In Memoriam: Hilary Putnam (1926-2016): One of the great figures of post-WWII "analytic" philosophy, Professor Putnam made seminal contributions to the philosophies of science, mathematics, language, and mind. He earned his PhD at UCLA with Hans Reichenbach, and taught at Northwestern, Princeton, MIT and for...
domenica, marzo 13, 2016
sabato, marzo 12, 2016
venerdì, marzo 11, 2016
Violet, una supereroina italiana contro la Camorra
Violet, una supereroina italiana contro la Camorra:
È nata una nuova supereroina, nostrana e verace, che combatte contro la Camorra a Napoli: Violet!
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È nata una nuova supereroina, nostrana e verace, che combatte contro la Camorra a Napoli: Violet!
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giovedì, marzo 10, 2016
La crisi globale: lezioni dal Medioevo
La crisi globale: lezioni dal Medioevo:
I moderni ammiratori di G.K. Chesterton (Il profilo della ragionevolezza) ed E.F. Schumacher (Piccolo è bello) vengono talvolta accusati di voler ritornare al Medioevo, e possono essere facilmente presi in giro perché vorrebbero farlo nell’era della disponibilità immediata della medicina moderna e dei computer portatili.
Ma né Chesterton né Schumacher erano così ingenui. Invocavano un particolare tipo di progresso: verso una società più centrata sull’uomo, ma pur sempre sofisticata tecnologicamente e capace di sviluppo creativo. Entrambi realizzarono che ci sono concetti e idee particolari che erano prevalenti nel cristianesimo medievale e da cui potremmo davvero imparare proprio per rendere possibile quel progresso. Infatti i grandi movimenti culturali sorgono spesso con l’importazione di idee dal passato in un nuovo contesto sociale (il Rinascimento ne è un esempio).
Quindi cosa possiamo imparare dal Medioevo per uscire dall’attuale crisi globale?
Da simpatizzante della filosofia distributista di Chesterton, e con il recente tentativo di ravvivarla da parte dei “conservatori progressisti”, posso suggerire almeno tre spunti per incoraggiare la continuazione del dibattito.
In anni recenti l’ideale tradizionale di famiglia e i legami che la tengono unita sono stati sistematicamente attaccati e indeboliti, ma la distruzione della famiglia è un componente tutt’altro che essenziale nella nostra idea di progresso. È più probabile che la demolizione di questa tradizione sia la causa di una diffusa degradazione sociale e devastazione culturale. Senza dubbio ci sono modi per migliorare la famiglia, e modi in cui i suoi membri possono essere più adeguatamente protetti dagli abusi, ma la famiglia in sé è il vivaio e il crogiolo della società civile e la miglior salvaguardia della dignità umana.
Il tentativo di sradicare e astrarre le persone dalle loro famiglie (ironicamente descritto come ideale nella Repubblica di Platone) quasi certamente può sfociare in una guerra impari fra la volontà dell’individuo e quella dello Stato, una guerra che l’individuo non può vincere. Sono la famiglia e la società civile—e solo loro—che “avvolgono” l’individuo proteggendolo dai dittatori e dai tiranni. La rete di responsabilità e di diritti che spettano a una persona inserita in rapporti famigliari e civili solo in virtù di quella appartenenza non sarà ben protetta da un Bill of Rights [dichiarazione sui diritti dell’individuo] quando i tempi diventeranno duri ed entreranno in gioco potenti interessi.
Qualcosa di simile vale nel campo economico. Nel nostro mondo non dovrebbe essere ammissibile che un figlio o figlia intraprenda necessariamente un mestiere o una professione determinata dai suoi genitori, ma il passaggio di conoscenze tra la generazione precedente e quella successiva dentro una famiglia può essere un arricchimento invece di un impoverimento. Se un’azienda è posseduta e gestita da una famiglia è molto più probabile che verrà amministrata con un occhio al futuro a lungo termine (“sostenibilità”). Se la famiglia è centrale, una “economia di dono e alleanza”—nient’altro che un altro modo per descrivere la famiglia stessa—avrà la precedenza sull’economia di mercato e sul calcolo economico. Il mercato ha il suo spazio, ma non dovrebbe impadronirsi dell’intero villaggio, men che meno dell’intera civiltà.
Certamente l’addebito di interesse fu infine giustificato da teologi medievali come Tommaso d’Aquino come compenso per il rischio. La conseguente espansione degli istituti di credito europei rese possibile l’enorme sviluppo nel commercio, nella manifattura e nella ricchezza dopo la Riforma. Ma all’inizio l’addebito dell’interesse era stato visto come modo per vendere ciò che non dovrebbe essere mai considerato una merce: il tempo stesso.
Alla radice di questa intuizione resta qualcosa di valido che possiamo applicare alla situazione attuale. I prodotti che venivano commerciati e addebitati per il mercato dei derivati non erano reali nel modo in cui sono reali il vero lavoro o le proprietà tangibili. I debiti, ad esempio i mutui, non sono dei veri asset (risorse), e questo diventa evidente quando chi ha preso in prestito va in default (viene a mancare) e non c’è nessuno—tranne forse lo Stato—che paghi al prestatore ciò che, poco saggiamente, si aspettava di ricevere.
