venerdì, giugno 14, 2013

A settantasette anni dalla morte di Gilbert Keith Chesterton

A settantasette anni dalla morte di Gilbert Keith Chesterton:
Dio Nostro Padre,
Tu riempisti la vita del tuo servo Gilbert Keith Chesterton 
di un senso di meraviglia e gioia,
e desti a lui una fede che fu il fondamento del suo incessante lavoro,
una carità verso tutti gli uomini, in particolare verso i suoi avversari,
e una speranza che scaturiva dalla sua gratitudine 
di un'intera vita per il dono della vita umana.
Possano la sua innocenza e e le sue risate,
la sua costanza nel combattere per la fede cristiana in un mondo che perde la fede,
la sua devozione di una vita per la Beata Vergine Maria
e il suo amore per tutti gli uomini, specialmente per i poveri,
portare allegria ai disperati,
convinzione e calore ai tiepidi
e la conoscenza di Dio a chi non ha fede.
Ti chiediamo di concedere le grazie cheTi imploriamo
attraverso la sua intercessione (e specialmente per...)
perché la sua santità possa essere riconosciuta da tutti
e la Chiesa possa proclamarlo beato.
Te lo chiediamo per Cristo Nostro Signore

Amen.



Viva Gilbert!

Grazie, Signore, che ce lo hai dato!

giovedì, giugno 13, 2013

Pronti?

Dopo un lungo periodo di pigrizia è ora di tornare a curare questo blog.
Da domani grandi novità.

lunedì, aprile 22, 2013

Finalmente domenica!

Trentatreesima giornata, 21 aprile 2013

Me ne frega assai di chi eleggono presidente della repubblica, visto che sono monarchico. Ieri ho fatto un test su un quotidiano per calcolare la mia età mentale in base ad alcune semplici domande. “Come trascorri la domenica?” Guardando il calcio in tv, che domande. “Qual è la cosa che ti fa più paura?” Gli extracomunitari. “A che ora vai a dormire di sera?” Verso le undici e mezza, altrimenti oggi non starei già scrivendo alle sette del mattino. A farla breve, per fortuna non venivano forniti numeri precisi ma è emerso che sono un uomo di mezz’età, con occasionali puntatine nella vecchiaia e dunque – spero – nella saggezza, anche se in Italia tutti sono convinti che la felicità consista nell’adolescenza eterna. Meno male che fra le domande non c’era un bel “Chi  vorresti al Quirinale?”, perché avrei risposto grossomodo: l’unico che abbia diritto ad abitare al Quirinale è il Papa e gli altri, chi più chi meno benevolo, sono tutti usurpatori che non pagano l’affitto. In tal caso sarebbe emerso che ho almeno 190 anni e il test sarebbe andato in tilt.

Però, com’era sexy Laura Boldrini ogni volta che diceva “Rodotà”, con quella puntina di superiorità mista a rassegnazione, come a dire: “Io vi capisco, ma che possiamo farci?”. È proprio bella, roba da mettersi a guardare lo spoglio per ore e ore senza più contare i voti, roba che al confronto le cravatte rosa di Gianfranco Fini diventano grigio pallido. Mi ha fatto venire in mente l’accorata protesta di un mio amico un po’ oltranzista: “Perché quando in tv mostrano le manifestazioni della sinistra antagonista è sempre pieno di [omissis] mentre alle manifestazioni a cui vado io ci sono solo pelosissimi obesi calvi di Casa Pound?”. Forse perché vai alle manifestazioni di Casa Pound, gli risposi; meno male che, dicevano Sylvia Plath e Gemma Gaetani, ogni donna ama un fascista. E viceversa, aggiungeva una mia fidanzatina: ogni fascista ama una donna, un fascista ama ogni donna, una donna ama ogni fascista e ogni donna fascista si ama.

