mercoledì, dicembre 07, 2011

LA VERGOGNA DELL’ICI - Avvenire

LA VERGOGNA DELL’ICI

MARCO TARQUINIO

C’ è un fantasma che s’aggira per l’Italia. Il fantasma dell’Ici «non pagata» dalla Chiesa cattolica sulle attività a fini di lucro che si svolgono all’ombra dei campanili. Il fantasma che sarebbe figlio di un’ingiusta esenzione di legge.

I fantasmi non esistono, e questo in particolare è una pura invenzione. Nessuna legge stabilisce un simile «privilegio». Le attività commerciali svolte da enti e realtà riconducibili alla Chiesa sono tenute a pagare l’Ici sugli immobili che le ospitano e tutte le altre imposte previste esattamente come ogni attività commerciale. Gli immobili di proprietà di enti religiosi dati in affitto sono assoggettati all’Ici e alle altre forme di tassazione come qualunque altro immobile dato in affitto. L’abbiamo scritto un’infinità di volte, e un’infinità di volte l’abbiamo dimostrato con le nostre inchieste giornalistiche: citando la norma, illustrando casi, fornendo dati, pubblicando i bollettini dei pagamenti di presunti evasori indicati (con clamore e nessuna verifica) su altri mass media... Un’infinità di volte abbiamo spiegato che se qualcuno cercasse di non pagare il dovuto su attività a fini di lucro riconducibili alla Chiesa, violerebbe la legge e meriterebbe di esser sanzionato: i Comuni hanno i mezzi per farlo. Un’infinità di volte abbiamo chiarito che le esenzioni previste per le attività solidali e culturali svolte senza l’obiettivo di guadagnarci riguardano non solo la Chiesa cattolica, ma ogni altra religione che abbia intese con lo Stato italiano e ogni altra attività non profit di qualunque ispirazione, laica o religiosa.

Chi dice il contrario mente sapendo di mentire. E chi riaccende ciclicamente la campagna di mistificazione sull’«Ici non pagata» non lo fa per caso, ma perché intende creare confusione e, nella confusione, colpire e sfregiare un doppio bersaglio: la Chiesa e l’intero mondo del non profit. Non sopportano l’idea che ci sia un «altro modo» di usare strumenti e beni. Vorrebbero riuscire a tassare anche la solidarietà, facendo passare l’idea che sia un business, un losco affare, una vergogna. E vogliono farlo nel momento in cui la crisi fa più male ai poveri, ai deboli, agli emarginati, alle persone comunque in difficoltà. Sono militanti del Partito radicale e politicanti male ispirati e peggio intenzionati. Battono e ribattono sullo stesso falso tasto, convinti che così una menzogna diventi verità. E purtroppo trovano anche eco. Ma una menzogna è solo una menzogna. È questa la «vergogna dell’Ici».

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domenica, dicembre 04, 2011

Il caso Brievik: la società “perfetta” dove gli assassini non sono colpevoli

Sono passati poco più di quattro mesi da quel 22 luglio in cui l’estremista xenofobo Anders Brievik piazzò un’autobomba nel centro di Oslo facendo 8 morti e si recò sull’isola di Utoya, dove si teneva il campo estivo dei giovani laburisti, dove aprì il fuoco sulla folla uccidendo altre 69 persone.
Ebbene, a quanto si apprende, Brievik non può essere considerato responsabile della duplice strage, in quanto è stato giudicato incapace di intendere e di volere dai due psichiatri incaricati dalla corte distrettuale di Oslo di valutare il suo stato mentale. Per quanto sconcertante possa essere, questa sentenza risponde a una logica tipica dei regimi socialdemocratici scandinavi nei quali nulla vi è normale al di fuori di ciò che stabilisce lo Stato per mezzo dei suoi sommi burocrati, come dimostra il caso della Svezia, che tra il 1935 e il 1976 attuò un vasto programma di sterilizzazione forzata sui minori, con ben 60000 bambini resi sterili, in quanto troppo vivaci o con qualche difetto fisico di troppo. Il caso Brievik mi ricorda un romanzo del 1973 dal titolo L’uomo che voleva essere colpevole dello scrittore e cineasta danese Henrik Stangerup, pubblicato in Italia da Iperborea. Il romanzo è proiettato in un futuro orwelliano, dove lo Stato si prende cura del “bene comune dalla culla alla tomba” trasformandosi in una gabbia di conformismo in cui tutto è pianificato e obbligatorio, compresa la felicità. Torben, il protagonista del romanzo, è uno scrittore. Sessantottino pentito e affetto da manie di persecuzione, che in un momento di rabbia uccide la moglie. Solo che la società ha messo al bando concetti come colpa e responsabilità individuale, così che gli psichiatri dichiarano l’uccisione puramente accidentale. E alla fine, si trova relegato nel cosiddetto Parco della Felicità (un reparto chiuso di un ospedale psichiatrico), intento a scrivere quei romanzi che fuori nessuno aveva voluto pubblicare perché privi di sfondo sociale.