Il consumo non è un male, ma una necessità della vita. Il nostro sistema si basa sui bisogni umani fondamentali e richiede approvvigionamento per tali bisogni, per la creazione di nuovi beni atti a rendere la vita più ricca e più piacevole, e per lo sviluppo di nuovi mercati. Il pericolo è che questo potrebbe portare alla sistematica coltivazione del desiderio di cose nuove attraverso pubblicità manipolatrici e invecchiamento programmato.
L’incoraggiamento a prendere a prestito al di sopra delle nostre possibilità, la crescita del debito e l’avidità che abbiamo visto nel secolo passato sono legati a un atteggiamento che chiamiamo “consumismo”. Cerchiamo sempre di più di definire la nostra identità, o almeno il nostro tenore di vita, attraverso quel che acquistiamo e consumiamo. Non c’è nulla di sbagliato nel volere merce di buona qualità o uno stile di vita comodo. Ma c’è molto di sbagliato nello stancarsi di qualunque cosa che abbia più di un anno e nel vivere in un modo che danneggia gli altri o il pianeta intero. In un certo senso il “peccato” di vivere in quel modo non è quasi mai del singolo, poiché la responsabilità di questo è così largamente diffusa. È l’economia a fare pressione sulla gente per spingerla a vivere al di sopra dei suoi mezzi offrendo un credito incauto che qui è il principale colpevole. Per cui la risposta è di incoraggiare la gente a vivere con più semplicità, a limitare le loro assunzioni di prestito, o a mettere fine al loro eccesso spronandoli, nel contempo, a trovare la pace in altri modi.
In epoca medievale le leggi “suntuarie” che cercavano di regolare le abitudini di consumo attraverso restrizioni sul vestiario, sul cibo e sulle spese di lusso restavano per lo più prive di effetto, ed erano spesso usate per la discriminazione sociale. Ciononostante, qualcosa di simile a una legge suntuaria potrebbe essere necessario per mettere degli argini al consumismo attuale. Così come ci sarebbero buone ragioni per ridimensionare l’ammontare di denaro che separa il salario di un banchiere o di un manager da quello di un impiegato della stessa organizzazione—senza danneggiare l’ambizione a “salire di grado” che dà energia all’impresa—cosicché si possa limitare la parte dello stipendio di ognuno che viene spesa in beni di lusso o (se quel suggerimento sembra minacciare la nostra sacra libertà di sbagliare da soli) almeno regolamentando con più attenzione e riguardo la qualità e la longevità dei beni offerti sul mercato, come anche il loro costo reale (incluso l’impatto sull’ambiente).
Spesso Chesterton metteva in luce l’errore che facciamo con le nostre nozioni di progresso. L’umanità non sta su due binari, dove le uniche possibilità di scelta sono di andare avanti o indietro, più veloce o più lento. Siamo più liberi di quanto pensiamo. Non stiamo correndo sui binari, ma stiamo esplorando un nuovo continente, un paesaggio a tre dimensioni. Se troviamo la strada sbarrata in una direzione possiamo prenderne un’altra.
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I moderni ammiratori di G.K. Chesterton (Il profilo della ragionevolezza) ed E.F. Schumacher (Piccolo è bello) vengono talvolta accusati di voler ritornare al Medioevo, e possono essere facilmente presi in giro perché vorrebbero farlo nell’era della disponibilità immediata della medicina moderna e dei computer portatili.
Ma né Chesterton né Schumacher erano così ingenui. Invocavano un particolare tipo di progresso: verso una società più centrata sull’uomo, ma pur sempre sofisticata tecnologicamente e capace di sviluppo creativo. Entrambi realizzarono che ci sono concetti e idee particolari che erano prevalenti nel cristianesimo medievale e da cui potremmo davvero imparare proprio per rendere possibile quel progresso. Infatti i grandi movimenti culturali sorgono spesso con l’importazione di idee dal passato in un nuovo contesto sociale (il Rinascimento ne è un esempio).
Quindi cosa possiamo imparare dal Medioevo per uscire dall’attuale crisi globale?
Da simpatizzante della filosofia distributista di Chesterton, e con il recente tentativo di ravvivarla da parte dei “conservatori progressisti”, posso suggerire almeno tre spunti per incoraggiare la continuazione del dibattito.