A proposito, non vi dico quando è arrivata la Mussolini (che anni e annorum or sono Marcello Veneziani gratificò di un “Benita bonita”) e si sono messe a fare il confronto fra il tailleurino rosso della mora e la maglietta attillata della bionda. Era da certi film degli anni ’80 che non vedevo scene così. Mi sono domandato se, mentre diceva “Rodotà” con tono di vago rimprovero, alla Boldrini non venisse in mente la foto che per qualche tempo è circolata anche sui giornali in cui veniva ritratta una donna completamente nuda e depilata in certi punti nevralgici, della quale si diceva con grande insistenza che fosse Laura Boldrini nonostante che non somigliasse per niente a Laura Boldrini. La fonte della foto fasulla era internet, esattamente la stessa fonte della candidatura di Rodotà; ognuno tragga le conseguenze debite. Com’erano teneri i grillini che al momento della proclamazione dei risultati scandivano “Ro-do-tà! Ro-do-tà!” senza sapere bene chi fosse; mi ricordavano le studentesse Erasmus alle quali i più cattivi fra i pavesi suggerivano che il sandwich in italiano si chiamasse pompino, così quelle inconsapevoli lo ripetevano al barista con grande insistenza creando imbarazzo; viene quasi da ringraziare quelli che li hanno mandati in parlamento pensando: “Insomma, se tutti i politici sono uguali allora votiamo questi qui che quanto meno sono evidentemente peggio”. Nichi Vendola, che ha sempre saputo fiutare dove va il mondo, ha capito subito che le nuove tendenze della politica sono queste qua (“Ro-do-tà! Ro-do-tà!”) e s’è prontamente adeguato: il prossimo passo sarà la virtualizzazione della sanità pugliese. La flebo te la facciamo su twitter; il catetere te lo mettiamo su facebook; il medico curante sarà scelto con un sondaggio fra internauti e potrai sempre tenerti in contatto via skype coi nostri assessori, anche se dovessero arrestarli tutti.

Ma la Boldrini mi piace, con o senza Mussolini; pertanto mormoro un Atto di Dolore e passo a ripescare considerazioni serie che avevo scritto sul Foglio esattamente un anno fa, quando per la prima volta si era ventilata l’ipotesi di una rielezione di Giorgio Napolitano, ispirato dalla lettura di un bel saggio di Maurizio Ridolfi e Marina Tesoro che s’intitola appunto Monarchia e repubblica. “Il caustico Filippo Turati sosteneva che passare dalla monarchia alla repubblica consistesse alla fin fine nel cambiare lo stemma dei tabacchi; sotto qualsiasi forma di governo gli Italiani sarebbero rimasti gli stessi. L’hanno dimostrato le recenti reazioni al rifiuto opposto da Napolitano all’idea di una rielezione al Colle: i sentimenti più diffusi al riguardo erano tipicamente monarchici, ossia l’auspicio di un prolungamento indefinito (o vitalizio) dell’incarico e la speranza nell’indicazione più o meno esplicita di un successore. Abbiamo conservato un immaginario monarchico montato piuttosto goffamente su un apparato repubblicano”. A chi strepita vorrei far notare che, uno, la formula utilizzata ieri dalla classe politica per convincere Napolitano era la classica supplica al monarca e, due, che nelle votazioni preliminari qualcuno aveva votato il figlio ed erede Giulio Napolitano, che non ha i requisiti.

Lo so, ragionare è facoltativo, quindi continuiamo l’istruttiva rilettura. “L’ideale repubblicano in Italia risulta ondivago nell’adozione di simboli: i mazziniani battono ora bandiera rossa, ora nera, ora verde. Non riuscendo a produrne di propri, si ricorre a simboli altrui: durante la Settimana Rossa del 1914 si canta la Marsigliese, al congresso del Pri del ’22 si riesuma la torcia giacobina. Quando nel ’24 lo stesso partito prova a introdurre tre campane non ha particolare fortuna. Le sigle e gli stemmi che si alternano sui tricolori repubblicani tanto dei partigiani quanto della Rsi vengono dimenticati in men che non si dica. I repubblicani vittoriosi si sono affrettati a eliminare lo scudo monarchico dal centro del tricolore, ma al suo posto cos’hanno messo? Nulla”.