Continua qui.

sabato, dicembre 03, 2011

Libertarianism at Its Best

Libertarianism at Its Best:

can be found in this sensible and humane piece by Steven Greenhut, on the ridiculous police state tactics deployed by campus security thugs against peaceful protestors at UC Davis (and the lies unsuccessfully deployed to try to excuse those tactics).

His critique of the growing love of fascist violence by the Thing that Used to Be Conservatism is particularly pointed. Also striking is the repeated and persistent use of the word “animals” by alleged conservatives (many of them no doubt Christian) to describe people who were doing nobody any harm, but whose tribal affiliation and dumb ideas place them on the wrong side of an ideological divide from the alleged champions of limited government and the Judeo-Christian tradition. As Greenhut nicely sums things up:

What’s really disgusting is the natural instinct of so many conservatives to stick up for the police. They don’t like the Occupy protesters, so they willingly back brutality against them, without considering the possibility that conservatives at some point might be on the receiving end of this aggression. Then again, this common, vulgar form of modern conservatism almost always sides with the state, even as it champions the empty words of limited government.

In a rapidly dechristianizing society, you’d think that conservatives and Christians would have the modest foresight necessary to ask themselves, “Gee, what if the state and its militarized police decide that we are menaces who deserve to be treated like lawless rioters when we are just sitting there posing no threat and exercising the right to peaceably assemble? Suppose they blinded me with pepper spray or took the advice of more fascist minded ‘conservatives’ and started beating me or fracturing skulls with rubber bullets all while lying that I was a ‘threat’?” But, as the huge ‘conservative’ support for torture has demonstrated, the Thing that Used to be Conservatism seems to be dominated by an awful lot of people want to live in a police state and who seem to have no conception that a post-Christian police state will not keep them safe.

I see basically no difference between these tactics:

and those of Bull Connor:

Does this mean I agree with the OWSers confused and their mixed up goals? Generally, no. Greenhut speaks for me pretty well:

I disagree with most of what the Occupy protesters are saying, quite obviously, but when I see lines of riot-gear-clad officials standing in front of these unbathed wretches, my heart goes out to the wretches. They need a lesson in economics and politics. The policies they advocate – to the degree that many of them have any well-defined grievances – range from the silly to the disastrous. They are inconsistent, foolish and hypocritical. Many of them are lazy freeloaders. Such is life. They do create filth and chaos in public parks, but if one cannot protest in a public park, there are not many places to have a protest. It’s in everyone’s best interest for the authorities to provide as much latitude as possible for protesters of any political persuasion. We still do pretend to live in a free society, right?

As a matter of common sense, I think it wiser for a Catholic in a rapidly dechristianizing culture to be more worried about vast concentrations of power and wealth in an unaccountable pagan crony capitalist state ruled by a God King who grants himself the power to kill any American citizen he chooses. I think it more sensible to be concerned about the intensely incestuous relationship between Big Caesar and Big Mammon. I think it more sane to keep an eye on legislators from two parties who are about the amassing of vast personal wealth as they contemplate how to force veterans to sacrifice more. I am much more concerned about militarized police who have power to casually pepper spray unresisting protestors and lie that they were a “threat” than I am about a few disorganized people living in tents and playing drums, who are open to reading Chesterton and hearing some Catholic social teaching (as many of them are). Are OWSers sinless victims? Of course not. We all know the stories of the smelly hippies, nuts, creeps and criminals among them (sort of like the smelly hippies, nuts, creeps and criminals who occupy the pews–and sometimes the altars–of the Catholic Church). Arrest ‘em if they break the law. But do be sure to arrest them for actual lawbreaking and not merely for being annoying or standing next to a smelly hippy, nut, creep, or criminal. Otherwise the jails fill up and the state has to figure out something else to do, like ask itself if the whole crony capitalism thing is really panning out as planned, when its manifold and manifest failures are generating this much unrest, not only among OWSers but Tea Partiers as well).