L’importanza della famiglia
Ai tempi del Medioevo, come nella maggior parte dei tempi e dei luoghi attraverso la storia dell’umanità, l’unità basilare della società era la famiglia, intendendo con questa la “famiglia estesa” (in forma estrema la tribù o il clan). Il semplice motivo di questo è che ci riproduciamo a coppie. Inoltre la maniera migliore perché i figli vengano educati e preparati alla vita sociale è che ciò avvenga all’interno di relazioni famigliari amorevoli.In anni recenti l’ideale tradizionale di famiglia e i legami che la tengono unita sono stati sistematicamente attaccati e indeboliti, ma la distruzione della famiglia è un componente tutt’altro che essenziale nella nostra idea di progresso. È più probabile che la demolizione di questa tradizione sia la causa di una diffusa degradazione sociale e devastazione culturale. Senza dubbio ci sono modi per migliorare la famiglia, e modi in cui i suoi membri possono essere più adeguatamente protetti dagli abusi, ma la famiglia in sé è il vivaio e il crogiolo della società civile e la miglior salvaguardia della dignità umana.
Il tentativo di sradicare e astrarre le persone dalle loro famiglie (ironicamente descritto come ideale nella Repubblica di Platone) quasi certamente può sfociare in una guerra impari fra la volontà dell’individuo e quella dello Stato, una guerra che l’individuo non può vincere. Sono la famiglia e la società civile—e solo loro—che “avvolgono” l’individuo proteggendolo dai dittatori e dai tiranni. La rete di responsabilità e di diritti che spettano a una persona inserita in rapporti famigliari e civili solo in virtù di quella appartenenza non sarà ben protetta da un Bill of Rights [dichiarazione sui diritti dell’individuo] quando i tempi diventeranno duri ed entreranno in gioco potenti interessi.
Qualcosa di simile vale nel campo economico. Nel nostro mondo non dovrebbe essere ammissibile che un figlio o figlia intraprenda necessariamente un mestiere o una professione determinata dai suoi genitori, ma il passaggio di conoscenze tra la generazione precedente e quella successiva dentro una famiglia può essere un arricchimento invece di un impoverimento. Se un’azienda è posseduta e gestita da una famiglia è molto più probabile che verrà amministrata con un occhio al futuro a lungo termine (“sostenibilità”). Se la famiglia è centrale, una “economia di dono e alleanza”—nient’altro che un altro modo per descrivere la famiglia stessa—avrà la precedenza sull’economia di mercato e sul calcolo economico. Il mercato ha il suo spazio, ma non dovrebbe impadronirsi dell’intero villaggio, men che meno dell’intera civiltà.
La condanna dell’usura
Pensate per un attimo all’attuale crisi economica. A innescarla è stato il crollo del mercato immobiliare americano, che ha mandato all’aria il castello di carte globale costruito sui mutui subprime—una vasta struttura di derivati messi in circolazione senza pensare alle eventuali conseguenze e senza trasparenza. La colpa della crisi è dell’avidità dei banchieri e dell’opportunismo a breve termine dei politici, ma quel che ha reso possibile questa crescita di crediti uno strato sull’altro è stata in parte la perdita di una giusta limitazione per legge sull’interesse addebitato col prestito di denaro—un peccato condannato dalla cristianità medievale, dal giudaismo e dall’Islam con il nome di usura.Certamente l’addebito di interesse fu infine giustificato da teologi medievali come Tommaso d’Aquino come compenso per il rischio. La conseguente espansione degli istituti di credito europei rese possibile l’enorme sviluppo nel commercio, nella manifattura e nella ricchezza dopo la Riforma. Ma all’inizio l’addebito dell’interesse era stato visto come modo per vendere ciò che non dovrebbe essere mai considerato una merce: il tempo stesso.
Alla radice di questa intuizione resta qualcosa di valido che possiamo applicare alla situazione attuale. I prodotti che venivano commerciati e addebitati per il mercato dei derivati non erano reali nel modo in cui sono reali il vero lavoro o le proprietà tangibili. I debiti, ad esempio i mutui, non sono dei veri asset (risorse), e questo diventa evidente quando chi ha preso in prestito va in default (viene a mancare) e non c’è nessuno—tranne forse lo Stato—che paghi al prestatore ciò che, poco saggiamente, si aspettava di ricevere.
Leggi suntuarie
A lungo si è ritenuto che la crescita economica, misurata in termini di PIL o in termini di acquisti in corso, potesse e dovesse crescere indefinitamente col migliorare della nostra capacità di sfruttare le risorse naturali del pianeta (o, in mancanza di queste, del sistema solare). Ci potrebbe essere un fondo di verità, ma sembra esserci qualcosa di malsano—qualcosa che ricorda un cancro biologico—nell’idea della crescita continua e virtualmente fine a se stessa. L’impressione si rafforza quando ci ricordiamo che la crescita della produzione è spinta dalla crescita dei consumi.Il consumo non è un male, ma una necessità della vita. Il nostro sistema si basa sui bisogni umani fondamentali e richiede approvvigionamento per tali bisogni, per la creazione di nuovi beni atti a rendere la vita più ricca e più piacevole, e per lo sviluppo di nuovi mercati. Il pericolo è che questo potrebbe portare alla sistematica coltivazione del desiderio di cose nuove attraverso pubblicità manipolatrici e invecchiamento programmato.
