domenica, luglio 05, 2026

L'appuntamento della carità

Rieti, 12-2-’49

Caro Benigno,

come ho già scritto alla Direzione, io mi considero un Suo nemico; ciononostante La leggo sempre perché il neretto mi piace più del normale corpo 6 (attenzione, Direttore, e attenzione, proto! Ecco spiegato il successo di questi appuntamenti: nota di Benigno).

Ho aderito, in via del tutto eccezionale, a inviare una giornata del mio stipendio al Suo amico di Giano, ed ecco i conti: stipendio ed accessori L. 31.800, presenza L. 1.580; diviso per quattro persone, diviso per trentuno giorni = L. 270.

Per la mia diocesi, in questa settimana, l’on. Bernardinetti ha svolto un’interpellanza alla Camera per dimostrare che il regno della miseria è anche tra noi, più che altrove.

«Quando voi sacerdoti vi fate promotori di una maggiore giustizia sociale?».

Perché moglie e marito, senza figli, deputati, prendono L. 2.700 ecc. giornaliere? Perché tanta gente si diverte sempre ed altri non hanno neppure il pane? In Italia si balla e si gioca, e perché costoro non si professano come si deve a beneficio di opere assistenziali nell’ambito della provincia? Perché moglie e marito vivono alla stessa greppia e senza figli?

I poveri li abbiamo dappertutto e non sempre li vogliamo vedere, perché deve provvedere lo Stato; ciò può essere anche giusto. Ed allora, più tasse sui divertimenti e sulle cose voluttuarie e lasciare in pace la povera gente che mangia pane e sale, seppure.

Molti dicono che devono pagare i ricchi, ma purtroppo chi si diverte non sono sempre i ricchi, bensì giovani disoccupati ed altre categorie a cui piace vivere alla giornata, senza pensieri.

La giustizia sociale non c’è; nessun popolo, nessun governo l’ha mai attuata, non dico in pieno, ma almeno in parte. I poveri si comprendono, ma tanti che stanno bene non intendono queste cose.

Colgo l’occasione per salutarLa, assicurandoLa che ben difficilmente Le potrò dare ascolto un’altra volta.

CARLO ROSSI


Ho pubblicato per intero la lettera di Carlo Rossi, che ringrazio anche a nome del mio amico di Giano, parroco Sabato M. Corvino:

1° Per smentire una volta per tutte la voce ormai troppo diffusa che Benigno vesta l’abito sacerdotale. Magari, amici lettori, avessi la fortuna di vivere nella «grazia» perenne e fossi monsignore per giunta! Sono invece un borghesuccio che s’arrabatta a strappare la vita e un cristianuccio che s’arrampica, a fronte china, sui Tabernacoli per farsi perdonare i talenti spesi male...

2° Perché tutti prendano con le molle le contraddizioni che... distinguono il programma sociale enunciato dal Rossi, burbero benefico che fa la carità con una punta di rabbietta la quale minaccia di distruggere le buone intenzioni. Non vi sembra, infatti, che se la prenda coi mulini a vento, come Sancio, buon’anima?

3° Perché, dicendosi mio nemico, tutti sappiano che io lo considero fratello, come coloro i quali si credono — e non sono — nemici del clima in cui vive e respira il Corpo mistico di Cristo, ossia tutti i battezzati nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.

Quanto a promuovere una maggiore giustizia sociale, i sacerdoti la stanno predicando da... duemila anni in nome del Divino Maestro, che ammoniva:

«È più facile per un cammello entrare nella cruna d’un ago che ad un ricco nel Regno dei Cieli».

Del resto è il Rossi stesso a riconoscere che «chi si diverte non sono sempre i ricchi, ma gente cui piace vivere alla giornata». E qui il nostro burbero benefico ha toccato, forse, la piaga.

La giustizia sociale non c’è e non ci sarà... (e le rivoluzioni non faranno che spargere sangue innocente), finché l’umanità, cioè tutti gli uomini indistintamente, non attueranno gli insegnamenti di Chi si fece Uomo per redimerci.

E qui il discorso si fa lungo.

È significativo che i poveri — come dice Rossi — si comprendono. Perché? Lo dirò un’altra volta; ma è già evidente che senza dolore non c’è Carità.

Benigno

17 luglio 1949

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