But unless there is a real threat, this police state crap must go. Like James Madison, I am generally of the opinion that we have more to fear from the state than from a bunch of people peaceably assembling. There used to be a time the Thing That Used to Be Conservatism knew that too.

venerdì, novembre 11, 2011

Hiroshi Yoshida (update)

Hiroshi Yoshida

Early 20th Century painter and printmaker Hiroshi Yoshida is known in his native Japan as a Western style artist, and his work is very much in demand.


Having trained in Western style painting, he carried those influences with him when he moved into traditional Japanese woodblock printmaking, also taking inspiration in subjects from his travels in the U.S. and Europe, as well as India and other parts of the world.


Yoshida is considered one of the foremost proponents of the shin hanga (or “new prints”) style, but combined some of that style’s return to the collaborative printmaking of the ukiyo-e system, in which the artist worked with a carver and block printer, with the personal involvement more common to the sosaku hanga (“creative prints”) style emerging at the time.


His depictions of the Swiss Alps, U.S. national parks and related landmarks, as well as scenes in Japan and elsewhere, resonate with superb drawing and beautifully chosen color.


In addition to returning to favorite themes, like scenes of landscape reflected in water, sailing boats, mountains and clouds, Yoshida often would print the same block in different color schemes, producing dramatically different atmospheric and emotional effects.


(See also this other previous post on Hiroshi Yoshida.)

sabato, novembre 05, 2011

Guareschi e la sovrappopolazione

Sul n.36 di Candido del 1952, Guareschi veniva sollecitato da un lettore a prendere posizione sull’attacco del Corriere della Sera contro la sovrappopolazione. L’attualità di quel pensatore scomodo al sistema è ancora oggi impressionante, al punto da mettere il dito nella piaga dei catastrofisti odierni.