L’incoraggiamento a prendere a prestito al di sopra delle nostre possibilità, la crescita del debito e l’avidità che abbiamo visto nel secolo passato sono legati a un atteggiamento che chiamiamo “consumismo”. Cerchiamo sempre di più di definire la nostra identità, o almeno il nostro tenore di vita, attraverso quel che acquistiamo e consumiamo. Non c’è nulla di sbagliato nel volere merce di buona qualità o uno stile di vita comodo. Ma c’è molto di sbagliato nello stancarsi di qualunque cosa che abbia più di un anno e nel vivere in un modo che danneggia gli altri o il pianeta intero. In un certo senso il “peccato” di vivere in quel modo non è quasi mai del singolo, poiché la responsabilità di questo è così largamente diffusa. È l’economia a fare pressione sulla gente per spingerla a vivere al di sopra dei suoi mezzi offrendo un credito incauto che qui è il principale colpevole. Per cui la risposta è di incoraggiare la gente a vivere con più semplicità, a limitare le loro assunzioni di prestito, o a mettere fine al loro eccesso spronandoli, nel contempo, a trovare la pace in altri modi.
In epoca medievale le leggi “suntuarie” che cercavano di regolare le abitudini di consumo attraverso restrizioni sul vestiario, sul cibo e sulle spese di lusso restavano per lo più prive di effetto, ed erano spesso usate per la discriminazione sociale. Ciononostante, qualcosa di simile a una legge suntuaria potrebbe essere necessario per mettere degli argini al consumismo attuale. Così come ci sarebbero buone ragioni per ridimensionare l’ammontare di denaro che separa il salario di un banchiere o di un manager da quello di un impiegato della stessa organizzazione—senza danneggiare l’ambizione a “salire di grado” che dà energia all’impresa—cosicché si possa limitare la parte dello stipendio di ognuno che viene spesa in beni di lusso o (se quel suggerimento sembra minacciare la nostra sacra libertà di sbagliare da soli) almeno regolamentando con più attenzione e riguardo la qualità e la longevità dei beni offerti sul mercato, come anche il loro costo reale (incluso l’impatto sull’ambiente).
Conclusione
Il neodistributismo non c’entra con un “ritorno al Medioevo”, e neanche con “tre acri e una mucca”, sebbene ci siano buoni motivi per l’autosufficienza dove possibile, e per il ritorno a comunità rurali e all’agricoltura in economie con un terziario sovrasviluppato o che sono diventate dipendenti dall’aiuto estero. Quello su cui concordano coloro che sono nella tradizione di Chesterton e Schumacher è che abbiamo bisogno di più trasparenza e giustizia nell’economia, sia a livello locale che globale. Abbiamo bisogno di radicare la nostra vita economica—come tutta la natura umana dev’essere radicata—nelle realtà della natura, sia che con questo si intendano l’ambiente naturale e le risorse del nostro pianeta, o la natura dell’essere umano come creatura capace di realizzazione attraverso il servizio amorevole e la collaborazione con altri. E infine dobbiamo essere capaci di imparare dai nostri errori e cambiare rotta.Spesso Chesterton metteva in luce l’errore che facciamo con le nostre nozioni di progresso. L’umanità non sta su due binari, dove le uniche possibilità di scelta sono di andare avanti o indietro, più veloce o più lento. Siamo più liberi di quanto pensiamo. Non stiamo correndo sui binari, ma stiamo esplorando un nuovo continente, un paesaggio a tre dimensioni. Se troviamo la strada sbarrata in una direzione possiamo prenderne un’altra.
mercoledì, marzo 09, 2016
martedì, marzo 08, 2016
venerdì, marzo 04, 2016
giovedì, marzo 03, 2016
What Should We Do About Natural Law?
What Should We Do About Natural Law?:
Our governing institutions and the public at large have staked their authority and actions on the rejection of natural law in favor of preference satisfaction. So what can be done?
Catholics talk about natural law, but what’s it all about?
Basically, it’s a system of principles that guides human life in accordance with our nature and our good, insofar as those can be known by natural reason. It thereby promotes life the way it evidently ought to be, based on what we are and how the world is, from the standpoint of an intelligent, thoughtful, and well-intentioned person.
It’s much the same, at least in basic concept, as what classical Western thinkers called life in accordance with nature and reason, and the classical Chinese called the Tao (that is, the "Way"). We might think of it as a system that aims at moral and social health and well-being—which, like physical health, can at least in principle be largely understood apart from revelation.
For that reason, natural law has seemed to many Catholic thinkers the obvious basis for a society that would be pluralistic but nonetheless just, humane, and open to the specific contributions of Christianity.
There’s something to that view. Grace completes rather than replaces nature, so natural law includes basic principles of Christian morality. Also, political life depends on discussion and willing cooperation based on common beliefs. It would be best if those beliefs reflected the whole truth about man and the world—and politics were therefore Catholic—but people who run things today don’t accept that and don’t seem likely to do so any time soon. Even so, it might be possible for a governing consensus to form around the principles or at least concept of natural law. The idea of government in accordance with man’s nature and natural good could then give discussion a reference point and some degree of coherence even though disagreements over important issues would remain.
