era la domanda; avevo un' ora (televisivamente, un tempo enorme) per rispondere assieme ai ragazzi. Me la cavai dicendo che a rigore la filosofia non serviva a nulla, tranne che a interrogarsi in modo critico attorno al senso della parola "servire". Non si combatte il populismo filosofico chiudendosi in casa (o nel proprio studiolo, o nella propria aula, che è una specie di casa), insomma rivendicando un atteggiamento elitario. Semmai lo si affronta davvero solo "scendendo in piazza" e rischiando di abbandonare il comodo piedistallo dello studioso solitario o attorniato solo da una sparuta cerchia di pari. Ma, allora, cosa significa fare filosofia e cosa vuol dire combattere il populismo filosofico? Ci sono parecchi equivoci da stanare e da chiarire. Una filosofia che abdichi al proprio compito critico, anche radicalmente critico, forse anche masochisticamente autocritico, non serve a nulla: legittima di volta in volta l' opinione corrente, le fornisce un po' di belletto teoretico. Perciò il cosiddetto "filosofo" è da sempre un personaggio alquanto scomodo, talora irritante, e da sempre, se è un "vero" filosofo, rischia la sua faccia e deve avere il coraggio di sfidare il potere delle idee prevalenti e già codificate. Non basta dire che il filosofo è uno che ama le idee in un mondo involgarito: la filosofia serve a qualcosa solo se accende dei segnali rossi attorno a certe idee lanciando un allarme. Per esempio, dovrebbe riuscire a distinguere tra populismo filosofico e filosofia popolare, saper individuare bene la natura, il senso e le conseguenze di questo equivoco abbastanza clamoroso sul quale si è costruito il recente dibattito sulle feste filosofiche e sulla filosofia prêt-à-porter (inaugurata a luglio su Repubblica, da Roberto Esposito e proseguita con altri interventi in questi mesi). Fin dall' antichità la filosofia ha avuto una vocazione popolare: ciò significa che essa si occupa e si preoccupa dell' esperienza quotidiana, si rivolge ai "cittadini" proponendo loro uno stile di vita. La filosofia ha da sempre una vocazione pubblica ed etica, anche quando sembra essere solo un esercizio del soggetto su se stesso. Questa vocazione attraversa tutta la sua storia, solo che oggi i cittadini non sono più un gruppo limitato di persone ma un insieme che riguarda tendenzialmente l' intera società senza distinzioni. Il bisogno di filosofia è avvertito oggi da tutti e perciò hanno presa le feste filosofiche che chiunque può frequentare, e si sviluppano di continuo iniziative di massa che hanno come scopo la divulgazione. La filosofia popolare deve cessare di essere critica? No, certamente, ma essa si annoda, oggi, con la cosiddetta "cultura televisiva" e accade così che la mediatizzazione appiattisca questa criticità o addirittura la elimini. Può esistere una filosofia popolare senza una tale "semplificazione" che snatura la filosofia stessa? Sì, può esistere, ma qui si deve innestare una verae propria battaglia culturale contro il "populismo" filosofico, cioè contro la tendenza a ridurre il pensiero filosofico a modelli semplici e unificati. La battaglia tra chi asseconda questa riduzione e chi la combatte, magari anche nelle piazze, dunque anche nelle feste filosofiche (a FilosofiaGrado, qualche giorno fa, ho parlato proprio di questo). Combattere la semplificazione populistica che è visibilmente in atto significa spingere il pedale della criticità, e battersi per il pensiero critico vuol dire, a mio parere, evidenziare gli aspetti paradossali del discorso filosofico, il suo connaturato pluralismo, il suo piacere della sfumatura, il suo rifiuto delle fissazioni, la sua vocazione storica e genealogica. Non a caso questa battaglia ha ora come campo un' idea di verità non bloccata né presupposta. Uno dei miei autori preferiti, A.N. Whitehead, aveva lanciato una campagna contro le "cattive astrazioni". Il populismo filosofico è una cattiva astrazione. Riduce la filosofia a un' ideologia prêt-à-porter. Lavorare contro il populismo filosofico e le sue cattive semplificazioni significa allora accettare la sfida mediatica e tentare di salvare l' identità del filosofo, oggi decisamente messa a rischio. Questa identità è attraversata da parte a parte da una tensione ironica. Se dalla cassetta degli attrezzi del filosofo si toglie l' ironia, con la quale è possibile spiazzare i problemi e farli vedere in una luce inabituale, il cosiddetto filosofo rischia di diventare un funzionario del pensiero abbastanza grigio. PIER ALDO ROVATTI Repubblica, 19 settembre 2012

mercoledì, settembre 19, 2012

Ecco il "Vangelo della moglie di Gesù"

È davvero encomiabile la scelta, da parte dell’Università di Harvard, di offrire una dettagliata scheda informativa su un presunto testo evangelico che è stato appena scoperto, e che farà sicuramente parlare di sé nei prossimi giorni. Si tratta di un frammento papiraceo datato al IV secolo, scritto in copto, che gli studiosi hanno proposto di identificare come parte di un inedito “Vangelo della moglie di Gesù”.

Continua su Lettere Paoline.

domenica, settembre 16, 2012