Non accettiamo di polemizzare nè di discutere sull’opportunità o meno della limitazione delle nascite non per spirito di intolleranza, ma con lo stesso spirito col quale ci rifiutiamo di discutere sull’esistenza di Dio. Per noi Dio esiste.
Con lo stesso spirito noi rispondiamo, a chi ci interpella in proposito, che il problema dell’eccesso delle nascite non esiste. In quanto poi a coloro che negano l’esistenza di Dio e, quindi, delle Leggi divine, in quanto a coloro cioè che sono ancorati alla terra dal più rigoroso materialismo, noi rispondiamo che parlare della “necessità di controllare e limitare le nascite”, è prima ancora che una bestemmia contro Dio, una bestemmia contro la natura.
Quando noi pensiamo che il mare, l’immenso sconfinato mare, prima che un uomo pensasse a dar la caccia ai pesci, è rimasto per esempio alcuni miliardi di anni (centinaia di miliardi, miliardi di miliardi, chi lo sa?) in completo e incontrollato potere dei pesci, e quando pensiamo che, pur essendo dotati di una prolificità eccezionale, i pesci non sono mai riusciti a sovrappopolare il mare, ci vien da sorridere davanti alle preoccupazioni del Corriere della Sera e di chi la pensa come quelli del Corriere della Sera. Il problema della superpopolazione non esiste: regole inflessibili, matematiche, esistono invece, sulle quali si basa il funzionamento di tutte le cose dell’universo. Il Padreterno, prima di creare l’universo, non ha aspettato di leggere il Corriere della Sera. Aveva già delle idee sue. E a chi ci obbiettasse che questo è un discorso da umile parroco di campagna, noi risponderemo meravigliandoci che un giornale come il Corriere della Sera (non è il solo giornale, purtroppo) affronti una faccenda del genere con tanta faciloneria.
Senza cioè spiegare quali sono le cause che hanno portato la popolazione italiana dai 35 milioni di cinquacinque anni fa ai 46 milioni di oggi. Perché, se ci si fosse preoccupati di questo, si sarebbe concluso che, per eliminare le cause del “preoccupante aumento di popolazione”, si dovrebbe prima ancora di “controllare le nascite”:
1. Incrementare la mortalità infantile. Mortalità infantile che, mezzo secolo fa, era spaventosamente alta e che oggi il progresso scientifico e sociale hanno ridotto straordinariamente.
2. Incrementare la mortalità degli adulti: trent’anni fa una polmonite, una bronchite, una appendicite equivalevano novanta volte su cento a una condanna a morte. La TBC portava sicuramente alla tomba. Per non parlar del resto.
3. Quindi: ripristinare la facilità estrema di prendersi un’infezione e di morire sotto i ferri del chirurgo. Eliminare la penicillina, la streptomicina, eccetera. Eliminare il DDT e prodotti similari in modo da poter ripristinare faccende come il tifo petecchiale eccetera.
4. Incrementare i decessi collettivi, vietando quelle norme igieniche e quei medicamenti che hanno fatto sparire dal nostro Paese le epidemie di tifo, di colera. Riportare l’Italia al tempo della peste di Milano.
5. Eliminare quel controllo sanitario che in cinquant’anni ha reso praticamente impossibile la messa in commercio di carne marcia et similia.
6. Eliminare il servizio d’acqua potabile: ciò permetterebbe di tornare ai decessi per ingerimento di acqua inquinata.
7. Incrementare quelle che sono state definite le calamità nazionali. La storia ci racconta che fino a meno di cinquant’anni fa città intere come Messina potevano venir distrutte da scosse di terremoto che oggi – pure essendo della stessa intensità – riescono al massimo a far crepare i muri di qualche vecchia casa. Quindi: proibire le costruzioni di cemento armato, le costruzioni antisismiche, in modo che popolazioni di interi grossi centri urbani possano essere eliminate dai terremoti.
8. Incrementare gli incendi, le inondazioni, eliminando i pompieri e gli argini.
9. Eliminare ogni assistenza ai lavoratori in modo che i poveri non possano curarsi e debbano morire anche quando potrebbero guarire.
10. Incrementare la mortalità senile in modo da accorciare la media della vita umana.
E via discorrendo. Perché queste sono le cause dell’aumento della popolazione: in cinquant’anni se ne è fatta di strada e la chirurgia, addirittura, trapianta gli occhi. E allora? Chiameremo nemico dell’umanità chi ha scoperto la vaccinazione antivaiolosa, o la puntura contro il tifo e la difterite? Chi ha trovato i raggi X? Chi, insomma, ha trovato il sistema di guarire malattie che fino a cinquant’anni fa erano sicuramente mortali? Non credo che il Corriere della Sera pensi a questo. Il Corriere vi risponderà invece che le conquiste della scienza medica e dell’assistenza sociale dovranno essere potenziate al massimo, sì che tutti ne possano godere. Risponderà, con una logica veramente straordinaria, che chi nasce dovrà essere tutelato in modo da poter rimanere il più possibile vivo.
Invece, per controbattere questo aumento di popolazione originato dalla diminuzione della mortalità infantile, dei cataclismi, delle epidemi eccetera, basterà limitare il numero delle nascite.
Semplice e supremamente sciocco, se mi permettete l’espressione poco educata. Perchè nasce chi nasce, e ognuno nasce come nasce. E non basta che la mamma e il papà siano sani e intelligenti perchè nascano dei figli sani e intelligenti. Da genitori sani e intelligenti possono nascere figli malati e cretini. O viceversa. (…) Tutto è combinato secondo precise e inviolabili leggi della natura. E il Padreterno ha organizzato le cose in modo che queste regole non possano venir violate da chi voglia vivere da giusto. Noi, quindi, siamo decisamente contro l’eutanasia. Noi affermiamo che nessuno al mondo può sentirsi autorizzato a dire: questo uomo non può guarire e morirà tra un anno o dieci anni e sempre soffrirà, perciò aiutiamolo uccidendolo noi. Se pure un uomo fosse ridotto a una polpetta, fin che il suo cuore batte è vivo a tutti gli effetti e, fino all’ultimo battito di questo cuore, pur se una cosa del genere non è mai successa, quest’uomo può guarire. Chi non è in grado di dare la vita a un morto, non ha il diritto di toglierla a un vivo.
Nessuno sa cosa succederà tra un minuto, perchè nessuno al mondo conosce il segreto dell’armonia divina che regola tutte le cose dell’universo.
Se per tremila miliardi d’anni tutto ha funzionato come funziona oggi, non è detto che fra un minuto debba essere ancora così.
Perché fra un minuto potrebbe essere finita la prima parte di un Grande Ciclo e cominciarne una nuova… I figli danno fastidio: ecco la morale. Danno fastidio specialmente a chi non ha figli e non ne può avere. Vecchia storia.
Vecchia, triste storia. Le statistiche degli studiosi non servono a niente. Sono vuota letteratura a sfondo aritmetico, fine a se stessa.