A problem with the proposal is the practical importance of the questions on which people routinely disagree in the absence of a settled public orthodoxy. In antiquity Stoics and Confucians thought man social and the world morally ordered, so they emphasized social duties. Epicureans and Taoists saw man as less social, and rejected cosmic purpose, so they emphasized private well-being rather than obligations to others. And the Chinese Legalists and sophists like Thrasymachus made force the ultimate reality in human affairs, so they favored outright tyranny.
In modern times views on man and his place in the world have differed no less dramatically, as demonstrated by culture wars in the United States, current events in the Middle East, and the history of the last century in general. So it seems difficult to make something as abstract as the general concept of natural law the basis of a political order. People need a more definite focus for their thoughts and actions.
But what?
Continue reading at www.CatholicWorldReport.com.
(us.fotolia.com | Sergey Nivens)
What Should We Do About Natural Law? | James Kalb | CWROur governing institutions and the public at large have staked their authority and actions on the rejection of natural law in favor of preference satisfaction. So what can be done?
Catholics talk about natural law, but what’s it all about?
Basically, it’s a system of principles that guides human life in accordance with our nature and our good, insofar as those can be known by natural reason. It thereby promotes life the way it evidently ought to be, based on what we are and how the world is, from the standpoint of an intelligent, thoughtful, and well-intentioned person.
It’s much the same, at least in basic concept, as what classical Western thinkers called life in accordance with nature and reason, and the classical Chinese called the Tao (that is, the "Way"). We might think of it as a system that aims at moral and social health and well-being—which, like physical health, can at least in principle be largely understood apart from revelation.
For that reason, natural law has seemed to many Catholic thinkers the obvious basis for a society that would be pluralistic but nonetheless just, humane, and open to the specific contributions of Christianity.
There’s something to that view. Grace completes rather than replaces nature, so natural law includes basic principles of Christian morality. Also, political life depends on discussion and willing cooperation based on common beliefs. It would be best if those beliefs reflected the whole truth about man and the world—and politics were therefore Catholic—but people who run things today don’t accept that and don’t seem likely to do so any time soon. Even so, it might be possible for a governing consensus to form around the principles or at least concept of natural law. The idea of government in accordance with man’s nature and natural good could then give discussion a reference point and some degree of coherence even though disagreements over important issues would remain.
A problem with the proposal is the practical importance of the questions on which people routinely disagree in the absence of a settled public orthodoxy. In antiquity Stoics and Confucians thought man social and the world morally ordered, so they emphasized social duties. Epicureans and Taoists saw man as less social, and rejected cosmic purpose, so they emphasized private well-being rather than obligations to others. And the Chinese Legalists and sophists like Thrasymachus made force the ultimate reality in human affairs, so they favored outright tyranny.
In modern times views on man and his place in the world have differed no less dramatically, as demonstrated by culture wars in the United States, current events in the Middle East, and the history of the last century in general. So it seems difficult to make something as abstract as the general concept of natural law the basis of a political order. People need a more definite focus for their thoughts and actions.
But what?
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mercoledì, marzo 02, 2016
Il distributismo è cattolico?
Il distributismo è cattolico?:
Di quando in quando, lettori di The Distributist Review commentano a proposito del fatto che abbiamo così tanti articoli specificamente correlati agli insegnamenti del magistero cattolico. Sembra esistere un’opinione secondo cui la proposta del distributismo dovrebbe essere basata sul solo argomento economico, senza riferimenti specifici a nessuna specifica religione, altrimenti allontaneremmo i non cattolici. Questo solleva una domanda legittima per chiunque prenda in considerazione il distributismo. Il distributismo è cattolico? La risposta a questa domanda è tanto “sì” quanto “no”. Per essere più chiaro possibile, io sono cattolico, così come la maggior parte di chi scrive su The Distributist Review. Questa non sarà una sorpresa per quelli che abbiano letto più di qualche articolo; alcuni dei nostri articoli però sono stati scritti da non cattolici.
Ad ogni modo, mi sto allontanando dal punto focale, che è dire come mai la risposta alla domanda “il distributismo è cattolico?” è sia “sì” che “no”.
Molti degli insegnamenti filosofici che sono alla base del distributismo sono nati prima del cristianesimo. Aristotele sosteneva molte delle stesse posizioni del distributismo. Pertanto, queste idee filosofiche non possono definirsi specificamente cattoliche. In più, come non esiste soltanto una certa forma di governo che sia compatibile con il cattolicesimo, allo stesso modo non esiste un solo sistema economico che sia compatibile con il cattolicesimo. È possibile avere un sistema capitalistico che sia compatibile con il cattolicesimo; ma prima dovrebbero essere eliminati molti degli elementi che attualmente sono accettati quale parte del capitalismo a livello mondiale—come l’usura.