Mi piace pensare che il voto a Giulio Napolitano (che non ha i requisiti) sia dovuto a un qualche monarchico nascosto; è pertanto la terza scheda nella classifica delle mie preferite, dietro all’inarrivabile Conte Mascetti e al doroteo “Massimo Prodi” di venerdì  pomeriggio. Ora, non serve essere Matteo Renzi per notare la differenza fra Stato e Chiesa e capire che, se gli Italiani avessero avuto un’età mentale leggermente più avanzata, al Quirinale avrebbero lasciato il Papa. Sarà stato l’effetto del gabbiano sul comignolo che metteva fretta, ma penso di poter escludere che i conclavisti prima abbiano votato Valeria Marini e Michele Cucuzza (su Rocco Siffredi non me la sento di giurare), poi abbiano scelto un candidato condiviso senza assicurargli la maggioranza necessaria, poi i progressisti abbiano scelto un candidato da eleggere per conto proprio senza riuscire a farlo, poi siano andati in pullmino a Castel Gandolfo per convincere Ratzinger, riluttante, a un secondo mandato. 

martedì, aprile 09, 2013

Going back in time to get some new ideas -

What could I learn over eight lectures about ancient Greek Philosophy that would be of any benefit to life in the early 21st century?

A view of the statues of Socrates in the foreground and Athena on the column in the background, outside the Athens' Academy in the Greek capital

It started on a whim. I had written an article on Oliver Burkeman’s The Antidote . It was about happiness for people who can’t stand positive thinking, a fascinating book that takes readers on a whistle-stop tour through stoicism, Buddhism, Mexican death rituals, some psychological theories and a smattering of philosophical thought from Seneca to Rousseau to Thomas Merton.
I’m a graduate of psychology but had virtually no knowledge of the philosophical schools that came before it. I had no idea what Aristotle or Plato or Socrates had to say on matters of life and death, and yet these ancient Greek philosophers continue to influence our culture more than 2,000 years later.
For a few weeks, I toyed with the idea of taking a course in these ancient thinkers, then wondered if instead I should study something more relevant, such as a course in the economics of the current great recession or the Israeli-Palestinian conflict and the Arab Spring or the politics of food. What could I possibly learn over eight two-hour lectures about ancient Greek philosophy that would be of any benefit to life in the early 21st century?
Well, I phoned the administrator, paid my fee (€155 for an eight-week course) and two hours later was driving to the campus, slightly bemused by the endeavour. As mid-life crises go, if this was it, then really I wouldn’t have much to worry about.
The lecturer was an Italian man with a beard, glasses and a friendly face. His command of English was superb and his interest in philosophical debate insatiable. He outlined the course to the 12 students – nine men and three women – and we took up what would become our chosen seats for the next eight weeks.
A tour of the philosophical foundation of western civilization began with an introduction to the pre-Socratics – philosophers including Thales, Anaximander and Anaximenes who lived between 585 and 400 BC. These were names I’d never heard of, with equally baffling theories on physics and cosmology that seem so outdated with even a layperson’s understanding of modern science.
More here.