GIOVANNI GUARESCHI

giovedì, novembre 03, 2011

E poi dice che non c’è l’Anticristo. L’ultima nuova da Occidenteland è il lifting per i cani. Non più dunque solo gli umani ma anche i quadrupedi passano attraverso la liposuzione, la rinoplastica e, dulcis in fundo, il posizionamento di finti testicoli in silicone per garantire loro un soddisfacente standard di autostima. Evidentemente le vie della decadenza sono innumerevoli e se la perfezione estetica deve essere riferita anche ai cani non si capisce perché ancora non sia esplosa una più coerente moda rispetto alla modernità, sposarli. Ma forse già qualcuno lo fa, magari – chissà – in Texas tra un Tea Party e l’altro. Quando si dice i valori della famiglia.

di Pietrangelo Buttafuoco
© - FOGLIO QUOTIDIANO

domenica, ottobre 23, 2011

De vobis fabula narratur

«Sic transit gloria mundi», ha commentato il Cavaliere con frivolezza sinistra l’orribile eccidio di Gheddafi, con cui aveva stilato un trattato di pace, tradito per mancanza di carattere, di autorità, di intelligenza. Forse con sollievo da anima callosa: la questione è chiusa, il «grande amico» non c’è più a minacciare vendette....

«De te fabula narratur», vien voglia di replicargli. Che Berlusconi non si renda conto che sta sulla china che porta qualcosa di simile a piazzale Loreto, e che gli converrebbe riparare nelle innumerevoli ville di Antigua finchè è in tempo, è una delle tante cose che lo rendono paurosamente somigliante al Colonnello.

Capisce o no che il suo tempo è passato, e stare al governo un minuto di più è pericoloso soprattutto per lui? Sa o non sa che la classe attualmente al governo non sopravviverà all’implosione di tipo greco a cui guida ciecamente l’Italia con tanta ottusa superficialità? Che sarà spazzata via dalle estreme condizioni in cui ridurrà tutti quanti?

Provvedimenti durissimi, impopolarissimi, devono essere presi: fare un passo indietro onde associare l’opposizione al governo e condivider con essa l’impopolarità, sarebbe il normale consiglio di una normale intelligenza. Questa proposta è sul tavolo. Lui non l’accetta.

Ciò che mi ha più colpito nelle convulse, sgranate immagini degli ultimi istanti del Colonnello, è la somiglianza col Cavaliere. Somiglianza perfino fisica, dovuta ai capelli tinti per fingere una perenne giovinezza, alla dentiera, ad anni di cerone copri-rughe. Finzione spietatamente smentita negli ultimi istanti, la dentiera messa fuori posto dalle percosse e ridotta a una grinta protrusa e sanguinolenta, i capelli tinti raggrumati di sangue, la gracile spalla da vecchietto del cadavere rotolato a terra, denudata del presuntuoso paludamento pseudo-beduino.



La faccia, soprattutto. Spogliata di colpo di decenni di alterigia, di alta inconcussa soddisfazione di sè e certezza della propria grandezza immaginaria; la faccia finalmente autentica, finalmente umana, di un povero vecchio che di colpo sa che lo ammazzano, senza rispetto, senza difesa alcuna. Di uomo che – finalmente – vede la realtà da cui si è esentato, a cui l’hanno risparmiato quattro decenni di vita nella cerchia interna, nel cerchio magico che un autocrate si crea attorno.

Lo sbalordimento di un uomo spogliato del suo delirio di comando e ridotto ai minimi termini: a sè, alla sua carne. A quel sè stesso che lui per primo non conosceva, avendolo coperto di divise di fantasia che passava giornate intere a disegnare di persona, avendolo protetto con amazzoni procaci, schiave o devote.



