lunedì, ottobre 21, 2013

venerdì, ottobre 18, 2013

Il lupo e il suo gregge »

Il lupo e il suo gregge »:
WOLF IN SHEEPS CLOTHING
di Giovanni Guareschi
Don Camillo raccontò questa favoletta: «Un feroce lupo pieno di fame girava per la campagna e arrivò a un gran prato recinto da una altissima rete metallica. Dentro pascolavano tranquille le pecorelle. Il lupo girò tutt’attorno per vedere se qualche maglia si fosse allentata nella rete, ma non trovò buchi.
Scavò con le zampe per fare un buco nella terra e passar sotto la rete, ma ogni fatica fu vana. Tentò di saltare la siepe, ma non riusciva neppure ad arrivare a metà. Allora si presentò alla porta del recinto e gridò: “Pace! Siamo tutti creature di Dio e dobbiamo vivere secondo le sue leggi!”. Le pecorelle si appressarono e allora il lupo disse con voce ispirata: “Viva la legalità! Finisca il regno della violenza! Facciamo una tregua!”. “Bene!”, risposero le pecorelle. “Facciamo una tregua!”.
Il lupo si accucciò davanti alla porta del recinto e passava il tempo cantando. Ogni tanto si levava e andava a brucare l’erba ai piedi della rete metallica. “Uh! Guarda, guarda!”, si stupirono le pecore. “Mangia l’erba anche lui, come noi! Non ci avevano mai detto che i lupi mangiano l’erba!…”. “Io non sono un lupo!”, rispose il lupo. “Io sono una pecora come voi. Una pecora di un’altra razza”. Poi spiegò che le pecore di tutte le razze avrebbero dovuto fare causa comune. “Perché”, disse alla fine, “non fondiamo un Fronte Pecorale Democratico? Io ci sto volentieri e non pretendo nessun posto di comando. È ora che ci uniamo contro chi ci tosa, ci ruba il latte e ci manda al macello!”. “Parla bene!”, osservarono alcune pecore. “Bisogna fare causa comune!”. E aderirono al Fronte Pecorale Democratico e, un bel giorno, aprirono le porte.
Il lupo, diventato capo del piccolo gregge, cominciò, in nome dell’Idea, la epurazione di tutte le pecore antidemocratiche e le prime furono quelle che gli avevano aperto la porta. Alla fine l’opera di epurazione terminò, e quando non rimase più neppure una pecora il lupo esclamò trionfante: “Ecco finalmente il popolo tutto unito e concorde! Andiamo a democratizzare un altro gregge!”»
da “Don Camillo e il suo gregge”.

giovedì, ottobre 17, 2013

India, l’orrore della maternità surrogata »

India, l’orrore della maternità surrogata »:
di Giuliano Guzzo
Se fosse un film sarebbe una pellicola horror, da seconda serata; di quelle storie cupe, che iniziano male e, il più delle volte, finiscono peggio. Purtroppo però il dramma dell’utero in affitto, in India, non è un film bensì una realtà drammatica e redditizia, molto redditizia: si stima che, complice l’assenza di un quadro giuridico che lo regolamenti, il mercato complessivo – che si sostanzia nella disponibilità di donne che, seguite in apposite strutture, concepiscono tramite fecondazione extracorporea, portano in grembo e poi danno alla luce un figlio da cedere alla nascita –  oggi abbia già sforato il tetto stellare dei 2 miliardi di dollari [1]. Una montagna di denaro che forse è la vera ragione per la quale, finora, in pochi si sono preoccupati di verificare in che cosa realmente consista questo businness. Ma in questi giorni è uscito un documento che fa finalmente chiarezza.