sabato, aprile 06, 2013

Dall’argilla di Dio

Dall’argilla di Dio:
argilla
di Gilles Bernheim  - Gran Rabbino di Francia

La complementarietà uomo-donna è un principio strutturante nell’ebraismo, in altre religioni, nelle correnti di pensiero non religiose, nell’organizzazione della società, come pure nell’opinione di una vastissima maggioranza della popolazione. Questo principio, per me, trova il proprio fondamento nella Bibbia. Per altri, può trovare il proprio fondamento altrove.
Mi concentrerò qui sulla visione biblica, che non esclude altre visioni. «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gn 1, 27). Il racconto biblico fonda la differenza sessuale sull’atto creatore. La polarità maschile-femminile attraversa tutto ciò che esiste, dall’argilla a Dio. Fa parte del dato primordiale che orienta la vocazione rispettiva — l’essere e l’agire — dell’uomo e della donna. La dualità dei sessi appartiene alla costituzione antropologica dell’umanità.
Così, ogni persona è portata, prima o poi, a riconoscere che possiede solo una delle due varianti fondamentali dell’umanità e che l’altra le sarà per sempre inaccessibile. La differenza sessuale è quindi un segno della nostra finitezza. Io non sono tutto l’umano. Un essere sessuato non è la totalità della sua specie, ha bisogno di un essere dell’altro sesso per produrre il suo simile.
La Genesi vede la somiglianza dell’essere umano con Dio solo nell’unione dell’uomo e della donna (1, 27) e non in ognuno di essi preso separatamente. Ciò suggerisce che la definizione dell’essere umano è percettibile solo nella congiunzione dei due sessi. Di fatto ogni persona, a motivo della sua identità sessuale, viene rinviata al di là di se stessa. Dal momento in cui prende coscienza della propria identità sessuale, ogni persona umana si vede così messa a confronto con una sorta di trascendenza. È obbligata a pensare al di là di se stessa e a riconoscere come tale un altro essere inaccessibile, essenzialmente simile a lei, desiderabile e mai totalmente comprensibile.
L’esperienza della differenza sessuale diventa così il modello di ogni esperienza della trascendenza che designa un rapporto indissolubile con una realtà assolutamente inaccessibile. Su questa base si può comprendere perché la Bibbia utilizzi volentieri la relazione tra l’uomo e la donna come metafora del rapporto tra Dio e l’uomo; non perché Dio è maschile e l’uomo femminile, ma perché la dualità sessuale dell’uomo è ciò che esprime più chiaramente un’alterità insormontabile anche nel rapporto più stretto.
È importante che nella Bibbia la differenza sessuale sia enunciata subito dopo l’affermazione del fatto che l’uomo è a immagine di Dio. Ciò significa che la differenza sessuale s’iscrive in questa immagine ed è benedetta da Dio.
La differenza sessuale va dunque interpretata come un fatto naturale, permeato d’intenzioni spirituali. Ne è prova il fatto che nella creazione in sette giorni gli animali non sono presentati come sessuati. A caratterizzarli non è la differenza dei sessi, ma la differenza degli ordini e, all’interno di ogni ordine, la differenza delle specie: ci sono i pesci del mare, gli uccelli del cielo, le bestie della terra, tutti gli esseri viventi sono generati, come un ritornello, «secondo la loro specie» (Gn 1, 21).
In questo racconto la sessuazione è menzionata solo per l’uomo poiché è proprio nel rapporto d’amore, che include l’atto sessuale mediante il quale l’uomo e la donna diventano «una sola carne», che tutti e due realizzano il proprio obiettivo: essere a immagine di Dio.
Il sesso non è dunque un attributo casuale della persona. La genitalità è l’espressione somatica di una sessualità che riguarda tutto l’essere della persona: corpo, anima e mente. È proprio perché l’uomo e la donna si percepiscono diversi in tutto il loro essere sessuato, pur essendo entrambi persone, che ci possono essere complementarietà e comunione.
«Maschile» e «femminile», «maschio» e «femmina» sono termini relazionali. Il maschile è tale solo nella misura in cui è rivolto verso il femminile e, attraverso la donna, verso il figlio; in ogni caso verso una paternità, sia essa carnale o spirituale. Il femminile è tale solo nella misura in cui è rivolto verso il maschile e, attraverso l’uomo, verso il figlio; in ogni caso verso una maternità, sia essa carnale o spirituale.