Forse vi state chiedendo perché, se è così, ci sono così tanti articoli decisamente cattolici su The Distributist Review. La nostra società incoraggia l’errore di pensare che la fede debba restare confinata entro le mura domestiche e nei luoghi di culto, che essa non abbia relazione con l’economia e la politica e che sostanzialmente dovrebbe esser tenuta appartata dalla vita pubblica. Il cattolicesimo insegna, come pure altre fedi, che la fede ha a che fare con tutti gli aspetti della vita. Il capitalismo come è praticato oggi nel mondo accetta prontamente prassi che non sono compatibili con la fede cattolica. Pertanto noi richiamiamo i nostri confratelli cattolici su questo punto. Presentiamo l’insegnamento chiaro e coerente della Chiesa e chiediamo ai nostri confratelli cattolici di confrontare le loro idee con quell’insegnamento. Anche se continuano a rifiutare certi aspetti del distributismo come sistema economico, non possono continuare ad accettare o ignorare gli aspetti del capitalismo che sono incompatibili con la nostra fede. Incoraggiamo i non cattolici a fare lo stesso, ciascuno riguardo alla propria fede, e abbiamo accolto con piacere ogni commento in proposito pubblicato dai nostri lettori.
Crediamo che sarebbe sbagliato, che sarebbe disonesto, nascondere il fatto che il distributismo ha legami con il magistero cattolico. Che scopo avrebbe far questo, nascondere il fatto ai non cattolici? No. Saremo schietti riguardo a questi legami, e ci aspettiamo che ogni non cattolico che accetta le idee del distributismo come compatibili con la propria fede sia schietto al riguardo. Non è qualcosa che si debba tenere nascosto.
Considera le domande che seguono. Sei d’accordo che è fondamentalmente ingiusto che il nostro governo prenda prestiti per salvare enormi banche e aziende “troppo grandi per fallire” e non faccia quasi niente per aiutare i proprietari o dipendenti di piccole aziende, che sono colpite molto più duramente dall’attuale crisi economica?
Sei del parere che il modo in cui tale crisi è stata affrontata dimostra che il nostro governo, indipendentemente dal colore politico, risponde ai richiami delle Grandi Aziende anziché a quelli della popolazione in generale? E questo non accade forse perché queste aziende possono esercitare un controllo sproporzionato sull’economia?
Sei d’accordo che una società in cui la maggior parte del capitale (i mezzi di produzione) sia posseduta da un’ampia parte della popolazione è preferibile a una in cui sia posseduta, e quindi controllata, da una piccola parte della popolazione (quella che possiede le aziende “troppo grandi per fallire”)?
Credi che le famiglie siano economicamente più libere e indipendenti se possiedono (o singolarmente o in maniera cooperativa) il capitale che usano per provvedere ai propri bisogni?
Sei d’accordo che il governo dovrebbe essere decisamente limitato nella sua capacità di interferire con la vita della famiglia, con faccende come crescere ed educare i figli?
Sei d’accordo che, anche se i monopoli possono ridurre di molto il costo di produzione, i mezzi per far questo sono spesso a carico della società (salari più bassi, produzione delocalizzata, perdita di lavori sul territorio eccetera), mentre gli alti profitti delle aziende rimangono invariati?
A tuo parere, pensi che sia sbagliato che le aziende licenzino gente che lavora duro solo per assumere manodopera a basso prezzo oltreoceano, in Paesi che impiegano bambini e lavoro coatto in condizioni intollerabili?
Sei d’accordo che un gran numero di piccoli produttori dà luogo a un’economia più stabile; che è meglio se interi settori produttivi non sono messi in ginocchio dalla cattiva gestione di poche grandi società; e che non dovremmo dipendere più di tanto da fonti di approvvigionamento lontane per cose di quotidiana necessità come il cibo?
Diresti che, se le grandi aziende si trasformano in oligopoli, è meno verosimile che sentano la pressione della competizione che manterrebbe equi salari e prezzi? Trovi ironico che i sostenitori del capitalismo monopolistico di “libero mercato” stiano sempre a parlare dei benefici della competizione mentre lo scopo delle grandi aziende è quello di eliminare la competizione?
Sei d’accordo che è fondamentalmente sbagliato che le banche mettano le piccole aziende in una condizione di svantaggio facendo loro dei prestiti solo con alti tassi d’interesse mentre offrono tassi bassissimi alle aziende grandi, anche quando praticamente non c’è differenza nel rischio?
Non occorre essere cattolici per essere d’accordo con questi e tanti altri punti del movimento distributista.
Benvenuti!
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Di quando in quando, lettori di The Distributist Review commentano a proposito del fatto che abbiamo così tanti articoli specificamente correlati agli insegnamenti del magistero cattolico. Sembra esistere un’opinione secondo cui la proposta del distributismo dovrebbe essere basata sul solo argomento economico, senza riferimenti specifici a nessuna specifica religione, altrimenti allontaneremmo i non cattolici. Questo solleva una domanda legittima per chiunque prenda in considerazione il distributismo. Il distributismo è cattolico? La risposta a questa domanda è tanto “sì” quanto “no”. Per essere più chiaro possibile, io sono cattolico, così come la maggior parte di chi scrive su The Distributist Review. Questa non sarà una sorpresa per quelli che abbiano letto più di qualche articolo; alcuni dei nostri articoli però sono stati scritti da non cattolici.