Si tratta di un dossier intitolato Surrogate Motherhood-Ethical or Commercial?[2] - approvato dal ministero e che reca in calce la firma della dottoressa Ranjana Kumari del Centre for Social Research – redatto in seguito ad una ricerca condotta nelle cliniche indiane dove si effettua la maternita surrogata. Il lavoro, eseguito studiando i casi concreti e intervistando 100 madri surrogate e 50 genitori committenti, pur non avendo la valenza di pubblicazione scientifica rappresenta un’inchiesta estremamente interessante perché, per la prima volta, mette a nudo la realtà di un mercato eticamente molto discutibile ma, almeno fino ad oggi, poco esplorato nelle sue dinamiche concrete. Come già accennato, gli esiti di questa ricerca sono a dir poco allarmanti e dicono, tanto per cominciare, che la maggior parte delle madri a disposizione delle cliniche che offrono il servizio di materntià surrogata non possiedono copia di quello che, per così dire, è il loro “contratto di lavoro”.
Già qui, un primo allarme. Ma è solo l’inizio: le pagine del rapporto – specificando che a queste donne, di solito, non viene devoluto più del 2% dei reali guadagni delle strutture che seguono la procedura di maternità surrogata – spiegano che non è infrequente che, nel corso della gravidanza, il bambino “commissionato” evidenzi anomalie o malformazioni fetali (cosa peraltro non rara quando si ricorre alla fecondazione extracorporea [3]) oppure, semplicemente, non corrisponda al sesso inizialmente richiesto dal committente, che può essere indiano come straniero. In quel caso, la prassi seguita dalle cliniche consiste nell’interruzione della gravidanza, ossia nel ricorso all’aborto procurato per via chimica senza il consenso e spesso neppure senza avvertire la gestante che, in questo modo, perde improvvisamente il suo bambino e con lui pure la possibilità di ricevere il già minimo compenso cui avrebbe avuto diritto.
Altre volte poi succede che i genitori committenti, vedendo il bambino dopo il parto, ne restino delusi: in quel caso alla madre surrogata, manco a dirlo, non va più della metà della retribuzione inizialmente pattuita – oltre al danno, la beffa -, mentre è assai incerto il destino del neonato dato che, dinnanzi ad uno scarso gradimento, appena il 26% dei committenti, in quel di Mumbai, sceglie di prendere comunque con sé il piccolo, mentre pare che a Nuova Delhi la percentuale cali fino addirittura al 6%. E degli altri nati “non graditi”, che ne è? Non è chiaro. C’è poi da dire che, nel corso della gravidanza, al fine di evitare l’imbarazzo per non dire la stigmatizzazione sociale riservata a quante vengono individuate quali madri surrogate, queste donne soggiornano in apposite “case rifugio”: in pratica, una sorta di prigionia obbligata lunga nove mesi.
Ad aggiungere ulteriore tragicità al tutto, non mancano inoltre casi di genitori che ricorrono all’utero in affitto – nel rapporto si cita in particolare un caso scandaloso scoperto all’aeroporto internazionale di Bombay – esclusivamente per corrispondere alla necessità di effettuare un trapianto di organi per i loro figli malati. Questo significa che a delle donne viene chiesto di diventare madri per poi procedere subito con l’eliminazione “funzionale” dei loro figli: in pratica, un infanticidio programmato o, come forse direbbe qualcuno, un infanticidio terapeutico. Come se non bastasse, leggendo Surrogate Motherhood-Ethical or Commercial? si avverte con costanza un’inquietudine: quella di chi osserva la sola punta di un iceberg; quella di chi, per la prima volta, si affaccia su scenari da veri e propri film dell’orrore ma purtroppo reali. Maledettamente reali. Scenari che dovrebbero indignare gli attivisti dei diritti umani di tutto il pianeta, a partire dalle sempre vigili femministe; e che invece giacciono dimenticati o sepolti nel web, cuore virtuale di un mondo che ne ha uno sempre più piccolo.
Note: [1] Cfr. Dhawan H. Unregulated surrogacy industry worth over $2bn thrives without legal framework. «Timesofindia.indiatimes.com», 18/7/2013; [2] Cfr. Kumari R. (2013) Surrogate Motherhood-Ethical or Commercial ? «Centre for Social Research» (CSR); 1-168; [3] Cfr. Davies M.J – Moore V.M. – Willson K.J. – Van Essen P. – Priest K. – Scott H.- Haan E.A.  M.B. – Chan A. (2012)Reproductive Technologies and the Risk of Birth Defects. «The New England Journal of Medicine»; 366:1803-1813

lunedì, ottobre 14, 2013

sabato, ottobre 12, 2013

La vispa Michela [La giornata]