Sparite le amazzoni, svanite le uniformi da circo equestre, non ci sei che tu: tu che tremi, che sei in balia di teppisti da cui mai ti saresti fatto toccare, e che – ecco il punto – che vuoi vivere ancora un po’. Magari, nello sbarlordimento, una folla di pensieri: facevo meglio a riparare in Niger, in Mali, ho sbagliato qui, ho sbagliato là... troppo tardi. Ora ha il dominio la realtà: dominio totale e tremendo.

«Sic transit gloria mundi»: quel che rivela, e che agghiaccia in questo stolido latinetto, è l’incapacità di Berlusconi di immaginarsi al posto di quella faccia. Di vedere il proprio transitus: incpacità infantile ed egocentrica.


Berlusconi, si sa, ha lo stesso problema con la realtà, ha perso (se mai l’ha avuto) il senso del reale. Coltiva senza il minimo dubbio un’immagine di sè ridicolmente grandiosa, grande imprenditore, il miglior statista, il grande lavoratore, grande scopatore, il fortunatissmo, quello a cui riesce tutto quello che intraprende – tutti sintomi di un disturbo psichico ben noto, la sindrome maniacale – e la comunica euforicamente ad una popolazione che lo vede per quel che è – un inconcludente furbastro, uno che paga le prostitute, uno che è fuori dai giochi europei a cui non viene invitato, uno che non sa fare nè realizzare ciò di cui c’è bisogno – ed è sempre più insofferente delle sue vanterie, ha sempre meno voglia di ridere alle sue barzellette stantie ed oscene. La rabbia sorda che cresce, il Cavaliere, non la sente. Se ne è protetto narcisisticamente, per la sua rovina.

Gheddafi non capiva, non voleva sapere, che 42 anni di potere sono troppi persino se ottimi, e un normale senso di autoconservazione consigliava di fare un passo indietro, magari dietro le quinte, quando ancora si poteva gestire il potere manipolandolo da dietro. A forza di comandare in quel modo, circondandosi di cerchi magici di yes-men, si finisce per assumere la propria nazione come proprietà privata, da passare ai figli, su cui sperimentare qualunque cosa.

Gheddafi ha preteso di sopravvivere politicamente alla propria epoca, di quand’era un giovane colonnello nasseriano – il fondamento della sua legittimazione – senza voler riconoscere il fatto che la schiacciante maggioranza dei libici d’oggi non l’hanno visto in quella veste, essendo nati nel quarantennio. Ha voluto sopravvivere al proprio progetto (la Jahmahiriyya, l’immaginario «potere delle masse»), finzione a cui per metà continuava a credere e che per metà simulava con accordi e favori alle tribù. Il fatto che si occupasse a tempo pieno alla sua pompa e alle sue stranezze, amazzoni, tende beduine nei viaggi all’estero, uniformi di fantasia per ogni occasione pubblica, che concepiva di persona, bus pieni di ragazze italiane pagate per la sua allocuzione – dice chiaramente una cosa: non aveva più nulla da fare, perdeva tempo, forse si annoiava. E tuttavia, voleva trasmettere il potere ai figli, ragazzotti viziati con orribili vizi e spocchie intollerabili, incivili: Trote, si può dire.

Il soprannome non viene a mente a caso. Oltre che a Berlusconi, Gheddafi somiglia immensamente a Bossi, avete notato? Un lungo più che trentennio di potere totalitario sulla Lega, completo culto del Capo, bagni di folle fanatiche di microcefali a Pontida, religione inventata (l’Ampolla del Po) e progetto di dominio assoluto sul un Paese immaginario, la Padania. La pretesa di sopravvivere a un progetto politico fallito, secessione o federalismo, che si è mostrato comprovatamente incapace di realizzare (al punto che senza Bossi, forse, il Nord avrebbe avuto prima l’una o l’altro), a forza di pompe vuote sostitutive (i «ministeri» finti a Monza) e di vanterie da dittatorello della Val Trompia («Berlusconi resta al potere finchè lo dico io», e simili). Anche lui difeso dal cerchio magico di fedelissimi, e familiari stretti che lo guidano – il dittatorello – per il naso. Anche lui che trasmette il potere al figlio Trota – perchè la moglie, siciliana, gli ripete che è preoccupata che i nemici interni vogliano soffiare il partito alla famiglia, che bisogna pensare al futuro del Trota che non ha studiato.