Il secondo racconto della creazione approfondisce questo insegnamento presentando l’atto della creazione della donna sotto forma di un’operazione chirurgica mediante la quale Dio toglie dal più intimo di Adamo quella che diventerà la sua compagna (Gn 2, 22). Da quel momento né l’uomo né la donna saranno il tutto dell’umano, e nessuno dei due saprà tutto dell’umano.
Viene qui espressa una duplice finitezza:
— Io non sono tutto, non sono neppure tutto l’umano.
— Io non so tutto sull’umano: l’altro sesso resta per me sempre parzialmente inconoscibile.
Ciò conduce all’irrealizzabile autosufficienza dell’uomo. Questo limite non è una privazione, ma un dono che consente la scoperta dell’amore che nasce dalla meraviglia dinanzi alla differenza.
Il desiderio fa sì che l’uomo scopra l’alterità sessuata in seno alla stessa natura: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Gn 2, 23) e l’apertura a questo altro gli consente di scoprirsi nella sua differenza complementare: «lei si chiamerà Isha perché è presa da Ish» (cfr. Ibidem).
«L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (Gn 2, 24). In ebraico «una sola carne» rimanda al «Solo», Ehad, il nome divino per eccellenza, secondo la preghiera dello Shema Israel: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo – Adonaï Ehad» (Dt 6, 4).
È nella loro unione insieme carnale e spirituale, resa possibile dalla differenza e dall’orientamento sessuale complementare, che l’uomo e la donna riproducono, nell’ordine creato, l’immagine del Dio Solo.
A mo’ di contrappunto, il capitolo tre della Genesi presenta il peccato come il rifiuto del limite e quindi della differenza: «Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gn 3, 5).
L’albero della conoscenza del bene e del male — «l’albero del conoscere bene e del conoscere male» — simboleggia proprio i due modi di comprendere il limite:
— il «conoscere bene» rispetta l’alterità, accetta di non sapere tutto e acconsente a non essere tutto; questo modo di conoscere apre all’amore e quindi all’«albero della vita», piantato da Dio «al centro del giardino» (Gn 2, 9);
— il «conoscere male» rifiuta il limite, la differenza; mangia l’altro nella speranza di ricostituire in sé il tutto e di acquisire l’onniscienza. Questo rifiuto della relazione di alterità conduce alla bramosia, alla violenza e infine alla morte.
Non è proprio questo che propone il gender, ovvero il rifiuto dell’alterità, della differenza, e la rivendicazione di adottare tutti i comportamenti sessuali, indipendentemente dalla sessuazione, primo dono della natura? In altre parole, la pretesa di “conoscere” la donna come l’uomo, di diventare il tutto dell’umano, di liberarsi da tutti i condizionamenti naturali, e quindi «di essere come Dio»?
Io sono tra coloro che pensano che l’essere umano non si costruisca senza struttura, senza ordine, senza statuto, senza regole; che l’affermazione della libertà non implichi la negazione dei limiti; che l’affermazione dell’uguaglianza non comporti il livellamento delle differenze; che la potenza della tecnica e dell’immaginazione esiga di non dimenticare mai che l’essere è dono, che la vita ci precede sempre e che ha le proprie leggi.
Ho voglia di una società in cui la modernità occupi tutto il suo posto, senza che però vengano negati i principi elementari dell’ecologia umana e familiare.
Di una società in cui la diversità dei modi d’essere, di vivere e di desiderare sia accettata come una possibilità, senza che tale diversità venga però diluita riducendola a un denominatore più piccolo che cancelli ogni differenziazione.
Di una società in cui, nonostante i progressi del virtuale e dell’intelligenza critica, le parole più semplici — padre, madre, coniugi, genitori — conservino il loro significato, allo stesso tempo simbolico e incarnato.
Di una società in cui i bambini siano accolti e occupino il loro posto, tutto il loro posto, senza però diventare oggetto di possesso a ogni costo o posta in gioco del potere.
Ho voglia di una società in cui ciò che accade di straordinario nell’incontro tra un uomo e una donna continui a essere istituito, con un nome preciso. 