La vispa Michela [La giornata]:
L’una ha scritto “Volevo essere una farfalla”, l’altra voleva acciuffare gentil farfalletta; per il resto, non si notano differenze apprezzabili tra Michela Marzano e la Vispa Teresa. E chi si accanirebbe contro la Vispa Teresa? Non stilleremo una sola goccia di sarcasmo sull’ultimo libro della filosofa e deputata, “L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore”, che Utet pubblica in questi giorni. Ma un innocente gioco di contrappunto questo sì, sarà istruttivo per illuminare un meccanismo che va ben al di là del libro e della sua autrice.
Continua sul sito del Foglio.it

giovedì, ottobre 10, 2013

Chomsky contro i postmoderni [La giornata]

Chomsky contro i postmoderni [La giornata]:
Non capita tutti i giorni di assistere a una simile faida fra due icone della sinistra mondiale. E’ successo fra Noam Chomsky e Slavoj Zizek. O per dirla con le parole del Wall Street Journal, “Chomsky contro Elvis”. Il primo è il grande linguista del Mit, il college nel Massachusetts che ogni anno sforna cinquecento invenzioni e centosessanta brevetti. Chomsky il guru anticapitalista, il pacifista colluso di tiranni, il mandarino nemico delle élite che entrò di ruolo al Mit ad appena trent’anni, contro Zizek, il blasonato intellettuale sloveno con cattedre in America, “il gigante di Lubiana” noto così per il suo aspetto da orso ingrigito ma non per il suo peso intellettuale.
Continua sul sito del Foglio.it

lunedì, ottobre 07, 2013

venerdì, ottobre 04, 2013

Campagna per l'iscrizione festosissima alla Società Chestertoniana Italiana!

Campagna per l'iscrizione festosissima alla Società Chestertoniana Italiana!:
Cari Amici,
vorremmo che tutti voi che frequentate questo blog diventaste soci della Società Chestertoniana Italiana, quella "vera", fatta di ciccia!

Perché?

Perché abbiamo sempre detto una cosa scherzosa ma fino ad un certo punto: iscriversi significa essere considerati davvero ed ufficialmente gli amici di Gilbert. 

Significa sostenere un lavoro costante che dura da oltre dieci anni (undici per la precisione), fatto di ricerca di nuove opere da pubblicare, di aiuto agli editori ed ai traduttori, sostegno nella ricerca su Chesterton (tesi di laurea, ricerche...), di conferenze, convegni, mostre, il fantastico pirotecnico ultradecennale Chesterton Day (!), l'aggiornamento pressoché quotidiano del nostro bellissimo blog ricco di tutte le informazioni sul Nostro Gilbert (e vi assicuriamo che non ha pari! Basta cercare!), la redazione della Chesterton Review in edizione italiana, la fervida collaborazione con tutti i maggiori centri chestertoniani del mondo (il G. K. Chesterton Institute for Faith and Culture, la American Chesterton Society, il Center for Faith and Culture di Oxford...) ed ultimamente anche il sostegno concreto a realtà come il Sierra Leone Chesterton Center di John Kanu.

Significa anche essere buoni amici tra di noi: uno dei segni principali che Chesterton lascia sulla nostra pelle è quello dell'amicizia.

Costa solo € 15,00 all'anno e consente poi di avere degli sconti sui libri presto in vendita sul negozio online www.pumpstreet.it.

Come fare? 
Scrivete a societachestertoniana@gmail.com e la Segreteria Volante vi darà tutte le indicazioni!

Poi, ed in ogni caso, essere considerati ufficialmente amici di Chesterton... non ha prezzo!