Ovviamente, anche qui tutto finisce: nel ridicolo, dato che l’Italia, peggio della Libia, è vocata ineluttabilmente alla tragicommedia. Contro il Trota circolano, in sede leghista, battute tremende. (http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/Renzo_Bossi)

Nella Lega cova la rivolta. Il Capo rincoglionito se ne accorge solo a tratti – come nell’ultimo pratone di Pontida, quando è stato sbalordito dal grido «secessione!», e dallo striscione con la scritta «Maroni presidente!» – e allora barbuglia qualcosa di sconnesso, e la sua faccia, per un attimo, assume l’espressione di Gheddafi negli ultimi minuti: la Realtà esiste! E non mi ubbidisce!


Poi, misericordiosa, torna la cecità: Capo, sei tutti noi! Il Nord ti adora!, gli giurano moglie, autista, Reguzzoni e Trota. E lui si acquieta nel suo mondo fantastico, dove ci sono i Celti, i depositi di proiettili i Val Brembana, il Nord che non aspira ad altro che a farsi comandare dalla famiglia di Neanderthal...

E non ditemi che in Italia non può succedere la macelleria libica, perchè da noi c’è la demokrazia, l’alternanza, la polizia... Certo, ci sono le guardie del corpo pagate, e sono queste che salvano i Bossi e i Berlusconi dal linciaggio. Ma quanto dureranno? Le amazzoni che dovevano proteggere il Colonnello sono svaporate. E così i battaglioni M che avevano giurato di proteggere il Duce fino alla morte.

Non ditemi che qui, i nostri gheddafini non hanno il potere assoluto, anzi che nessuno obbedisce loro già fin d’ora. E’ vero, ma loro esercitano il potere totalitario su un angolino, quello che si sono creati con yes men, olgettine-ministre e «cerchi magici». Come Gheddafi, hanno da tre o quattro decenni il potere sul loro partito, se ne pretendono guide uniche e perenni, non accettano la minima critica; come il Rais, hanno della loro creatura politica un’idea proprietaria; come lui, pretendono di sopravvivere ai loro tempi e al loro progetto. Il fatto che il loro totalitarismo si eserciti su realtà microscopiche, aggiunge ridicolo, ma non fa venir meno la somiglianza.

E non sono solo Berlusconi, nè solo Bossi. Di Pietro ha la stessa idea proprietaria del partito suo. E Fini, idem. Che dico? Guardate – al microscopio – il potere di Marco Pannella sul suo partitino radicale. D’accordo, è un partito del due, del tre per cento: ma perché Pannella a volerlo così, perchè su un partito più grosso non riuscirebbe a d esercitare il controllo totalitario e delirante che impone ai suoi fedelissimi.

Ho detto spesso che noi cattolici dovremmo ringraziare Pannella, perchè appena morto lui, il Partito Radicale salirà al 10, al 15, al 30 per cento. L’edonismo, l’abortismo, la secolarizzazione, l’eutanasia, il permissivismo sono infatti l’ideologia italiana corrente; solo che gli italiani, pur pensandola come Pannella, non vogliono essere comandati da Pannella. I secolarizzati non vogliono un gran-sacerdote della secolarizzazione, un mistico religioso dell’irreligione illuminista, un profeta del «fate quel che volete» che li irreggimenta a fare quel che vuole lui, per obbligo metafisico. Temono i suoi discorsi deliranti di dodici ore, di cui ci inonderebbe se fosse presidente, e che per ora impone alla sua (e pagata da noi) Radio Radicale. Temono di essere comandati a bacchetta in nome della libertà.

Scorgono, dietro le fattezze del Pannella, il Gheddafi del permissivismo. E non hanno torto: Pannella ha superato Gheddafi nella durata al potere – ha fondato il Partito Radicale nel 1955, ossia 56 anni fa, e lo guida praticamente da allora. E’ sopravvissuto ai progetti suoi, e ai suoi tempi – quelli di quando l’aborto era delitto, i transessuali non erano invitati in tv, e l’eutanasia era un tabù. Ha la stessa idea proprietaria del partito e persino dell’ideologia radicale. E lo comanda – il suo cerchio magico, che è riuscito a infiltrare un po’ in tutti i partiti veri e grossi – come un ipnotizzatore comanda ai suoi ipnotizzati.