venerdì, aprile 05, 2013

Preghiera del 5 aprile 2013 [Preghiera]

Preghiera del 5 aprile 2013 [Preghiera]:
Emma Bonino è un problema che si autoalimenta. Mi spiego: la dama radicale, in politica da quando Berta filava e Pannella spinellava, ha contribuito alla presente crisi italiana con l’instancabile promozione del malthusianesimo (aborto, anticoncezionali, divorzio…), il vero motivo per il quale l’economia non cresce e non ci sono più soldi per ospedali e pensioni. Oggi le stesse donne che grazie a questa avanguardista dell’estinzione non sono madri, o lo sono troppo poco (un solo…figlio è troppo poco), per non sentire la voce della coscienza gridano forte “Emma presidente!”. E’ fin troppo ovvio che una nazione ridotta a gerontocomio, e perciò immersa in una decrescita disperata, si rispecchi in una rugosa signora spermicida. Spero pertanto, alla maniera di Montale, in un imprevisto, e prego, alla maniera mia, per un Quirinale meno tragicamente consequenziale.

venerdì, marzo 22, 2013

Le donne sono


pompon di pompompere... cancan di cangaceire...

Io ne ho avuta
una ch'era un guaio più delle cambiali (Brasil... la la la...)
e piangeva alle feste e rideva ai funerali (fusil...)
marinai (maliarde son...)

questi uomini (le gattoparde...)
e le femmine sono lontani (occhi di spia...)
oceani... (negri e zumbon nella malia della passion...)

Io con una
mi ricordo il primo bacio che le detti (miomao...)
attento a dove il naso va
e lei rimase tutto il tempo a denti stretti (cacao...)
i cow boys
che sparano (là nell'alcova...)
tappi e stesse cazzate e all'occhiello (quanti languor...)
un sedano... (su quel visin finto candor di porcellin...)

Le donne sono qualche cosa
di allegro e 1930
voci a colori pelle di mimosa
ombrosità di ascelle
cuori nella tormenta...
le donne sgambano odorose
ed hanno sogni dentro un frullatore
insolite insolute insalate capricciose
si tolgono i peccati con lo smacchiatore...

Io di un'altra
che fu al buio gridolini e friggi friggi (che pall...)
quando accesi l'abat-jour
le scoprii l'orsetto con i baffi grigi (oval...)
naufraghi (e cellophan...)
su un tavolo (lucido e teso...)
che galleggia nel vino uomo in mare (stringono al sen...)
salvatelo... (quel fior del mal il cui velen ci fu fatal...)

Le donne sono streghe e fate
silenzio di occhi vento di ginestra
tutte le stesse gambe accavallate
bambine di cortile
direttrici d'orchestra...
le donne fanno l'improvviso
e uomo tu non potrai mai sapermi
e sono Eve e uve e male e mele in Paradiso
e noi chi siamo noi
i serpenti o i vermi... (i vermi...)

Le pattinatrici girano nella TV
tagliando un'aria di ghiaccio
saltano su appese a un braccio
e piccoli studiati gesti
e piroette nei costumi celesti
e le melette nelle guance
prendono fiato
e prenderanno un dì marito
e con la stessa grazia
ripiegheranno le ali giù...

(o buie baiadere... o belle caballere...)
O belle o brutte
le donne sono proprio tante
e se si potesse farne una sola (o quante figlie madama dorè...)
di tutte
ma anche quella sola no (non c'è...)
e sai che c'è (che c'è...)
che beviamo cantiamo saltiamo...

Alla faccia
alla faccia delle loro belle facce...
alla faccia
alla faccia delle loro belle facce...
alla faccia loro
alla faccia delle loro belle facce...