Ad ogni modo, mi sto allontanando dal punto focale, che è dire come mai la risposta alla domanda “il distributismo è cattolico?” è sia “sì” che “no”.
Il motivo per cui il distributismo non è specificamente cattolico
Il distributismo è basato su idee filosofiche. Contrariamente a ciò che molti pensano, filosofia non è lo stesso che teologia o religione. È una disciplina separata anche quando gli argomenti coincidono. Molti dei principi sostenuti dal distributismo si possono ritrovare negli insegnamenti di altre religioni e culture di tutto il mondo.Molti degli insegnamenti filosofici che sono alla base del distributismo sono nati prima del cristianesimo. Aristotele sosteneva molte delle stesse posizioni del distributismo. Pertanto, queste idee filosofiche non possono definirsi specificamente cattoliche. In più, come non esiste soltanto una certa forma di governo che sia compatibile con il cattolicesimo, allo stesso modo non esiste un solo sistema economico che sia compatibile con il cattolicesimo. È possibile avere un sistema capitalistico che sia compatibile con il cattolicesimo; ma prima dovrebbero essere eliminati molti degli elementi che attualmente sono accettati quale parte del capitalismo a livello mondiale—come l’usura.
Il motivo per cui il distributismo è cattolico
Il distributismo come visione economica definita è nato in seguito agli insegnamento del magistero pontificio. I Papi che si occuparono di giustizia economica e sociale scrissero encicliche le quali ispirarono gruppi di cattolici a formare un movimento che tentasse di presentare al grande pubblico questi problemi e delle soluzioni. Questo movimento prese il nome di distributismo o distributivismo (benché i suoi promotori esprimessero il desiderio di un nome migliore). Benché il movimento abbia incluso membri non cattolici fin dall’inizio, le posizioni sostenute dal distributismo sono coerenti con gli insegnamenti della Chiesa cattolica sulla giustizia economica e sociale. In altre parole, il distributismo consiste di posizioni filosofiche riguardo alle strutture economiche e sociali che sono compatibili con la fede cattolica. Non si può separare il distributismo dal magistero cattolico più di quanto si possa separare l’originale Costituzione degli Stati Uniti d’America dagli scritti di John Locke.Che significa questo per i non cattolici che s’interessano al distributismo?
La vera domanda che i non cattolici devono farsi, quando si interessano al distributismo, è se possono accettare le posizioni filosofiche che sono alla base del distributismo. Non occorre essere cattolico per essere distributista più di quanto occorra essere cattolico per credere che chi può deve aiutare chi è nel bisogno. Il punto è che l’accettazione del distributismo da parte di non cattolici non si basa sul fatto che esso è coerente con il cattolicesimo; si basa sul fatto che il distributismo è una visione economica e sociale sana dal punto di vista filosofico e che funziona. I cattolici che accettano il distributismo lo fanno per entrambi i motivi.Forse vi state chiedendo perché, se è così, ci sono così tanti articoli decisamente cattolici su The Distributist Review. La nostra società incoraggia l’errore di pensare che la fede debba restare confinata entro le mura domestiche e nei luoghi di culto, che essa non abbia relazione con l’economia e la politica e che sostanzialmente dovrebbe esser tenuta appartata dalla vita pubblica. Il cattolicesimo insegna, come pure altre fedi, che la fede ha a che fare con tutti gli aspetti della vita. Il capitalismo come è praticato oggi nel mondo accetta prontamente prassi che non sono compatibili con la fede cattolica. Pertanto noi richiamiamo i nostri confratelli cattolici su questo punto. Presentiamo l’insegnamento chiaro e coerente della Chiesa e chiediamo ai nostri confratelli cattolici di confrontare le loro idee con quell’insegnamento. Anche se continuano a rifiutare certi aspetti del distributismo come sistema economico, non possono continuare ad accettare o ignorare gli aspetti del capitalismo che sono incompatibili con la nostra fede. Incoraggiamo i non cattolici a fare lo stesso, ciascuno riguardo alla propria fede, e abbiamo accolto con piacere ogni commento in proposito pubblicato dai nostri lettori.
Crediamo che sarebbe sbagliato, che sarebbe disonesto, nascondere il fatto che il distributismo ha legami con il magistero cattolico. Che scopo avrebbe far questo, nascondere il fatto ai non cattolici? No. Saremo schietti riguardo a questi legami, e ci aspettiamo che ogni non cattolico che accetta le idee del distributismo come compatibili con la propria fede sia schietto al riguardo. Non è qualcosa che si debba tenere nascosto.