Giorni fa i suoi deputati eletti «nella sinistra», su suo ordine hanno sabotato il tentativo delle sinistre di far mancare il numero legale al voto di fiducia per Bertlusconi; due sere dopo, è andato a cena con Berlusconi a trattare la compravendita.

Si aspettava, Pannella, obbedienza assoluta, totale, da tutti. Anche fuori del suo cerchio magico adoratore, piccin-picciò, pretendeva che nessuno eccepisse sui suoi voltagabbanismi, sul suo narcisismo entristico.

Il 15 ottobre, ignaro della realtà, ha voluto partecipare al corte degli «indignati»: è stato sputacchaito e insultato, e per un attimo ha avuto stampata sul volto l’espressione stessa di Gheddafi negli ultimi minuti. Poi, si capisce, è passato,ed è tornato nel sogno e nel delirio. Esistono dittatori anche dei partitini del 2 per cento, è la ridicolaggine terminale italiota.

De vobis fabula narratur.

Transit la gloria mundi, figuratevi se non passano i senza-gloria.


Maurizio Blondet

martedì, settembre 20, 2011

Premio Capri San Michele

Al mio volume sugli scritti dublinesi di Newman è stato attribuito il premio Graham Greene nell'ambito della XXVIII edizione del premio Capri San Michele. La premiazione avverrà sabato 24 ad Anacapri.

Questo l'elenco completo dei vincitori.


Premio Capri San Michele, XXVIII Edizione

OPERA VINCITRICE:Cattolici dal potere al silenzio di Beppe Del Colle e Pasquale Pellegrini, San Paolo.

PREMIO SPECIALE: Dialoghi nel cortile dei gentili di Lorenzo Fazzini, Edizioni Messaggero Padova.


Opere vincitrici di Sezione:

SEZIONE FILOSOFIA
I testimoni del tempo di Aniello Montano, Bibliopolis.

SEZIONE PAESAGGIO
Roberto Pane tra storia e restauro di AA. VV., Marsilio.

SEZIONE ATTUALITÀ
L’unità d’Italia di Giacomo Biffi, Cantagalli.

SEZIONE GIOVANI
Abitanti della rete a cura di Chiara Giaccardi, Vita e Pensiero.
Conta dove arrivi di Oscar Pistorius, Marcianum Press.


PREMIO GRAHAM GREENE
John Henry Newman di Lina Callegari, Ares.
John Henry Newman e l’abito mentale filosofico di Angelo Bottone, Studium.

PREMIO ANTONIO ZAMA
Chiesa e democrazia di Agostino Giovagnoli, Il Mulino.

PREMIO CARLO SERENA
Dizionario storico delle Diocesi - Campania diretto da Sergio Tanzarella, L’Epos.

PREMIO RAFFAELE PELLECCHIA
Non gettiamo questa vita di Anna Maria Gargiulo, Edizioni Cento autori.

PREMIO ALL’EDITORE
Armando

PREMIO INTERCULTURA
A Vittorio Volpi per Il visitatore.

PREMIO GROTTA AZZURRA
Cardinale Crescenzio Sepe per Questioni di fede in conversazione con Francesco De Simone, San Paolo

PREMIO TIBERIO
Giancarlo Lombardi

PREMIO DI VARIA UMANITÀ
Mons. Vincenzo Paglia

PREMIO GIORNALISTICO ITALO DE FEO
Emeroteca Tucci

PREMIO AXEL MUNTHE
Ulla Gudmundson

lunedì, settembre 05, 2011

CCL lectures

CENTRAL CATHOLIC LIBRARY
74 Merrion Square
Dublin 2

Autumn Lecture Programme
2011

All talks at 6.30 pm in the library

Tuesday 20th September
Declan O’Keeffe
“From Atlantis to New Ireland: Fr. Thomas Finlay SJ and the Origins of Studies.”

Tuesday 11th October
Fr. Jim Caffrey
“Blessed Columba Marmion: Poet and Prophet”


Tuesday 1st November
Dr. Eamon Maher
“Where to Now for the Catholic Novel?”


Tuesday 22nd November
John F. Deane
“Ecce Homo: of Revolution and of Poetry”


Further details: catholiclibrary@imagine.ie or 01-676 1264