Bimbe solinghe strambe meringhe
bionde rambe stanghe fiamminghe
gambe ambre penombre lusinghe
lingue iraconde lunghe gioconde
limbi sponde onde profonde
linde fronde lavande ghirlande
bande carambe trombe marimbe
rumbe sambe mambi milonghe
conghe tumbe birimbe birambe
bambi colombe sgombri anaconde
aringhe oranghe dumbe bagonghe
grembi lombi rotonde culandre
ghiande caliende bombe ecatombe
lande tundre giungle feconde
ombre zombi calimbe macumbe
fionde pitonghe sghembe malandre
blande jumbe simbe mocambe
strombe rande nefande valanghe
monde mutande bumbe goganghe
umbre malombre langhe strapiombe
coimbre mustanghe burunde malinde...
danga que romba la coiomba...
aridanga que romba la coiomba...

venerdì, marzo 15, 2013

L'eterna giovinezza della Chiesa 'poverella'


La Chiesa non cessa di sorprendere: come diceva uno dei grandi Padri della fede dei primi secoli, San Giovanni Crisostomo, «essa è più alta del cielo e più grande della terra, e non invecchia mai: la sua giovinezza è eterna». Così ha dimostrato di essere ancora una volta, in questo sorprendente Conclave: la pluralità delle ipotesi fatte, i diversi giochi mediatici del "toto-Papa", facevano pensare a un Collegio cardinalizio piuttosto disorientato, perfino diviso. E invece, in appena una giornata, ecco il nuovo Papa. 
Un segno forte di unità, un messaggio lanciato al "villaggio globale" dall'unica realtà che lo abita dappertutto, sapendo coniugare universalità e identità locali, globalizzazione e presenza fedele fra la gente di tutte le latitudini e di tutte le lingue e culture: la Chiesa cattolica. Peraltro, l'attesa del mondo intero, rappresentato dalle migliaia di operatori dei "media" accreditati in Vaticano, che hanno fatto partecipi in tempo reale donne e uomini di ogni angolo della terra di ciò che accadeva nella Cappella Sistina e sulla Loggia delle benedizioni, e le immagini eloquenti più di ogni parola della folla in attesa in Piazza San Pietro e del nuovo Papa affacciato con semplicità e stupore su Roma e sul mondo, fanno comprendere come ciò che è avvenuto ha un significato che va al di là della comunità cattolica e dello stesso popolo dei credenti. Proverò allora a guardare al nuovo Successore di Pietro muovendo da diversi angoli visuali, lasciando che la profondità del cuore di chi è stato chiamato si riveli con i giorni che verranno.
Il primo sguardo non può che essere quello della fede: Francesco I, Jorge Mario Bergoglio, è il prescelto da Dio! Il nome stesso che ha voluto - lui, gesuita, ha scelto il nome del Poverello di Assisi - è un programma, quello che ha ispirato lo stile di vita dell'arcivescovo di Buenos Aires eletto Papa.
Un uomo dallo stile di vita povero, austero, vicino ai poveri, amato dalla sua gente e comunque rispettato anche da chi ne temeva la libertà evangelica. Un Pastore che parla con semplicità e immediatezza, e chiede che il popolo preghi su di lui, prima di dare lui, il Vescovo di Roma, la benedizione "urbi et orbi". Nella fede, Papa Bergoglio si presenta per quello che dal punto di vista teologicamente più corretto è anzitutto diventato: il pastore della Chiesa di Roma, che per disegno divino presiede nella carità a tutte le Chiese del mondo. Bellissimo e perfino toccante questo suo insistere sul rapporto con la concreta Chiesa locale di cui Dio lo ha voluto vescovo! Non di meno e inseparabile da questo è lo sguardo che viene su di lui dal mondo: è il primo Successore di Pietro che viene dall'America Latina, il continente col più alto numero di cattolici, ma anche con situazioni drammatiche di povertà e di disuguaglianza. Se, come ha detto, "i fratelli Cardinali sono andati a prendere il nuovo Vescovo di Roma alla fine del mondo", non c'è dubbio che questo fatto lancia un messaggio di luce e di speranza a tutti i poveri della terra, a tutte le situazioni che attendono svolte di giustizia e attenzione nuova.
Francesco sarà il Vescovo della povera gente, il servitore degli umili, l'amico dei piccoli, che proprio così saprà contagiare pace e speranza vera a tutti. È il Papa che aiuterà la Chiesa a dare risposta alle domande decisive che un teologo latino americano, di grande profondità spirituale e a lui ben noto, così poneva: "In che modo parlare di un Dio che si rivela come amore in una realtà marcata dalla povertà e dall'oppressione? come annunciare il Dio della vita a persone che soffrono una morte prematura e ingiusta? come riconoscere il dono gratuito del suo amore e della sua giustizia a partire dalla sofferenza dell'innocente? con quale linguaggio dire a quanti non sono considerati persone che essi sono figli e figlie di Dio?" (Gustavo Gutierrez). Papa Francesco risponde col suo sorriso e la semplicità dei suoi gesti a queste domande, ricordandoci che Dio raggiunge tutti i cuori e parla tutte le lingue ed è vicino a ogni dolore perché la Sua è la lingua dell'amore!
Lo sguardo che su questo Papa verrà dagli altri cristiani, poi, non potrà che essere di grande fiducia: come è stato chiaro sin dalle sue prime parole, egli non si vuol presentare che come un fratello, il vescovo della Chiesa che presiede nell'amore, deciso a evangelizzare con nuovo slancio anzitutto il popolo della città di Roma, e proprio così a offrire un servizio di testimonianza e di carità a tutte le Chiese. Era quanto da anni il dialogo ecumenico e l'ecclesiologia del Vaticano II erano andati chiedendo nel pensare a un ministero universale di unità per tutti i discepoli di Cristo: proprio così, un'alba di luce e di speranza per chi vive la passione dell'unità fra i cristiani. Anche i credenti di altre religioni potranno guardare a Papa Francesco con fiducia: egli - lo ha detto dalla loggia delle benedizioni - vuole servire la "fiducia fra noi", la "fratellanza" fra tutti.
La Sua franchezza, il suo profondo senso di Dio toccherà tanti cuori e aprirà la strada a dialoghi e incontri veramente inediti. Anche chi non crede potrà trovare nei gesti e nelle parole di questo testimone di Gesù amico degli uomini, di questo Vescovo di Roma servo dei servi di Dio, un messaggio per la propria vita: sono certo che da lui tutti si sentiranno rispettati e accolti, capiti e amati. La Chiesa e il mondo avevano bisogno di un uomo così!
Bruno Forte