Considera le domande che seguono. Sei d’accordo che è fondamentalmente ingiusto che il nostro governo prenda prestiti per salvare enormi banche e aziende “troppo grandi per fallire” e non faccia quasi niente per aiutare i proprietari o dipendenti di piccole aziende, che sono colpite molto più duramente dall’attuale crisi economica?
Sei del parere che il modo in cui tale crisi è stata affrontata dimostra che il nostro governo, indipendentemente dal colore politico, risponde ai richiami delle Grandi Aziende anziché a quelli della popolazione in generale? E questo non accade forse perché queste aziende possono esercitare un controllo sproporzionato sull’economia?
Sei d’accordo che una società in cui la maggior parte del capitale (i mezzi di produzione) sia posseduta da un’ampia parte della popolazione è preferibile a una in cui sia posseduta, e quindi controllata, da una piccola parte della popolazione (quella che possiede le aziende “troppo grandi per fallire”)?
Credi che le famiglie siano economicamente più libere e indipendenti se possiedono (o singolarmente o in maniera cooperativa) il capitale che usano per provvedere ai propri bisogni?
Sei d’accordo che il governo dovrebbe essere decisamente limitato nella sua capacità di interferire con la vita della famiglia, con faccende come crescere ed educare i figli?
Sei d’accordo che, anche se i monopoli possono ridurre di molto il costo di produzione, i mezzi per far questo sono spesso a carico della società (salari più bassi, produzione delocalizzata, perdita di lavori sul territorio eccetera), mentre gli alti profitti delle aziende rimangono invariati?
A tuo parere, pensi che sia sbagliato che le aziende licenzino gente che lavora duro solo per assumere manodopera a basso prezzo oltreoceano, in Paesi che impiegano bambini e lavoro coatto in condizioni intollerabili?
Sei d’accordo che un gran numero di piccoli produttori dà luogo a un’economia più stabile; che è meglio se interi settori produttivi non sono messi in ginocchio dalla cattiva gestione di poche grandi società; e che non dovremmo dipendere più di tanto da fonti di approvvigionamento lontane per cose di quotidiana necessità come il cibo?
Diresti che, se le grandi aziende si trasformano in oligopoli, è meno verosimile che sentano la pressione della competizione che manterrebbe equi salari e prezzi? Trovi ironico che i sostenitori del capitalismo monopolistico di “libero mercato” stiano sempre a parlare dei benefici della competizione mentre lo scopo delle grandi aziende è quello di eliminare la competizione?
Sei d’accordo che è fondamentalmente sbagliato che le banche mettano le piccole aziende in una condizione di svantaggio facendo loro dei prestiti solo con alti tassi d’interesse mentre offrono tassi bassissimi alle aziende grandi, anche quando praticamente non c’è differenza nel rischio?
Non occorre essere cattolici per essere d’accordo con questi e tanti altri punti del movimento distributista.
Benvenuti!
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martedì, marzo 01, 2016
Vendola padre con maternità surrogata: caro Nichi, anche il tuo è sfruttamento di classe
E quando pensi che il fondo sia stato toccato, e che più in giù non sia materialmente possibile scendere, ecco che arriva qualcuno a scavare. Ecco che il compagno Nichi ottiene un figlio mediante l’utero in affitto.
Nichi ottiene il figlio per soldi, usando l’utero in affitto, pudicamente detto in neolingua “maternità surrogata”, peraltro in quell’America in cui il sistema sanitario, se sei un proletario, ti lascia morire poiché indaffarato a fabbricare figli per ricchi.
Il bambino è una merce, la donna un mero corpo da sfruttare. E Marx è morto un’altra volta, ucciso dai sedicenti sinistri al servizio del capitale vincente, della reificazione dilagante e del classismo globale.
Da nobile pratica di emancipazione universale dal classismo, il comunismo diventa, ora, acquisto di bambini e affitto di donne, il meglio che la civiltà dei consumi possa offrirci.
Diciamo una cosa di sinistra, come si sarebbe detto una volta: da un punto di vista marxiano e gramsciano, l’utero in affitto è una pratica abominevole, perché usa le donne povere come merce disponibile e considera i bambini come oggetti-merce, come articoli di commercio on demand, prodotti su misura (con possibili derive eugenetiche) dal consumatore egoista portatore di illimitata volontà di potenza consumistica.
Non v’è nulla di emancipativo in questa pratica abominevole, che segna il trionfo del capitale sulla vita umana, dell’economia sulla dignità. Chi la accetta o la difende, è connivente con il classismo e con l’abietta riduzione dell’umano a merce.
Sarebbe, invece, interessante e degno di un giornalismo serioe all’altezza del suo compito andare a intervistare la donna che ha “affittato” il suo utero per migliaia di euro al compagno Nichi: capire per quali ragioni l’ha fatto, se per filantropia a pagamento, o se perché costretta dalla sua condizione economica disagiata. Se, cioè, per arrivare a fine mese si è vista costretta ad affittare il grembo al compagno Nichi.
Continua qui.
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