Per cui... vi aspettiamo!

mercoledì, settembre 18, 2013

Hiroshi Yoshida



Hiroshi Yoshida
Early 20th Century painter and printmaker Hiroshi Yoshida is known in his native Japan as a Western style artist, and his work is very much in demand.
Having trained in Western style painting, he carried those influences with him when he moved into traditional Japanese woodblock printmaking, also taking inspiration in subjects from his travels in the U.S. and Europe, as well as India and other parts of the world.
Yoshida is considered one of the foremost proponents of the shin hanga (or “new prints”) style, but combined some of that style’s return to the collaborative printmaking of the ukiyo-e system, in which the artist worked with a carver and block printer, with the personal involvement more common to the sosaku hanga (“creative prints”) style emerging at the time.
His depictions of the Swiss Alps, U.S. national parks and related landmarks, as well as scenes in Japan and elsewhere, resonate with superb drawing and beautifully chosen color.
In addition to returning to favorite themes, like scenes of landscape reflected in water, sailing boats, mountains and clouds, Yoshida often would print the same block in different color schemes, producing dramatically different atmospheric and emotional effects.
(See also my previous post on Hiroshi Yoshida.)

domenica, settembre 01, 2013

Quando la poesia inizia dalla gioia. Ricordo di Seamus Heaney »

Quando la poesia inizia dalla gioia. Ricordo di Seamus Heaney »:
Logo-Osservatore-Romano NEWEnrico Reggiani (Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano), L’Osservatore Romano, a. 153, n. 199, domenica 1 settembre 2013, p. 5
heaney 1Un “Colosso della Letteratura”: lascia un’ “enorme eredità “ che “continuerà a risplendere nei secoli a venire”. Uno straordinario poeta dotato di un “profondo rispetto per ciò che è umano”: virtù rara, questa, che “ha conferito alla sua opera un’irripetibile capacità di comunicare il rifiuto di ogni violenza, ingiustizia e pregiudizio e di spronare noi tutti ad esprimere il lato migliore della nostra natura umana”.
   Così l’Irlanda tutta – senza divisioni di sorta – ha accolto, sgomenta e ferita, la notizia della morte a 74 anni di Seamus Heaney, Premio Nobel per la Letteratura 1995 (che egli definì il suo “Stockholm business”). Indiscusso il suo prestigioheaney 2 internazionale: il poeta americano Robert Lowell (1917-1977) lo definì “il più grande poeta irlandese dopo Yeats”; da un suo verso memorabile il Presidente Clinton plasmò il titolo di un libro sulla sua visione del ruolo degli Stati Uniti nel ventunesimo secolo: hope and history rhyme (trad. libera: “quando storia rima con speranza”).
   Il grande successo editoriale della sua opera poetica, che in tempi recenti pare raggiungesse i due-terzi delle vendite di libri heaney 3di poesia nel Regno Unito, non ne mutò la natura umile, generosa e disponibile, che i lettori italiani hanno potuto apprezzare in numerose occasioni (compreso chi scrive, in Italia e altrove): non gli instillò il virus letale della presuntuosa e pretenziosa autoreferenzialità individualistica (assai diffuso presso i protagonisti della scena letteraria contemporanea, nostrana e altrui) e non gli impedì di continuare ad essere “la voce della sua comunità, un uomo del popolo che conosceva bene la sua comunità e che ne rifletteva la storia e la ricchezza culturale”. Riconoscente per ogni minimo anfratto della propria vicenda personale e nazionale, nel dicembre 2011 sentì il dovere di compiere il gesto simbolico di provvedere personalmente a recapitare il proprio ingente archivio di note, appunti e bozze alla National Library of Ireland (rinunciando a quanto avrebbe guadagnato da una loro vendita all’asta).
   Nato il 13 aprile 1939 nel paesaggio rurale della contea di Derry (Irlanda del Nord), Seamus si trasferì non lontano da Dublino nell’annus horribilis 1972 (quello dei Troubles e della tragica Bloody Sunday), dove iniziò a lavorare come giornalista freelance e a “mettere la pratica della poesia al centro della mia vita. Fu una sorta di verifica”. Se per amor di sintesi (celebrativa, ma conheaney 4 una forte partecipazione affettiva) si dovesse indicare una cifra simbolica della sua vita, del suo pensiero e della sua opera letteraria (in larga misura tradotta in italiano),…
[il resto dell'articolo è reperibile in questo pdf scaricabile a p. 5. © Riproduzione riservata].