martedì, marzo 12, 2013




If I stand

There's more that rises in the morning than the sun
And more that shines in the night than just the moon
There's more than just this fire here that keeps me warm
In a shelter that is larger than this room

And there's a loyalty that's deeper than mere sentiments
And a music higher than the songs that I can sing
Stuff of Earth competes for the allegiance
I owe only to the Giver of all good things

So if I stand let me stand on the promise that you will pull me through
And if I can't, let me fall on the grace that first brought me to You
So if I sing let me sing for the joy that has born in me these songs
And if I weep let it be as a man who is longing for his home

And there's more that dances on the prairies than the wind
And more that pulses in the ocean than the tide
There's a love that's fiercer than the love between friends
More gentle than a mother's when her baby's at her side

And there's a loyalty that's deeper than mere sentiments
And a music higher than the songs that I can sing
The stuff of Earth competes for the allegence
I owe only to the Giver of all good things

So if I stand let me stand on the promise that You will pull me through
And if I can't let me fall on the grace that first brought me to You
And if I sing let me sing for the joy that has born in me these songs
And if I weep let it be as a man who is longing for his home

So if I stand let me stand on the promise You will pull me through
And if I can't let me fall on the grace that first brought me to You
And if I sing let me sing for the joy that has born in me these songs
And if I weep let it be as a man who is longing for his home

And if I weep let it be as a man who is longing for home